Pro editore

12 marzo 2007
Pubblicato da

di Christian Raimo

Sandro Veronesi qualche anno fa in un convegno sui Classici del Domani, quasi del tutto fuori contesto, parlava con veemenza male dell’editing. E fece un esperimento con il pubblico. Aveva preso un pezzo di V di Pynchon, a cui aveva previamente tolto molti degli aggettivi e degli avverbi, l’aveva fotocopiato e dato da leggere ai noi che lo stavamo ad ascoltare insieme al pezzo originale. “Ecco come mi sento quando mando il mio manoscritto alle case editrici”. Di questa sua stizza e del suo amore per la splendida nonfunzionalità della narrativa pynchoniana, ci sono vari echi nella Forza del passato. Un paio di anni dopo, in un’altra occasione pubblica, non mi ricordo se in una lezione di scrittura oppure al Festival di Mantova, sempre Veronesi parlava di come aveva lavorato con gioia alla Forza del passato, e diceva che finalmente dopo aver lavorato con editori e editor inesperti che non avevano capito le potenzialità, le direzioni del suo lavoro, aveva trovato una persona straordinaria, con una sensibilità letteraria fuori dal comune. Sergio Claudio Perroni.

Negli ultimi anni tra i libri più belli che ho letto figurano: I miei luoghi oscuri di James Ellroy, La scopa del sistema di David Foster Wallace, Estensione del dominio e della lotta e Le particelle elementari di Michel Houelleubecq. Vai a vedere chi li ha tradotti, e leggi Sergio Claudio Perroni. Uno dei libri in assoluto più belli che ho letto è Racconti di demonologia di Rick Moody. Bompiani li ha fatti tradurre a Licia Vighi (che ha fatto un lavoro più che dignitoso) tranne due, “Demonology” e “Maschietti”, che sono due pezzi strepitosi: una capacità di rendere il ritmo, il lessico, impressionante. Un italiano da modello letterario. Di nuovo, Sergio Claudio Perroni.

Poi, per esempio, ho preso il suo romanzo, e l’ho trovato narrativamente molto fiacco, mancante di immaginazione, di visione. Peccato. E’ vero, può essere un pericolo, di chi lavora nel campo editoriale, di ritrovarsi a scrivere un romanzo eccessivamente consapevole, e per questo un po’ bloccato. Qualcuno ha mai letto i libri di Gordon Lish, famigerato editor troncafinali di Carver? Sono quasi illeggibili per la loro asfitticità. Eppure il suo valore dev’essere stato indiscutibile se addirittura Don De Lillo gli ha dedicato quel capolavoro che si chiama Rumore bianco.

Ovvero: ci sono editor ed editor, molto molto banalmente. La diffusione dei programmi di scrittura su pc e delle stampanti ha avuto secondo me lo stesso effetto nella produzione musicale dell’invenzione del multitraccia. L’incremento delle possibilità di lavoro su tutto quello che precede il risultato finale. Questo ha eliminato l’originalità e la creatività? I Beatles sarebbero stati i Beatles senza George Martin e Phil Spector? Che domanda è? E mi sembra futile dire che se a Celiné avessero fatta piazza pulita della punteggiatura, sarebbe venuto uno schifo. Dispiace per lui che abbia trovato sulla sua strada un editore così inadeguato. Il discorso di Carla Benedetti può valere come un invito, ma assolutamente non come un’analisi. Se un editor ha un minimo di coscienza vuole proprio che l’autore non autoriduca il proprio potenziale ad uso di un fantomatico lettore ideale da marketing da spiaggia. Anche perché molto spesso capita non soltanto di invidiare, ma anche di volere il meglio possibile per gli altri.

41 Responses to Pro editore

  1. valter binaghi il 12 marzo 2007 alle 18:04

    Daccordo. Io personalmente ho avuto moltissimo dall’ultimo editing con Sironi, ma non mi sono sentito affatto castrato nella mia creatività, piuttosto aiutato a sbarazzarmi di ciò che in me stesso la impediva. Futilità, autocompiacimenti, ideologia. Questo perchè il vero editor è in primo luogo un vero lettore. Così come uno scrittore deve lavorare su su stesso mentre lavora sulla sua pagina: rendere il suo sguardo più puro, più schietto.
    C’è chi ci riesce da solo, ma solo perchè è riuscito bene a introiettare il lettore archetipo, l’angelo che lo rivela a se stesso.
    Io qui ricordo invece pubblicamente Paola Borgonovo, e le mando un bacio.

