Contro gli scrittori civili

9 marzo 2007
Pubblicato da

di Christian Raimo

Ad un certo punto, giusto a venti pagine dalla fine del suo libro Il ponte, Vitaliano Trevisan enuncia senza volerlo qual è il peccato originario di questo romanzo. Dice: “Se Pasolini si fosse scagliato anche contro la madre, probabilmente non sarebbe stato fatto oggetto del processo di beatificazione al quale è sottoposto ormai da anni, cosa che in fondo sortisce l’effetto di disinnescarlo e renderlo inoffensivo”.
Ma partiamo da una premessa: la consapevolezza che tra il deserto sentimentale degli anni ’80 e il disagio rigoroso degli anni ’90 qualcosa si sia incrinato, se non perduto, nel rapporto tra letteratura e società, è una costante degli scrittori italiani contemporanei, viventi. Ogni tanto si apre un dibattito su quanto poco ha rilievo la letteratura in Italia, ogni tanto qualcuno scopre quanto l’intellettuale invece di essere una figura di riferimento è considerato poco più di un guitto e di conseguenza si comporta. È normale quindi l’aspettativa che si crea per gli autori-autori, per coloro che credono nella sacralità, nella necessarietà del gesto della scrittura, fra cui appunto va annoverato Vitaliano Trevisan. Pochi libri in biografia, scritti prima di tutto per rendere conto a se stesso delle proprie ossessioni: lontano dai meccanismi delle urgenze editoriali – e per questo autore coccolato dal duo Cesari e Repetti di Stile Libero fin da quando lavoravano a Theoria – e della finta mondanità delle presentazioni, dei festival, delle polemiche sui giornali. E allora uno compra il suo libro e si aspetta un oggetto impermeabile alle facili riduzioni da recensioni. Uno legge il suo libro e spera di ritrovarsi esterrefatto dalla potenza “percussiva” come recita la quarta di copertina della sua scrittura. Uno vorrebbe – sinceramente – restare spiazzato, addolorato, invaso, come si è solo di fronte alla scrittura senza mediazioni, senza facili pietà nei confronti del lettore. E Trevisan ce la mette tutta, ha tutte le buone intenzioni, o meglio – gli va assolutamente riconosciuto – ha tutta la forza morale, l’intransigenza che dovrebbe nutrire ogni parola che uno deposita sulla pagina. Però il suo libro non coinvolge. Per vari motivi, credo, ma per uno prima di tutti: perché è un libro novecentesco. Perché è un libro che disprezza la contemporaneità e per farlo ritrova la sua “forza del passato” in autori che hanno saputo incarnare trent’anni fa la coscienza civile di una nazione. Pasolini e Bernhard: stracitati, omaggiati, per tutto il libro. Attraverso una declinazione della loro lezione, si prova a tracciare – tessendolo intorno a una storia famigliare che è talmente sottile da sembrare un abbozzo – un apologo sulla rovina antropologica, ambientale, biologica del nostro tempo. Quello che ne viene fuori è purtroppo, nella maggior parte delle pagine, un’invettiva civile. Trevisan mette in scena un personaggio (un alter-ego, scrittore anch’egli) che vivendo ormai da anni all’estero, nel momento in cui deve tornare in Italia, fa i conti col suo passato. E, visto che si trova, parla male, malissimo dell’Italia: se la prende con i macchinoni che sfrecciano in autostrada oltre i limiti, contro gli italiani che non hanno il senso delle regole, contro la volgarità di Jesolo e dei tedeschi che continuano a andarci, contro le strade dissestate e la mancanza di manutenzione, contro i “bambini italiani, ma forse dovrei dire occidentali, che non sanno mai stare al posto loro, e fanno e più o meno dicono tutto quello che gli pare”, contro il fatto che “in Italia si lamentano tutti in modo insopportabile”, contro i giornali italiani che fanno schifo, (“Al massimo li ho usati per incartarci qualcosa, per accendere un fuoco, o per pulirmi il culo”), contro il rivoltante italiano di terza pagina, contro il trasformismo dei politici e degli intellettuali italiani, contro Roma “capitale delle esistenze intellettuali fallite”, contro il popolo piccolo borghese, contro la sciatteria della classe politica, contro il Sessantotto, contro “i gialli italiani del cazzo o se si preferisce i noir italiani altrettanto del cazzo”, contro gli scrittori che si credono produttori e invece sono prodotti, contro le metafore di merda che usano, eccetera eccetera eccetera. E tutto questo, ci viene ripetuto due tre volte, Pasolini l’aveva già previsto, già scritto.
Alla fine, malgrado le evidenti intenzioni, si dimostra futile, inoffensiva – come Trevisan stesso paventa – questa direzione di scrittura che con le armi di uno stile vigilatissimo, curato nella scansione ritmica della frase come poche cose che si leggono in Italia (e forse qui un maestro sotterraneo oltre Bernhard, è l’iper-novecentesco Berto), non fa altro che arretrare lo sguardo fino al Pasolini del 1975, per moraleggiare che da lì in poi è tutto sfacelo. Si fa l’anima bella, non si rischia, ci si autoriduce la propria possibilità creativa (ci sono pagine belle sono appunto quelle in cui il risentimento si fa visione), si sfiora il qualunquismo intellettuale, e non basta – come a un certo punto fa anche Trevisan – prendere le distanze: “Pensieri banali, me ne rendo perfettamente conto. Ma trattando simili argomenti, non si può essere banali”. Viene da dire: per favore basta fare gli scrittori civili, basta dire Pasolini l’aveva già detto, e per questo millennio ormai cominciato rileggersi – per controbilanciare mi raccomando, niente schieramenti intellettuali, niente polemiche impegno contro disimpegno – la prima lezione americana di Calvino. E magari far la propria parte nel mondo senza essere per forza così appesantititi dal proprio piglio morale.

