Marcel Proust: la scoperta di Ruskin

2 marzo 2007
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    marcel-proust.jpg  di Gianni Biondillo 
1.

La prima volta che leggiamo il nome di John Ruskin citato nella corrispondenza proustiana è in una lettera indirizzata alla madre intorno al 25 (o 26) settembre del 1899. Dallo scenario alpino di Evian-les-Bains Proust chiede alla madre di spedirgli oltre che delle sigarette  “le livre de La Sizeranne sur Ruskin”(1). La richiesta si ripete insistente pochi giorni dopo (il 2 ottobre) in una lettera ampiamente citata dalla critica proustiana  dove il nostro richiede  il libro di La Sizeranne  che dovrebbe essere “[…] dans ma bibliothèque  pour voir les montagnes avec les yeux de ce grand homme.”(2)

Il libro tanto agognato da Proust è Ruskin et la religion de la Beauté(3), pubblicato nel 1897, dove La Sizeranne dà ampie traduzioni di numerosi passi tratti dalle varie opere di Ruskin. L’incontro fulminante con le idee ruskiniane apre un capitolo nuovo e fondamentale per la vita di Proust. Ormai completamente assorto nella lettura dei testi dell’autore inglese Proust abbandonerà la stesura del romanzo che stava portando avanti già da alcuni anni e che verrà pubblicato solo dopo la sua morte sotto il titolo di Jean Santeuil(4). 

Sempre in ottobre alla madre chiede ampie traduzioni da le sette lampade dell’architettura(5) perché è già in lui chiara l’idea di scrivere un saggio critico su Ruskin e sulle cattedrali, come dirà in una lettera a Marie Nordlinger: “Depuis une quinzaine de jours je m’occupe à un petit travail absolument différent de ce que je fais généralement, à propos de Ruskin et de certaines cathédrales.”(6) Alla fine di Ottobre (o inizi di Novembre) si reca ad Amiens a visitare la celebre cattedrale seguendo meticolosamente l’itinerario consigliato da Ruskin ne la Bibbia di Amiens, e con in tasca oltre al testo ruskiniano il saggio di Mâle sull’arte religiosa del XIII secolo in Francia(7). Libri alla mano Proust è pronto a decifrare l’immenso libro di pietra “sino a conoscerne ogni singola pietra, sino a saggiare la consistenza e la sonorità del legno degli stalli.”(8)

Il 21 gennaio 1900 Le Figaro annuncia l’avvenuta morte il giorno prima all’età di 81 anni di Ruskin. Proust scrive alla Nordlinger: “[…] quand j’ai appris la mort de Ruskin j’ai voulu exprimer à vous plutôt qu’à tout autre ma tristesse, tristesse saine d’ailleurs et bien pleine de consolation, car je sens combien c’est peu que la mort en voyant combien vit avec force ce mort, combien je l’admire, l’écoute, cherche à le comprendre et lui obéir plus qu’à bien des vivants.”(9) Il 27 gennaio Proust pubblica un breve necrologio dedicato alla figura e all’opera di Ruskin, il necrologio si apre con queste parole: “On craignait l’autre jour pour la vie de Tolstoi; ce malheur ne s’est pas réalisé; mais le monde n’a pas fait une perte moins grande: Ruskin est mort. Nietzsche est fou, Tolstoi et Ibsen semblent au terme de leur carrière; l’Europe perd l’un après l’autre ses grands “directeurs de coscience”. Directeur de coscience de son temps, certes Ruskin le fut, mais il fut aussi son professeur de goût, son initiateur à cette beauté que Tolstoi réprouve au nom de la morale et dont Ruskin avait tout poétisé, jusqu’à la morale elle-même.”(10) A questo necrologio che è in effetti la prima pubblicazione di Proust su Ruskin seguirà un articolo il 13 febbraio sul Figaro dove Proust consiglia agli “amici di Francia” dei veri e propri pellegrinaggi in memoria dello scrittore inglese nei luoghi da lui amati e studiati(11).

Nel frattempo le petit travail su Ruskin si sta concretizzando in due scritti di più ampio respiro (John Ruskin e Ruskin a Notre-Dame d’Amiens) dapprima pubblicati il primo sulla Gazzette des Beux Arts ed il secondo sul Mercure de France, e che diverranno in seguito la gran parte della prefazione alla traduzione della Bibbia di Amiens(12) che ormai Proust stava intraprendendo non senza difficoltà. A pochi mesi dalla prima lettera in cui si nomina Ruskin, il 7 (o 8) febbraio Proust può tranquillamente scrivere a  Marie Nordlinger, che lo sta aiutando alla traduzione della Bible, di conoscere già “par coeur”(13), oltre al testo in esame, le Sette lampade dell’architettura, il Val d’Arno, le Letture d’Architettura e di Pittura, il Praeterita. Nell’Aprile – Maggio parte per l’ennesimo pellegrinaggio ruskiniano alla volta di Venezia “alla minuziosa ricerca di ogni particolare dei capitelli di Palazzo Ducale o dei mosaici di San Marco commentati da Ruskin”(14) accompagnato dalla madre e poi raggiunto dalla Nordlinger e da Reynaldo Hahn con il quale visita gli affreschi di Giotto alla cappella degli Scrovegni a Padova. “Venendo a Venezia egli scioglieva dunque un voto di omaggio e di devozione a Ruskin”(15), omaggio che ripeterà a Ottobre, da solo,  per un’ultima visita alla città(16).

Dunque nel breve volgere di un anno è a tutti gli effetti un profondo conoscitore sia dei luoghi che dell’opera ruskiniana, opera tra l’altro conosciuta nella lingua originale essendo a quel momento non molto diffusa nelle traduzioni in francese. L’impegno febbrile profuso da Proust nello studio dei testi di Ruskin si dimostra ancora più straordinario se si tiene conto che di fatto Proust non conosceva l’inglese (al punto di avere difficoltà nell’ordinare una cotoletta al ristorante); come scrive lui stesso: “Je ne sais pas un mot d’anglais parlé et je ne lis pas bien l’anglais. Mais depuis quatre ans que je travaille sur la Bible d’Amiens(17) je la sais entierèment par coeur et elle a pris pour moi ce degré d’assimilation complète, de trasparence absolue, où se voient seulement les nébuleuses qui tiennent non à l’insuffisance de notre regard, mais à l’irreductible obscurité de la pensée conpletée.”(18) Più avanti la lettera si conclude con una frase lapidaria che è più che mai esplicativa dell’atteggiamento che Proust teneva in quel periodo riguardo l’argomento: “Je ne prétends pas savoir l’anglais. Je prétends savoir Ruskin”.

2. 

