Guerra, mercato, donne e guerrieri (2)

5 marzo 2007
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Ripropongo questo intervento, che per motivi imponderabili è sparito in un buco nero della rete (error 404), pur apparendo in hompage.(La prima parte è apparsa qui)

Di Emilio Quadrelli

La tua storia nei bordelli per militari continua nonostante la fine della “missione italiana”. Cosa succede?

Intanto la missione finisce ma la presenza militare, anche se ridotta continua e poi a quel punto il giro dei bordelli funziona talmente bene che iniziano a essere frequentati anche da civili. Sono turisti, per lo più europei ma ci sono anche degli americani e molti arabi che arrivano con dei viaggi appositamente organizzati. La possibilità di praticare sesso estremo senza problemi attira un pubblico internazionale. Prima per avere occasioni del genere dovevano spostarsi fino in Asia o in Sud America mentre adesso, per gli europei, è possibile addirittura organizzarsi un week end di sesso senza regole senza troppi sbattimenti.

Quindi, per un certo periodo, si passa da un pubblico prevalentemente di militari a uno di civili. L’Albania è una terra di conquista per tutti e ognuno viene a farci quello che vuole soprattutto quello che nel suo paese è considerato addirittura un crimine. Con l’arrivo dei civili aumenta la richiesta di ragazze e ragazzi giovani. Noi, anche se siamo quasi tutte sotto i diciotto anni, cominciamo a essere considerate vecchie perché i civili vogliono soprattutto ragazzini e ragazzine tra i dieci e i tredici anni. Per questo noi che siamo più grandi continuiamo a essere offerte ai militari che ci preferiscono. Poi scoppia la guerra del Kosovo e i bordelli per militari hanno una grossa impennata infatti noi veniamo trasferite vicino a una base della NATO.

Quando la guerra finisce cambia qualcosa per voi?

No perché, a quel punto, ai militari si sommano un numero enorme di funzionari e operatori civili e quindi la richiesta di prestazioni sessuali non diminuisce ma aumenta. Il business si allarga sia perché la richiesta è maggiore, sia perché qualcuno inizia a prendere le ragazze e i ragazzi da lì e spedirli in giro per il mondo. Questo succede soprattutto con i più giovani. Ragazzini e ragazzine, l’età media è sui dodici anni. Nei villaggi e nelle zone povere delle città iniziano i rastrellamenti. Le informazioni che ho, avute dai miei guardiani, sono che molti di questi finivano in alcuni paesi arabi, specialmente Arabia Saudita, Kuwait, Emirati del Golfo ma anche in zone come le Filippine e la Tailandia. A me e alle altre ripetevano che a noi andava bene perché ormai eravamo troppo vecchie per quel genere di business. Nelle vicinanze di uno dei bordelli in cui sono stata c’era, in un capannone separato, lo smistamento di questi. Li tenevano lì una quindicina di giorni in attesa di imbarcarli per le loro destinazioni. In quel periodo venivano continuamente violentati e torturati. Questo sia per piegare ogni forma possibile di resistenza, sia perché tra i miliziani ci sono parecchi sadici che si eccitano e godono solo in questo modo. Anche molte di noi, prima di essere messe al lavoro, hanno subito trattamenti analoghi.

Vuoi parlarne?

No. Su queste cose non mi va di tornarci. Anche se sono passati degli anni le mie notti sono piene di incubi e paure, non riesco neppure più a pensare di poter stare con un uomo, da quel punto di vista lì la mia vita è definitivamente chiusa. La sola idea di sentirmi le mani di un uomo addosso mi fa schifo e paura allo stesso tempo. Per quanto razionalmente so che è una cosa sbagliata e priva di senso quando mi ritrovo a sparare e vedo l’uomo o gli uomini davanti a me cadere non posso fare altro che provare piacere. Lo so che non tutti gli uomini sono colpevoli e maiali come quelli che ho trovato sulla mia strada ma non posso farci nulla, ucciderli mi dà piacere. Sai le persone non sono diverse dagli animali. Una bestia che è stata terrorizzata ha solo due possibilità o soccombe come una cavia da laboratorio o si trasforma in belva, meglio la seconda ipotesi.