51 Responses to Contro gli scrittori civili

  1. Novecentesco il 9 marzo 2007 alle 10:45

    Non conosco Trevisan, ma dopo aver letto l’intervista di ieri di Colombati a D’Orrico quello che scrivi me lo rende istintivamente simpatico.
    Anzi lo compro e mi metto a leggerlo.
    Prima che qualcun altro (non tu, certo, Raimo) mi spieghi che la letteratura del terzo millennio è un tizio che esordisce con un caso letterario creato ad arte su un pasticcio illeggibile e poi continua con un romanzo che strizza l’occhio alla borghesia più becera (dove si sostiene che Berlusconi è l’unico mito che ci ha regalato il terzo millennio) e proclama sè stesso e Saviano (Saviano, dove sei?) salvatori delle patrie lettere.

  2. Paola il 9 marzo 2007 alle 11:06

    ma veramente non mi pare proprio che Trevisan scriva solo per urgenze.
    Shorts è un esempio che Trevisan scrive per non andare a lavorare, raccogliere in un libretto il fondo del barile e farlo uscire dopo il film il primo amore è un operazione degna di repetti e cesari che sono due editor della casa editrice einaudi, collana stile libero (e qualunque lettore comune può giudicare da sé). Non mi risulta che repetti e cesari siano estranei alle logiche di mercato. Anzi. A Trevisan gli conviene continuare a fare il personaggio alle presentazioni, quello sì ripaga molto nella società che disprezza.

  3. federico il 9 marzo 2007 alle 11:17

    Su Il Ponte di Trevisan ha scritto un bellissimo articolo Emanuele Trevi su Il Manifesto, lo potete trovare qui.

  4. Paolo il 9 marzo 2007 alle 11:33

    Non ho letto il libro, quindi so che non dovrei parlarne.
    Ma una cosa è certa: che il personaggio-scrittore di Trevisan, se davvero dice certe cose sull’Italia, probabilmente non è stato davvero all’estero. Forse ha trascorso un paio di settmane in Francia, ma non ne sono nemmeno troppo sicuro.

    Se antropologicamente trova qualcosa da dire sul nostro paese, la cosa non mi stupisce, perchè stiamo veramente vivendo la catastrofe preannunciata da Pasolini – senza retorica – ricordarlo ogni volta non può che farci del bene. Ma —> ma se avesse vissuto in Inghilterra, il suo personaggio, avrebbe anzi compreso, tornando in Italia, che possiamo ancora essere felici delle differenze!

