A metà

31 marzo 2007
Pubblicato da

di Flavia Ganzenua

Seduta sul letto, in sottoveste, mia madre si infila i collant color carne. Sorride, i capelli mangiati dal sole che devasta la finestra. Li arrotola e li infila. Mi accuccio davanti a lei, coi talloni affondo nello scendiletto. E’ infeltrito, punge, mi sfrega gli slip. Non riesco a tenere gli occhi aperti, la guardo a fatica. La luce ormai ha ingoiato quasi tutta la stanza. Ho il grembiule trasparente. Mia madre è a metà, immobile, spuntano solo le braccia e le gambe. Le sfioro le calze, il nylon luccica, si squaglia, si incolla alle dita. Corro via. La camera si accartoccia. La voce di mia madre stona, si assottiglia. Gratto via il suo fard da sotto le unghie. Lo lecco. Si incolla al palato. E’ così che arrivo in ufficio col suo fard tra i denti. Bevo e sa di fard, fumo e sa di fard, parlo e sa di fard.
Mi siedo alla scrivania, accendo il computer. Inserisco i dati, una sfilza di nomi e cognomi, codici fiscali, date di nascita. Sommo le cifre, le scompongo, le segno su un foglio per giocarle al lotto. Riempita la centonovantanovesima pagina, è la pausa pranzo. Il mio ufficio è proprio sopra la mensa, sento il tonfo sordo dei vassoi, il timer dei forni a microonde. E’ un cubo di vetro sospeso su piloni di acciaio, una vescica rigonfia. Dalla mia scrivania vedo un pezzetto di provinciale. Le auto inchiodano al semaforo. Sono un’onda, incastrata tra gli scogli, che ristagna. Scandiscono questa fine di luglio, la frantumano. Piove ancora, da ieri, non ha mai smesso. Una pioggia fitta, di seta, che mi ha impedito di uscire, ha sciolto i passanti, le bancarelle, ha spento tutti gli zampironi sui terrazzi.
Chiudo la posta elettronica e mi alzo. Il linoleum è sabbia mobile. Mi aggrappo al corrimano, alle piante stinte. Arranco fino al bancone e aspetto. Arrivo sempre per prima.
L’addetta solleva il coperchio di acciaio, fa un balzo indietro per non ustionarsi e sparisce nella condensa, le mani sospese a mezz’aria, rafferme. Intravedo la camicetta sudata, la fede placcata oro sotto il guanto di lattice. Si restringe come un golf di lana, è più piccola. Il neon costringe la sua ombra sul soffitto. Quando va in cucina a prendere il formaggio, è ancora là, in alto: è una chiazza di umidità che sbiadisce. Ordino una cosa qualunque. Sa di vapore che esce dalla lavastoviglie.
Scelgo un tavolo, scarto le posate di plastica, condisco l’insalata fluorescente. Scanso le carote, ci gioco, le faccio a pezzetti. Mia madre è dietro di me che mi fissa, attaccata alla sedia, il busto proteso in avanti, addosso, incastrata nella bava di luce che si annida nelle tapparelle. Non dice niente, ma il suo respiro è una frusta. Il piatto è un buco nero che inghiotte tutto. Mi siedo composta, il tovagliolo sulle ginocchia e mi ingozzo. Quando mi volto, mia madre è un primo piano sfocato che piego e tengo nel portafogli.
Sistemo la sedia con cura, esco nel parcheggio allagato. Sarà l’effetto dell’aria condizionata ma non si respira. C’è una luce appiccicosa che ti resta negli occhi anche quando li chiudi, che costringe a terra. Io cerco di resistere, ma ho una fune al centro del petto che mi tira in basso. Mi permette di arrivare solo fino a casa.
Prima potevo uscire in terrazzo, ora posso spingermi a mala pena a metà del salotto. Le piante hanno invaso la sala. Ho smesso di annaffiarle, murato la finestra, ma hanno trovato altre strade, lo scarico del lavandino, i tubi del riscaldamento. Hanno rivestito il divano di un muschio compatto.
Ho chiamato la disinfestazione, hanno strappato via tutto. Mi hanno mostrato la ragnatela di radici che pendeva dal soffitto. Uno di loro giocherellava con un pezzo, si faceva passare quel moncherino tumefatto da una mano all’altra. Diceva che non aveva mai visto una roba come quella, che si sarebbe riformata quasi subito, un paio d’ore al massimo. La sentiva già crescere tra le dita, era come staccare la coda a una lucertola.
Il pavimento era un animale scuoiato, la moquette era rimasta solo negli angoli. In controluce vedevo le impronte dei mobili. La credenza era un alone giallognolo sulla parete di fondo. Aspiravo l’odore umido che saliva dalle cose dissolte. Ero in piedi sul ventre del mostro. Sudavo, la pelle d’oca mi gonfiava come un foglio di pluribol. La fune mi tirava indietro. Stavo su a fatica.
Avevo fatto già uno sforzo immane con quegli operai. Mi guardavano come si guarda un oggetto che sta per cadere, indecisi se lasciarlo andare o afferrarlo al volo. La mia voce li aveva frenati. Erano sicuri di trovarsi di fronte un uomo. Il più giovane, uscendo, mi aveva chiamato: “Signore”.
