Hostelbro

2 aprile 2007
Pubblicato da

di Christian Raimo

A Hostelbro, a metà mattina non piove, ma è come se avesse appena smesso. L’aria è sospetta. Si potrebbe analizzarne la composizione come si fa con le acque minerali: tracce di… Le nuvole sono state trasportate in cielo con delle funi. E prima o poi qualcuno potrebbe anche riavvolgerle, o mostrarci come davvero sono fatte all’interno. Abbiamo viaggiato un giorno e mezzo. Treno più treno più treno più treno. Tre cambi, sonni interrotti, e un odore di melassa lungo la trachea che fra qualche minuto diventerà onestamente mal di gola. Ieri mattina alla stazione ci ha accompagnato Maude. Venuta a salutarmi, a salutarci. Aveva una maglietta nera che mi sembrava messa apposta, un atto d’accusa consistente nella semplice mancanza di colore. Mi ha baciato sulle labbra e poi io ho notato bene che non si avvicinasse alla bocca di Marco. Aveva gli occhi come due spilli, qualcosa di sinistro che era troppo presto, mattina, e non mi andava di chiederle.
Io dondolavo sulle ginocchia, quella vibrazione della pelle che metabolizza i movimenti invece di farli avvenire, avevo la spina dorsale iniettata di torpore, e il teatro dei pensieri popolato di personaggi maligni, strascichi di sogni disagiati come quelli che ti visitano sempre prima di una partenza. I muscoli dorsali appiccicati come falde tettoniche.
Sono venuto a Hostelbro con Marco, allora non mi era così chiaro, perché condividevo, o desideravo condividere con lui, le stesse contiguità alla follia. È così buffa la verità alle volte.

(Nello scompartimento Marco aveva dormito quasi tutto il tempo. Sdraiato su di sé. Avevo idea che dormendo, si autodisinnescasse. Alle volte mi viene in mente che le persone stanno lì e dormono e, per il loro bene e per il mio spavento, potrebbero non svegliarsi più. Non morire, ma rimanere in questo stato di riposo, di sonno eternizzato).

Ci avevano sistemato in un exconvitto: i soffitti antichi alti come due stanze sovrapposte. Le camerate con sei persone. Il seminario dell’Odin Teatret a Holstelbro durava diciotto giorni. Non ero mai stato tanto tempo lontano da casa. Eravamo venticinque, nella nostra stanza due ragazzi slavi, un uomo (uno di quasi quarant’anni) di Reggio Calabria, e uno di Copenaghen.

“La gente viene qui a cercare la verità e qui non c’è più verità che in qualsiasi altro posto”, aveva detto Eugenio Barba, per cominciare, prima di tutto, l’incontro di accoglienza. “Oppure per poter scrivere un’altra voce sul suo curriculum di formazione teatrale. Ma qui funziona diversamente. Sarò io che sfrutterò voi, non il contrario”. Era un uomo di una magrezza convincente, i capelli ricci, grigi, e delle rughe sulla fronte delineate perfettamente, singolari, che in certi momenti mi sembrava che riuscisse a muovere volontariamente. “Quello che cercherò di fare è di rendere esterna, trasparente a voi stessi una cosa che, con una parola che ormai mi fa un po’ schifo usare, chiamo energia. Questo perché?…”.

La prima notte a Hostelbro avevo gli occhi di marmo. Non si sarebbero mai più chiusi. Provavo ad autoindurmi degli incipit di sogni ma finivano sempre che me ne discostavo perché mi sembravano dei cattivi presagi: m’immaginavo io al capezzale di mio padre malato di tumore. Finché l’uomo di Reggio Calabria, sempre la prima sera, mi aveva bussato sulla spalla e mi aveva chiesto se gli facevo compagnia a fumare. Si chiamava Toni. E fumava cinquanta, sessanta sigarette al giorno, mi disse subito. Quasi tre pacchetti. Da quando aveva smesso di bere.

