La pozzanghera

28 marzo 2007
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di Marino Magliani

Ho conosciuto il porto di IJmuiden nel 1988, le navi arrivavano  sui moli piene di aringhe e sgombri, di pezzi di carne, di casse di frutta. Facevo parte della folta squadra di scaricatori che faticavano in nero. Cento fiorini al giorno, ma erano sempre dieci ore  anziché otto, senza sicurezza, con poche pause. Chi si faceva male veniva lasciato ai bordi del porto. La polizia passava e non diceva nulla. Una storia trascorreva parallela alla Storia sulle banchine di IJmuiden, cosí in quegli anni potei vedere i rumeni posare la radio sulle casse di pesce e ascoltare i fatti di Timisoara, e le decine di rifugiati politici cileni esultare per il ritorno della democrazia, i curdi un paio d’anni più tardi sperare in qualcosa. I bosniaci accoltellarsi coi serbi e lasciarsi in fin di vita tra i pancali, nell’indifferenza dei gabbiani che sorvolavano e gettavano un grido. Per il resto si lavorava come si lavora in qualsiasi porto, uno guarda per terra e non vede nulla. Si impilavano le casse sui pancali, oppure si scendeva nelle stive gelate, e le casse, due o trecentomila per stiva, venivano messe sui nastri.
Dentro le stive, faticavano con noi, col gruppo di scaricatori, un paio di marinai del peschereccio, quasi sempre sudamericani, ogni barca ne aveva qualcuno, facce da indio, bolita o peruviani,  ecadoregni, arrivavano con le tute imbottite e i berretti, ci indicavano cosa scaricare per primo o cosa caricare, e controllavano che facessimo bene il lavoro, ma più che altro che dalle stive non andassimo a rubare nelle cabine. Erano uomini senza documenti, come ne era pieno il porto, e girava voce che non scendessero mai a terra per paura di farsi arrestare e perdere l’imbarco. I primi tempi pensavo a una leggenda di porto, quei moli erano un posto pieno di storie sinistre, di magazzini ricavati da vecchi bunker della seconda guerra, di tunnel segreti che portavano a isolotti, di relitti di navi da guerra e di sommergibili deposti al fondo, all’imboccatura del Noord Zee Kanaal, di granate sepolte nella sabbia. Forse tra tutte le stranezze, quella degli uomini che non scendevano mai a terra, era la più verosimile.
Poi, un giorno, che s’era nelle stive in attesa che i camion portassero il pesce da caricare, e non ricordo bene per quale motivo i camion ritardavano, mentre si stava uno accanto all’altro per toglierci il freddo, ebbi occasione di conoscerne uno di questi piccoli uomini dall’aria andina e la faccia viola. Mi raccontò chi era, il paese della Cordigliera da cui un giorno era sceso, i suoi figli e il mare che gli era cresciuto dentro. Mi raccontò talmente tante cose che ebbi un sospetto. Di solito erano sempre così riservati, temevano sempre che qualche voce giungesse alla dogana e facevano bene. Che il capitano gettasse uno sguardo dalle botole e vedendoli chiacchierare con noi scaricatori li rimproverasse. Lui capì e sorrise, mi disse che non temeva più nulla, non sarebbe più salpato, quella era l’ultima sua descarga. Era malato, una sciocchezza,
un’ernia, ma doveva farsi curare e un paio di giorni ancora e
lasciava la pozzanghera. La chiamò proprio così.