  2. rigoni il 12 marzo 2007 alle 18:12

    Bravo Christian!

  3. The O.C. il 12 marzo 2007 alle 18:35

    “molto molto banalmente”.

  4. Acheronteinfronte il 12 marzo 2007 alle 18:46

    “Anche perché molto spesso capita non soltanto di invidiare, ma anche di volere il meglio possibile per gli altri”.
    Su questo, caro Christian, nutrirei dei dubbi piuttosto corposi…

  5. Alessandro Morgillo il 12 marzo 2007 alle 18:51

    Il lettore come immagine archetipica che possiede lo scrittore fino a castrarlo potrebbe essere solo una psicosi.

  6. Guido Baldoni il 12 marzo 2007 alle 19:14

    Solo un appunto: A Lish è dedicato Mao II e non White Noise. Per il resto, post bello ed interessante!

  7. valter binaghi il 12 marzo 2007 alle 19:37

    @Morgillo
    Lo scrittore innamorato della parola perchè propria e non perchè significante: questa è sicuramente una psicosi.

  8. carla bariffi il 12 marzo 2007 alle 20:17

    Morgillo…
    semmai sarà lo scrittore a possede il lettore
    secondo il mio misero parere
    finchè non si conoscono…

  9. Marco il 12 marzo 2007 alle 20:28

    Bel pezzo. Un po’ corto.

  10. Nunzio Festa il 12 marzo 2007 alle 21:01

    condivido l’Aiuto all’editor, Spesso ingiustamente accusato. anche se prima mi permettevo d’aggredirlo.
    diciamo che mi sento un po’ più maturo, diciamo

    b!

    Nunzio Festa

  11. O' Tolomeo il 12 marzo 2007 alle 22:13

    e quando l’editing è per “opere”, tipo:

    Tre metri sopra il cielo

    Ho voglia di te

    Scusa ma ti chiamo amore

    A un passo dal sogno. Il romanzo di «Amici»

    Parlami d’amore

    Insomma avete capito

  12. valter binaghi il 13 marzo 2007 alle 00:14

    Anche lì l’editor aiuta il libro a essere quello che deve essere. Al servizio di palazzinari della letteratura. Mica è lui che fa il catalogo.

  13. franklin graff il 13 marzo 2007 alle 00:34

    Un punto di vista esterno, le osservazioni di uno o più lettori fidati (che possono essere editor, editori, colleghi, amici, mogli ecc.) è utile per ogni scrittore. Un vero e proprio editing è necessario per molti, ma non per tutti. Se i romanzi di Veronesi, dopo tante copie vendute, vengono ancora “corretti” un motivo ci sarà, come c’era un motivo alla base degli editing sui libri di Carver o su On the road: ci sono stati e ci sono, d’altra parte, grandi scrittori a cui nessuno si sognerebbe di spostare una virgola.
    Non credo che qualcuno possa divertirsi a castrare dei capolavori, si cerca (come lo stesso Veronesi conferma con l’apprezzamento a Perroni) di sistemare quei testi che, per quanto buoni, si pensa di poter migliorare. Che poi ci siano editor incompetenti è un altro discorso: in ogni caso il loro numero non si avvicina minimamente a quello degli scrittori poco capaci. Per finire, Perroni sarà un grandissimo editor e traduttore, ma se il suo romanzo non è buono questo non può dipendere dalla troppa consapevolezza (non se ne ha mai troppa, nemmeno se si è Shakespeare o Dostoevskij): è più probabile che ciò sia dovuto a qualche carenza che a un’eccessiva padronanza. E come diceva il poeta (perchè in fin dei conti ce n’è solo uno): “A ognuno il suo (lavoro)”

  14. effeffe il 13 marzo 2007 alle 10:25

    Christian, mi permetto di copiaincollare il commento che ho appena inserito nel post “nani e giganti”.
    effeffe

    Risposta a un amico che mi ha scritto.