Barba partì da noi, dalla nostra idea di teatro, e dalla nostra competenza nel muoverci nello spazio. Ci faceva camminare, liberamente, svincolatamente. Uscivamo nel cortile e dovevamo camminare per un’ora e poi tornare indietro. Lui ci spiava da lontano o da vicino, voleva che fossimo spontanei (o meglio che “rilasciassimo le nostre varie forme di spontaneità”) e inseguiva esplicitamente le nostre stanchezze, le nostre pause. Un pomeriggio ci fece restare a faccia a terra per due ore, senza che potessimo né addormentarci né muoverci. Un’altra giornata ci portò tutti nel bosco e ci bendò e ci lasciò in balia di noi stessi per un tempo che non so quanto fosse, un’ora, due ore.

La notte fuori casa. Se io non dormivo, l’uomo di Reggio Calabria era un fantasma. Era un fuso di essere dolorosamente maschile, senza le minime curve, tutto spigoli d’ossa, con i denti divisi perfettamente in due categorie: quelli devastati dalla piorrea, e quelli lucenti, rifatti appunto. E parlava con una voce monocorde, ricattatoria, raschiata dal fumo. Non poteva evitare di confessarsi ogni volta che mi si rivolgeva: il suo mondo era composto da se stesso più il motivo, la lunga catena di motivi, per cui adesso era lì, lì a Hostelbro. Aveva due figli che se n’erano andati di casa a sedici e a quindici anni perché era un alcolizzato. Alcolizzato, non alcolista, precisava stirando i denti. Sua moglie era morta. Morta perché beveva, ovvio. “Abbiamo vissuto degli anni. Gli anni, gli anni. In un mondo fantastico, e spaventoso. Era tutto innaturale. A un certo punto era sparito qualsiasi senso logico nelle giornate. Lei cominciava a cucinare, chiamava i figli a tavola, poi apriva una bottiglia di vino, se la scolava in dieci minuti, si sdraiava in salotto, smetteva di cucinare e decideva di andare a chiedere degli affettati dalla vicina di casa”.

Io preda dell’uomo calabro, e Marco che era diventato silenzioso, borghese, a suo agio in questa sorta di altrove. La sera Barba ci faceva riposare, badava alla nostra concentrazione per spiegarci quello che desiderava, ci mostrava esercitazioni o dal vero o in video con i suoi attori: “Quando quello che vediamo non si muove, quando il corpo resta immobile, allora l’interno, la mente dev’essere in movimento, in un movimento continuo. Ma non innaturale. Il modello”, abbozzava uno schizzo sulla lavagna “è il cigno. Cosa fa il cigno? Scivola impassibile sull’acqua, ma le sue zampe nascoste lavorano come le pale di un mulino. È immobile nel movimento, ma è inquieto: nella quiete”.

Perché ero andato a fare questo seminario estivo con l’Odin Teatret? Uscivo di notte col freddo e mi inoltravo nel bosco, indifferente al dovere di orientarmi. Durante un esercizio uno dei primi giorni avevo colpito male un cardine di una porta e mi ero spezzato l’unghia dell’alluce di non mi ricordo che piede. La sera stessa Barba, non so se prendendomi a pretesto, aveva provato a spiegare: “Concentratevi sui vostri limiti fisici. Chi è basso, chi troppo alto. La miopia, il sovrappeso. Una parte del vostro corpo che è particolarmente sensibile. Avete delle ferite? Degli handicap? Non le nascondete a voi stessi, per primi. Quello è il vostro tesoro come attori. Come attori che vuol dire: esseri viventi. Quella è la condizione, la precondizione della vostra paura. È la forma con la quale, prima di ogni movimento volontario, dirigete il vostro corpo nello spazio”.