Dopo la mia liberazione ho fatto un periodo di addestramento con il gruppo e ho partecipato e partecipo tutt’ora alle storie che ci facciamo. Se, come a volte è capitato, c’era da neutralizzare qualche soldato o paramilitare e per motivi di opportunità si doveva usare il coltello o la baionetta, io ho sempre fatto in modo di essere in quel nucleo operativo. Affondare la lama nelle carni di uno di quei maiali è uno dei pochi piaceri che riesco ancora ad avere. Molto meglio che buttargli un caricatore in corpo, ti dà molta più soddisfazione sentire direttamente con le tue mani che la vita se ne sta andando dal corpo di quel bastardo, leggere nei suoi occhi la paura e il terrore perché in quel momento ti ricordi di quando, i porci come lui, ti usavano peggio di una bambola di pezza e più avevi paura ed eri terrorizzata più loro si accanivano e ci provavano gusto.

Quindi, anche se non mi va di dilungarmi troppo in particolari, ma solo per motivi di sicurezza, preferisco parlare del dopo liberazione ma non chiedermi i dettagli della segregazione, quegli incubi li ho rinchiusi da qualche parte e sono già costretta a conviverci quando di notte mi escono fuori all’improvviso. E poi non cerco pietà o comprensione. Ho vissuto prima e visto in diretta dopo di che cosa sono capaci tutti questi che sono arrivati per portarci aiuti, benessere e tutte le cazzate con le quali si fanno belli. Rubano, stuprano, opprimono tanto quanto i soldati, i poliziotti e i paramilitari. La mia esperienza mi dice che tutti questi amorevoli personaggi diventano comprensivi e umani solo quando si trovano nel mirino del mio fucile mitragliatore o con la gola alle prese con la lama seghettata del mio coltello. Perciò basta con queste cazzate.

Come avviene la tua liberazione?

Grazie a mio fratello e al suo gruppo. Quando io sono stata rapita lui non era in casa e così si è salvato. Non ci siamo più visti per più di cinque anni fino a quando non è riuscito liberarmi. Per non rischiare di fare la mia fine, insieme ad altri ragazzi, ha vissuto per un po’ nelle campagne. Lì è stato accolto da uno dei tanti gruppi armati che si sono formati in Albania per difendersi dagli stranieri, dal governo e dalla polizia. Ha imparato a usare le armi, perché molti di questi gruppi sono formati da ex militari, e a combattere. Con questo gruppo faceva incursioni nelle città dove assaltavano i magazzini, i depositi di armi o sequestravano qualche ricco.

L’unico modo per avere a disposizione i marchi era quello. La moneta albanese non valeva più niente ed era inutile rapinarla perché era come rubare aria. Dopo si è dedicato soprattutto al traffico di armi è grazie a quel traffico che è riuscito a rintracciarmi. I nostri guardiani erano italiani e belgi che lavoravano come dipendenti nei bordelli e in proprio come trafficanti d’armi. Fino a poco tempo prima, sono cose che ho saputo dopo da mio fratello, avevano un canale diretto con le forze NATO che li rifornivano direttamente però, a un certo punto, quel traffico è stato preso in mano direttamente da dei soldati regolari che li hanno estromessi dal business e loro si sono dovuti cercare un’altra strada. Per questo si sono rivolti a un giro dell’UCK con il quale mio fratello e il suo gruppo avevano fatto degli affari. In questo modo mio fratello è entrato in contatto con i nostri carcerieri. Hanno contattato una partita di fucili mitragliatori, pistole, razzi anticarro e esplosivo e, dopo una trattativa abbastanza lunga fatta attraverso una serie di intermediari, hanno raggiunto un accordo e si sono incontrati. Come succede abitualmente in questi casi, quando si apre un canale nuovo, il primo scambio è sempre un po’ di prova. Chi compra vuole avere garanzie sulla qualità del prodotto che acquista e chi vende essere sicuro della solvibilità dell’altro. Oltre a questo entrambi vogliono essere sicuri che nessuno faccia il furbo o giochi sporco. Così il primo scambio è più che altro un modo per mostrare il campionario e per prendersi reciprocamente le misure. Gli uomini che vi partecipano è abbastanza limitato. Se mio fratello avesse agito in quel momento avrebbe potuto sequestrare solo una piccola parte del gruppo che mi teneva prigioniera e poi avrebbe dovuto probabilmente fare la guerra per venirmi a liberare, con scarse possibilità di successo.