Avevo sostituito la porta scorrevole del salotto con una blindata. Intravedevo i rami sotto la carta da parati. In controluce era un vestito a cui stanno per saltare le cuciture. Guardavo le crepe, prima sottili, dei graffi, poi sempre più spesse, sul parquet, i muri, gli zoccoli di marmo. L’intonaco si sbriciolava in polvere finissima, ogni cosa sapeva di stucco. Cucinavo in bilico tra le piastrelle spaccate. Il tavolo era tenuto insieme dal filo di ferro. Le radici avevano sollevato tutto il linoleum del corridoio.
Io ormai arrivavo solo alla stanza da letto, la fune era troppo corta.
Dipendeva dai giorni, però. A volte mi sembrava lunghissima e leggera, impalpabile, quasi. Un tubo gonfio di elio che fluttuava nell’aria. Ma il più delle volte, era attorcigliata su se stessa e dura, ruvida, mi ci potevo tagliare. Mia madre diceva che erano i sensi di colpa, che lei non ne aveva. Erano le cose buttate via, i vestiti mai usati, il cibo avanzato; un campionario di gesti scomposti, spiegazzati. La spia rossa del boiler era l’occhio di Dio che mi controllava. Mi schiacciavo contro la parete, fissavo la luce che filtrava a intermittenza da sotto la porta. Avvicinavo la pantofola e mi bagnavo in tutto quel dolore di Dio, ne facevo parte. Ero una di quelle statue portate in spalla durante le processioni, una di quelle a cui lacrimano le pupille dipinte.
Mi appoggiavo al muro, la testa reclinata da un lato, gli occhi puntati a terra, compassionevole, ero il filtro dei mali del mondo. Avevo pietà per gli oggetti. Un foglio di giornale per strada, una cicca di sigaretta accartocciata su se stessa, il tappo di una biro mangiato dai denti e dalle unghie, avevano pace solo quando io li guardavo. Fissavo il pavimento, le fughe strozzate tra le mattonelle e pensavo che aveva memoria delle cose cadute. Era una mappa, una cicatrice. La casa era il corpo. Sentivo le pulsazioni. Ogni lesione era una bruciatura, riempiva tutta la stanza. Resistevo finché la luce non mi arrivava alle caviglie, poi mi chiudevo in camera. Sentivo la fune tra le gambe, la accarezzavo. Ci addormentavamo abbracciate l’una dentro l’altra. Le avevo dato un nome, l’avevo stritolata tra la porta e il muro, chiusa nell’armadio. L’avevo nascosta dietro la schiena, sotto la gonna quando mi faceva fare tardi a scuola, in palestra, al lavoro.
Una volta l’addetta alla mensa l’aveva quasi calpestata. Stava pulendo il tavolo davanti a me, aveva indietreggiato ed era rimasta impigliata. Non aveva detto niente. Aveva alzato il piede, attenta a non farmi male. L’avevo fissata per tutto il tempo, obbligata a raccogliere da terra i miei avanzi, le posate. Ogni giorno mi facevo riempire il piatto, poi cambiavo idea. La pasta era sempre scotta, il bicchiere sempre sporco.
Più la guardavo e più sentivo che c’era qualcosa di osceno in lei, nel modo di tagliare la verdura, strofinare il bancone, sistemare i tovaglioli. Il medio, soprattutto, scivolava tra le pieghe con insistenza. Non c’era esitazione, solo compiacimento nel cancellare con pazienza un’imperfezione. La spiavo spingere i carrelli, buttare via la spazzatura, strizzare l’insalata. Era solo corpo, divorava lo spazio, lo rendeva solido, vivo.
Mi sedevo, tendevo la fune e la chiamavo con una scusa qualunque. La immaginavo perdere l’equilibrio, scomporsi, disfare la stanza intorno a sé e invece sollevava il piede, la scansava. Cambiavo posto di continuo: al centro della sala, vicino al bancone, al magazzino, ma trovava sempre il sentiero giusto, la briciola di pane che l’avrebbe condotta fuori dal labirinto, dal bosco; che l’avrebbe riportata a casa.
Era la prima volta che mi capitava. Di solito la gente provava ribrezzo. La fissava con disgusto, era un insetto repellente, un difetto che sfigura. Gli uomini avevano una reazione diversa dalle donne. Si voltavano automaticamente, era come premere un pulsante, l’interruttore della luce: sentivo il clic. Si giravano e lasciavano nell’aria una scia, come i fari delle auto nelle foto sovresposte o l’acqua risucchiata sul fondo dal cerchio di un sasso.
Ma lei non ci faceva caso. Era una cosa normale come mangiare, bere, la voglia di gelato d’estate. Indossavo magliette sempre più corte che scoprivano l’ombelico, appoggiavo la fune sul vassoio mentre mi serviva. Non mi guardava nemmeno. Mi passava i piatti oltre il vetro, la scansava. Non mi temeva come gli altri, non la incuriosivo, non le facevo pena: ero un’eco, un’interferenza.