Caro Ramoncito,
non credere che il motivo per cui mi rivolgo solo a te, sia dettato dal fatto che sei l’unico ad avere gratificato il mio sacrificio.
Sai, pensavo bastasse mandare dei dollari a casa per fare studiare dei figli, evidentemente non è cosí. Vedi con che tono inizio, sono subito il padre che distribuisce delle colpe, per questo ho deciso che i tuoi fratelli non leggeranno. Del resto, sono sicuro che anche senza un diploma o una laurea sapranno lo stesso farsi valere nella vita. Certo, da Selma mi sarei aspettato di più che da Claudio e Henrique. Invece vengo a sapere da vostra madre che ha abbandonato gli studi pure lei. Senza una precisa ragione, mi sarei aspettato di più da Selma, già che vi conosco troppo poco per giudicarvi. Forse è perché lei è la figlia ed è la più giovane.
È un ragionamento che mi ha sempre fatto anche Leon Felipe.
In quanto a me, mi sono sempre illuso che sarebbe bastato fornirvi i mezzi. Non ero a casa, questa è la verità, e nemmeno questa può essere colpa loro. Allora a volte mi chiedo: e se fossi rimasto? Poi sento di essere ingrato, no, sono contento di aver fatto quello che ho fatto, non fosse che almeno l’ho fatto per te.
Tu mi hai già ripagato di tutto, Ramoncito. E sarai un brillante professore. Vedrai.
Leon Felipe si chiede sempre la stessa cosa. A lui è andata peggio: dei tre figli non ce n’è uno che gli abbia dato la soddisfazione di continuare gli studi. E se non ci fossimo mai imbarcati, mi dice. Se fossimo rimasti a tagliare mais nella Chaquerita, a fare i camionero o i basurero a Lima? Io gli dico che allora avremmo passato questi anni a pensare: e se fossimo riusciti a scappare…
Già, dev’essere cosí. Non lo sapremo mai, Leo, gli dico poi. Ci
siamo sempre consolati a vicenda con Leon Felipe.
Lui è il mio compagno di ventura da sempre, un po’ come te e il Ricardo di cui mi parli nelle tue rare lettere, immagino.
Siamo nati noi nello stesso barrio, io lo sai dove sono nato, spero che almeno questo tua madre te l’abbia insegnato. Sono nato a San Luis, nella strada dei fabbri, e mio padre, tuo nonno, era un emigrante asturiano, ma abbiamo nel sangue tracce Quechua. Tu le hai quasi perse, tua madre è bionda, lo sarà ancora credo.
Scrivo solo a te, eppure, credimi, ho nel cuore in egual misura tutti voi. Ogni sera, al tramonto me ne vado a prua. È un’abitudine che ho preso fin dal principio, tuo padre è un uomo di abitudini.
A volte, quando ancora non ne dominavo i colpi, la pozzanghera era talmente agitata che dovevo afferrarmi e stavo lí, a sentire la spuma.
La respiravo e vi pensavo. Eravate voi, i miei figli, quella spuma.La notte coi pistoni nei timpani, vi sognavo. Calcolavo i fusi orari, e mi dicevo: ecco, ora giocano, ora studiano, ora dormono anche loro, ora sono a scuola.
Andavo a trovare Leon Felipe sul ponte, quand’era di guardia, gli portavo il tè, si parlava, lui mi raccontava i libri, non ha mai fatto altro che leggere in questi anni nel tempo libero, quante storie, quanti libri di mare si è fatto comprare dai marinai olandesi nelle librerie di lingua spagnola di Rotterdam e Amsterdam, libri che parlassero di carrette come questa e del «mal di ferro», il male che sentono i marinai in mezzo alla pozzanghera. Io non ho mai letto, mi vien subito sonno, però son sicuro che se leggessi mi ricorderei tutto dei libri, ho una memoria terribile, Ramon, a
volte ho la sensazione che appartenga tutto allo stesso giorno, anche il passato, quello remoto, quando con Leon Felipe a San Luis si giocava al fiume. Perché abbiamo giocato anche noi, figlio, e abbiamo sognato. E poi un giorno abbiamo fatto ciò che abbiamo sempre sognato e ci siamo imbarcati assieme. Allora bastava andare a Lima, a Paracas, o al nord a Chiclayo e si trovava subito un imbarco. Abbiamo debuttato su un bananero che portava dal Brasile e dalla Colombia alla Florida, il Lincoln, bandiera americana. Quante stupidaggini quando sento parlare di bandiere, bandiere buone o bandiere ombra, le vere bandiere ombra sono le più legali, molto più delle liberiane e delle panameñe, credimi, la vera ombra sono le bandiere olandesi, come questa.
Son partito che avevi sei anni, Claudio ne aveva otto, Henrique tre, Selma pochi mesi. Dopo due mesi siamo sbarcati a Fort Pierce, in Florida, senza documenti, abbiamo vagato un po’ per l’America, rischiato di farci uccidere per il pugno di dollari che avevamo in tasca. Non era il nostro posto, ben presto abbiamo deciso di tornare per mare. Ci siamo imbarcati di nuovo a Fort Pierce, ma non più sul Lincoln, stavolta era un mercantile olandese, il Prins Van Haarlem, rumbo Europa. Sbarcammo a Rotterdam, e lo stesso giorno salimmo qua sopra, sul Van Dalen.