Per Proust non basta leggere un libro di un autore per conoscerlo, così come non possiamo conoscere una persona dal primo incontro: i gesti di quella persona sono espressione di continuità o casi particolari del momento? E’ nel riconoscere reiterato dei gesti in circostanze diverse che riconosciamo le caratteristiche essenziali del nostro interlocutore. Insomma al primo approccio non si può riconoscere come miracolosamente una persona, un autore, un opera. L’errore di giudizio nella valutazione della gente è un tema tipico dell’opera proustiana già dal Jean Santeuil, non stupiamoci di incontrare un atteggiamento analogo nell’opera critica dell’autore francese: il romanziere del Jean Santeuil passa per lo studio e la critica dell’opera di Ruskin, per la stesura del saggio critico Contro Sainte-Beuve sino ai primi abbozzi della Ricerca del Tempo perduto senza soluzione di continuità, una continuità che è la ricchezza della sua opera maggiore che ha forma di romanzo ma che è anche saggio critico, testo filosofico; per dirla con le parole di Giorgi: “Il saggio critico come opera a sé era superato proprio nella misura in cui gli aveva permesso di scoprire una struttura entro la quale organizzare la sua opera narrativa. Ormai si trattava di riprendere i temi del Santeuil,organizzandoli, orchestrandoli e anche arricchendoli, ma sempre in funzione della scoperta maturata nel Sainte-Beuve.”(19)

Proust insomma nella sua opera di annotatore dell’opera di Ruskin cerca di darci “quasi una memoria improvvisata”(20) per poter meglio affrontare il testo dell’autore inglese: “In fondo aiutare il lettore a rilevare questi segni singolari, mettere sotto i suoi occhi i modi analoghi che gli permettano di considerarli segni essenziali del genio di uno scrittore, dovrebbe essere il compito più importante di ogni critico.”(21) Proust ricostruisce per frammenti il suo Ruskin e ce li propone tutti insieme al di la del contesto per riconoscerne la continuità: “Si tratta, in ultima analisi, di realizzare una specie di spazializzazione dei vari motivi di identica qualità che costituiscono l’opera, come se ci si trovasse dinanzi a una serie di quadri dello stesso autore che si possono abbracciare con un solo sguardo.”(22)

La stessa operazione attuata sull’opera di Ruskin il narratore della Ricerca del tempo perduto la farà nell’ascolto dell’opera postuma (non a caso ricostruita per frammenti) di Vinteuil ne La prigioniera, così come il critico del Contro Sainte-Beuve ci ricorda che ogni opera di un artista è come un vaso che comunica con le opere passate dando vita quindi ad una sola opera(23). Proust cerca (utilizzando la terminologia bergsoniana) l’io profondo ruskiniano nascosto dal suo io superficiale attraverso un attento rilievo della sua opera. D’altra parte i testi di Ruskin si prestano ad una lettura approfondita non solo delle cose dette ma anche del testo taciuto, dei continui riferimenti ad altro, delle sistematiche allusioni bibliche che Proust risolve come una caccia al tesoro, come un proficuo esercizio intellettuale. Guyot trova tra “l’esthéticien anglais et son admirateur français des points de contact psychologiques vraiment significatifs”(24) che spiegano in qualche modo la folgorazione ruskiniana di Proust.

Primo su tutti sicuramente lo spirito di osservazione paziente, preciso, meticoloso, degli oggetti presente in entrambi(25). Addirittura Guyot si spinge oltre, attribuendo quasi la paternità della memoria involontaria a Ruskin stesso il quale nel Modern Painters tratta di quelle “accidental associations” di quelle “accidental connection of ideas and memories with material things”(26) che sono alla base appunto del concetto proustiano di memoria involontaria. Guyot sbagliava perché ancora non conosceva il Jean Santeuil dove già sono presenti in toto le tematiche della reviviscenza del passato attraverso la memoria involontaria ma questo non può comunque che mettere in chiaro un altro punto di contatto fra i due autori in una sorta di corrispondenza elettiva che poteva permettere a Proust di inquadrare la sfaccettata figura intellettuale di Ruskin.
 

3.

Di Ruskin, ci ricorda Proust, si è detto che fosse realista, intellettualista,che sopprimesse l’immaginazione nell’arte lasciando quasi tutto alla scienza, e per contro si è detto che rovinasse la scienza perché lasciava troppo spazio all’immaginazione, che riducesse l’arte a vassallo della scienza, che fosse un puro esteta con unica religione la bellezza, che non fosse neppure artista; “e siccome si sono dette tante cose contraddittorie su Ruskin, si è giunto a concludere che egli era contraddittorio.”(27)

Per Proust questa è evidentemente una riduzione che non vuole vedere la complessità dell’opera ruskiniana, un’opera che ha carattere universale, che non si interessò solo delle “belle arti” ma che cercò la verità anche, ad esempio,nella mineralogia o nell’economia politica; e fra le opinioni riduttorie più diffuse in Francia in quel momento su Ruskin, dovuta evidentemente all’opera di La Sizerenne, c’era quella  che egli fosse una sorta di adoratore della Bellezza. Qui Proust mette subito in chiaro la questione: “[…] la principale religione di Ruskin fu la religione e nient’altro”(28); di certo Ruskin aveva il dono speciale del sentimento della bellezza sia nella natura che nell’arte ma  nella bellezza egli non cercò uno sterile godimento personale ma bensì la realtà, la verità: “Fu nella bellezza che il suo temperamento lo condusse a cercare la realtà; e la sua vita religiosa ne ricevette una vocazione estetica.”(29) I valori estetici(30) non sono mai per Ruskin svincolati dai valori morali e le “scoperte” estetiche vanno pari passo con le date principali della sua vita morale: “Egli potrà parlarvi degli anni in cui scoprì il gotico con la medesima gravità, la medesima commozione, la stessa serenità del cristiano che parla del giorno in cui la verità gli fu rivelata.”(31)

Anche Bergson, che presentò all’Accademia di scienze morali e politiche la traduzione di Proust, insiste su questo punto:”Ruskin fut, avant tout, une âme religeuse. Son esthétique est celle d’un homme qui croit que le poète et l’artiste se bornent à trascrire un message divin. Il est donc un idéaliste au plus haut point…”(32), ma l’artista è anche realista se la realtà che deve rappresentare viene intesa come un insieme di materiale ed intellettuale, dove la materia è reale in quanto “expression de l’esprit”. E’ da qui che la minuzia delle descrizioni, tanto importante nell’opera ruskiniana, non è semplice feticismo ma un’attenzione che riveli la vera, la profonda natura delle cose: “La configurazione di una cosa non è soltanto l’immagine della sua natura, è il segreto del suo destino e il disegno della sua storia.”(33)

E’ compito dell’artista non inventare ma scoprire (aletheia)(34); scavare nel mondo delle apparenze riuscendo a trovare rapporti più intimi, nell’universo spirituale, fra le cose anche se distanti nel tempo e nello spazio(35); fra Pisa e Chartres Ruskin cercava appunto questa continuità, cercava l'”Europa cristiana”, “l’originalità tipica dello spirito che animava allora gli artisti”(36); per Proust i disegni che accompagnano gli scritti di Ruskin sono in questo senso molto significativi: “In una incisione, voi potrete vedere un uguale motivo d’architettura, come è svolto a Lisieux, a Bayeux, a Verona e a Padova, come se si trattasse di varietà di una stessa specie di farfalla sotto cieli differenti”(37), tuttavia l’amore che Ruskin profonde per quelle pietre evita di trasformarle in esempi astratti: “Su ogni pietra voi vedete la sfumatura dell’ora fusa al colore dei secoli”(38)