Attraverso quello che faceva notare Barba, io diventavo consapevole dei gesti automatici: la sera contemplavo la cena dentro al piatto, sentivo i trasferimenti di succhi gastrici, tutti i modi in cui risuonava il mio stomaco. Mangiavo poco o niente alla fine, e la mancanza di calorie rendeva rapidamente l’umore indefinito, in bilico. Sprezzante, assente, annuvolato. finché mi stufavo di stare a sentire le confessioni al caminetto del calabrese e il suo dolore circolare, e avevo bisogno di cose elementari.
Uscivo, verso il bosco, salutavo Marco che era sdraiato sul suo letto come un apprendista cadavere, seguivo la strada illuminata che arrivava fino alla piazzola con il passaggio al livello dove lì gli abitanti di Hostelbro portavano i cani a pisciare e abbaiare, con la luce, senza luce, con i riflessi della luna sulle carrozzerie di queste macchine nordiche, tutte famigliari, scavalcavo dove la strada finiva di essere asfaltata. Il freddo era concentrato, solidificato in banchi. Rimescolava l’aria dalle dieci di sera in poi e mi colpiva a intermittenza le tempie come due frecce scagliate l’una contro l’altra. Avevo freddo, così volevo. Non stavo male. Indossavo soltanto una camicia e un k-way. Il bosco era una grande piscina di terra, la strada scendeva subito e dal dislivello in poi non c’era più un lampione, ma il percorso per almeno un chilometro consisteva in un canale largo, con gli aghi di pino ammucchiati, come se avessero spiumato dei cuscini. La mia idea era di perdermi, anzi, ancora più radicalmente, di confondermi, e darmi in pasto. L’immediato. Barba insisteva con noi così tanto sulla percezione della propria capacità muscolare involontaria, che io riflettevo su come eliminare la questione alla radice, abolire le differenze tra me e i tronchi d’albero. Del resto, se si fanno i conti sul serio con la possibilità di provare dolore, che cos’era, eh, questa natura umana? Mi stringevo e passavo di sbieco lungo un sentiero sottile schiacciato dai rami grossi intrecciati a x, dall’erba alta, da tutti rovi sparsi a cazzo, mi graffiavo i polpacci e le caviglie scoperte. La natura umana, non era forse una bugia?
Calibravo il respiro; dal momento in cui scartavo dal tracciato e salivo zigzagando, spaccando gli elastici tesi degli arbusti gonfi come inflorescenze improvvise, filamentose, e m’inoltravo su verso la cima del pendio che si apriva su una specie di costone rotto – un colle praticamente diviso a metà senza più una metà – sentivo la sinusoide del mio respiro che provava, tendeva, a uniformarsi a un ritmo pulsante, una diastole-sistole regolare, canonica: il tempo polmonare, viscoso, del bosco. Mi toglievo le scarpe e mi arrotolavo i calzoni. Sull’alluce ferito avevo appiccicato una benda di cotone legata con una guaina improvvisata di nastro adesivo. Percepivo chiaramente l’assolo di otto battiti, scandito dai miei passi e riprodotto perfettamente da qualcosa all’interno del buio. Non un’eco: una consonanza. Non era una costruzione ideologica quella della razionalità, del dominio di quest’umano sul resto del creato? Coi piedi scalzi camminavo affondando le piante dei piedi sulla terra. La terra. Senza guardare, senza fermarmi, la terra era una materia qualunque, un’unica melma di organico e inorganico. Lombrichi che si nutrono di fango, amminoacidi che si trasformano in cellule. Ero il contrario dei jainisti che avevo letto sui libri di storia delle religioni in seconda media. Magri come zombi, i fazzoletti davanti al viso per non ingerire i batteri e una scopa per evitare gli esseri viventi che si frappongono al loro passaggio. I fanatici del rispetto. Io ero come i germi invece. Soltanto più sviluppato di loro. Il lombrico più grosso che schiaccia i vermicelli più piccoli.
A saperla respirare, a esercitare le proprie ghiandole bronchiali a un omomorfismo con l’azoto e l’ossigeno, anche l’aria era viva. La vita più profonda che mi apparteneva occorreva riscovarla ogni giorno, questa era la verità, in nome dell’urgenza, della mia gamma di desideri, dei bisogni chimici della linfa che scorreva parallela al sangue… “Eliminate la cultura dalle vostre teste. Eliminate la stessa idea di cultura come un segno di distinzione, di identità. Andate verso l’indistinzione…”. Mi toglievo la benda all’alluce. Avrei infettato la ferita, giustamente. Acuivo la vista, e nell’oscurità s’intensificava il senso delle proporzioni, delle distanze, sostituivo l’osservazione con il contatto, la sete. Fare leva sulle ginocchia per scendere o salire, il sentiero di roccia lungo il costone andava avanti per un pezzo, tra pietrisco, piani scoscesi e quelle che al buio sembravano mezze voragini. Mi sedevo o m’inginocchiavo laddove c’era dell’acqua, e ci immergevo i piedi nudi. Affondandoli nelle pozze, per pulirmeli dal terriccio, con l’acqua che pungeva sulla ferita aperta. E camminando più in fretta, con le scarpe in una mano mentre con l’altra cercavo di tenermi in equilibrio sulla roccia scivolosa, facendo presa sui tronchi degli alberi che però erano viscidi, collosi, impastati di resina, e macchie di muschio simili a spugne marine, attaccate lì parassitariamente a una forma di esistenza più terrestre. La luna, quei due terzi di luna che ficcavano la luce persino nel fitto tra rami e fogliame, era finalmente un grande pietrone sferico, lontano, ottuso, privo di tutto quello che mi interessava in quel momento. Non la potevo odorare, non la potevo masticare, non la potevo pressare e plasmare a mio piacimento, tra una mano e l’altra.