Quattordici anni a traballare, a scaricare e caricare le celle frigo di questa carretta, a far guardie, sonni, sogni. E fra un paio di giorni terminerà tutto, Ramoncito. Più che contento o scontento, la verità è che sono confuso. Rimettere piede a terra, non credevo fosse possibile.
Devi sapere che i primi tempi, i primi quattro o cinque anni più o meno, sbarcavamo ogni sei mesi, tornare a casa no, non si poteva, si rischiava di perdere l’imbarco. La Compagnia ci teneva in pugno.
Allora con Leon Felipe e gli altri si restava nel porto di IJmuiden, si dormiva nel capannone accanto alle celle frigo che possiede la Compagnia, si passeggiava nelle dune, nei sentieri fatti di conchiglie maciullate, si faceva la spesa in un supermercato vicino al porto, la domenica mattina si andava a messa, c’era una chiesa cattolica, tra le decine di chiese evangeliche. Eravamo in nove nel gruppo, tutti «peruccios», tutti dell’altipiano, nove fantasmi senza passaporto.
Ricordo che andavamo alla posta e da lí, dai telefoni pubblici di IJmuiden, telefonavo all’alimentari di Juanito Bochella che era l’unico della calle ad avere il telefono. Tua madre mi diceva che i soldi erano arrivati, 350 dollari al mese, che la Compagnia vi mandava senza fiatare. Un olandese in regola sarebbe costato loro sei volte tanto. E lavorava la metà di uno di noi. A parte questo, si può dire che eravamo marinai quasi normali, ma poi i tempi sono cambiati, le barche frigo che venivano a scaricare e caricare sui moli di IJmuiden sono aumentate da venti a cento, il porto si riempiva di scaricatori sudamericani e turchi, e di polizia che controllava i documenti alla ricerca degli illegali.
Per ogni illegale che prendevano scattava una multa alla Compagnia, e cosí un giorno la Compagnia ci ha ordinato di non scendere più dalla barca, si salpava per l’Africa, si tornava in Olanda col pesce, si scaricava e non si scendeva mai, si viveva quassù, giorno e notte, ci si nascondeva nel «tanke», accanto al combustibile, quando saliva a bordo la dogana, in mare aperto, e si usciva quando se ne andavano. Forse la Compagnia aveva degli accordi, forse qualche funzionario chiudeva un occhio. Non lo so. Qualcuno del gruppo comunque durante i periodi in cui si stava attraccati ai moli di IJmuiden, sbarcava sempre, nonostante il divieto della Compagnia. Pagava qualche soldo al marinaio di guardia, col benestare dell’ufficiale di coperta, e passava la notte in casa di prostitute, credo, o a trovare un parente a Amsterdam. Finché un giorno la polizia ne arrestò cinque, e non ne tornò più nessuno. Dove sono? Credo che abbiano ricevuto un foglio di via e vivano da tempo nel sottobosco degli illegali ad Amsterdam. Cinque più due fa sette, ne mancano un paio all’appello, dirai. Quelli che mancano si chiamavano Augusto Hernandez Linch ed Eduardo Fonseca, un giorno in pieno mare, il gruista olandese, ubriaco, ha abbassato il pancale prima di fermarlo, il pancale ha preso a oscillare e ha staccato loro un pezzo di testa. Mi sono morti davanti. Li gettarono in mare, ne sono sicuro, ci dissero che li congelavano nella cella frigo e li consegnavano alle autorità olandesi qualora fossi entrati a IJmuiden, invece seppi poi che la pozzanghera li accolse quella notte stessa. Cosí siamo rimasti io e Leon Felipe e fra un paio di giorni abbandonerò la pozzanghera anch’io. È il motivo per cui ti scrivo, figlio. Ma non devi preoccuparti, niente di irreparabile, è che mi sono scese un paio di ernie, e tutte le volte che c’è da scaricare, si infiammano e mi tengono a letto un paio di giorni. La Compagnia ha già trovato il sostituto. Al largo della Mauritania, una notte ho parlato col commissario di bordo, e gli ho detto che non resisto più. Cosí, appena tocchiamo terra sbarco e una macchina della Compagnia mi porterà a Utrecht, là mi recherò al Pronto Soccorso e mi ricovereranno. Gli olandesi sono precisi, predispongono tutto. All’ospedale scopriranno che sono un illegale, mi chiederanno come son giunto in Europa e da quanto. M’inventerò qualcosa. Qualsiasi storia, che sono arrivato in Olanda attraverso il Belgio e la Francia e la Spagna, dove ho lavorato nei
tomateros di Valencia, o che sono entrato in Olanda dalla Germania come fanno i polacchi, dirò tutto fuorché la verità.
E non ci crederai, ma sono emozionato. Nove anni senza mai
scendere. Ti sembra di tornare a far parte della specie umana.
A volte c’era da impazzire, meno male che durante il viaggio
