AFIA

20 marzo 2007
Pubblicato da

di Alessandra Galetta

Io ho ammazzato un uomo. Non gli ho messo le mani al collo e ho stretto fino a fargli schizzare via la vita insieme agli occhi e nemmeno gli ho strappato il cuore.
In effetti ora che lo racconto mi accorgo che ammazzare non è la parola esatta.
Dal libro di diritto che ho letto nella biblioteca di Padre Riotta posso dire che la colpa di cui mi sono macchiato porta il nome di omissione di soccorso (e c’è stata anche un’appropriazione indebita date le circostanze) che la legge punisce anche se con pene meno severe di un assassinio.

Non c’è la volontà di fare del male quando si omette, è quella del fare che manca. Che è poi la stessa non azione che ha riguardato mio cognato quando è stato travolto dall’automobile, e il guidatore ha proseguito senza rallentare, non concedendogli neanche un’occhiata dallo specchietto retrovisore a mio cognato spiaccicato sui sanpietrini e i binari, manco fosse stato un piccione. Ma è stato fortunato quel tipo lì. Ha investito uno senza nome e nessuno ha letto la sua targa tranne me, e gli agenti non hanno perso tempo per rintracciare uno sconosciuto che aveva ucciso un altro sconosciuto.
Tiravamo fuori libri incredibili dalle casse, libri su argomenti che ci stupivano, ci facevano ridere o arrabbiare a seconda dell’umore o dell’aria. Leggevamo le ricette di come cucinare con il microonde, ma la corrente non c’è nelle baracche di Accra e tanto meno i forni a microonde, però ci erano utili per imparare altre parole. Ma a parte questo quasi tutti quelli che ci arrivavano erano spazzatura, ma se hai poco anche la spazzatura diventa appetitosa e oltretutto quando impari una lingua non fai caso alle parole, di come sono incastrate tra loro intendo. Sei colpito dai suoni e tralasci anche il significato generale, devi memorizzare e non hai tempo per rifletterci sopra. Sai soltanto, con il tuo buonsenso, che le parole possono far male.
Ma non vorrei perdermi ora che ho cominciato a raccontare. A Padre Riotta, agli altri e a me accadeva spesso di perderci nei discorsi. Appoggiavamo le schiene alla lamiere e fissavamo il cielo per l’ispirazione, cominciavamo da un punto e arrivavamo in mezzo al mare. Quando eravamo lontani ripensavamo al punto, ma difficilmente lo ricordavamo.
È una spiegazione che rivela poco circa il nostro modo di passare le serate, ma i nostri discorsi erano così confusi che non trovo un altro modo per descriverli. Certe volte Padre Riotta s’arrabbiava e diceva che bisognava sforzarsi di rendere le nostre chiacchiere produttive, di mantenerci lungo un filo, come fanno i bambini quando vengono portati dal maestro al parco e stanno con le mani attaccate alla corda, ma poi finiva per rinunciare a questo proposito, e diceva: adesso voglio parlarvi da uomo non da prete o da maestro.
Ero sul barcone con cui sono arrivato in Sicilia, già si vedevano da un po’ le luci della costa. L’acqua da bere era terminata da un pezzo e da un pezzo avevano cominciato a gettare i cadaveri in mare. Be’ i cadaveri. Buttavano via quelli che non si muovevano più. Assisti a questa cosa e provi sollievo perché pensi che quel che resta sarà diviso tra un numero più ridotto di persone, non rifletti sul pensiero che toccherà a te, continui a sentirti immortale anche se ti tremano le mani e le gambe e hai le labbra spaccate e gonfie come wurstel.
A noi africani sta succedendo quello che è accaduto sui treni agli ebrei che deportavano in Germania.
C’eravamo seccati sotto al sole come succede ai vermi quando viene arata la terra. Dicevo degli ebrei però. Quelli che sopravvivono quando sbarcano sono rinchiusi nei centri. Che differenza c’è tra la fine che hanno fatto loro e quella che facciamo noi? La durata della fine. Per loro è stata più rapida, noi ci perdiamo in tappe diverse.
Così avevo una sete che non vi posso spiegare. La gola era rigida, la lingua mi esplodeva in bocca, il mondo si era trasformato in sale, quello aveva ancora l’acqua nella bottiglia, sarà stata quasi mezzo litro: la vita, capite? Nessuno se ne era accorto perché a un certo punto aveva avuto una specie di collasso e gli era rotolata sotto, ma io l’avevo vista, un spicchio di plastica verde che spuntava dal corpo, e l’ho sfilata lentamente tenendo sotto controllo quelli che avevo intorno.
Lui aveva le labbra che erano dei palloncini, le ha mosse, chiedevano l’acqua quelle labbra, io l’ho guardato, lui mi ha guardato, poi l’ho bevuta fino all’ultima lacrima. Ma sì, anche voi avreste fatto come me, quelli che non lo avrebbero fatto si chiamano santi, e i santi hanno lo stesso passo dei morti.
Uno dei marinai si è avvicinato, gli ha tastato il collo, l’ha afferrato per le ascelle.
No, questo no, gli ho detto.
Mi ha guardato come se avesse davanti i resti di una carogna scarnificata dagli avvoltoi.
Questo morto è opera tua, mi ha detto.
Comunque ho digerito questa frase e anche quegli occhi e quelle labbra senza parole. Abbiamo percorso ancora un tratto, poi hanno spento i motori, per un attimo mi è sembrata una liberazione quel silenzio, il flap delle onde contro lo scafo, infine ho capito, tutti hanno capito, ci hanno detto che dovevamo tuffarci, che non potevano portarci dove era stato combinato perché c’erano delle motovedette dei carabinieri nella zona dell’approdo, che non era possibile fare una deviazione perché il carburante non glielo permetteva.
Saremmo stati una cinquantina ad essere ancora vivi e coscienti. Siamo sopravvissuti in venti, così ho saputo dopo. Perché io, ad Accra, quando mettevo da parte i soldi per il viaggio, facevo anche un’altra cosa: nuotavo fino allo sfinimento tutti i pomeriggi, mi allenavo alla resistenza.
Ci siamo buttati e abbiamo puntato verso le luci, parevano stelle quelle luci che tremavano sulla costa, curioso che noti un dettaglio del genere in un momento in cui c’è puzza di morte. A un certo punto ho abbandonato il gruppo e ho nuotato verso il buio, se c’era una probabilità di non essere catturato dovevo andare verso l’oscurità non verso la luce. Ma verso il buio c’era l’incertezza e inoltre s’allungava il percorso, ma io m’ero allenato e poi seguivo le indicazioni di mio cognato: vai verso il buio a sinistra delle luci.
Quelli che ce l’hanno fatta sono stati portati a Lampedusa e ora sono di nuovo giù in Ghana, nel Camerun, in Nigeria, più poveri e arrabbiati di quando sono partiti.
Ho dormito dentro un cespuglio, ho bevuto da una fontana all’alba, ho divorato delle arance amare e dei frutti che m’hanno riempito di spine le dita, ho trovato il paese dove c’era il contatto. Avevo imparato tutto a memoria prima di partire.
Il contatto aveva un biglietto del treno e dei vestiti spediti da mio cognato, ho mangiato ancora, ho bevuto una tanica d’acqua, poi ho caricato sacchi su un camion per una settimana in cambio del suo servizio, infine sono partito, e quando sono arrivato a Roma mi sono detto: ormai non può che andare bene.