Ma Ruskin, secondo Proust, non si soffermò solo sulla singola opera d’arte ma andò ben oltre evitando di separare l’opera dal suo contesto, “le cattedrali dai fiumi o dalle valli”(39); ed è per questo che la Vergine Dorata d’Amiens riesce ad avere una sua singolarità, una sua individualità vera e propria che la obbliga a vivere lì nel portale che la ospita e non in un freddo museo, sradicata dal suo contesto: le cattedrali, forse, possono essere intese come musei dell’arte religiosa del medioevo ma sono musei viventi “essi non sono stati costruiti per ricevere le opere d’arte, ma sono queste (per quanto individuali, d’altronde, esse siano) che sono state fatte per loro e non potrebbero senza sacrilegio (io non parlo qui che di sacrilegio estetico) essere messe altrove.”(40)

Il legame che si instaura fra l’opera, così radicata nel suo territorio, e il suo interlocutore supera lo stesso legame estetico per diventare qualcosa di più: un legame di tipo affettivo, personale, irripetibile, dove viene messa a confronto la vita del singolo individuo e la “primavera medioevale” dei biancospini scolpiti ancora in fiore, in una primavera che ancora si prolunga nei secoli ma che comunque non sarà eterna:  “Un giorno, senza dubbio, anche il sorriso della Vergine Dorata (che è già durato tuttavia più della nostra fede), per la erosione delle pietre, che finora l’ha risparmiato con grazia, non spargerà più, per i nostri figli, la bellezza come ai nostri padri credenti esso infondeva coraggio.”(41)
 

4.

L’opera d’arte vive in un tempo dilatato rispetto la vita dell’uomo ma comunque vive e quindi muore: non è la morte naturale che impensierisce né Ruskin né Proust, bensì un altro tipo di morte: la morte inferta dall’oblio, la morte causata dall’assenza di quel legame affettivo fra l’uomo e la sua opera. In un articolo contro la separazione fra stato e chiesa (apparso sul Figaro il 16 agosto 1904) Proust, ironico, ci pone di fronte un ipotesi apocalittica ed paradossale: supponiamo, dice in definitiva, che dopo secoli le tradizioni del culto cattolico siano perdute; è chiaro che i monumenti rimastici diverrebbero intelligibili. Di certo un gruppo di intellettuali desiderosi di restituire la vita a questi vascelli vorranno rifare (refaire) almeno per un’ora lo svolgimento del “théâtre du drame mystérieux”, correlato dei canti, dei profumi, etc. Sarebbe una straordinaria operazione teatrale quanto quella di riproporre le tragedie antiche; di certo il governo non mancherebbe di sovvenzionare un tale tentativo; eppure resterebbe un tentativo di ricostruzione, per quanto esatto, paralizzato: “glacées”. E’ proprio la presenza della fede nei cuori dei francesi che ha permesso alle cattedrali non solo di essere i più bei monumenti dell’arte francese ma “les seuls qui vivent encore leur vie intégrale, qui soient restés en rapport avec le but pour lequel ils furent construits.”(42) 

Laddove non venisse più celebrata la cerimonia rituale nelle chiese lo Stato potrà pure trasformarle come preferisce: musei, sale di conferenza, casino: di certo esse saranno morte: “Quand le sacrifice de la chair et du sang du Christ ne sera plus célébré  dans les églises, il n’y aura plus de vie en elles. La liturgie catholique ne fat qu’un avec l’architecture et la sculpture de nos cathédrales, car les unes comme l’autre dérivent d’un même symbolisme.”(43)

Proust non è religioso e non abbraccia il moralismo di Ruskin, ma comprende l’insegnamento di quest’ultimo riguardo la grandezza del bagaglio socio-culturale artistico della cristianità(44) che andrebbe perduto se ci si approcciasse ad esso solo con uno sguardo erudito, scientifico, scettico. Il credente ha un rapporto di fede di tipo irrazionale nei confronti della cattedrale simile a quello dell’artista; il restauro filologico ironicamente proposto da Proust mostra la corda proprio perché ha la pretesa della scientificità: per quanto preciso, meticoloso sia resta infedele.

D’altra parte ciò che l’intelligenza ci restituisce sotto il nome di passato non è il vero passato, la pretesa di ricostruirlo con le armi della scienza è fallimentare in partenza; noi non sappiamo dove esso si nasconde e solo casualmente possiamo imbatterci in qualche oggetto materiale  che lo liberi: è la tesi della prefazione del Sainte-Beuve e che ritornerà, sviluppata, anche nell’opera maggiore: “Mi sembra molto ragionevole la credenza celtica secondo cui le anime di quelli che abbiamo perduto sono prigioniere entro qualche essere inferiore, una bestia, un vegetale, una cosa inanimata, perdute di fatto per noi fino al giorno, che per molti non giunge mai, che ci troviamo a passare accanto all’albero, che veniamo in possesso dell’oggetto che le tiene prigioniere. Esse trasaliscono allora, ci chiamano e non appena le abbiamo riconosciute, l’incanto è rotto. Liberate da noi, hanno vinto la morte e ritornano a vivere con noi. Così è per il passato nostro. E’ inutile cercare di rievocarlo, tutti gli sforzi della nostra intelligenza sono vani. Esso si nasconde all’infuori del suo campo e del suo raggio d’azione in qualche oggetto materiale (nella sensazione che ci verrebbe data da quest’oggetto materiale) che noi non supponiamo. Quest’oggetto, vuole il caso che lo incontriamo prima di morire, o che non lo incontriamo.”(45)

In questo Proust è profondamente ruskiniano e questo spiega la critica che Proust fa a Viollet-le-Duc non ostante il rispetto che ha di lui come architetto e come teorico; tra l’altro un rispetto nei confronti dell’opera più importante dell’architetto francese che era presente anche in Ruskin(46): “C’est malheureux que Viollet le Duc ait abîmé la France en restaurant avec science mais sans flamme, tant d’églises dont les riunes seraient plus touchantes que leur rafistolage archéologique avec des pierres neuves qui ne nous parlent pas, et des moulages qui sont identiques à l’original et n’en ont rien gardé.”(47)  Dunque secondo Proust la differenza è ben netta e a Viollet-le-Duc, che restaura “avec science mais sans flamme”, preferisce l’opera di John Ruskin l’unica ad avere lo straordinario potere di “[…] risuscitare dei morti”(48).