Il primo appuntamento fila liscio. A questo ne segue un secondo perché, i miei carcerieri, vogliono verificare alcune cose sull’esplosivo che stanno trattando e avere maggiori ragguagli sui tempi per la consegna degli anticarro. Nel primo incontro, inoltre, mio fratello per rendere le cose il più lisce e interessanti possibili gli aveva parlato della possibilità di acquistare anche un certo numero di mitragliatrici leggere che sono molto richieste e possono essere vendute con enormi profitti. Sono armi serbe e per questo i miei carcerieri prima di trattarle vogliono prenderle in visione e verificarne la funzionalità e l’efficacia. Si arriva così a un terzo appuntamento dove sarà consegnato l’intero carico precedentemente stabilito e un paio di mitragliatrici in prova. Il primo stock di un carico che, se l’acquirente troverà di suo gradimento, sarà regolato in un successivo incontro. Si arriva così alla consegna del carico. Il posto scelto è in una zona aperta di campagna dove la visuale è ottima e tutti possono rendersi conto che nessuno sta giocando sporco. Il posto lo avevano scelto i miei carcerieri e mio fratello lo aveva accettato senza problemi. Subito dopo l’accordo però, mio fratello e il suo gruppo, avevano scavato dei tunnel in zona dentro i quali, tre giorni prima della consegna molti di loro si erano nascosti, rimanendo del tutto invisibili.

Due giorni prima della consegna alcuni dei miei carcerieri fanno un sopraluogo e lo ripetono il giorno successivo mentre, per tutta la notte che precede l’incontro, alcuni di loro presidiano il posto. Quando arriva l’ora della consegna, anche se sempre vigili, sono completamente rilassati. Tutta lascia presupporre che non vi saranno sorprese. Mio fratello arriva con i furgoni carichi di armi, munizioni ed esplosivo e con fare molto tranquillo e amichevole va incontro ai compratori. Controllano la merce, tutto è ok. Alcuni dei compratori salgono sui furgoni per portarli a destinazione, mentre una valigia di dollari e una di marchi sono consegnate a mio fratello e ai suoi uomini. Ormai tutto sembra essersi concluso, mio fratello e i suoi fanno per tornare indietro quando, senza che nessuno se ne rendesse conto, alle spalle dei compratori sono spuntati una ventina di uomini armati che gli puntano contro oltre ai fucili mitragliatori tre delle famose mitragliatrici leggere. Rapidamente mio fratello e gli altri puntano le armi sugli autisti obbligandoli a scendere mentre tutti gli altri non possono fare altro che arrendersi. A quel punto prendono un paio di questi e li interrogano su quanti uomini armati sono rimasti intorno ai bordelli e ai locali. Non impiegano molto a ricevere le informazioni che gli servono. Per fortuna un po’ di tutti, gli uomini che ci tenevano segregate aveva dei grossi fuoristrada con i vetri scuri perciò, da fuori, non era possibile riconoscere chi c’era alla guida. Dopo averli disarmati e fatti prigionieri prendono il capo e se lo portano dietro. Adesso comincia la parte più difficile dell’operazione perché, dopo poco, entreranno in una zona controllata dalle truppe NATO.

La fortuna, come ti ho detto, sono questi fuori strada con i vetri scuri che i soldati della NATO conoscono bene e quindi li fanno passare senza problemi. In questo modo possono arrivare tranquillamente nella zona riservata allo svago dei soldati dove io e le altre siamo tenute prigioniere. Non c’è molta sorveglianza e neppure grande attività. È appena mezzogiorno e la maggioranza di noi è ancora lì che dorme. Qualcuna è in compagnia di qualche soldato o ufficiale NATO che si è fatto tutta la nottata. Arrivano nel piazzale e scendono dalle jeep con molta tranquillità. Precedentemente, con una telefonata, il capo era stato obbligato a preavvertire il loro ritorno insieme al buon esito dell’operazione. Mentre alcuni si dirigono all’interno, un piccolo gruppo, armato di coltelli, neutralizzano le sentinelle all’ingresso. Gli altri entrano nei locali senza trovare resistenza. Molto velocemente hanno il pieno controllo della situazione. Dopo poco entrano nelle stanze e ci liberano. Il nostro inferno è finito. Qualcuna, me compresa, prima di andarsene si prende qualche rivincita sui nostri carcerieri e sugli uomini NATO trovati ancora addormentati nei letti, poi ce ne andiamo. Saliamo a bordo delle jeep dei paramilitari che però non bastano, quindi dobbiamo prendere anche un paio di altri mezzi che però non hanno i vetri oscurati.

