Sette brevi

12 marzo 2007
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di Emanuele Kraushaar

“Il miele” disse

All’età di nove anni, nell’estate dell’’83 a voler essere precisi, mi è cresciuto un alveare dietro la testa.
Ho incontrato molti problemi soprattutto a scuola e quando andavo a giocare a basket con gli amici, poi un giorno (nell’’89 credo) – era primavera perché ricordo l’affollamento intorno alla mia testa – mia madre sorridendo mi ha annunciato che non dovevo più andare a scuola.
“Il miele” disse “sarà la tua risorsa!”.

Una ragione per procedere

Prima di procedere c’è da capire questo: sono sempre stato solo e sempre ho cercato qualcuno con cui stare. I miei insuccessi mi hanno portato ad uno stato di completa afasia. Non dico più niente a nessuno, perché ho capito che nessuno ha interesse ad ascoltarmi.
Da tre mesi mi sono trasferito in un piccolo paese dell’Abruzzo. Ci sono capitato per caso, un giorno che ero in preda ad una delle mie crisi.
Qui ci sono più gatti che persone. Le piazze brillano di una luce bianca, infatti il sole si nasconde dietro grosse nuvole.
Gatti, piazzette vuote, un cielo che sembra infinito. Nient’altro.
Giovedì mattina conosco Rita. E’ lei a farmi un paio di domande, mentre siamo in fila dal panettiere.
Non ricordo nemmeno le mie risposte, poi sono io a chiedere qualcosa.
“Sono capitata qui per caso” dice.
E poi aggiunge che si fermerà qualche giorno perché il posto le piace. Ha le fossette e le sue labbra sembrano un frutto esotico.
Venerdì mattina torno là dove l’ho conosciuta. Giro qualche piazza, ma ci sono solo gatti.
Non potrei sopportare di non rivederla.
Sabato mattina finalmente mi appare seduta su una panchina.
Vorrei chiederle molte cose. Ultima: “Che ci fai qui?”.
Non dico niente. Rita non mi riconosce nemmeno.
Ha gli occhi vuoti e muove la bocca; le sue labbra adesso sembrano l’unione umida di due lombrichi.

*

Calendari

Mia madre aveva la fissazione per i calendari. Ogni anno ne comprava decine, li appendeva alle pareti di casa e incominciava a segnare gli appuntamenti, le cose che dovevamo fare, quello che avremmo potuto anche fare.
Attaccate alle pareti c’era un’infinità di parole che ripetevano più o meno la stessa solfa: oggi si deve fare questo, domani quello, ieri si sarebbe potuto anche fare quello, ma poi c’era un’altra cosa che invece bisognava farla per forza.
Il vero guaio è che mia madre sembrava impazzire se si accorgeva che era sfuggito qualcosa da fare: in pratica, le cose che lei segnava in rosso molto marcato e sottolineava anche quattro volte. Erano parole che traboccavano occhiaie di rosso e che alla fine perdevano quasi il loro senso.
Ce le avevi davanti agli occhi magari per tre settimane e poi al momento giusto rimuovevi tutto e ti dimenticavi. E seguire ogni cosa non era facile per mio padre che lavorava in cantiere dalla mattina alla sera. E tanto meno per me, che ero impegnato con le mie ricerche sulla “Lineare A”.
Ma neanche le crisi o l’arrivo della polizia dentro casa a fermare mia madre che lanciava piatti e coltelli verso me e mio padre, neanche questo mi ha tenuto gli occhi sbarrati per molte notti.
Alla fine quel calendario – dove al giorno della chiamata avevo trovato la scritta telefonare d’urgenza alla polizia – me lo sono incorniciato, anche perché è rimasto l’unico ricordo lucido, ed esempio d’amore, che ho di mia madre.

*

La doccia del sabato sera

La mia vita non è un granché. Anzi diciamola tutta: ho un lavoro da schifo, non sono innamorato, non ho amici e ho perso quasi tutti i capelli. La cosa che più mi piace della settimana è la doccia del sabato sera. Perché sto quasi un’ora sotto l’acqua e sogno di essere il mio vicino di casa. Quello ha una ragazza molto carina e il sabato vanno sempre a cena fuori o al cinema o a teatro oppure semplicemente se ne stanno a casa a fare l’amore.
Non provo invidia. Mi piace pensare di essere lui: tutto qui.
Lo scorso sabato la ragazza l’ha mollato.
“Lo so che l’hai rivisto!” ha urlato lui.
“Vedo chi mi pare!” ha detto lei.
Le sue parole, attraverso le pareti, sono stati coltelli anche per me.
Poi non ho più sentito la sua voce.
Sono entrato nella doccia, ma l’acqua non usciva calda e vaporosa come al solito.
I capelli intasavano il buco dello scarico e il piccolo gorgo sembrava trascinare via anche me, ma non c’era niente da fare: sarei rimasto lì anche per sempre.