L’esempio di una di queste ressurrezioni ruskiniane ci viene descritto in un passo di grande trasporto emotivo dove Proust ci racconta uno dei suoi pellegrinaggi, avvenuto dopo la morte dell’autore inglese, a Rouen quasi obbedendo al desiderio testamentario di Ruskin il quale aveva come affidato ai suoi lettori il ricordo di una piccola scultura perduta in mezzo a centinaia di tante altre minuscole figure nel portale delle Librerie della cattedrale. L’impresa di ritrovarla pareva a tutti gli effetti impossibile eppure il miracolo si compie e la piccola scultura sgretolata viene riconosciuta. La resurrezione di un’opera del passato avviene proprio grazie all’intercessione di un uomo che, disegnando, dando ad ogni cosa il proprio nome la immortala:  “E ritrovandola non possiamo fare a meno di commuoverci. Essa sembra vivere e guardare, o piuttosto, essere stata colta dalla morte dal suo stesso sguardo, come i Pompeiani il cui gesto dura interrotto. Ed è un pensiero dello scultore, infatti, che è stato colto qui nel suo gesto dall’immobilità della pietra. Io fui colpito ritrovandola là: nulla muore dunque di ciò che ha vissuto, non il pensiero dello scultore, non quello di Ruskin.”(49)

La lezione più profonda dell’opera ruskiniana è dunque a tutti gli effetti assorbita nel bagaglio estetico del futuro narratore della Recherche al punto che l’idea stessa di arte esprimibile con le parole di Ruskin potrebbe come per sovrapposizione essere creduta espressa da Proust stesso: “Quel che l’arte deve fare per noi è di fermare ciò che è fuggente, di illuminare ciò che è incomprensibile, di dare forma alle cose impalpabili e di eternare le cose che non durano.”(50)
 

NOTE:

1) Marcel Proust, Correspondance, Plon, 1970-90, vol. II, pag. 348.
2) Marcel Proust, Correspondance, II-356.
3) Robert de La Sizeranne, Ruskin et la religion de la Beauté, Hachette, Paris, 1897.
4) Marcel Proust, Jean Santeuil, Einaudi, Torino, 1976.
5) Marcel Proust, Correspondance, II-365.
6) Marcel Proust, Correspondance, II-377.
7) Emile Mâle, L’art religieux du XIII° siècle en France, Colin, Paris, 1968, (I°ed. 1898). E’ evidente che il pensiero ruskiniano non ha da solo influenzato la cultura archeologica, architettonica e medioevale di Proust. Grande importanza in questo senso ha avuto la lettura dei saggi e dei testi di Emile Mâle e di Viollet-le-Duc (innanzi tutto la sua opera più famosa: Eugene Viollet-le-Duc, Dictionnaire raisonné de l’architecture française du XIe au XVIe siècle, 10 vol., B. Bance éditeur, 1854-1875. Per una lettura violettiana dell’opera di Proust si veda: Luc Fraisse, L’Oeuvre cathedrale, Proust et l’architecture médiévale, Librairie Corti , Paris, 1990.), i quali, non a caso a loro volta, vengono spesse volte citati (o allusi) nel corso dell’opera proustiana.
8) Mariolina Bongiovanni Bertini, Guida a Proust, Mondadori ed., Milano, 1981. pag.113
9) Marcel Proust, Correspondance, II-384.
10) Marcel Proust, Pastiches et mélanges, Contre Sainte-Beuve, Essais et articles, Pléiade, Gallimard, Paris, 1971. pag.439
11) “Il n’est pas besoin pour accomplir ces pèlegrinages d’aller jusqu’aux “Pierres” de Florence ou de Venise: Ruskin a beaucoup aimé la France” Marcel Proust, Pastiches et mélanges,441. Si noti l’allusione alle Pietre di Venezia.
12) John Ruskin, La bibbia di Amiens,  SE, Milano, 1988 (Ia ed. originale 1880-85). La traduzione proustiana sarà pubblicata nel 1904 nelle edizioni del “Mercure de France”.
13) Marcel Proust, Correspondance, II-387.
14) Mariolina Bongiovanni Bertini, Guida a Proust,118.
15) Renata Palma, Proust interprete di Venezia, in “la Fiera letteraria”, n°21, 25 maggio 1975.pag.10
16) La sua firma è nel registro dei visitatori del monastero armeno dell’isola di San Lazzaro, in data 19 Ottobre.
17) Proust in realtà esagera un po’; la lettera da cui è tratta questa citazione è del gennaio 1903 quindi non è da quattro anni ma da poco più di due che sta studiando l’autore inglese.
18) Marcel Proust, Correspondance, III-220.
19) Giorgetto Giorgi, La critica letteraria nella genesi della “Recherche”, in AA.VV., Proustiana, atti del convegno internazionale di studi sull’opera di Marcel Proust, Liviana editrice, Padova, 1973.
20) Marcel Proust, Introduzione, commento e note a La bibbia di Amiens, J.Ruskin, pag.11.
21) Marcel Proust, Introduzione…, 12.
22) Giorgetto Giorgi, La critica letteraria…
23) vedi Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto (in originale: A la recherche du temps perdu, Pléiade, Gallimard, Paris, nuova edizione 1987-89), ciclo narrativo comprendente sette romanzi:- La strada di Swann, All’ombra delle fanciulle in fiore, I Guermantes, Sodoma e Gomorra, La prigioniera, Albertine scomparsa, Il tempo ritrovato; Einaudi tascabili, Torino, 1991. Nel caso specifico vedi La Prigioniera, pag. 386.
24) Charly Guyot, Sur Ruskin et Proust, in “Revue de littérature comparée”, n°1, Janver-Mars 1942.pag.58
25) Vedi la lettera di Ruskin al padre del 1850:”C’è in me un forte istinto che non so analizzare- a disegnare e a descrivere le cose che amo… una sorta di istinto come quello del mangiare e del bere. Mi piacerebbe disegnare tutto S.Marco -pietra dopo pietra- per ricrearlo nella mente -sfumatura dopo sfumatura.” citata in John D. Rosenberg, Ruskin a Venezia: le pietre di paragone, introduzione a J. Ruskin, Le pietre di Venezia.(pagg.5-6)
26) Charly Guyot, Sur Ruskin et Proust, 60-61.
27) Marcel Proust, Introduzione…, 38.
28) Marcel Proust, Introduzione…, 38.
29) Marcel Proust, Introduzione…, 39
30) Ma non solo quelli; “Comprare e vendere non è solo un’azione mercantile ma anche morale”John D. Rosenberg, Ruskin a Venezia…, 29
31) Marcel Proust, Introduzione…, 39
32) Henri Bergson, Rapport sur un ouvrage de Marcel Proust: La Bible d’Amiens de Ruskin, in “Académie de Sciences morales et politiques”, séances et travaux, CLXII° vol., Paris, 1904 (491-2). Sull’influenza del pensiero bregsoniano nell’opera di Proust vedi: Joyce N. Megay, Bergson et Proust: essai de mise au point de la question de l’influence de Bergson sur Proust, Libraire J. Vrin, Paris, 1976.
33) Marcel Proust, Introduzione…, 40
34) Essendo, secondo l’insegnamento platonico, tutte le conoscenze delle reminiscenze.
35) “Tutta la funzione dell’artista nel mondo è di essere una creatura visiva e sensitiva.” John Ruskin, Le pietre di Venezia, Rizzoli, Milano, 1987, (Ia ed. originale 1852). pag. 367
36) Marcel Proust, Introduzione…, 45
37) Marcel Proust, Introduzione…, 45
38) Marcel Proust, Introduzione…, 45
39) Marcel Proust, Introduzione…, 45
40) Marcel Proust, Introduzione…, 21
41) Marcel Proust, Introduzione…, 22
42) Marcel Proust, Pastiches et mélanges…, 143
43) Marcel Proust, Pastiches et mélanges…, 144
44) L’alta architettura del passato è per Ruskin “[…]l’incarnazione della Politica, della Vita, della Storia e della Fede religiosa dei popoli.” John Ruskin, Le sette lampade dell’architettura, con una presentazione di R. Di Stefano, Jaca Book, Milano, 3a ed 1993, (Ia ed. originale 1849) pag. 231
45) Marcel Proust, La strada di Swann, 49. Ruskin a controcanto dice, vorremmo dire proustianamente: “Le verità con cui l’arte ha rapporto […] si acquistano solo col sentimento e la percezione e non col ragionamento.”John Ruskin, Le pietre di Venezia, 367.
46) Il Dictionnaire, ad esempio, era da lui caldamente consigliato ai suoi studenti per quanto riguarda la parte sull’architettura dall’800 al 1200; ma sui rapporti intellettuali fra Ruskin e Viollet-le-Duc bisognerebbe aprire una parentesi troppo vasta, voglio solo di passaggio ricordare un’inquieta nota dal diario di Ruskin dell’ottobre 1882: “Sono disturbato. Ho sognato che mi presentavo a Viollet-le-Duc, e che lui non mi voleva parlare…” Robin Middleton, David Watkin, Architettura dell’ottocento, Electa, Milano, 1988, (Ia ed. 1977).374.
47) Marcel Proust, Correspondance,VII-288. La critica al restauro tout court è ben presente non solo negli scritti ruskiniani di Proust ma anche nella sua opera più famosa. Anzi sull’argomento Proust è alquanto duro. Ne All’ombra delle fanciulle in fiore (pag. 218), ad esempio, Proust parla di “[…] santi mutilati delle cattedrali che archeologi ignoranti hanno restaurati, mettendo sul corpo dell’uno la testa dell’altro, e mescolando gli attributi e i nomi.” Per fare un altro esempio la capacità da parte di Albertine di riconoscere subito un intervento di restauro (“Non mi piace, è restaurata”, Sodoma e Gomorra, pag.441) è una dimostrazione, inaspettata per il Narratore, del buon gusto architettonico della protagonista. E non dimentichiamoci la pessima opinione che ha Swann dei restauri di Viollet-le-Duc al castello di Pierrefonds: in un moto di orgoglio e di gelosia nei confronti di Odette che si assentava per parecchi giorni per far visita, con i Verdurin, o della cappella reale ottocentesca a Dreux o del suddetto castello, Swann impreca fra sé e sé: “Pensare che potrebbe visitare veri monumenti con me che ho studiato architettura dieci anni […] e invece lei va con la peggior gentaglia a estasiarsi successivamente dinanzi alle evacuazioni di Luigi Filippo e di Viollet-le-Duc! Mi sembra che non occorra essere artisti per questo, e che, anche senza un fiuto particolarmente delicato, non si scelga di andare a villeggiare nelle latrine per essere meglio a tiro dell’odore degli escrementi.”(La strada di Swann, pag. 310)
48) Marcel Proust, Introduzione…, 43
49) Marcel Proust, Introduzione…, 50
50) John Ruskin, Le pietre di Venezia, 368