“Nel teatro No per esempio, il secondo attore, il waki, spesso rappresenta il proprio non-esserci, il suo assentarsi dall’azione. Egli mette in opera una complessa tecnica extra-quotidiana del corpo che non deve servire a impersonare, ma a far notare la sua capacità di non impersonare”.

Io cercavo di disumanizzarmi, mentre Marco intratteneva – intratteneva: il termine esatto per un intero decennio – una relazione con Paolo Rimorchione. Lo scoprii, me lo comunicò, alla fine dei venti giorni del seminario, sul treno di ritorno, lasciandomi mettere a fuoco le immagini inutili di questo trentenne di Velletri a cui mentre ero lì a Hostelbro non avevo dato la minima attenzione. Coi capelli ingelatinati, grassoccio, la camicia dentro i pantaloni tenuti su da una cinta del Charro, era il barista nella caffetteria dove facevamo colazione che aveva instaurato con noi due, di mattina in mattina, di caffé bruciato in caffé bruciato, una complicità basica, imposta fin dal primo giorno in terra danese, fondata sull’implicita conclusione da parte sua che eravamo tutti e tre italiani, romani “aa fine”, e che ci piaceva a tutti e tre scopare, “aa fine”.
Lui scopava molto, e farlo sapere a chiunque era il suo modo di stare al mondo. “Oggi ce l’ho barzotto perché ieri me so fatta una ner bagno de casa sua, perché questa vive praticamente in stanza cor fratello, e se vergogna de dije ar fratello ‘Scusa hai rotto er cazzo me poi lascia a stanza?’ Due ore dentr’ ar cesso de casa de questa, che qua te devi immagina’ però che cessi che c’hanno. Che certe case c’hanno i cessi che so’ sale da ricevimento. So’ tutti ricchi. Tutti ricchi e tutti mooorto ricchi. Ricchioni… se po’ di’…”.
L’avevamo soprannominato, sbadigliando, Paolo Rimorchione, e Marco, dopo la prima volta che avevamo avuto a che farci, già sapeva imitarlo alla perfezione. La pancia in fuori, le spalle buttate all’indietro, la mano sempre a massaggiarsi la mascella o il pacco, come a dire io sto tutto qua, so’ bocca e cazzo.