C’è un posto di controllo NATO che dobbiamo attraversare per forza di cose e che potrebbe, come infatti sarà, essere un problema. È la terza volta che le jeep vanno avanti e indietro e in più adesso ci sono anche i due mezzi con noi a bordo. A qualcuno del controllo viene in mente che tutto quel movimento potrebbe nascondere qualcosa di strano e poi il trasbordo di noi gli deve risultare strano. In giro non ci sono nuove postazioni di truppe e non c’è alcun motivo logico per il nostro spostamento. Così ordinano l’alt. Ma mio fratello e i suoi non erano impreparati, avevano preso in considerazione una simile eventualità e si comportano di conseguenza. Quando gli viene intimato l’alt rallentano e si dirigono verso le due piazzole utilizzate per fare i controlli. Due jeep da una parte e due dall’altra. Anche noi, insieme al resto del convoglio ci fermiamo anche se i mezzi tengono i motori accesi. Sul fondo dei nostri furgoni sono piazzate due mitragliatrici che i nostri corpi nascondono. In mezzo a noi si intravede solo un uomo mentre gli altri sono tutti acquattati a terra. I finestrini delle jeep si abbassano e iniziano a sparare. A quel punto gli autisti partono, varchiamo il controllo e subito dopo le mitragliatrici iniziano a sparare. Presi tra due fuochi i soldati della NATO scappano precipitosamente, mio fratello e gli altri scendono dalle jeep e continuano a mitragliarli, quindi ripartono. Dopo un viaggio di mezz’ora scendiamo a terra e iniziamo a camminare, per sicurezza mentre le auto vanno per strada noi e una parte del gruppo seguiamo dei sentieri per raggiungere un rifugio sicuro in un territorio che è fuori dal controllo della NATO. Siamo libere.

Come si svolge, da quel momento, la tua vita e quella delle altre ragazze liberate?

Alcune cercano di tornare a casa e di loro ho perso le tracce. Io e altre rimaniamo con mio fratello e il suo gruppo ma su questi aspetti della mia storia non ritengo sia il caso di raccontare nulla. Posso, tutt’al più, dirti che dentro il casino che è diventata tutta questa zona, abbiamo deciso di non fare né la parte delle vittime né quella dei poveri e, quando ci è possibile, farvi pagare a caro prezzo le rovine che ci avete portato.

In tutto questo, e in ciò che fate, c’è un qualche ragionamento politico?

No. C’è nel gruppo qualcuno che ha qualche nostalgia politica del passato, qualche altro che ha un po’ di sentimento nazionale ma sono cose che si tengono per loro. Certo, la nostra, volendo la puoi anche vedere come una piccola guerriglia e forse lo è anche ma non abbiamo in mente alcun ideale o progetto politico. Se, come in alcuni casi è capitato, abbiamo avuto a che fare con qualche formazione o gruppo politico è stato solo per caso ma non è nostra intenzione legarci a niente e a nessuno. Non miriamo a liberare nessuno ma solo a essere liberi, indipendenti, rispettati, temuti e perché no anche ricchi noi. Il resto sono solo chiacchiere. Una cosa è sicuramente certa, se dobbiamo scontrarci preferiamo che nei nostri mirini finiscano i soldati della NATO o i loro soci civili piuttosto che dei poveracci.

Nella storia di Anna solo una dose di ingenuità al limite della stupidità può cogliere qualcosa di eccezionale. Se qualcosa rende anomala la sua vicenda è il finale, non certo la sorte alla quale, insieme alle parti più deboli del suo popolo, era destinata. Con ogni probabilità se il fratello non fosse riuscito a fuggire ai paramilitari in cerca di forza lavoro coatta e, nella sua fuga, non avesse incontrato un piccolo gruppo di soldati che avevano deciso di darsi alla macchia, di lei ben difficilmente avremmo avuto notizia. Più realisticamente avrebbe continuato a far parte del “logistico” dei vari eserciti posti a difesa dei “diritti umani” o degli operatori umanitari e civili che gli corrono appresso e, una volta resa inservibile per quel tipo di mansioni ricondotta, sempre in condizioni di servitù, in una qualche fabbrica liberista oppure, com’è accaduto a molte, finire sacrificata in una delle numerose performance estreme di cui i soldati e gli operatori civili occidentali sembrano essere particolarmente ghiotti.

