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Intermezzo frettoloso (sconsigliabile)

lac.jpg

di Paola Lovisolo

si mise allo scrittoio.
provò la penna se funzionava.
si chinò per grattarsi una caviglia.
alzandosi, trovò il foglio accartocciato.
proprio ben appallottolato come uscito da un gesto di rabbia.
si chinò di nuovo e subitamente si rialzò.
il foglio era lì ma non più accartocciato.
anzi. bello liscio, bianco, nuovo.


non ho dormito e la testa mi fa brutti scherzi.
appoggiò la penna sul foglio ma questo cominciò ad accartocciarsi
piano piano sulla mano e sulla penna, imprigionandole entrambe.
fu facile liberarsi. era solo carta.
adesso va tutto bene.
è la stanchezza.
il vino di ieri.
aveva tutto in mente quello che doveva scrivere. avrebbe funzionato.
l’editore era stato impressionato dal brogliaccio.
doveva solo scriverlo in bella copia.
buttò il foglio sciupato da un lato della piccola scrivania in legno
e ne prese un altro. appena lo alzò dalla risma anche questo si accartocciò
e così via tutti gli altri fogli che prendeva affannosamente dalla risma:
uno dopo l’altro gli si accartocciavano in mano ancora prima di essere
posati sullo scrittoio.
passò un bel po’ di tempo. niente da fare. stessa storia.
esco. si decise. uscì di fretta, arrabbiato, spaventato, stupito.
attraversò la strada di corsa, una carrozza lo investì.
gli dovettero amputare le mani rimaste sfracellate sotto gli zoccoli.
passò un tempo lunghissimo in ospedale. tornò a casa per la convalescenza.
i vecchi fogli spiegazzati erano ancora sulla scrivania.
nessuno li aveva tolti, nemmeno la domestica mentre lui non c’era.
chiamò la domestica. (ormai non poteva fare a meno della domestica)
mettimi un foglio vergine qui davanti! e le indicò davanti a lui
lo spazio libero sullo scrittoio.
voglio vedere.
lui e il foglio si guardarono. il foglio rimase immobile,
liscio, bianco, nuovo. richiamò la domestica.
sai scrivere? no, ma mio figlio si. chiama tuo figlio. lei lo chiamò.
senti ragazzo, io detto tu scrivi. il ragazzo cominciò a scrivere sotto dettatura.
il foglio si accartocciò bruscamente sul polso del ragazzo. il ragazzo urlò
la domestica madre del ragazzo urlò e scapparono tutti e due per le scale
urlando.
lo scrittore sorrise e gli venne voglia di ammazzarsi mentre rideva come un pazzo
ma non poteva nemmeno ammazzarsi senza mani e lui desiderava ammazzarsi solo
con le mani come desiderava scrivere solo con le mani ma non non poteva più scrivere
non poteva ammazzarsi non poteva scrivere senza mani
poteva solo parlare così prese a parlare da solo anche dalla finestra e raccontava
la sua storia che lo presero tutti per matto tutti dicevano lo scrittore senza mani
è diventato matto
nessuno lo ascoltò più
nessuno lo cercò più
lo scrittore non pensava più
era passato troppo tempo
non ricordava nemmeno
il libro che doveva scrivere
stava solo al buio

provò a prendere la penna
coi moncherini ma gli scivolò
per terra e il foglio rimase liscio,
bianco, nuovo
ahahahahahahhaah
ahahahahahahahah
ahahahahahahhaah
e lo scrittore monco rise.
rise per molti giorni seguenti – rise per molti mesi seguenti
rise fino a morirne e quandò morì ridendo tutti i fogli che occupavano,
lisci, bianchi e nuovi la sua stanza s’accortocciarono tutti insieme presso
la sedia, i piedi, i moncherini, la testa, facendo il rumore come di bambino
che corre veloce fin dentro il centro d’un boscoso labirinto ottobrino

(Immagine – “Cuts of default” – di Paola Lovisolo)

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40 Commenti

  1. Mi è piaciuto il racconto, ma, stranamente, non la frase finale del paragone del bambino che corre.
    In un’atmosfera così cupa e desolante ci stona, secondo me.
    Comunque, un brava all’autrice.

  2. mi è rimasta una domanda,
    (anzi due)
    alla fine della lettura che
    non è riuscita a penetrarmi….

    perchè lo scrittore
    si chinò di nuovo?

    non riesco a capire il disegno.

    saluto Paola

  3. è tutto calmo, come quando si fanno le cose che si hanno da fare. tutto molto normale: scrivere, non scrivere, che il foglio stia liscio o rattrappito, sino a quando si ride, ma non è più disperazione, è solo che si deve finire in qualche modo, lasciando incompiuto quasi tutto del molto che si avrebbe voluto compiere.

    grazie paola di questa calma metafora dell’irrisolto.