*

Spider Man

E quindi, dato che Laura proprio non voleva saperne di farci un giro al mare, ce ne siamo andati a Calcata. In effetti c’era un cielo bianco che sembrava colarci addosso tutta l’angoscia di un altro anno passato a sentire di bombardamenti e devastazioni ecologiche.
“Do un’occhiata in quel negozietto” ha detto.
Io me ne sono rimasto fuori a guardare il cielo. Un piccione è rimasto impigliato vicino ad una finestra e così un uomo si è arrampicato con mani e piedi incollati al muro.
“Qui mi chiamano tutti Spider Man” ha detto, mentre liberava il piccione.
Avrà avuto sui sessant’anni Spider Man.
Non avevo nessuna voglia di parlare e così ho inarcato le spalle.
“E’ inutile stare ad arrampicarsi di questi tempi. Si può giusto salvare un piccione, ma il resto è rovinato e si rovina ogni secondo di più” ha detto.
 Il cielo sembrava ancora più bianco e il sole era come risucchiato dentro un lenzuolo opaco. Laura è uscita con un paio di buste, ha fissato per un attimo il tipo che scendeva e poi mi ha rifilato uno dei suoi baci rapidi.
“Quello del negozio mi ha spiegato tutte le tecniche di pittura dei vestiti. Alcune sono praticamente preistoriche” così Laura.
Ho dato un’occhiata dentro le buste e ho sorriso.
“Potevi anche entrare…” ancora Laura. 
Mentre camminavamo mano nella mano mi è presa la sensazione che tutto stesse per crollare. E che quel cielo bianco ci avrebbe schiacciati a terra, solo per il gusto di soffocarci.

*

Quando ancora

Se non ricordo male è stato durante le mie settime vacanze natalizie, quando ancora avevo i miei bei riccioli biondi, che ho trovato una lunga ciocca di capelli neri sul mio cuscino. Che i miei non sapevano dove sbattere la testa a capire di chi fosse e chi l’avesse messa sul mio letto.

*

Che forse gli somigliava

I miei guai sono cominciati la scorsa settimana.
Proprio il lunedì sera della scorsa settimana, infatti, buttatomi sul divano in procinto di guardare la televisione, mi sono accorto che non c’era più il telecomando. E che non era neppure nei posti possibili dove avrei potuto metterlo. E neanche in quelli improbabili dove sarebbe potuto finire.
Fatto sta che ho passato un’intera settimana a cercarlo e così anche per una settimana me ne sono stato senza televisione. Mi secca alzarmi per cambiare canale e se non posso cambiare canale la televisione mi fa schifo.
“Perché forse quello che mi piace è proprio il fatto di poter cambiare canale” ho detto al mio vicino Alessio Elfi, prima di accorgermi che il mio telecomando era sul tavolo del suo soggiorno.
“Quello non è certo il tuo telecomando, come vedi funziona con il mio televisore”. Ha fatto per accendere, ma io me ne sono andato sbattendo porta e cancello.
L’altra sera il mio telecomando è come spuntato fuori dal nulla e così sono corso dal mio vicino. Ma ad aprirmi è venuta una signora sulla settantina, che forse gli somigliava, ma che mi ha detto di non aver mai sentito nominare Alessio Elfi. E poi ha aggiunto che lei lì ci abitava da una vita e che un giorno di questi (“Non ora che devo fare la pedicure”), le avrebbe fatto piacere invitarmi a cena per conoscere il suo nuovo vicino.
 

5 Responses to Sette brevi

  1. fabry il 12 marzo 2007 alle 16:57

    un mio amico andava sempre a Calcata a portarci le ragazze. si metteva gli occhiali a specchio e il cappello da giullare. quando si è sposato, li ha messi di nuovo e ha suonato i bonghi negli intervalli. la vita riserva sorprese e nemmeno nelle tue short stories mancano.
    ciao, Emanuele.

  2. Acheronteinfronte il 12 marzo 2007 alle 18:07

    “Il miele” e “La doccia del sabato sera” non sono niente male, con la loro scrittura una lievemente surreale e l’altra intrisa di un mimetico realismo magico.
    Mi sembra un buona strada la tua…Camminala.

  3. lucia il 12 marzo 2007 alle 18:07

    bellissimi! Grazie Lucia

  4. carla bariffi il 12 marzo 2007 alle 18:22

    Ce ne sarebbe da dire, su questi incipit originali ed
    efficacissimi
    a stimolare la fantasia del lettore più distratto!
    La loro forza sta nel – dispiegare davanti agli occhi i ricordi più svariati, perchè alle immagini i ricordi si legano con forza –

    Mi piace in particolare “Quando ancora”

    Saluto Emanuele
    e Franz, naturalmente.

  5. Barbara il 12 marzo 2007 alle 18:23

    Molto short, ma anche molto stories.
    Mi sono piaciute (anche se qualcuna l’avevo già letta di là..:o)
    Bravo, finto-parente di FK !..:o)



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