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49 Responses to Marcel Proust: la scoperta di Ruskin

  1. francesco longo il 2 marzo 2007 alle 11:48

    caro gianni, davvero interessante questo pezzo. devo chederti una cosa. scusa in anticipo la banallità della domanda, è davvero ingenua ma non sono un conoscitore dell’opera di proust nè della sua vita.
    allora.da quello che scrivi, mi pare di capire che proust sarebbe andato a padova a vedere la cappella degli scrovegni. in un saggio di proust che sto studiando, a proposito della descrizione degli affreschi di giotto nella recherche, c’è scritto: “proust non parte dalla contemplazione diretta degli affreschi di giotto,ma dal commento di ruskin sui Vizi e le Virtù di Giotto a Padova”. dunque mi potresti dire invece dove è scritto che proust andò a padova? e in che anno? hai dei riferimenti? se non è tropppo complicato farmelo sapere, ti ringrazio. francesco

  2. carla bariffi il 2 marzo 2007 alle 11:54

    “Le opere, come nei pozzi artesiani, salgono tanto più alte quanto più a fondo la sofferenza ha scavato il cuore.”

    Marcel Proust, il tempo ritrovato.

    Grazie Gianni, per questa bellezza ritrovata.

  3. SYEVE_O il 2 marzo 2007 alle 15:34

    Comincia la fase 2, auguri.
    “La crisi, dal punto di vista formale, è risolta. Massimo D’Alema aveva detto che se la sua politica estera non fosse stata approvata sarebbero andati tutti a casa. Ci sono andati per un fine settimana, poi sono tornati, tutti ai loro posti, D’Alema compreso. Però il governo identico a quello precedente non è politicamente lo stesso di prima. L’autosufficienza è come la verginità, una volta persa non la si ricostruisce, se non attraverso simulazioni della chirurgia plastica, ed è proprio a qualcosa del genere che il centrosinistra è costretto a ricorrere. Dal programma di 280 pagine si è passati alla cartellina striminzita dei 12 punti “impegnativi”, che è quasi una sconfessione generale di quel torrenziale documento preelettorale. In quello erano elencate quasi solo abolizioni di tutta o quasi la legislazione del centrodestra, si salvava solo la patente a punti. I 12 punti, invece, sono quasi tutti basati sulla conferma, almeno nella sostanza, di quelle scelte “berlusconiane”, dalle pensioni alla Tav, dall’Afghanistan ai rigassificatori. Dell’abolizione della legge Biagi non si sente più parlare, sui Dico il premier invita caldamente le sue ministre competenti a non creare allarme”.

  4. Angèle Paoli il 2 marzo 2007 alle 15:46

    Pour Jean-Yves Tadié (dans sa Biographie de Proust, chapitre consacré au Voyage à Venise), il ne fait aucun doute que Proust s’est rendu à Padoue (en compagnie de Reynaldo Hahn) pour voir les fresques de Giotto à l’Arena. Proust fait d’ailleurs allusion à ce voyage dans sa Correspondance (Kolb, t. II, p. 30).
    Amicizia
    Angèle
    PS Ayant affaire à d’éminents proustiens, je n’ai pas cru utile d’écrire en italien…

  5. valter binaghi il 2 marzo 2007 alle 17:10

    L’ho letto con molto interesse, Gianni. Non sono tra i lettori più entusiasti di Proust, ma m’interessa molto quella temperie filosofica di cui lui partecipò, tra Ruskin e Bergson, il tentativo di ripensare le categorie dello spirituale alla luce del vissuto (come bellezza o come élan vital, si va sempre alla ricerca di una qualità d’esperienza, superiore a quella ordinaria). Lì forse l’abbandono dello spiritualismo tradizionale (la liturgia che fa della cattedrale un modo di abitare il mondo, non un meraviglioso vestigio atlantideo) partorisce da un lato le filosofie dell’esistenza, dall’altro una sorta di misticismo estetico, antenato della new age. Però è anche molto più difficile, dopo Ruskin e Bergson, riproporre estetiche materialistiche, positiviste o dialettiche che siano.