Nella sua sconcertante banalità la storia di Anna è tuttavia in grado di raccontare qualcosa di significativo sulle guerre contemporanee. Le popolazioni, soccorse e/o liberate, agli occhi degli occidentali non sono altro che animali e in particolare uno: il maiale. Al pari di questo, di loro, non si butta via niente. La loro veloce e continua riconversione in una qualche attività utile e proficua per l’uomo bianco non sembra conoscere intoppi di qualche sorta. Alla fine rimane solo la verità vera delle guerre attuali il cui tratto neocoloniale è difficile da ignorare. Allora vale forse la pena di ricordare che è pur sempre dai nostri territori che tali operazioni prendono il via e che, a ben vedere, la differenza tra missioni militari, civili, economiche e finanziarie non sono altro che gradi e articolazioni diverse ma complementari di un unico modello di dominazione. Resta da chiedersi chi, sottigliezze teoretiche a parte, tra le donne e gli uomini del Palazzo da tutto ciò può realisticamente chiamarsi fuori.

(Questo articolo è apparso su “Alias” del 3/02/2007. Ringrazio l’autore per averne concesso la pubblicazione.)

11 Responses to Guerra, mercato, donne e guerrieri (2)

  1. Memorandum il 5 marzo 2007 alle 17:27

    Per rinfrescare la memoria su altre vicende, vedi:
    http://www.disinformazione.it/abusi_caschi_blu.htm

    il pezzo di Antonella Rnadazzo su “Abusi e crimini dei caschi blu dell’ONU”

    “I Caschi blu dell’Onu, ovunque abbiano attuato missioni di “peacekeeping”, hanno commesso una serie di crimini contro la popolazione civile, e soltanto in pochissimi casi si è avuto un processo e una condanna penale. Hanno ucciso migliaia di civili e praticato violenze di ogni genere. La lista dei casi documentati è lunghissima. Anche quest’anno sono emersi numerosi casi di abusi sessuali commessi dai Caschi blu ad Haiti e in Liberia. Ad Haiti, secondo un rapporto pubblicato su The Lancet nell’agosto del 2006, i casi di stupro su donne e bambine sono 32mila negli ultimi due anni. Secondo lo studioso Royce Hutson, coautore della ricerca, almeno nel 25% dei casi, i responsabili degli abusi sono soldati dell’Onu e polizia locale.

    Un rapporto del maggio 2006 sui campi profughi liberiani, curato da “Save the Children”, accusa i Caschi blu di aver obbligato bambini a prestazioni sessuali in cambio di cibo, birra o per un giro in automobile.
    Questi crimini vanno aggiunti ad una lista lunghissima di violenze commesse dai Caschi blu in Bosnia, Congo, Rwanda, Kosovo, Ucraina, Somalia ecc. In quasi tutte le missioni, i Caschi blu combattono come eserciti in guerra, e sono sempre schierati dalla parte del potere tirannico che opprime i popoli.”

  2. The O.C. il 7 marzo 2007 alle 13:00

    “Hanno ucciso migliaia di civili e praticato violenze di ogni genere”.
    Bravo, leggiti Disinformazione.it
    Un bel sito di fasci mascherati.
    Che pena.

  3. The O.C. il 7 marzo 2007 alle 13:02

    “la differenza tra missioni militari, civili, economiche e finanziarie non sono altro che gradi e articolazioni diverse ma complementari di un unico modello di dominazione”. Dominazione. Nel senso di Parisi D’Alema e Co.? Ma peffavore.

  4. Memorandum il 7 marzo 2007 alle 16:42

    Interessante notazione O.C., prova a:
    1) leggerti The Lancet (in effetti non è una pubblicazione comunista)

    2) vai al sito:www.lacaverna.it, vedi un po’ se sono fasci mascherati anche loro, e poi leggiti “Stupri di guerra” a
    http://www.lacaverna.it/public/collaboratori/PHPstupri.htm

  5. tashtego il 8 marzo 2007 alle 11:31

    (povero o.c).
    ogni intervento occidentale in paesi non occidentali che comporti una posizione di potere, anche piccolo, anche locale, implica un uso sessuale di tale potere, con relativi abusi.
    pensate che non accada lo stesso anche nei grandi cantieri internazionali?
    tecnici e manodopera occidentali che fanno secondo voi?
    secondo voi, ricattano sessualmente o no, la manodopera locale – soprattutto donne e bambini – per ottenere prestazioni sessuali in cambio di lavoro?