Ho deciso, mi porto il pranzo da casa. La scusa ufficiale è: “E’ più sano ed economico”. Fanno parte del kit anche: nastro adesivo per fissare la fune alla vita e alle gambe, pantaloni larghi, mai gonne, stivali. Il problema è la lunghezza, varia di continuo. Ci sono delle mattine in cui devo arrotolarla più volte intorno ai fianchi, fare dei nodi. La settimana scorsa avevo dovuto prendere un paio di giorni di permesso, non passavo dalla porta. Era come dormire in una cuccia per criceti, di ovatta compressa. Si era infeltrita nel giro di una notte, lasciandomi addosso dei puntini rossi che avevo spacciato per allergia. Mi era tornata utile, giustificava le pause pranzo in clausura nel mio ufficio trasparente.
Mi rannicchio sulla sedia, scarto il panino e resto in silenzio. Lei è sotto di me. La sento timbrare il cartellino, spogliarsi, infilarsi il grembiule, impilare i vassoi bollenti. So cosa fa e quando, ha un rituale preciso, animale.
Presto sentirà la mia mancanza. Un posto vuoto è un buco, una voragine. Un coperto in meno al giorno è un piatto che avanza, dell’insalata che si butta via; ed è evidente, sotto gli occhi di tutti. Anche se un altro si fosse seduto al mio tavolo, sarebbe avanzato un pezzo, un’escrescenza. É come il gioco delle sedie, qualcuno sarebbe rimasto in piedi per forza.
Sono più di due settimane che non vado a mensa. Dodici pause pranzo per l’esattezza. Dodici bottigliette d’acqua, dodici caffè, ventiquattro piatti, forchette e coltelli; dodici vassoi in meno da mettere nella lavastoviglie.
Tutti insieme non riempiono una stanza: la svuotano.
Respiro con cautela, a piccoli sorsi irregolari, centellino l’aria. L’addetta è dietro il bancone. É immobile, davanti al lavello e so che mi pensa, che sta pensando proprio a me. Lo intuisco da come si asciuga le mani sul grembiule, prima il dorso, poi il palmo, infine i polsi. Pizzica la stoffa e la stira con una leggera pressione delle dita.
É un trucco per perdere più tempo. Rallenta la pausa, la dilata, permette di guardarsi bene attorno. Pensa di essere furba, che non me ne accorga. Stupida, ho sopportato torture peggiori. So cos’è il dolore, è una vite spanata che sbriciola l’intonaco intorno a sé: è maschile singolare.
Guardo i colleghi. Consumano tutto quello che hanno nel piatto, scelgono, ordinano. La mensa si ciba di loro, li nutre, li imbocca, regola le loro funzioni. Ne hanno bisogno. Li fa sentire intatti. Sono appena nati, sazi, coraggiosi.
Dovrei tornare su, la mia riserva di ossigeno è quasi finita, invece entro, oltrepasso i tavoli e mi chiudo nel bagno riservato al personale. Mi appoggio con tutto il peso alla porta. Sono esausta, ho un cavo d’acciaio piantato nello stomaco che schiaccia il torace, mi tira indietro.
L’addetta mi fissa, si avvicina, il grembiule bianchissimo, i bottoni che dilatano le asole. Intravedo la cucitura del reggiseno. Non li sopporto, mi costringono a immaginare qualcosa di lei. Sono un foro in un sacchetto di plastica, perdo liquido.
Guarda la fune, la prende tra le dita cotte dalla gomma sterile, la stringe. Vorrei urlare, ma la voce è un insetto intrappolato in gola.
Lei mi afferra la mano, le dita spariscono rigide sotto il suo camice, se la appoggia sul ventre, preme. Sento qualcosa di calloso e ruvido, una cicatrice spessa, proprio sopra l’ombelico. Vorrei darle una spinta ma non riesco a muovermi, sono in apnea. Lei sorride, poi stringe ancora, più forte, stringe la fune da strapparmela via, e dice: “Lo so”, dice solo questo. Ed è come se il sangue si congelasse di colpo nelle arterie, brucia, è acido.
“Sto morendo, qui, nel bagno della mensa davanti a tutti”, penso e invece i polmoni si dilatano. Sento di nuovo le mani, le braccia. Sono leggerissima. Cerco la fune tra le gambe, ma non la trovo, è poco più di una valvola proprio sopra l’inguine.
Guardo mia madre, si sgonfia. E’ una soluzione rossa che cola via insieme a tutto quanto il resto.