abbiamo sempre avuto da fare, da pitturare, fare pulizie, ingrassare i motori, rattoppare le reti, e il tempo è passato. Durante la pesca poi sul Van Dalen c’è anche troppo da fare, si lavora persino venti ore al giorno, a tirar su le reti a strascico, a congelare gli sgombri, a filettare, fin quando non si arriva al molo e si comincia a scaricare. Scaricare è il lavoro più duro e pericoloso, ci sono dei nastri dentati che scendono nelle stive, di stive ce ne sono tre piani. Si comincia a mettere le casse di pesce sui nastri e si finisce quando la stiva è vuota. Le casse sono di aringhe o di sgombri surgelati, ogni cassa non pesa meno di 25 chili. La temperatura delle stive si mantiene intorno ai quaranta gradi sotto zero. Fuori, sulla banchina, lungo i nastri attendono gli scaricatori olandesi, le casse vanno impilate secondo la sigla, qualità, grandezza del pesce, destinazione, e i muletti caricano i pancali sui camion che poi trasportano il pesce nei capannoni frigo.
Ad aiutarci, nelle stive, viene una squadra di scaricatori olandesi, ma ci sono anche dei turchi, degli arabi, dei polacchi. Man mano che si scende le stive si fanno più fredde, il respiro ti entra a scaglie ghiacciate nelle narici, la barba e il sudore si congela sulla pelle, se piove ti bagni, perché dalla stiva si vede un grosso pezzo di cielo, il tetto di acciaio è completamente aperto per far uscire il nastro dentato, e gli indumenti si bagnano e si ghiacciano e il gelo ti morde anche se ti muovi di continuo. Il nastro sale e raccoglie la pioggia, quando torna a scendere vuoto, sul dente bagnato ci forma subito una patina di ghiaccio, cosí ogni tanto le casse scivolano e ti cadono addosso, ti schiacciano le dita, ti rompono le ossa.
Caricare invece è meno faticoso. Il pesce arriva sui camion, i
muletti lo scaricano, la gru prende il pancale e lo deposita nelle stive, dove due gruppi di scaricatori prendono le casse e le impilano, riempiendo i piani. Siamo noi, io e Leon Felipe che controlliamo la carica, agli scaricatori non importa nulla, ma noi sappiamo che se non impili bene, in mare aperto i muri di casse crollano e il pesce si rovina.
Una volta terminata la carica, i gruppi di scaricatori risalgano
attraverso la botola sul ponte. La gru piazza la passerella e gli scaricatori scendono a terra, tornano alle loro case. Il commissario viene a controllare la carica e dà il benestare. Il tetto rotola sulle stive.
Questo è il momento in cui io e Leon Felipe, ci andiamo a nascondere nel Tanke, perché di lí a poco sale a bordo la dogana con gli specchietti e controlla ogni buco alla ricerca di grosse quantità di droga o di armi.
Questa, Ramon, è stata l’esistenza di tuo padre mentre tu crescevi. Fra una mezz’ora entrerà in cabina Leon Felipe, non esco io a dargli il cambio, tocca al portoghese, io salirò sul ponte alle sei.
Fra poco dormirò qualche ora e poi sarà la penultima guardia. Qualche minuto fa ho sentito le voci del primo di macchina.
Siamo a cento miglia al largo del Golfo di Biscaglia, mare calmo, rumbo nord, se ci fanno entrare toccheremo le coste olandesi fra trentasei ore. Trasportiamo sgombri, li abbiamo pescati in acque senegalesi, li scaricheranno in meno di un giorno, poi il Van Dalen rimarrà attraccato un altro giorno per i rifornimenti e la sua prossima rotta sarà una strage di gamberetti norvegesi. Ma il mariscos si porta fresco e in meno di due giorni la carretta sarà di nuovo al nido.
Ecco dunque, Ramoncito, ora sai che dal prossimo mese tuo
padre non è più sicuro di far giungere a casa vostra con regolarità. Se tua madre avesse risparmiato qualcosa, non avreste problemi per un anno intero con quello che avete ricevuto, ma se non è stata brava a risparmiare, tua madre è stata comunque una brava madre, e di questo, non fosse altro, gliene sono grato.
Per dirti dunque che d’ora innanzi non so più nulla di cosa farò, mi cureranno nell’ospedale di Utrecht, mi opereranno credo, una sciocchezza, poi può darsi che decidano di rimpatriarmi e allora ti abbraccerò oppure mi lasceranno libero e allora mi cercherò un lavoro in nero da qualche parte qui in Europa e riuscirò ancora a mandare.
Infine, ti scrivo per chiederti di giustificare tutto questo proseguendo negli studi e facendoti valere come essere umano.
E un po’ per dirti anche che ho paura, figlio mio. Che penso a cosa sarà il mondo. Leon Felipe mi fa coraggio, dice vedrai, troverai qualcosa, un posto là per terra ci sarà ancora, te l’avranno tenuto… Ci ridiamo, ma abbiamo paura tutti e due.
Nove anni, a dividere con lui questa cabina, il cibo, le lacrime la pioggia il vento e questa pozzanghera.
Poi, quando fra meno di un paio di giorni, vedremo il Noord Zee Kanaal, con l’acciaieria su una riva sabbiosa e la città di mattoni scuri sull’altra, tuo padre metterà il piede a terra. E vi penserà.