“Tipo che c’ho l’anno scorso c’ho avuto una storia co’ du’ bengalesi che m’hanno ridotto ‘mbriaco. Avevo conosciuto sta tizia bona, ma bo-na, te devi immagina’ quee ‘ndiane che c’hanno insieme er mejo dee negre e er mejo dee nostre, questa ha lavorato qua da noi ma tipo ‘n mesetto prima che ll’hanno cacciata. E me rompeva, me rompeva sempr’er cazzo che a dovevo copri’ ar lavoro, nun se sa che cazzo c’aveva sempre, diceva che je piavano ji attacchi de’ panico però nun poteva dillo, sennò nun aa facevano lavora’ allora se cambiavamo de turno io e llei. ‘N giorno, co’ questa, siamo tipo usciti, tipo a cena fori, ‘na serata tranquilla. Ma che succiede? Che o aa machina sua, che guidava ma proprio a cazzo, famo ‘er botto proprio sotto casa sua. N’se famo n’cazzo, pure quello che ‘amo preso ‘n se fa’ ‘n cazzo, ma lei dice tipo sto sotto sciocche, me lascia llà e se va a rintana’ dentro casa. E io, pe’ fa’ er carino, aspetto come ‘no stronzo, che arriva aa polizia pe’ fa tutti ji accertamenti dell’incidente. E sto là due ore co’ sti cazzo de’ poliziotti, che me ricordo c’avevano sta stronza de’ sirena luminosa ‘n faccia che n’altro po’ stavo a diventa’ pilettico. Insomma finisco sta stronzata, sargo a casa sua e la trovo che praticamente sta a dormi’. M’avvicino e je dico: Mira. Mira se chiamava. Je dico Mira, e questa se gira e senza dimme ‘n cazzo, senza manco di’ ciao che è successo, a machina te come stai scusa che t’ho fatto sta du’ ore sotto casa ar posto mio, m’apre i pantaloni e me fa ‘na sega. Poi finisce, tac, se rigira, e s’addorme. Io non so che cazzo fa’, nun so proprio come reagi’. Tempo de rivestimme, chi t’arriva però? ‘A madre sua, de Mira, che lei vive co’ ‘a madre, bella donna, che entra e me comincia a chiacchiera’, che lei è separata, che c’aveva er marito in India, in Bengala, dove cazzo sta lui, che però mo’ so sett’anni che è come se se fossero lasciati, che lui lavora in Inghirtera e se vedono ‘na vorta all’anno e già je stavo a di’ me dispiace signora capisco è una vita de merda ma io me ne devo anna’, e lei invece continuava e me diceva che lei quindi se sta a cerca n’artro uomo, e che stasera proprio era ‘scita co’ uno a cena ma s’era fatta du’ cojoni così, e appunto era tornata a casa che erano tipo le dieci, e a un certo punto, ma senza manco trova ‘na scusa, prende e me bacia. Ma che cazzo de famija è? Ma che in India ‘n se parla?, penso e me metto a ride, je dico: Signora, ma che cazzo sta a ffa’? E lei invece de ritirasse, se mette a ride pure lei, che avevo capito pure che era ciucca, e me ricomincia a bacia’, a smucinasse tutt’addosso, e insomma se famo na mezza scopata prima sur divano poi sul letto de casa sua, che pe’ fortuna dico, c’ha avuto a ‘n certo punto er buon gusto de nun scopa’ ‘n faccia a la fija”.