    I bambini che dicono quello che vogliono…. i macchinoni che sfrecciano…. ma stiamo scherzando?

    in Inghilterra, la ricca Inghilterra, molti bambini se ne vanno in giro con le spranghe, e menano sul serio, i bambini, non gli adolescenti, i bambini sono ubriachi tutto il tempo, ci è voluto un provvedimento governativo per tenerli lontano dal Centro altrimenti distruggono vetrine e opere pubbliche. Vogliamo parlare delle bambine?? madri a 11 o 12 anni, che vivono per strada… A Regent Street, però, sono sicuro, sono tutti composti e ubbidienti, leccati e ordinati…

  5. marino il 9 marzo 2007 alle 12:13

    Un pomeriggio, nella libreria Bonardi di Amsterdam, Trevisan lesse un paio di brani di un lavoro in fieri, il cui titolo, secondo lui poteva essere
    Il ponte. Ricordo molto bene che parve a tutti una grandissima cosa.

  6. aeroporto il 9 marzo 2007 alle 12:15

    si scrive una lettera moralizzante e poi si dice non bisogna esser moralisti. Io non ho capito. Pasolini aveva ragione? Poi non ho capito cosa significa luogo comune, è di questo suo evolversi, parrebbe che gli uomini nel frattempo, che ne so, quelli che come me negli anni ottanta esattamente venti, e nei novanta trenta, si siano dati alla pornografia prima e poi redenti. L’intellettuale non è un guitto, non è un guappo? Dovrebbe essere un punto di riferimento!? Io non ho capito, evidentemente ero su un altro pianeta. (forse a leggere mitobiografia di E. Bernhard o a darmi per un tanto al chilo, come dicono i poeti)

  7. Il portiere della Reggina il 9 marzo 2007 alle 12:29

    Christian, mica te la sarai presa per quel “capitale delle esistenze intellettuali fallite” di Trevisan?

  8. Pierino e il lupo il 9 marzo 2007 alle 12:32

    Saviano a cena con Piperno e Colombati è una mitomania di D’Orrico!

  9. La croce del sud il 9 marzo 2007 alle 12:58

    bello davvero il pezzo di Raimo, che dimostra di essere (come il sodale Lagioia) assai più bravo come critico e giornalista che come scrittore.

  10. Federico Platania il 9 marzo 2007 alle 13:04

    E’ vero, “Il ponte” è proprio un libro novecentesco.
    Ne ho parlato approfonditamente qui:
    http://ilibrintesta.splinder.com/post/11217245

  11. tashtego il 9 marzo 2007 alle 14:24

    ho iniziato da poco il libro di trevisan, quindi il post di raimo non lo leggo, per non farmi influenzare (ecchissenefrega, direte voi: come darvi torto?)

  12. tashtego il 9 marzo 2007 alle 14:25

    volevo dire che per un raimista come me è una grossa privazione.

  13. Alcor il 9 marzo 2007 alle 14:53

    Io come tash, libro preso, non letto.
    Non preso e non letto e anche con nessuna possibilità di esser letto invece Colombati, che però mi ha molto coinvolta per tutt’altri motivi, motivi prevalentemente di sociologia della letteratura, antropologia del gusto, gusto dell’horror, sughi e matriciane, tinelli e spa, ricchi e poveri, magri e grassi, cioè tutto meno che letterari.

  14. Alcor il 9 marzo 2007 alle 14:54

    Non raimista però, che non so cosa vuol dire.

  15. Nunzio Festa il 9 marzo 2007 alle 15:25

    non ho letto il libro, ma un paio di volte la recensione interessante di Christian. mi incuriosce la definizione di romanzo novecentesco, nel senso che recentemente Andrea Di Consoli mi ha spiegato la sua scelta “novecentesca” del modo di fare letteratura che segue e pratica. E il suo ultimo libro è davvero del novecento. e mi piace tantissimo

    invece, per quanto dice Raimo non so se – dovrei leggere l’opera di Trevisan per (forse) farmi Una ragione – si possa parlare di romanzo del novecento, O per almeno non rispetto al rapporto con l’Impegno ‘civile’ dell'”autore” o dell’autrice.