IJmuiden, 2 novembre 2006

(Pubblicato sull’ultimo numero di  “Nuovi Argomenti” – “schiavi e schiavitù”) 


7 Responses to La pozzanghera

  1. Ophelia il 29 marzo 2007 alle 00:30

    Questo racconto mi ha commosso. Sarà una cosa sciocca da dire, ma è così. L’oceano stesso è davvero una pozzanghera, davanti al mondo che anche un uomo molto piccolo si sente esplodere dentro, non riesce a dire e ad abbracciare per intero.

    Marino si è messo da parte per lasciar parlare il suo personaggio, con bravura e con l’amore che dà solo l’esperienza, l’esserci stato davvero sull barca.

  2. valter binaghi il 29 marzo 2007 alle 08:54

    Toccante, Marino. E scritta nel solito splendido modo. Tu fai parlare i tuoi personaggi anche più dolorosi da un silenzio interiore che ne garantisce l’umanità, senza mai trasformarli in caricature o specchietti sociologici. Pericolo in cui è facile cadere quando si parla di questi argomenti.

  3. alessandrag. il 29 marzo 2007 alle 09:26

    Il freddo delle stive, la pozzanghera, le casse di pesce, il buio. Questa storia è bellissima.

  4. Bartolomeo Di Monaco il 29 marzo 2007 alle 10:18

    Già letto in NA. Ti rinnovo i miei complimenti, Marino. Narratore ci sei nato.

    Bart

  5. carla bariffi il 29 marzo 2007 alle 12:30

    Caro Marino
    che stile asciutto e limpido al contempo, ci lasci respirare!
    immagino il porto, la stiva….il duro lavoro del mozzo….il forte sentimento di un legame.

    “A volte, quando ancora non ne dominavo i colpi, la pozzanghera era talmente agitata che dovevo afferrarmi e stavo lí, a sentire la spuma.”

    A volte c’era da impazzire, meno male che durante il viaggio
    abbiamo sempre avuto da fare, da pitturare, fare pulizie, ingrassare i motori, rattoppare le reti, e il tempo è passato.

    C’è tutta una vita, in queste frasi, e tanta speranza!

    Ti abbraccio forte
    carla

  6. marino il 29 marzo 2007 alle 14:59

    grazie a tutti e a Franz, ci sono un paio, tre o quattro, svarioni perché ho mandato a Franz il penultimo pdf, una frase contorta, distratto.
    scusate e grazie ancora

  7. fk il 29 marzo 2007 alle 15:07

    Grazie a te, Zeewolf. Ancora una volta dimostri tutto il tuo valore (grande) di narratore. Cercheremo di eliminare gli svarioni quanto prima.



indiani