  6. gabriella il 2 marzo 2007 alle 17:54

    Come ha scritto Angèle, che Proust sia andato a Padova lo si riscontra dalle lettere e dalle biografie. Sia quella di Tadiè che quella, per molti versi ormai abbastanza superata, di Painter. Ed anche dall’epistolario. Complimenti per questo bell’articolo su P. e Ruskin. Su Proust e Venezia è stato scritto molto. Uno dei tanti libri è quello di Collier “Mosaici proustiani. Venezia nella Recherche”

  7. gianni biondillo il 2 marzo 2007 alle 18:11

    Francesco,
    entro solo ora in rete, quindi ringrazio Angèle e Gabriella che hanno risposto per me, in mia assenza.

    Carla,
    grazie, come al solito.

    Valter,
    il libro è arrivato. ;-)

    Gabriella,
    non stuzzicarmi altrimenti vi propino centinaia di pagine sull’argomento. E’ una delle mie vere passioni! ;-)

    SYEVE_O,
    il prossimo commento di quest’ordine verrà cancellato. Pace.

  8. carla bariffi il 2 marzo 2007 alle 18:26

    sei Grande Gianni.
    grazie.

  9. georgia il 2 marzo 2007 alle 19:30

    notevole, veramente notevole e soprattutto stimolante …mi hai rifatto prendere in mano il mio amatissimo proust che per me è uno dei pochi immortali e sempre intatto … proprio come i biancospini, le rose e il sorriso della madonna soubrette di ruskin … grazie davvero gianni
    geo

  10. georgia il 2 marzo 2007 alle 20:06

    valter :-)))))) TU NON HAI LETTO PROUST altrimenti non parleresti di misticismo estetico, antenato della new age … per proust
    Valter tu mi sei simpatico però vorrei darti un consiglio…. cavolo spogliati e soprattutto levati gli scarponi chiodati quando leggi scrittori come proust … non cercare di incasellarli da qualche parte, prima goditelo così come viene e poi … caso mai ci pensi dopo a trovargli un barattolo dove metterlo :-) … io lo trovo meraviglioso e non perchè sia mistico o perchè sia l’antimisticismo, ma proprio perchè mi descrive le cose (le opere d’arte, i sentimenti, gli oggetti, i ricordi, le strade, la storia, i personaggi)… che solo dopo vedo veramente, senza guardarle di sfuggita e basta, e le vedo diverse come se si fossero dilatate e fossero più reali mentre prima erano dei cadaverini, degli stoccafissi anemici :-) … altro che misticismo e new age che provocano l’opposto riportando pure l’arcobaleno a livello di uno spot-sotccafisso :-).
    Per me proust è il più potente viakal che ci sia in circolazione :-))))
    geo

  11. georgia il 2 marzo 2007 alle 20:07

    sotccafisso =stoccafisso :-)

  12. cap. franco cappello il 2 marzo 2007 alle 20:15

    sto leggendo proust da un mese e lo trovo rilassante. grazie all’articolista per questo bell’articolo che rileggerò con piacere stasera dopo sanremo.

  13. gabriella il 2 marzo 2007 alle 21:08

    In genere chi parla del misticismo estetico di Proust o di Proust come di un esteta si ferma alla superficie di quel pozzo senza fondo che è la RTP.
    P. è in realtà un implacabile esploratore e dissacratore, altro che storie. Il suo è un percorso di conoscenza dentro gli abissi dell’animo umano, una sorta di discesa agli inferi. La leggiadria delle toilettes, il profunmo dei biancospini etc. etc. etc. sono strumenti, non fini. Non c’è un solo particolare della RTP che sia fine a se stesso e che non abbia un significato ben preciso. Che magari non si coglie immediatamente, ma centinaia di pagine dopo.
    Si, forse sulle prime le pagine della RTP possono risultare rilassanti, ma ben presto si rivelano anche molto inquietanti. Dal mio punto di vista, ovviamente.

  14. valter binaghi il 3 marzo 2007 alle 00:41

    Devo confessare che Proust mi concilia il sonno.
    Sarà che troppi profumi mi stordiscono.
    Inoltre non parlavo di Proust ma di una temperie filosofica tra Ruskin e Bergson, di cui Proust si è nutrito come si evince dall’articolo, e che ribadisco è un tentativo di ripensare lo spirituale ma senza la disciplina di una teologia, quindi ridotto a effusione sentimentale. Chi ve lo tocca Proust?
    Mai superate le prime cinquanta pagine di “All’ombra delle fanciulle in fiore”.
    Però voi ragazze ogni tanto vi assatanate sui vostri autori preferiti come le groupies di Mick Jagger.

  15. puppyish il 3 marzo 2007 alle 01:47

    “Devo confessare che Proust mi concilia il sonno” fa vecchia bagascia. Superbo!

  16. hag reijk il 3 marzo 2007 alle 10:56

    Una delle più belle introduzioni alla voglia di leggere Proust. Bravo Gianni.
    Rimango sempre stupito dalla solarietà di Proust -lui, il recluso nella stanza foderata di sughero, lo “scavatore” del tempo perduto, del passato da (ri)creare, lo scrittore di notte, mentre di giorno le persiane rimangono chiuse. Proust il Grande malato che come pochi altri ci indica una via alla guarigione.
    Giorgia ha ragione: via gli scarponi e andare a letto presto la sera -almeno per qualche tempo; e lasciare che i sensi, tutti i sensi cui Proust parla si liberino e danzino e ci avvolgano -e ci cambino la vita (per riprendere un titolo di De Bottom).
    Cosa rende a volte ardua la lettura di Proust? Il ritmo. Se non si trova la “lunghezza d’onda” ogni tentativo risulterà vano. Cammninare con Proust è soffermarsi ad ogni cosa che può rapirci e che ci rivela il mondo dietro al mondo disvelando la Maya di cui rimaniamo troppo spesso prigionieri.

  17. hag reijk il 3 marzo 2007 alle 10:59

    errata corrige ;-))

    “solarità” e non “solarietà”.

  18. puppyish il 3 marzo 2007 alle 11:46

    Fra un po’ qualcuno dirà che Proust gli ha insegnato come aprire le gambe! Contegno!

  19. georgia il 3 marzo 2007 alle 11:57

    “è un tentativo di ripensare lo spirituale ma senza la disciplina di una teologia”.