5 Responses to A metà

  1. Christian Frascella il 31 marzo 2007 alle 10:07

    Ma la Letteratura deve raccontare storie o raccontare di sé?
    Sì, non ci sono regole.
    Sì, va bene questo modo e quell’altro.
    Solo che, alla fine, con tutta questa introspezione, pare di leggere sempre la stessa storia. La Letteratura è Io, Me. Narrazione del mio ombelico.
    Può piacere il modo in cui si incastrano le parole, la sfilata degli aggettivi ‘giusti’. Ma il resto è la fune di mammà, due disinfestatori, un lavoro poco kafkiano, un’addetta alla mensa che ebbe la sua, di fune.
    Poco, per duemila parole.

  2. Sai chi sono il 31 marzo 2007 alle 16:17

    Christian, se vuoi competere con me, allora dovrai impegnarti molto, perché ne ho di benzina nella mente. Io capisco tutto. Non ti aspettavi che me ne accorgessi, vero? Succede per tutti così – per tutti quelli che vogliono competere con me. Non ti ci mettere con me. Io vengo dal basso. E ho molta rabbia dentro. Così tanta rabbia che se potessi vedermi dentro non ti ci proveresti neanche a competere con me. Te ne rimarresti nel tuo posticino nella casetta editrice, e zitto. Non ti ci mettere con me. Non lo fare.

  3. Lorenza D'elia il 31 marzo 2007 alle 17:36

    Minchia: talmente tanta rabbia da non riuscire a esplodere fuori da uno pseudonimo? Un tempo si veniva su dal basso dei sobborghi. Oggi si rimane giù nel basso delle paranoie…

  4. christian raimo il 31 marzo 2007 alle 17:39

    Sai chi sono possiamo incontrarci quando vuoi alle sei di mattina, e puoi anche scegliere tu l’arma. a presto.

  5. Latteesololatte il 2 aprile 2007 alle 12:01

    @ Sai chi sono: invece di sparare frasi senza senso, nel brodo della tua rabbia paranoica e posticcia, fatti vedere davvero ed illuminaci con la tua prosa folgorante…Siamo tutti quì in attesa…
    Altrimenti taci e leggi meglio quello che scrive Christian, che ne hai solo da imparare !!!



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