    Carissimo,
    come sai non ce l’ho con le scuole di scrittura nè con le varie professionalità legate al mondo dell’editoria.
    Il testo in questione (quello da me postato) apre invece dei fronti su cui vale la pena ragionare più che prendere posizione. Personalmente non solo rispetto ma mi auguro sempre quando pubblico di incontrare un buon editor. Per le mie metromorphoses ho scritto di loro (insieme all’editor ci sono gli amici “grands lecteurs” che ti aiutano) come di rifinitori. Così come sono assolutamente vicino a quanti lavorino nelle scuole, biblioteche, università, proponendo degli atelier di scrittura gratuiti o a prezzi ragionevoli, come luoghi in cui “apprendere” dei trucchi, comunicare passione, far incontrare le opere (attraverso la lettura).
    Gli editor e le scuole di scrittura (le ho citate io)cui si fa riferimento sono altri e altre. E per quanto resti sottobosco culturale (non mi inporta l’effettivo potere di queste strutture peraltro molto potenti)questo mondo lo incontri ogni volta che ti avvicini al fare letterario. Un caso su tutti quello di Gomorra di cui si è detto esattamente quanto riporto. Un libro partito in un modo e arrivato in un altro. Chiacchiere infondate che si sono sentite in giro per “svalutare” l’opera. Non sottovaluto il lavoro degli editor_ in primis quello di quanti hanno lavorato su Gomorra- ma mi girano i coglioni quando l’editor si comporta da “negre” (lo scrittore fantasma nascosto dietro a una grande firma). Se c’è un nemico da abbattere – permettetemi l’espressione un po’ enfatica – è un’idea della letteratura come “cultura del consenso”. Non posso accettare l’idea che un editore rifiuti un libro perchè non ha mercato. O che lo “trasformi” perchè lo abbia. Per un editore un libro o è letteratura o non lo è. E se non ha mercato significa che non c’è mercato per la letteratura. E allora sì che varrebbe la pena “battersi” per creare un mercato. Più che un mercato un mercatino. Anzi una sorta di villaggio come quello creato da Truffaut nel suo capolavoro Fahrenheit
    un abbraccio
    effeffe

  15. Sal J. Benetti il 13 marzo 2007 alle 10:54

    Naturalmente c’è sempre quello che scrive: “Complimenti!… Solo un appunto [così ammirate quanto sono figo-erudito]: la dedica si trova in Mao II e non in Rumore bianco. Bravo! [ma più bravo io che te l’ho fatto notare con figurone!] Ti voglio bene, ti stimo!

  16. Paolo S il 13 marzo 2007 alle 11:21

    Ricordo però l’idea di De Benedetti: il problema è che gli editor sono “embedded” alle case editrici, non che ci sono riletture e modifiche.
    Sottolineo ancora e comunque che il povero autore ha di fatto l’ultima parola: gli basta evitare di farsi pubblicare, cercando un editore meno “compromettente”.
    Bisognerebbe forse cominciare a chiedere alle case editrici di dimostrare se non proprio di affermare quali solo la loro “mission” e “vision”, o una carta etica, o un chiaro progetto editoriale, basato su una solida idea di letteratura e di lettura e di pubblico.
    So che suona manageriale, ma “facciamo libri belli” lo possono dire tutti…
    A questo punto, scrittore, lettore e editor saprebbero come comportarsi!

  17. effeffe il 13 marzo 2007 alle 11:29

    Postilla critica per chi considera i blog come una valida alternativa alle “ristrettezze” non solo economiche delle case editrici

    Personalmente non penso ai nostri spazi come alternativi a quegli altri, perchè un editore è un editore, un medico un medico, un manager un manager. Se un bravo cardiochirurgo decide di dedicarsi alla chirurgia plastica va bene per lui (ne ha il diritto, ci mancherebbe) e sicuramente diventerà miliardario. Però se esiste un codice “Ippocrate” sarebbe bene che esistesse anche un codice”Editore”. In questo codice deve essere contemplato il “dovere” per un editore di pubblicare un libro che lo stesso editore giudica, “di valore” nonostante non abbia mercato. Detto questo quando un editore dice che un certo libro non avrà mercato può anche capitare che si “sbagli” di grosso. Ricordiamoci che se Nadeau non avesse pubblicato “l’extension du domaine de la lutte” Michel Houellebecq starebbe ancora a scrivere agli editori perchè qualcuno abbia pietà di lui.
    effeffe

  18. b.b. King. il 13 marzo 2007 alle 11:38

    Il mercato dell’editoria funziona diversamente e meglio fuori dai nostri confini.