    Liquidare così bergson è … quasi divertente :-)
    Insomma meglio la scolastica di proust e bergson?
    Boh ….
    Troppi profumi ti stordiscono (e penso sia vero)?
    E sai perchè?
    perchè l’uomo mederno li piglia a fasci senza distinzione, … come non conosce più i nomi delle piante non conosce neppure “i nomi” degli odori, non li sa più “nominare” quindi non esistono più … esite solo una condensa vomitevole di profumi e puzzi presi tutti in un pacchetto economico tipo compri uno e paghi tre.
    prova a leggere con attenzione proust e poi, conoscendone le note, sarai in grado di respire i profumi, uno distinto dall’altro e magari farne dopo anche una sinfonia.Che te ne fai di una disciplina teologica se non sai ancora respirare?
    geo

  20. georgia il 3 marzo 2007 alle 12:04

    puppyis … beh anche aprire le gambe non solo per foto pornografiche, da sbattertela in prima pagina, non è mica da tutte, ma non so se proust in questo possa servire, direi di no, ma … non di solo proust si vive, se dio vuole … contegno puppyis, contegno che fa solo rima con … ingegno
    geo

  21. vero il 3 marzo 2007 alle 12:13

    e dàmoce nà calmata…
    Proust soffriva di ansia!

  22. puppyish il 3 marzo 2007 alle 12:15

    Georgia… Ah, come aprono le cosce le proustiane! Io ho sentito per la prima volta il fischio di un treno con una di loro. E che suono. Che odori.

  23. valter binaghi il 3 marzo 2007 alle 12:29

    La teologia segue l’esperienza spirituale come la parola al pensiero. L’alternativa alla teologia cristiana in occidente è quel misto di neopaganesimo ed edonismo che va sotto il nome di new age: niente a che vedere con Bergson (che conosco bene e amo molto) il quale si era convertito al cristianesimo anche se lasciò scritto nel suo testamento di non aver resa pubblica la sua conversione per non dare ulteriore impulso (lui essendo ebreo) alle persecuzioni antiebraiche.
    Proust non sono mai riuscito a leggerlo, finora. Sono sicuro che è un mio limite, ma quello che ho chiesto finora alla grande letteratura è il dramma storico e metafisico dell’anima occidentale (Dostoevskij, per esempio).
    Del resto io mi ritengo un filosof (astro) solo recentemente prestato alla letteratura. Sono tra voi come colui che impara.

  24. georgia il 3 marzo 2007 alle 12:44

    Dostoevskij inscatolato anche lui e visto come il crociato (con il colapasta in testa) del dramma storico e metafisico dell’anima occidentale … !!!!????!!!!
    E’ proprio vero che non c’è mai fine al peggio nella ideologia e-scatologica :-(
    geo

  25. puppyish il 3 marzo 2007 alle 13:11

    L’alternativa alla visione escatologica del tempo è il taoismo, ma non so se sopravviverà alla sua stessa Cina. Forse clonato.

  26. hag reijk il 3 marzo 2007 alle 13:31

    In Proust non si trova né come aprire né come chiudere le gambe -curioso (sic) comunque questo trasferire il tutto al solo elemento femminile ed in veste unicamente meccanica (anche se è solo una battuta)…
    In Proust però si trova molto erotismo -vedi le pagine su Odette o su Albertine o sulle jeunes filles en fleur delle quali anni più tardi decifrerà i segni.
    Noto però dei sempiterni tentativi di classificare ed inscatolare ogni cosa: metafisica qui, taoismo là… Serve? Non ci si può poi lamentare se non si riesce per prima cosa a leggerlo.

  27. gianni biondillo il 3 marzo 2007 alle 14:18

    Valter,
    Chi fa parte della ristretta schiera dei lettori dell’opera omnia proustiana (siamo pochi in Italia, se facessimo una convention riempiremmo a malapena l’aula scolastica di mia figlia) guarda sempre un po’ con sufficienza “gli altri” (residui di snobbismo da lettore esoterico).
    “Gli altri” sono quelli che immancabilmente si bloccano allo scoglio dell “fanciulle in fiore” (e devo confessarti che feci fatica anch’io, trovandolo disorganico. Cosa che in fondo ammette anche la miglior critica proustiana). le “fanciulle” sono un passaggio, però, obbiligato. Dai “Guermantes” (che semplicemente ADORO) tutto si rimette in gioco. Perché Proust questo fa: costruisce un mondo che pare perfettamente coerente e poi, a metà percorso LO DISTRUGGE pezzo per pezzo. In più, come se non bastasse, “Il tempo ritrovato” rimetto tutto in gioco, con una continua serie di colpi di scena filosofico-narrativi da far impallidire tutti, dal grande Dosto all’ultimo dei giallisti seriali.
    (ammetto, qui sottovoce, che Proust è il lume tutelare dei miei romanzi, non Scerbanenco, come impropriamente è stato detto, che non avevo mai letto, fino allo scorso anno).
    Proust, fattelo dire (e so che di me ti fidi) è un autore profondamente crudele.
    Lo dico raramente, non sono un capolavorista, ma Marcel era un genio!

  28. valter binaghi il 3 marzo 2007 alle 18:07

    A mia volta, ho sempre semplicemente rimandato l’impegno a provare a leggerlo sul serio. Ahimè, devo confessare che non è l’unico dei grandi che ho in biblioteca quasi intonsi. Un altro è Musil. Rimedieremo.

  29. carla bariffi il 3 marzo 2007 alle 18:53

    Valter…anche io devo rimediare.
    ho letto ben poco di questi geni….
    ma non credo sia il male peggiore, questo!

    e il bene migliore, di sicuro è la salute.
    buona serata.

  30. valter binaghi il 3 marzo 2007 alle 19:30

    @geo
    Hai voglia di litigare? Okay.
    L’alternativa a quello che tu chiami iscatolare è l’approvazione senza se e senza ma, la notte nera dove tutte le vacche sono nere.
    Il fatto è che ci sono parole che vi fanno saltare per aria, come metafisica, che significa qualcosa di diverso da clericale e anche da teologico.
    Adesso che Berluscon va in naftalina, serve un’altra ossessione.
    Ratzinger? E l’arconte supremo no?

  31. carla bariffi il 3 marzo 2007 alle 19:36

    io le vacche voglio ricordarmele bianche e marroni, a chiazze…..
    è uno dei pochi, genuini, ricordi che ho…in quel di Livigno….

  32. carla bariffi il 3 marzo 2007 alle 19:41

    p.s…..
    mica a tutte ci fanno saltare per aria….
    Valter.

  33. carla bariffi il 3 marzo 2007 alle 20:37

    il ritratto è veramente bello….
    ha un’espressione che
    ha un che di incantato e
    nello stesso tempo analizza…
    e poi quella bocca così rossa
    temperamento sanguigno, senza dubbio!

  34. gabriella il 3 marzo 2007 alle 20:52

    “Proust […] è un autore profondamente crudele”.

    Proprio vero. E sono in pochi a capirlo perchè, come ho già detto prima, la maggior parte dei lettori si ferma in superfice.

  35. carla bariffi il 3 marzo 2007 alle 21:06

    certo…i pochi eletti.
    ma pe favore…

  36. carla bariffi il 3 marzo 2007 alle 21:09

    e poi….
    la crudeltà non va certo esaltata!