  6. The O.C. il 8 marzo 2007 alle 14:54

    @memorandum: sulla attendibilità di The Lancet, MMR e conteggio morti in Iraq. Detto questo, non ho mica detto che gli stupri erano falsi. Parlavo dei dati, della quantità e del “dominio”.

    @tash
    A proposito di ‘situazioni di potere’, dice la psicologa Phyllis Chesler: “Le femministe hanno accanitamente criticato i talebani. Eppure, sono state le prime a criticare l’America per aver invaso l’Afghanistan, mentre io che un tempo sono vissuta a Kabul ne sono stata felice. Molto prima dell’avvento dei Talebani, ho imparato a non romanticizzare il ‘Terzo mondo’ e a non confondere i tiranni odiosi con i liberatori. Ho imparato che l’apartheid religioso e sessuale nei paesi islamici è indigeno e non il risultato di crimini occidentali. E che questi ‘costumi tribali’ sono un male assoluto, non relativo. Dobbiamo abbandonare il relativismo multiculturale e adottare un criterio universale contro un terrorismo totalitario, islamista e barbaro che perseguita le donne e gli omosessuali. E’ il momento per gli intellettuali occidentali che si dicono antirazzisti di schierarsi con i dissidenti”. Certe volte ho l’impressione che si parla solo di una specie di maiali (sionisti, imperialisti e colonialisti), mentre su altri porci, porcellini e affini cala il sipario. Non è così.

  7. The O.C. il 8 marzo 2007 alle 15:02

    @memorandum: “Tra i responsabili di queste azioni compaiono la polizia haitiana, bande, e peacekeeper ONU”. L’ho letto. Un pezzo interessante, soprattutto per capire quanto minchia serve l’ONU, dai Balcani al resto del mondo.

  8. tashtego il 8 marzo 2007 alle 17:53

    abbandonare il relativismo culturale?
    se si tenesse conte della diversità delle culture si smetterebbe di cercare di “esportare la democrazia” in luoghi dove manca persino il concetto di individuo.
    comunque sia, non si negava qui l’esistenza di soprusi e dominanze e violenze in ogni parte del mondo, si puntava il dito sulla nostra, quella dei cristiani democratici che vanno lì a salvamento degli oppressi.

  9. andrea inglese il 9 marzo 2007 alle 10:06

    a O. C.

    L’ONU cosi com’è oggi non serve quasi a nulla, e grazie alle politiche statunitensi e non solo, servirà sempre di meno, eppure è, nei principi, l’unica istituzioni, che riformata, potrebbe contribuire non a eliminare del tutto, ma a limitare i danni delle guerre sul pianeta, attraverso, e qui torniamo a Zolo, la forza della giurisprudenza, dei trattati, dell’opinione pubblica (libera), e magari di tribunali internazionali che ancora non esistono…

    quanto hai talebani; hai ragione, si trattava di un regime insopportabile, in cui le donne erano sottoposte in massa ad un costante sopruso, come schiave degli uomini…

    ma la questione, come dice Tash, non si puo’ risolvere in termini di guerra; non si puo’ invadere un paese sotto regime, bombardarlo, imporre un governo controllato, pensando che in questo modo la libertà sia garantita; dopodiché non nego che molte donne saranno state pronte a farsi bombardare pur di morire assieme a un buon numero dei loro aguzzini; ma questa è ancora un’altra faccenda.

    Su questo punto, ti segnalo un mio articolo di un po’ di tempo fa… vedi qui sotto

  10. andrea inglese il 9 marzo 2007 alle 10:09

    ti invito a leggerlo tutto per capire che cosa c’entri con la tua obiezione:
    http://www.nazioneindiana.com/2006/01/23/invito-alla-lettura-di-un-genocidio-recente-ruanda-1994/

  11. The O.C. il 9 marzo 2007 alle 12:03

    Gentile Andrea,
    visto che sono una persona educata lo leggerò.
    Cordialità.



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