[Qui altri scritti di Alessandra Galetta su Nazione Indiana.]

11 Responses to AFIA

  1. Lavinia il 20 marzo 2007 alle 08:32

    Veramente molto bello. Incredibile riuscire a calarsi così a fondo in una situazione che, in verità, è così lontana da noi. O così vicina?

  2. georgia il 20 marzo 2007 alle 11:17

    Sorbole, ma questo racconto è veramente favoloso.
    I miei complimenti
    georgia

  3. Barbara il 20 marzo 2007 alle 11:33

    Molto bello davvero.
    E’ vicina, Lavinia, anche se non abitiamo a Lampedusa o in Sicilia.
    Solo che alle brutture cominciamo a farci il callo.

  4. georgia il 20 marzo 2007 alle 12:29

    Maria Luisa ci racconti qualcosa di Alessandra Galetta?
    Sono veramente incantata dalla sua bravura autentica.
    geo

  5. nicola il 20 marzo 2007 alle 14:14

    Pfiu, gran bel racconto!

  6. maria luisa il 20 marzo 2007 alle 14:37

    @geo per leggere altri scritti di Alessandra Galetta, fai riferimento a quanto pubblicato su NI o vai su http://www.untitlededitori.com/ con i quali ha pubblicato la raccolta di racconti brevi “Vedrai, vedrai” ciao ml

  7. véronique v il 20 marzo 2007 alle 15:00

    Quale emozione a leggere la novella! La sete, il sole, il puzzo, fanno esplodere la trama narrativa . Mi ricordo la fuga disperata degli africani nel deserto.
    Mi piace molto Alessandra Galetta per la sua sensibilità alla miseria.
    Grazie a Maria Luisa che propone questo testo.

  8. marino il 20 marzo 2007 alle 15:41

    ho avuto il piacere di leggere parecchie cose di questa autrice, anche un
    romanzo, inedito e per certi aspetti ancora in fieri, ed é tutto davvero
    bello. parecchio nuovo.

  9. Fiorello M. Annoia il 20 marzo 2007 alle 17:46

    Stupendo.

  10. Mario Ardenti il 21 marzo 2007 alle 00:01

    Apprezzato davvero.
    Secco e disinvolto, come la vita che si vive.
    Non tragico.
    Rigorosamente e naturalmente “etico”.

    Mario

  11. Effe il 22 marzo 2007 alle 10:46

    questo è un buon ponte, un incidente probatorio, un riconsocimento.
    E’ una strada che dobbiamo comprendere, in attesa che ci venga raccontata anche dal di dentro.



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