    Da questo libro sono da tempo, se così si può dire, incuriosito; ma non ho avuto la forza, mai, di prenderlo

    b!

    Nunzio Festa

  16. carla bariffi il 9 marzo 2007 alle 15:30

    Heilà….che fermento!!!

    ciao alcor

  17. aprireilfuoco il 9 marzo 2007 alle 15:42

    Forse Raimo intendeva Novecentesco nel senso più notturno del termine. C’è chi non ha ancora letto Trevisan e non legge il pezzo di Raimo “per non farsi influenzare”. Interessante scoprire che esista qualcuno capace di farsi influenzare da Raimo.

  18. IL GOLPISTA il 9 marzo 2007 alle 15:55

    “E magari far la propria parte nel mondo senza essere per forza così appesantititi dal proprio piglio morale.”

    Però, mica male l’evoluzione del Raimo che solo qualche tempo fa voleva fare la rivoluzione insieme al tipografo di Fazi! Chissene del Trevisan, magari il Raimo la smette di pensare agli anni ’70 a Wu Ming a Pasolini al Veltronismo al buonismo a Berlinguer agli handicappati al precariato alla mutazione antropologica alla coscienza civile alla società postindustriale al porco mondo dell’editoria alla comunione ai compagni e alla laurea. E ci sforna il primo grande romanzo italiano del 2000. Detto senza ironia e con i migliori auguri eh!

  19. fm il 9 marzo 2007 alle 17:47

    Allora raimo, tieniti un desiati qualsiasi. e poi vai più giù, al post su manganelli (dove di gesù cerca di farsi bello agli occhi di un garufi, un belpoliti, un cortellessa), e collabora pure tu alla confusione (calvino e manganelli scrittori civili, analisti della microfisica del potere: loro sì, a la page; andiamo oltre gli schieramenti vetusti impegno/disimpegno, senza distinzioni, dai, come no…). è davvero, come all’università (quasi dovunque) la solita mafietta italiana. conviene proprio andarsene. magari in australia, come diceva butch.

  20. vera kruz il 9 marzo 2007 alle 18:25

    dov’è il Manganelli, chè me lo magno?

    e non toccatemi il Calvino!
    Guai!

    ciao Francesco.

  21. linnio il 9 marzo 2007 alle 18:47

    sono un estimatore di trevisan dal suo esordio e m’è piaciuto perfino come attore. Capisco che questo libro possa non piacere proprio per la sua irriducibilità a qualsiasi categoria critica ( forse la meno lontana dal vero sta proprio nella tautologica definzione di ‘non-romanzo’); così come non sopporto neppure più l’evocazione della sacra triade Beckett-Bernhard-camus ( oppure céline o pasolini o qualche new-entry, al terzo posto) continuamnete reiterati e mostrati come ‘prova d’accusa’ quando si parla dell’opera di questo scrittore, quasi ad evidenziarne una specie di peccato originale, da cui dovrebbe eternamente discolparsi. Chissà perchè poi ? Proviamo a leggere trevisan senza accampare primogeniture, debiti, etc…Questo ‘il ponte’ è un’opera che disturba ed inquieta , secondo me, proprio perchè sfugge al giocoso ricatto insito nella prassi dell’incasellamento critico, quello che, attraverso uan definzione più o meno riuscita, addomestica e reifica un testo, lo normalizza e lo certifica. Per la stragrande maggioranza delle opere in circolazione, tale operazione è lecita e giustificabile, ma, nel caso di trevisan, questa pratica neutralizzante non mi pare possibile. Infatti, la forza di questo libro sta proprio nella sua ‘non-conciliabilità’, nella sua riottosa irriducibilità, espressa magnificamente da quel clima di angoscia e di violenza immanente che ne attraversa tutte le pagine. T(homas) e T(revisan) sono ‘diaboli loci’; usando un lemma tedesco, sono dei ‘Nestbeschmutzer’, ovverosia ‘insozzatori del proprio nido’ che sconvolgono ed inquietano come tutti coloro che spiegano di quanto caos ed insensatezza sia caratterizzata la nostra ed altrui esistenza. Nessun pasolinismo fuori tempo massimo, nessuna laudatio à rebours: una presa d’atto dell’esistente, trasmessa con un sound ossessivo che risuona a lungo dopo aver chiuso il libro.