    mario

  4. @barbara

    il bambino corre al centro d’un labirinto
    intanto ottobre aiuta il bosco a invecchiare
    dal centro il bambino non si sa se diventerà
    mai vecchio rinunciando ad uscire dal labirinto
    o diventerà vecchio senza accorgersene
    mentre cerca l’uscita dal labirinto
    una cosa così – un paragone sonoro
    seguendo pensieri miei – si, anche fuori da ogni significato
    del racconto in testo nonostante tentativi di spiegazione
    ma quei fogli quel giorno in quella fecero proprio un rumore così come corressero tutti in un bambino al centro di un labirinto, su un suolo coperto di foglie
    di foglie
    grazie della lettura

    @Carla
    si china per fare una finta, per dire ahhhhhah, t’ho beccato.
    più o meno.
    un saluto anche a te

    ps: il disegno è piccolino.
    se hai voglia, vai
    qui

  5. @mario
    tutto molto calmo.
    ci sono solo dei giorni che senti dei rumori sgusciare e non sai – eppure tutto sta molto calmo – come se si uscisse da un taglio venoso, insieme al sangue.
    grazie
    paola

  6. la verità è che tutti abbiamo paura
    di fronte alle cose concrete

    così per la scrittura
    sul bianco foglio.

  7. @Carla
    prego Carla, era una questione di nascondino: buh!
    e di dimensioni, immagino, per la foto.

    @Fabiolino
    mi auguro che almeno in questa bruttezza lei possa percepire un po’ di tatto. (leggendo N.Hawthorne)
    grazie

    @jaeck
    è democratico spostare altrove la bruttezza qui percepita dal lettore? no.
    comunque ringrazio per lo squarcio.

    @Diana
    paura per le cose concrete
    paura della forma in cui le potrebbe accogliere il foglio bianco
    a nostra insaputa – per come la sento io – ma qui è il contrario – piuttosto è il foglio ad avere paura della storia che potrebbe scrivergli sopra lo scrittore – lo scrittore ha tutto in mente, prima – ma il foglio bianco non è pronto a farsi scrivere quella cosa. ma quale cosa? può saperlo il foglio a meno che non la legga nella mente dello scrittore.
    potrebbe capitare? tutto può capitare? tutto.
    magari si tratta solo di fogli prevenuti e paurosi, magari maltrattati in precedenza. umiliati, stufi.
    chissà che storia aveva in mente il disgraziato finito monco pazzo e morto. non lo so nemmeno io.
    in realtà non so nemmeno il nome dello scrittore.
    invece il foglio si chiama foglio.
    grazie

    a voi
    paola

    (mi scuso per gli eventuali congiunti(vi) straziati)

  8. prima di tutto devo dire che l’ho letto tutto, il che è già buon segno visto che raramente arrivo alla fine della maggior parte dei post, poi non è che possa dirne male (ma neanche bene) come scritto, ci sento dietro una lettura di landolfi, anzi un gogol filtrato da landolfi, ma privato della ricerca linguistica di un landolfi e soprattutto di un finale strepitoso che landolfi avrebbe sicuramente messo e che oggi quasi nessuno sa più pensare …. però nell’insieme non mi dispiace, l’unica cosa che stride è quel “mettimi un foglio vergine” rivolto alla domestica … mio dio come si può usare un’espressione simile nel parlato-scritto? a leggerlo sembra di sentire il gesso che stride sulla lavagna, a meno che non sia proprio la metafora dell’intero racconto e cioè che ad uno scrittore che usa simile espressione è bene abbiano tagliato le mani e lasciato i piedi.
    Ad ogni mdo paola nell’insieme i miei complimenti perchè è abbastanza buono :-)
    geo

  9. @Georgia
    intanto mi fa davvero piacere tutta la tua lettura così che mi dici neutro.
    certo so di alcune chiuse mozzafiato per taluni testi brevi – io ho solo il fiato mozzo ahimè – e devo dirti si, come dicevo su – che la chiusa è trasandata rispetto al ritmo – anche sciapita eh- per certi gusti- portata soprattutto a certi paragoni.
    prendo sicuro prestito dai pareri e ci penso.
    ancora grazie
    paola

    @Valeria&Nora

    bene. c’è sempre di meglio.
    trovarlo è indispensabile quanto ovvio anelito.
    a volte è musica
    a volte è aprire la finestra che ci entri il vuoto
    e vuoto resti
    salut

  10. il foglio non voleva essere scritto perchè lo scrittore era un pessimo scrittore, era anche uno scrittore cocciuto perchè non glie era bastato perdere le mani, che era stato il foglio ad assoldare la carrozza killer affinché gli tagliasse le mani e la smettesse di scrivere porcherie sconce sul voglio vergine, di violentare con le sue manacce sporche il foglio vergine e casto e puro. e non solo addirittura si serve di un bambino innocente (complice la madre) per perpetrare i suoi delitti scrittorii. alla fine lo scrittore muore perchè il foglio stufo s’accortoccia e con un salto finisce nella bocca dello scrittore così finisce di ridere. gli oggetti a volte si ribellano. mi ricorda o. wilde. saluti antonella

  11. è la parola intermezzo (in cima alla pagina), quella pausa destinata alla distrazione, al gioco, messa tra un atto e l’altro, che spiega il testo.
    che ci spiega.
    almeno per me.