*

Era così, quando guardavo Marco e la sua pace inerziale, che si manifestava tanto apertamente sui treni – l’anticlimatica fine di agosto, in una giornata di sole europeo, conciliatorio, comprensivo, noi due sul treno di ritorno da Hostelbro, e io col muso al finestrino a riscorrere bustrofedicamente il viaggio dell’andata e considerare che la nostalgia in tutta la sua reale o fasulla acutezza non è altro che un dispositivo cinetico per cui le immagini passano nel senso contrario di quello in cui ti sono venute incontro la volta precedente – pensavo che, diversamente da ogni altra persona che conoscevo, Marco non rispondeva alle drammaturgie comuni. La relazioni ovvie in cui uno si sceglie la parte della vittima così l’altro fa il carnefice, o padrone e schiavo, idolo e idolatra, sfruttatore e strumento.
“Dov’è che hai visto il vuoto?”, diceva.
“Cosa?”
“Cos’è che guardi?”
“Cose così. Il diavolo. Il culo di una . È sempre la stessa mancanza. Non abbiamo esperienze”.
“Sante parole. Voglio un caffé”.
“Non ti sembra inutile?”
“La vita? Abbastanza”.
“Quasi un mese qui in questo posto… a fare tutto quello che volevamo… capire come cazzo è fatto il nostro corpo… a parlare di desideri… e tutto questo è vero non mi serve per un curriculum teatrale, ma- Non è come se l’avessimo fatto per un curriculum emotivo? Che differenza fa? Non è peggio? Non è persino più disonesto?”.
“Potevi scoparti il barista”.

Durante tutti i giorni del seminario, non capivo se qualcosa stava avvenendo. Non era previsto che migliorassimo come attori, va bene, ma allora che cosa stavamo facendo lì? Ci stavamo confrontando con i nostri limiti corporei? Ci stavamo spossessando di noi? Stavamo mutando? Stavamo realizzando l’eccedenza delle nostre capacità espressive? “Rispettate la disciplina di riti che non conoscete”. Ci stavamo rendendo conto che diciotto giorni non sarebbero serviti a nulla e che soltanto decidendo di lasciare famiglie e beni e ambizioni tutte e piantandosi in questo kibbutz della disciplina della carne, saremmo riusciti in un obiettivo, astratto o lontano che fosse? Il risultato apparente è che sembravamo tutti muoverci circospetti e goffi, come urtandoci di continuo. “Ogni movimento è sempre potenzialmente un errore. Capite cosa vuol dire arrendersi a questo?”. Durante il corso, da mastro capocomico vestito di nero che scandisce le frasi come se seguisse un ritmo modulare, Barba si era trasformato nello zio simpatico che ti dà consigli di vita, pugnetti sulle spalle, e negli ultimi giorni aveva perso anche questi brandelli di autorevolezza, ed era diventato un burattino abbandonato al centro del palco. Si era quasi ammutolito. Chiedeva pareri, bilanci, come va? e come state?
Forse era vero che ci stava sfruttando, forse era vero che non aveva nulla da trasmettere e finiva col succhiare da noi. Nell’ultima giornata, con una non chalance ormai tiepida, fatalmente conformistica, aveva chiesto chi di tutti noi volesse “fare qualcosa, qualunque cosa” per un tempo di cinque, dieci, quindici minuti. Un gesto goliardico di fine anno. Dopo esser passati nelle forche dell’umiliazione del narcisismo, chi di noi aveva mantenuto un po’ di coraggio per rendersi un esempio negativo di fronte agli altri?
Eravamo stanchi, questo era l’esito di diciotto giorni con l’Odin Teatret. E seppure ci eravamo strusciati uno addosso all’altro, presi a spintoni e calci, visti nudi, piangere, avevamo sviluppato più un clima di confusione che di complicità, e Barba, lì, beato e passivo, non adottava più nessuna pressione contraria.
Le mani in mano, a gambe conserte come boyscout, poggiati sui gomiti, ognuno con il suo timido tic, a grattarsi un orecchio, o a stirarsi addosso i vestiti: adesso eravamo una famiglia natalizia. In cui si improvvisa per far contenti i parenti. “Chi inizia?”
Un ragazzo danese, un ragazzo alto e femmineo, la cui bellezza mi era sembrata proporzionale alla sua impermeabilità a qualsiasi indicazione di Barba, si alzò, si mise in mezzo e cominciò a tossire, sbocconcellando ogni tanto qualche brano biascicato probabilmente preso da Shakespeare. C’era una spossatezza anomala tra noi, credo, che creava subito un silenzio da isolamento acustico, in cui i suoi coff! coff! rimbombavano. Un malato di tisi che sputazza nel delirio di un accesso di febbre il monologo di Riccardo Terzo. Una bella cosina d’avanguardia, un numero che avrebbe potuto eseguire tale e quale il primo giorno, presentarsi e guadagnarsi il paternalismo di tutti. Barba gli sorrise: in fondo aveva pagato la sua quota d’iscrizione. A noi ci gelò.
Alla seconda della tornata (“Maria! Maria!”, la chiamava Barba citando Eliot, forse) già veniva da sputarle in faccia. Per tutto il tempo del seminario, in quanto rumena postceacescu (venticinquenne con i denti cariati, due vestiti da indossare a giorni invertiti, un’espressione inscalfibile di vittima della Storia), si era tenuta a distanza dal gruppo e forse per questo si era in parte guadagnata la mia stima. Rispetto a noi, era arrivata a Hostelbro già priva, sterilizzata direi, oltre che di molto altro, anche delle zavorre del narcisismo. Però tolto il narcisismo poteva non restare nulla. (È crudele? Ma è così). Aveva ballato per due minuti come un’assatanata e poi era crollata in terra. Letteralmente. Finita lì.