  22. Emanuele Kraushaar il 9 marzo 2007 alle 19:22

    Non ho letto quest’ultimo (lo farò presto), ma seguo Trevisan da qualche anno e devo dire che, al di là della collocazione, mi ha sempre coinvolto moltissimo (meno in Shorts in una seconda lettura, tanto ne I quindicimila passi e Un mondo meraviglioso). Anche come autore e attore teatrale mi ha colpito.
    Nella scrittura l’ironia e il sound come dice Linnio e poi il modo di (auto)distruggere.

  23. fm il 9 marzo 2007 alle 19:42

    @linnio
    la cosa inquietante della questione, che si riflette nel tuo ottimo intervento, e si ritrova pure in quello più strascicato di raimo (consueta prosa da polemista radical-veltroniano), non è la solita contraddizione di tipo bipolare che ci prende quando si parla del (solito) pasolini; ma è che oggi pare non vada per niente bene tracciare per un autore una genealogia moderna, o modernista (e magari partire da questa per fare letteratura), tra beckett bernhard o camus. non tira. si tenta di sottrarre il raro scrittore di turno da questa onta. perchè si rifiuta, si “disprezza” la contemporaneità”, dice raimo. quasi a sottolinaere, da (in)consapevoli postmodernisti, che la tradizione del moderno non è in grado di decifrare o analizzare la realtà di oggi e dell’individuo. e che la contemporaneità non sia da disprezzare (da decostruire senza i giochini sterili e fatti in serie di gran parte del romanzo italiano odierno: dico romanzo, saviano è un’altra cosa, per sua fortuna).

  24. Morgan il 9 marzo 2007 alle 20:18

    A proposito di civiltà:
    STRITOLATO IN UN CASSONETTO KILLER!
    Ribelliamoci a queste tragedie dovute a superficialità.
    Vai nel mio blog a firmare la petizione contro la Caritas.

    Grazie e scusami il disturbo.

    http://www.acmedelpensiero.blogspot.com/

  25. Pinop il 9 marzo 2007 alle 21:15

    Qualcuno non può riportare questo cazza intervista di Colombati a D’Orrico?! grazie

  26. Novecentesco il 9 marzo 2007 alle 23:25

    http://lalucedimizar.splinder.com/

    Qui ce n’è un bel florilegio, con salace introduzione della gentile alcor.

  27. GiusCo il 10 marzo 2007 alle 00:16
  28. georgia il 10 marzo 2007 alle 02:03

    se vi interessa (vedo che pinop lo richiede) a. b. ha linkato nel mio blog lo scritto di d’orrico.
    Divertente il pezzo di alcor, un grazie a novecento per averlo segnalato e anche lo scrittore pulp di GiusCo non è male.
    ‘notte geo

  29. the O.C. il 10 marzo 2007 alle 11:00

    @fm
    restaurare l’autorità e la disciplina del moderno.

  30. giuliomozzi il 10 marzo 2007 alle 12:36

    Una precisazione. Raimo definisce Vitaliano Trevisan “autore coccolato dal duo Cesari e Repetti di Stile Libero fin da quando lavoravano a Theoria”. Qui c’è uno sbaglio. Theoria pubblicò due libri di Vitaliano (“Un mondo meraviglioso”, 1997, poi ristampato da Einaudi, e “Trio senza pianoforte / Oscillazioni”, 1998, ora esaurito) su mia proposta. Cesari e Repetti lasciarono Theoria per Einaudi nel 1995. Io portai “I quindicimila passi” a Repetti nel 1996; la proposta di contratto per Einaudi arrivò nel 1998; il libro uscì nel gennaio del 2002. (Poiché Einaudi aveva lasciato scadere il contratto, ci fu perfino il “pericolo” che “I quindicimila passi” uscisse per Sironi).

    Quindi: non “fin da quando lavoravano a Theoria” (Christian, bastava controllare due date).
    Anche sul “coccolare” ho dei dubbi (ma qui siamo nel campo dei sentimenti e non dei fatti accertabili).