  37. Lady Lazarus il 3 marzo 2007 alle 21:19

    Certo che bisognerebbe tenere distinto l’artista dall’uomo ma come non pensare a monsieur Marcel Proust, un uomo che aveva paura della polvere del freddo degli odori forti che teneva il fuoco acceso anche d’estate e che passava le giornate a letto in una camera priva di spifferi che buttò dalla finestra i fiori profumati ricevuti da un’ammiratrice americana e che rifiutava di ricevere gli amici se indossavano profumi troppo forti. Quanto ha pesato il fattore spifferi profumi e puzzette sulla sensibilità dello scrittore e quanto le particolarità fisiche hanno influenzato la sua opera, soprattutto per la spiccata attenzione ai sensi al freddo ai rumori agli odori.
    A scatenare la memoria involontaria – come la chiamava lui – capace di restituire in modo irrazionale episodi del passato creduti perduti per sempre basta lo stimolo di una sensazione visiva od olfattiva – un profumo o un sapore – ed ecco riaffiorare un ricordo in qualche modo legato a quella percezione e ritrovare i giorni trascorsi che con la memoria volontaria non riusciresti a rievocare. Frammenti di tempo che non potrebbero essere rivissuti se non grazie ad una certa sensibilità
    Il sapore del biscotto inzuppato di tè (madeleine) a monsieur Marcel Proust lo riporta all’infanzia. E perché no, qualcuno potrebbe innescare un simile meccanismo anche un aprire di gambe.
    A qualcun altro

  38. hag reijk il 3 marzo 2007 alle 23:08

    @ lady lazarus
    “Il sapore del biscotto inzuppato di tè (madeleine) a monsieur Marcel Proust lo riporta all’infanzia. E perché no, qualcuno potrebbe innescare un simile meccanismo anche un aprire di gambe.”
    Delizioso! ;-)
    In fondo è proprio dalle gambe aperte che veniamo alla luce e cominciamo a procurarci la possibilità di un passato, di un vissuto (anche questo non è obbligatorio).

    Chi ha letto Proust, è vero, guarda spesso con suffisance gli altri. Ed è vero anche il contrario -un misto di invidia, di vojo ma non posso (Proust? Che palle!) è presente in molti che si sono cimentati nell’impresa prima di andare a scogli. Ma questo è tutt’altro che un problema -a meno che non se ne voglia fare un problema. Nessun medico, anche dell’anima ci inviterà mai a farlo… È Proust stesso del resto ad ammonirci che spesso sono i libri stessi a chiamarci dopo averci occhieggiato magari per anni dalla libreria. Rispetto dunque per chi non l’ha ancora letto. E anche per chi dopo a verlo letto ne gusta le pagine magari come il biblico miele a proposito delle parole di un dio (cosa che ovviamente Proust è in un senso solo letterario per la sua capacità a creare un mondo nel quale possiamo trovarci bene e goderne oppure no ;-))

  39. hag reijk il 3 marzo 2007 alle 23:16

    @ carla bariffi

    La crudeltà non va esaltata? Ma se viviamo nella crudeltà notte e giorno -e ci viene fatta passare per buona, sopratutto se si tratta di economia!
    Ma per rimanere in ambito letterario… che direbbe zio Antonin Artaud?

  40. gabriella il 4 marzo 2007 alle 00:24

    Per quanto mi riguarda, quando parlavo della crudeltà di P. come scrittore non intendevo dare un giudizio di valore, ma semplicemente dire quello che secondo me è la sostanza della sua scrittura, in cui l’obiettivo principale è la conoscenza, una conoscenza per raggiungere la quale P. non risparmia niente e nessuno, nemmeno se stesso.
    Quindi nessun discorso elitario, almeno da parte mia. Di altri non so.
    Nessuna esaltazione, solo constatazione. O meglio, mi correggo: solo l’esplicitazione di quella che è la _mia_ chiave di lettura della RTP e che non pretendo certo essere valida per il resto del mondo.
    E infine: nessuno ci obbliga a leggere libri che non abbiamo voglia di leggere (a meno di non essere lettori di professione ed io per fortuna ma soprattutto per scelta non lo sono). Perciò qual’è il problema? Chi ama P. continuerà a leggerlo e ad apprezzarlo e ad approfondirlo, chi non ha voglia di leggerlo può continuare benissimo a non leggerlo. Veramente non capisco il motivo di alcuni sarcasmi incrociati…
    E con questo, auguro a tutti buon proseguimento

  41. puppyish il 4 marzo 2007 alle 00:24

    Valter Binaghi: Adesso che Berluscon va in naftalina, serve un’altra ossessione. Ratzinger? E l’arconte supremo no?

    Alessandro Morgillo: A me sembra che sia Ratzinger ad essere ossessionato ed ossessionante.

  42. puppyish il 4 marzo 2007 alle 00:34

    Parlare di Proust fa molto Little Miss Sunshine. Di elitario ha ben poco. I voli low cost sono ancora elitari!

  43. georgia il 4 marzo 2007 alle 01:30

    valter dai non prendertela :-) a me la parola metafisisca non fa affatto saltare a me fanno saltare in aria parole come “disciplina di una teologia”, “animo occidentale”, “new age”, e la banalizzazione in scatolette di grandi scrittori e filosofi, sulla metafisisca … se ne può discutere.
    Invece a queli che dicono che leggere proust sia elitario … ma perchè mai, perchè non lo vendono al supermercato?
    O forse temono che sia troppo difficile e lungo e mettono le mani avanti? Beh, non è per niente difficile, e consiglio di incominciare a leggerlo da Sodoma e Gomorra, così tanto per rompere il ghiaccio … poi torneranno indietro in seguito, sempre che abbiano voglia di leggerselo … altrimenti il mondo va avanti ugualmente :-)
    ‘notte meta-fisica a tutti

  44. Alcor il 4 marzo 2007 alle 02:10

    Giusto puppyisch! Finché non ce li tolgono noi sfigati internazionali abbiamo ancora una chance.

  45. gerardo carotenuto il 4 marzo 2007 alle 12:29

    carissima dottoressa alcor, ma puppyisch è la versione yiddisch?
    la ringrazio, e ringrazio NI tutta per l’interesse e la qualità alta di articoli e commenti.

  46. Alcor il 4 marzo 2007 alle 14:40

    Ach Gott!
    Mi scuso.

  47. carla bariffi il 4 marzo 2007 alle 17:34

    posso sapere con che tecnica è stato eseguito il disegno?
    grazie.

  48. gianni biondillo il 4 marzo 2007 alle 23:25

    Carla,
    ho manipolato con photoshop un famosissimo ritratto ad olio di Proust fatto da Jacques Émile Blanche. Lo vedi anche qui:
    http://colleges.ac-rouen.fr/jacques-emile-blanche/Portrait%20de%20Jacques%20Emile%20Blanche.html

    ciao, G.B.

  49. carla bariffi il 5 marzo 2007 alle 08:06

    sei stato Bravissimo!

    a proposito, ieri sera ho terminato “con la morte nel cuore”…i miei più vivissimi complimenti.
    credo che dovrò rileggerlo, talmente mi è piaciuto!
    il tuo umorismo è impareggiabile!
    la trama è geniale.
    ed è la prima volta che un libro di ben 443 pagine riesce a coinvolgermi così….attendo il prossimo con ansia e gratitudine.
    ciao
    carla



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