  19. Paolo S il 13 marzo 2007 alle 12:05

    effeffe, in base a quale ragionamento l’editore può permettersi di non essere a tutti gli effetti imprenditore? Tecnologia perché ciascuno si autoproduca ce n’è. L’imprenditore rischia quando crede di poterci guadagnare. Gli editori non vivono di stima. Che poi alcuni editori e non altri siano pesantemente nel mercato con tutte le sue regole può piacere o meno.
    Fatto: se Gomorra lo pubblicava l’ancora del Mediterraneo (se se se), l’avrebbero conosciuto in pochissimi. Per s/fortuna è andato in mano a un gigante brutto e cattivo con tanto di editor embedded che lo hanno curato lasciandogli pure la sua lingua per niente omologata e ha stravenduto. Tanto per dire.

  20. effeffe il 13 marzo 2007 alle 12:26

    Carissimo Paolo S
    non c’è stato nessun ragionamento alla base di quell’affermazione perchè affermazioni così non ne ho fatte.
    L’equazione, non si vende uguale letteratura, si vende uguale letteratura di merda, non l’ho mai sostenuta, e personalmente se buone vendite incoraggiano “cataloghi” degni io sono più che felice.
    A un amico che poneva la questione “mercato” scrivevo più o meno così:

    ….
    conosco per esperienza assai bene quelle dinamiche interne di cui parli e far quadrare i conti non è mai inpresa facile. Detto questo la questione “mercato” il più delle volte viene invocata per zittire gli altri con argomentazioni assai più opinabili di quanto non lo siano certe invettive.

    Mi spiego. Se uno non capisce un cazzo di libri (manager proveniente dal settore alimentare o expert comptable imprestato all’editoria da quello automobilistico) perchè dovrebbe capire qualcosa del mercato dei libri? E infatti non ne capisce quasi nulla sennò non si spiegherebbe il numero altissimo di puttanate (flop commerciali) che sono state fatte.

    Su che cosa fondano il loro fondato giudizio riassuminìbile nella frase “questo libro non ha mercato” se non nell’acquisizione di dati da parte di agenzie e consulenti in comunicazione che con sondaggi, statistiche, studio delle classifiche decreteranno cosa “va” e “tira” e cosa non va?

    Al di là della scelta poco commerciale di disperdere tante energie e soldi per pagarsi questi signori, quello che va combattuto da ora e con veemenza è l’equazione lettore consumatore. Io non posso accettare l’idea che un libro sia come una nuova marca di assorbenti o chissà quale altro gadget alla moda. Che poi esista anche questo a me non me ne frega un cazzo, ti assicuro, e non farei nessun autodafè nemmeno per un’opera indegna come Mein Kampf”. Vedere Melissa P in tutte le feltrinelli del mondo non mi disturba, non me ne frega un cazzo, ma sapere che esistono capolavori (accertati), – pensa a un Miguel Torga – che non vengono pubblicati perchè non hanno mercato, questo è scandaloso, intollerabile.

    Soprattutto perchè l’idea di fondo di questi Raggiunat è, diciamolo pure, che i lettori non capiscono un cazzo. Ora, il mio ottimismo mi spinge a credere che non sia così e molti segnali mi giungono – basti pensare ai best seller generati dal passaparola- o a dei libri che vendono ogni anno un numero di copie non trascurabile per poi trovarsi dieci anni dopo ad essere stati dei veri best seller.

    Insomma, editor di tutto il mondo liberate (i libri) dalle loro catene!!!
    effeffe

  21. rigoni il 13 marzo 2007 alle 12:34

    Il punto critico è, appunto, il discorso di Carla Benedetti. Un discorso che presuppone una industria editoriale capace di imporre coerentemente un “senso comune editoriale” di cui l’editor è il mero esecutore.
    Una analisi che fa acqua da tutte le parti

  22. Paolo S il 13 marzo 2007 alle 13:08

    Io sottolineavo semplicemente che il libro non è solo il libro, e l’editore non è solo l’editore. E forse, effeffe, neppure il lettore è solo il lettore – perché tutti fanno parte di un circuito all’interno del mercato, in cui l’editor, professionale o deontologicamente scorretto che sia, ha un peso relativo (per esempio: nullo rispetto a una recensione di D’Orrico).
    Anche a me fa schifo che l’editoria si basi sulla produzione, sulla sovrapproduzione, sulla rapida rotazione dei titoli, sulle logiche di magazzino, di grande distribuzione ecc ecc. Ma non si può dare addosso all’editore e all’editor per per partito preso “pro scrittura” e tanto meno “pro autore”!