  12. @ antonella

    mica male anche il tuo finale.
    sarebbe mica male se il foglio gli tappasse la bocca
    tacesse la risata da matto – come in un cartone animato
    o come succede in qualche posto dove gli oggetti sono doppiati gestualmente – vocalmente dalla parte impenitente
    della nostra volontà
    eppure l’accartocciarsi finale al corpo morto non mi dispiace
    neppure – ci vorrebbero altre parole più crescenti che facciano vento che corrano davvero che si accrocchino a quel corpo morto in una passione finale o sarcasmo che comprendesse tutta la scena – non so bene – vanno aperti dei cassetti.
    antonella. grazie di essere passata.

    @pier
    gioco- discutere con impronte imbarazzate – alambiccare con le parole – casi che ci si fa padroni del tempo per esserne più schiavi perchè così adulti- così adulti! (ma non sempre) – si fanno intermezzi – si fa per ossigenare qualche diaspora più fumata in nero di altre – o semplicemente perchè ti è venuto così da lì a qui. sono d’accordo, pier.
    grazie.

  13. @Franco

    che del dialogo solitario tra carta e poeta/scrittore ne sa le perturbazioni, le nudità.
    grazie
    paola

  14. @Stefano
    è lo stesso mio piacere, come ben sai.
    a presto?

    @mic
    si, lo avevi già letto.

    bene.
    grazie ancora a Franz, a tutti voi che avete lasciato un commento e a quelli che passando, hanno letto.
    a rileggersi.
    paola

  15. daniele che mi sembra del tutto nuovo :-).
    Supponenti … penso siano tutti i giudizi che vogliono essere un minimo “seri” e non solo semplici offese, nè adulazioni alla o boia :-).
    Certo potevo esprimere solo la mia ammirazione, spesso lo faccio, ma in sto caso sarebbe stata una balla colossale, non ero per niente ammirata, anzi, ma nteressata sì (e secondo me è già molto) e quindi pensavo di doverlo dire, supponente o meno ;-)
    Fregnacce, Beh … di solito, e lo devo dire, non mi ispirano molto le persone che usano la parola fregnaccia, è una parola sgradevolmente di destra (sì esistono anche parole di destra, con un passato denotante di prevaricazione di destra). Fregnacce è una parola che mi da molto fastidio, tra l’altro non so se lo avete mai notato, ma è una di quelle poche (se non l’unica) parole italiane dispregiative che si rifacciano offensivamente, o anche solo negativamente all’organo femminile, il quale di solito è usato solo per indicare cose buone e piacevoli
    o fortunate come avere figa o al contrario sfiga (appunto essere privi dell’organo). Fregnaccia nasconde un supremo disprezzo per l’organo femminile umano. Fregna poi è orrido e viene dall’incrocio di fregare e pregna. Insomma l’uso della parola è tutto un programma ancestrale ;-)
    geo

  16. @ daniele
    per l’esortazione.

    @aditus
    per le parole che mi scrivi
    – so che sei molto impegnato –
    per questo apprezzo tanto il tuo passare qui.

    grazie a voi
    paola

  17. @Viola

    non sempre c’è da isolare un senso.
    a volte forzare il senso è una perdita di tempo
    una delusione maggiore che non averlo trovato
    ma poi non importa in questa precisa questione.
    è solo un frettoloso intermezzo.
    e comunque se hai scritto il commento, sei arrivata alla fine, quindi, per questo, ti ringrazio.
    per il tempo speso.
    paola

  18. Quel che mi colpisce di questo racconto, al di là della trama e sue annesse metafore, su cui qualsiasi autore può riscontrare almeno un paio delle proprie inadeguatezze, è la spoliazione della tecnica narrativa che sembra essere privata, non solo degli orpelli descrittivi (tanto cari ad un certo tipo di narrativa, specie italiana, che pure -preciso- amo molto, spesso dispersivi e pretestuosi) ma anche di quelle maniglie tradizionali d’apporto al dialogo stesso disossato ad un ruvido minimal.

    Nuda e cruda, Paola :)

    Credo che sia questo aspetto ad avermi intrigato, di questo testo, e la curiosa associazione di questo scorrere narrativo al tema foglio bianco e suo potenziale irrisolto.

    Sulla storia, invece, colgo un potenziale di sviluppo interessante. Forse perché, mentre leggevo, figuravo lo svilupparsi di una sorta di cannibalismo: una sorta d’interazione tra la storia, raccontata dall’autore Paola Lovisolo, ingoiata dalla storia stessa, quella dello scrittore senza più mani che possano disfarsi della sua stessa scrittura (ma, anche questa, mi rendo conto è figurarsi una metafora, persino un po’ retorica) che invece nel ‘finale di partita’, assurdo (specie nel suo essere apparentemente ‘tronca’), e circolare quanto basta, nel suo evolversi, per cogliere influssi beckettiani, mi ha a dir poco spiazzata, lasciandomi un che d’incompiuto.

    Non ho ben capito se questo racconto sia ancora in progress, se sì, ti chiederei di tenermi aggiornata.

    Un caro saluto, Paola cara.

    Rr

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