Il tempo atmosferico si era accodato all’andazzo, era quasi buio. Barba buttava fuori l’aria come se stesse spurgando da un esercizio di respirazione eseguito anni or sono: “C’è qualcun altro?”. L’uomo calabrese aveva raccolto il suo giacchetto da terra e aveva inforcato l’uscita. Non capivo se c’era realmente un clima di smobilitazione. Se Barba fosse stato dipendente da qualche droga, pensavo, se fosse stato il padre di una famiglia numerosa, figli piccoli che pativano la sua assenza da casa, se fosse stato un uomo per cui il teatro era un’occupazione, e non una scelta di vita, se non si fosse trattato della missione a cui lo inchiodavano i manuali di storia del teatro del Novecento, si sarebbe forse salvato. Avrebbe potuto esimersi dal guardare in faccia il frutto dei suoi insegnamenti (“che non sono insegnamenti”) e della sua visione (“che non dev’essere la vostra visione”): una piccola massa di fricchettoni alla deriva, vestiti di verde, di verde acido, di viola, di giallo infeltrito, in stoffe moderne di cui non sapevo nemmeno il nome, scivolati qui come palline di mercurio da ogni parte d’Europa a causa di una diffusa e abissale e globale mancanza di magnetismo. Avevano sborsato quasi un milione a testa e adesso potevano essere rispediti nelle loro allegre e desolate province.