  23. rigoni il 13 marzo 2007 alle 13:23

    scusa effeffe,

    ma non tiri le somme di quello che dici. Secondo te è chi lavora nelle case editrici che non capisce un cazzo di libri.
    Ora questo mi pare quantomeno discutibile, perlomeno quanto il fatto che la grande letteratura non venga pubblicata.
    Mai come in questi anni ci sono interi cataloghi di editori destinati a delle “nicchie di mercato”, che non vogliono semplicemente arricchirsi ma vivere esplorando queste nicchie.
    Forse, banalmente, Torga non trova chi lo apprezzi, così come in altro modo succede a Moresco. Da questi casi si può desumere una critica strutturale al mondo editoriale?
    Credo che si dovrebbero analizzare ben altri meccanismi.

  24. helena il 13 marzo 2007 alle 13:28

    Postato anche giù, con qualche refuso col quale mi squalifico come editor meticolosa :-)))

    Dato che l’editing di Gomorra l’ho fatto io, e non è un segreto, visto che lo dice pubblicamente anche Roberto, vorrei chiarire una volta per tutte che le voci per le quali si è fatta chissà quale operazione di pesante rifacimento sono STRONZATE. Roberto sapeva benissimo quel che stava facendo e, a differenza di quanto può succedere in altri editing del tutto legittimi e normali, nulla è stato toccato o rimaneggiato nella sua struttura. Abbiamo- perché tutto è stato fatto d’accordo con l’autore- semplicemente delle asciugature e questo, in un libro denso come è Gomorra nonché delicatissimo, non è stato per niente facile. Vale a dire che in genere si è trattato di levare le ridondanze -due righe di qua, una di là, mezzo paragrafo ecc. Ed è stato fatto per dare maggiore compattezza e leggibilità al libro.
    Ora vedo che oltre a quelli che favoleggiano del made in Mondadori, ci sono pure quelli che trovano che su Gomorra il lavoro di editing non fosse sufficiente. E temo non potrà essere che così.
    Io penso che a uno scrittore vada lasciata la sua voce, che quando le ripetizioni sono anche testimonianza di un’ossessione, vadano lasciate stare, che le incongruenze che io chiamerei contraddizioni possano far parte della tensione vitale di un testo.
    Poi certo sicuramente si poteva far meglio. Ma l’editor, per come la vedo io, è tenuto a svolgere un compito semmai da levatrice e non deve certo confondersi con quanto o chi genera e fa nascere i bambini.

    @ Paolo S: grazie per quella frase sulla lingua non omologata di Saviano, visto che a volte mi sento considerata come la colf che non ha pulito bene…

  25. The O.C. il 13 marzo 2007 alle 13:29

    Siamo agli editor embedded. Tra un po’ spunterà il complotto sionista. Eppure Oddifreddi vende e svende, con o senza editor. Dall’editing alla festa della matematica. Mah.

  26. andrea il 13 marzo 2007 alle 13:53

    come si chiamava il miracoloso editor di Shakespeare?

  27. francesco forlani il 13 marzo 2007 alle 14:00

    Grazie, Helena
    effeffe

  28. rigoni il 13 marzo 2007 alle 14:11

    @ helena

    Leggendo Gomorra, la mia sensazione è stata che la voce, personale e originale, si sentisse forte e chiara. Personalmente, come lettore, avrei preferito anche una maggiore asciuttezza. In ogni caso se lì si fosse utilizzato il metodo, come scrive Benedetti, di piegare e di omologare, il risultato sarebbe stato ben altro. Per cui complimenti per il risultato come levatrice.

  29. Alessandro Morgillo il 13 marzo 2007 alle 14:19

    Sono allucinato. È come se le sarte che tagliano e cuciono gli Armani Privé volessero la copertina del Time. E re Giorgio improvvisamente uscito di senno esclamasse: nell’haute couture non sono un semplice designer, ma un artista.

  30. tashtego il 13 marzo 2007 alle 16:55

    molti qui sembrano credere che un libro venga sottoposto ad editing per renderlo più appetibile, commerciale, omologato: è ovvio che metterla così è proprio una cazzata.