  31. c. sabelli-fioretti il 10 marzo 2007 alle 12:53

    woww, che notizie!

  32. girolamo il 10 marzo 2007 alle 15:28

    Il pezzo di D’Orico sembra scritto apposta per gli occhi di qualche mediocre scribacchino che ha bisogno di materiale per stroncare il nuovo libro di Colombati senza (anzi: prima di) leggerlo. Dovessi basarmi su questa “intervista” (piena di buchi, tagli e montaggi), mi terrei ben lontano dal libro. Per fortuna Colombati è l’autore non di qualche intervista o di qualche articolo, ma di “Perceber”.

  33. Anoressica il 10 marzo 2007 alle 15:50

    Attenzione, non è un’intervista, sono per lo più estratti del romanzo.
    Perceber? La pretesa di superare il romanzo prima di averne scritto uno.
    Sovrappeso, come il giovanotto.
    Ma cento chili di niente è niente.

  34. girolamo il 10 marzo 2007 alle 15:58

    @ Anoressica

    Perceber non lo considero un capolavoro, e nenche un libro riuscito: però mi mette voglia di dare una seconda possibilità a Colombati.
    Il pezzo di D’Orrico no.

  35. Nunzio Festa il 10 marzo 2007 alle 16:59

    una nuova: (approfittando delle citazioni), da ignorantone, Mi permetto di ricordare a Leonoardo Colombati che non è affatto vero, e lui che vediamo leggere così tantissimo, che le prove letterarie – anche quelle degli ultimi anni – siano solamente piene zeppe di rappresentazione della povertà e cose simili, di due cavalli eccetera… esiste tanto altro.
    e se ha voluto ‘dire’ di un pezzo della vita di Pasolini, almeno avrebbe fatto bene a descrivere meglio, ma non ho letto il libro, quanto è da dentro la borghesia e per la quest’ultima (magari pariolina moderna) che agisce

    con stima, Che m’incuriosisce lo stesso ‘sto suo nuovo romanzo

    b!

    Nunzio Festa

  36. Anna il 10 marzo 2007 alle 18:28

    Ho letto un “Saviano, dove sei?”. L’ho pescato qui:
    http://espresso.repubblica.it/dettaglio//1533128

    Va anche posta una domanda (riguardo il contenuto del video): come si fanno sparire o si rendono invisibili i proventi di 60-volte-il-fatturato-della-FIAT? E’ su quello che lo Stato dovrebbe poter intervenire, anche per fare cassa “una tantum”.

    Quella cifra non te la infili nel materasso: dunque, come viene fatta sparire? E com’è che il governo trova i conti correnti dei morti e cifre simili passano quasi del tutto inosservate?

  37. savebespoke il 10 marzo 2007 alle 20:21

    a proposito dello snobismo di colombati. oltretutto chi fa il dandy a londra, le cravatte andrà a comprarsele almeno da turnbull & asser al 71 di jermyn street e giammai da marinella come i cafonissimi politici italiani. e se proprio volesse farsi cucire un abito su misura andrebbe a savile row – e non a “saville road” come neanche il più sfigato degli autori in due cavalli potrebbe mai scrivere.

  38. claudio ughetto il 10 marzo 2007 alle 23:41

    Col libro di Trevisan sono arrivato a metà ma non mi convince. Mi sembra ben scritto, ma al di là delle opinioni di Raimo (che condivido), mi sembra che ci siano troppi incidenti, una delle caratteristiche di troppa neoletteratura italiana dai tempi di “Due di Due” di “De Carlo a “Va’ dove ti porta il cuore” della Tamaro. Magari non vuole dire niente, ma questo finisce per guastarmi la lettura.

    Per quanto riguarda D’Orrico, sono anni che mi chiedo come riesca a scrivere certe boiate. Ci siamo morsi una volta riguardo a Coetzee, che lui detesta e io adoro. Mi verrebbe da segnalargli “Spiagge straniere”, la raccolta di saggi letterari dello scrittore sudafricano, così impararebbe come si fa della critica letteraria seria.

  39. Alcor il 11 marzo 2007 alle 11:16

    Sì l’ho letto anch’io l’articolo di Saviano, ma a parte il suo ritmo incalzante, sarà vero?