  31. effeffe il 13 marzo 2007 alle 17:03

    infatti succede

    effeffe

  32. Paolo S il 13 marzo 2007 alle 17:16

    @ Helena – ehm! rileggendomi in effetti sembra che io affermi che il lavoro di editing (non sapevo fosse tuo, che ignorante) su Gomorra sia stato insufficiente. Volevo dire che non è sufficiente… a omologare la lingua di Saviano al newspeak editorielese che Carla Benedetti suppone imperante. Cioè, che in Gomorra si sente Saviano, l’intenzione, la rabbia, l’odore dei vicoli. E torniamo al punto: ma l’ipotesi di Carla Benedetti è sensata o ideologica?

  33. rigoni il 13 marzo 2007 alle 18:29

    L’ipotesi di Carla Benedetti prende le mosse dall’analisi dell’editoria USA di André Shiffrin.
    L’applicazione di quel modello critico è stata tentata con qualche successo in Francia.
    Ma sia il caso anglo-americano che quello francese presuppongono l’esistenza di grandi conglomerati presenti in forze nel mercato editoriale come in altri settori economici. Da questo Shiffrin fa seguire una violenta, e sacrosanta, critica all’applicazione dei criteri di economicità e di redditività utilizzati in altri settori (ad esempio utili intorno al 8-10% all’anno, in un ambito in cui il pareggio tradizionalmente è già un miracolo).
    Il problema è che in Italia siamo di fronte a due specificità di rilievo:
    1. Il numero dei lettori più basso che in altri paesi “avanzati”
    2. L’esistenza di grandi gruppi (Mondadori, Feltrinelli, RCS, Gems) che controllano si il mercato, ma che dipendono in forma relativa dall’andamento dei loro corsi azionari o non sono quotate in borsa.
    Infine, il fatto che l’italiano sia una lingua marginale, forse ci protegge.

  34. fk il 13 marzo 2007 alle 18:46

    A me Morgillo piace come scrive, il tono.

  35. helena il 13 marzo 2007 alle 19:08

    Paolo S ,guarda che dicevo “grazie” senza nessun sarcasmo o ironia…incredibile come la rete ti fa subito pensare di aver pestato i piedi a qualcuno

  36. F. De Sanctis il 13 marzo 2007 alle 22:06

    Ma insomma, chi è questa Carla Benedetti?

  37. sitting targets il 14 marzo 2007 alle 13:16

    una che non ha capito tutto.

  38. Alessandro Morgillo il 14 marzo 2007 alle 15:48

    Qualcuno dica alla Carla Benedetti che da grande non sogno di diventare uno scrittore ma un pubblicista. Un grande pubblicista. Di quelli che fanno la storia del pubblicismo.

    E adesso pubblicità.

  39. biscardi il 14 marzo 2007 alle 19:11

    BUBBLIGIDA’

  40. filippo il 21 marzo 2007 alle 17:58

    Apprezzo molto i vostri commenti, che leggo con avidità perchè molto istruttivi.
    Quale “neofita” della vostra comunità non sarò “dialetticamente” efficace come tutti voi!
    Però.
    Non appartengo al settore, ma sono un LETTORE, il famigerato appassionato lettore!
    Ero fermo, lo confesso al correttore di bozze; non conoscevo l’esistenza dell’editor. Sono rimasto allibito dalla scoperta!!!
    E’ come se io, progettista e sistemista, alla fine del mio progetto lo dessi da correggere al mio collega più esperto.
    Obbiezione: ma qui parliamo di un’opera d’arte e non di un banalissimo nuovo telefonino!
    Ma se è così, perchè scomodare il Signor Mercato, e concedersi un …aiutino?
    Mi aspetto da uno scrittore un’opera di cui sia responsabile fino in fondo: delle ripetizioni, delle ridondanze e delle mancate asciugature…! Ci mancherebbe altro!
    Forse visto dagli addetti ai lavori questo stupore può sembrare una grande ingenuità, ma io inviterei tutti a transitare con un po’ di umiltà nei territori di altre discipline con l’idea di beneficiare di un processo di cross-fertilization, che aiuterebbe in periodi di scarsa creatività…
    Se poi vogliamo parlare di mercato e di filiera editoriale ne sarei felicissimo, perchè ritengo vada sottratta all’obsolescenza e alla oggettiva staticità. Con simpatia.

  41. filippo il 26 marzo 2007 alle 18:53

    Che ingenuo… a fare un commento dopo la PUBLIGIDA…..!!!!! Si vede che non conosco l’etiquette di …NI.



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