    “La strada africana, la strada spagnola, la strada bulgara, la strada olandese sono i percorsi della coca infiniti e molteplici che hanno un unico approdo da cui poi ripartire per nuove destinazioni: l’Italia.”

    Cioè l’Italia è lo snodo plametario della coca? Siamo tornati al centro dell’impero, camorra = nuova Roma?

    Mi faccio le stesse domande di Anna, anche se sono più scettica di lei sulla nostra centralità.

    Scusate l’OT, ma rispondo a un OT.

  40. nicola puca il 11 marzo 2007 alle 21:23

    Definire un libro “novecentesco” mi pare un errore di superficialità nella lettura di un romanzo. Cosa intende, Raimo, quando parla di libro “novecentesco”? Vuole ingabbiare l’autore dentro la categoria “scrittori novecenteschi”, e così facendo preculudere ogni altro tipo di discorso concernente “Il ponte”? Vuole dare un giudizio estetico sull’opera, indicando con “novecentesco” una serie di peculiarità stilistiche rintracciabili nella letteratura del novecento?
    Poniamo che Trevisan sia uno scrittore novecentesco. Ma allora quali sono gli scrittori italiani “non novecenteschi”?

  41. così&come il 11 marzo 2007 alle 23:15

    La cosa davvero curiosa ne “Il ponte un crollo” di Trevisan è che la parte preponderante, il suo soliloquio da “scrittore civile” contro tutto e tutti, società, nazione famiglia trappola, madre castratrice, cultura dominante è quella che meno ferisce, sa di già detto, già sentito, come una discussione sul tempo, sulle stagioni che non son più quelle. E’ un livore spento, spaesato, un alibi all’essere sradicato, un vaniloquio che si appanna di fronte alle pagine tese dei ricordi dell’infanzia, della morte del padre, del ragazzino figlio del cugino, del cugino stesso, una specie di Grande Meaulnes perduto nei diversi percorsi delle vite, del desiderio nemmeno troppo metaforico di uccidere la madre. Le più belle e coinvolgenti. Le tante altre parole finiscono per dissolversi in una specie di horror vacui di fronte allo smarrimento de “l’avvoltoio deficiente” che volteggia in cerchio sul suo passato. Parole per sopire la consapevolezza che la vita come “la scrittura ha sempre un conto in sospeso con la morte.” E il tentativo di “Cercare di dare un senso al proprio frammento di presente in quanto presente in cui il passato non smette di crollare.” sta nel ritorno sull’argine del fiume mitico dell’infanzia, sta nel riprovare ad attraversare il ponte dell’autostrada in bilico sui tubi che stanno sotto, come un equilibrista sul filo, nel rifare una delle prove di coraggio, riti di passaggio di ragazzi, per ritrovare la consapevolezza che “le parole per me sono troppo pesanti… mi costringono a terra dove non è il mio posto.”

  42. pippo il 13 marzo 2007 alle 04:02

    eccoci alla svolta “riformista” di Raimo (doppi sensi). condivido quello che hanno scritto altri, sta recensione qua già mi rende simpatico l’autore stroncato. il fatto è che Pasolini era ONESTO. non stiamo a infilarci in categoria critiche. occore ripartire dall’onestà. voi di NI siete degli intellettuali (?) disonesti e molto confusi. cadrà anche il bastione D’Orrico appena D’Orrico deciderà che Raimo è il miglior scrittore del mondo. improvvisamente su NI si rivaluterà D’Orrico.

  43. pippo il 13 marzo 2007 alle 04:09

    tutti a chiedersi “chi scriverà il miglior romanzo”. nessuno che si chieda “come posso fare a scrivere le cose che oggi è necessario dire”. e nessuno risponda che si tratta di impegno, si tratta di una necessità più ampia del cosiddetto impegno, ma non se ne vede nemmeno l’ombra né l’asciuttezza necessaria a esprimersi oggi nella società del troppo e dello sproloquio perpetuo.

  44. christian raimo il 13 marzo 2007 alle 09:08

    pippo, non so perché parli con questa sentenziosità. rispetto a pasolini credo che ci sia una musealizzazione che può far forse ma neanche bene a degli studenti, male malissimo a degli scrittori. amo pasolini perché è riuscito a essere un intellettuale centrale nella vita dell’italia tanto da meritare giustamente la copertina dei libri di crainz sulla storia contemporanea per dire, ma lo è stato per la capacità di essere un poeta, di inventare metafore, la trilogia della vita, accattone, la scomparsa delle lucciole, le ceneri di gramsci, il romanzo delle stragi, valle giulia, gennarino, petrolio…: non c’è una pagina di pasolini che si nutre di ovvietà, di sociologismo, di sintomaticità rispetto al proprio tempo. è perché aveva un percorso di formazione per cui se doveva parlare di fascismo andava a de sade, se doveva parlare di mattei cercava un copro a corpo con la struttura romanzo. acquisire a proprio nume pasolini senza capire i dispositivi letterari, cognitivi, poetici che è stato capace di generare è un po’ inutile. d’orrico non farà mai il piacere di regalarmi una decente recensione. non ho capito perché ma – se vuoi facci caso – tutti i libri di minimum fax vengono ignorati o stroncati. e però vero che se le persone cambiano modo di fare critica perché non fidarsi? ho un caso concreto. giuseppe genna prima scriveva delle minirecensioni livorose e inutilmente accanite. oggi scrive dei minisaggi che sono tra le cose più penetranti sulla letteratura italiana contemporanea. capita.

  45. pippo il 13 marzo 2007 alle 15:22

    ho il sospetto che chiamate livoroso chiunque sia veramente onesto e non fa sconti.

  46. pippo il 13 marzo 2007 alle 15:23

    idem per l’aggettivo “sentenzioso”.

  47. vitaliano il 14 marzo 2007 alle 10:24

    dear c,
    ha ragione giulio mozzi: prima di scrivere cazzate vedi di informarti.

  48. christian raimo il 15 marzo 2007 alle 21:30

    rispondo a giulio e a vitaliano. ogni volta che ho parlato con repetti di letteratura, e avete presente quanto parli poco di letteratura repetti, mi ha sempre detto quanto – per suo gusto e orgoglio personale – l’autore che gli stava più a cuore avere nel suo catalogo era trevisan. che dire? farò il filtro a quello che dice repetti.
    mi dispiace che quella che cerca di essere una riflessione critica passi sempre per una stroncatura così tanto per dire due cazzate.

  49. Vincenzo il 17 marzo 2007 alle 07:41

    Io ho appena finito Il ponte e mi è piaciuto effettivamente meno de I quindicimila passi. Ed effettivamente la parte che mi è parsa più debole è l’invettiva (ha ragione così&come, “come una discussione sul tempo, sulle stagioni che non son più quelle”; non regge il confronto con il resto).

  50. Emanuele Kraushaar il 25 marzo 2007 alle 18:05

    Quella parte di distruzione auto-distruzione non è altro che quello che il protagonista vuol essere. Ed evidentemente nelle sue intenzioni vuole essere il protagonista di Estinzione in tutto e per tutto (fin nelle considerazioni sulla fotografia per esempio); anche nel rapporto con Hennetmair-Gambetti. Questo è un modo certo come un altro di far crollare Bernhard sul presente. Un pretesto che trovo affascinante e che mi attrae, al di là della storia in sè che si snoda attarverso l’avvoltoio deficiente del prologo e dell’epilogo.

  51. Tommaso il 29 marzo 2007 alle 12:02

    ….solo per dire che ieri, durante una trasmissione delle rete tedesca, si diceva che la cosa importante e meravigliosa dell’Europa è che ciascun paese porta quello che sa far meglio e lo condivide con gli altri; una scuola quindi… dopo un quarto d’ora la notizia, come su Repubblica:

    Tre italiani arrestati a Bruxelles
    per corruzione in appalti Ue
    BRUXELLES- Tre italiani – un funzionario della Commissione Ue, l’assistente di un deputato europeo e un agente immobiliare – sono stati incriminati e arrestati a Bruxelles nell’ambito dell’inchiesta per presunta corruzione in appalti concessi dalla Commissione europea.(…)

    Un caro saluto



indiani