Lo spazio ingombrato dagli sguardi fino a arrivare a saturazione. Nel mezzo di quella sovrabbondanza di sguardi Marco mi fece un cenno con la fronte e si alzò fingendo di essere colpito da una scossa elettrica: “Cambiare qualcosa in questo mondo… cambiare qualcosa in questo mondo”, disse, “è come spingere il cazzo in un blocco di ghiaccio: rimani castrato e non sciogli niente”, aveva sorriso a Barba, come se avesse colto l’amo di qualche complicità a cui nessuno di noi aveva abboccato. “Così cambia la storia”, aveva detto. Poi si era bloccato in piedi, e infilando millimetricamente un piede dopo l’altro aveva iniziato a muoversi con una circospezione comica, come se dovesse raffigurare una pellicola di un film fotogramma per fotogramma. Una parodia di una danza buto che nel giro di un paio di minuti era diventata un trotterellare, e poi una corsa, aveva cominciato a correre per la grande stanza, e a urlare: “Aiuto. Eccolo. Eccolo”, a voltarsi indietro, e a ansimare con l’affanno.
Io mi ero riseduto sul lineolum del pavimento, lo guardavo come un amico guarda un altro amico mentre corre. Cercava proprio di forzare il respiro per procurarsi il fiatone, strappando se stesso da un equilibrio cuore-polmoni. Era inseguito. Da qualcosa, qualcuno di invisibile. Da qualcuno di interno a lui stesso. “Arriva. Lo sento”, con la foga in bocca, simulava una voce da allenatore dei marines: “Sei taciturno? Sei taciturno? C’è qualcosa che non va?… C’è qualcosa che non va? Sei proprio sicuro che va tutto bene? Sei proprio sicuro che va tutto bene?…”, urlava e abbassava il volume fino a sussurrare, “Non ti serve nulla? Non ti serve nulla? A noi puoi dirlo! A noi puoi dirlo! Ti va di parlare un po’? Ti va di parlare un po’? Ti senti pressato, vuoi che ti presso di meno?… Ti senti pressato, vuoi che ti presso di meno? C’è bisogno di comunicare. C’è bisogno di comunicare. Devi aprirti! Devi aprirti!”, arrivò allo spasmo e lì si bloccò, si rannicchiò in un angolo tra le due pareti, un ragazzino che si è messo in castigo da solo. “Ti vogliamo bene lo capisci, sì? Ti vogliamo bene lo capisci, sì?”. Poi si ammutolì finché cominciò a distinguersi appena il fatto che stesse piangendo, con la faccia rivolta al muro, e le spalle che tremolavano con piccole convulsioni. Restava con lo sguardo nascosto, ma iniziò a baciarsi da solo, si dava dei baci alle mani, alle braccia, alle spalle fin dove arrivava col collo, si baciò il petto mentre si lamentava adesso a bassa voce. Nello stanzone si era solidificato il silenzio anomalo, la concentrazione mista a sonnolenza.“Non mi lasciare solo…”, piangeva con un sibilo di voce, senza lacrime, singhiozzando piano, “Non mi lasciare solo, non te ne andare. Non voglio restare da solo, ti prego, non andare via” e si stringeva le braccia, si tirava la pelle. “Non mi devi lasciare mai. Ti prego, dimmi che non mi lasci mai! Ti prego! Devi dirmelo! Sei la mia vita, sei! Sei la mia unica speranza! La mia fonte di sostentamento! Ma lo capisci? Lo capisci cosa significhi per me!”. E alla fine era crollato in ginocchio.

Era scattato l’applauso, e a quel punto Marco si era risollevato dal pavimento, e con le lacrime ancora sugli occhi come gocce in adesione molecolare, tremante ancora, l’adrenalina che continuava visibilmente a defluire; ci aveva fatto dei mezzi inchini, mentre non si riusciva a tenere ferma la mandibola. Barba aveva riassunto un’espressione distesa, il gruppo si era rianimato, e Marco con il collo sudato e le guance rosse, era andato avanti a ringraziare, sorpreso, robotico, sghembo all’applauso che dopo un po’ era ovviamente scemato. Ringraziava e si ritirava pudicamente dal centro del palco verso la parete più lontana della stanza. Tremolava, s’inchinava, e ringraziava. Qualcuno di noi aveva cambiato faccia, mentre lui, giunto al limite della parete in fondo, si era attaccato con le spalle alla finestra dalla quale arrivava il sole della finta estate danese. Poi, senza neanche voltarsi, aveva sollevato il vetro, aveva infilato una gamba dietro l’altra in groppa al davanzale, e si era buttato di sotto.

5 Responses to Hostelbro

  1. carla bariffi il 2 aprile 2007 alle 17:28

    Raimo, premetto che devo ancora leggerlo
    intuisco che si tratta di un viaggio
    ma tu viaggi così tanto?

    poi ti dirò la mia, lo sai…
    ciao

  2. Latte il 2 aprile 2007 alle 18:37

    Racconto molto interessante Christian, scritto con grande cura, trapare una forte emozione ed un disincanto che le parti in lingua dialettal – parlata punteggiano davvero ottimamente.

    Sbaglio o sti scrivendo il tuo primo romanzo Christian? Io, come gli altri credo, sono impaziente di averlo sotto gli occhi !!!

  3. Marco il 3 aprile 2007 alle 15:25

    “A Hostelbro, a metà mattina non piove, ma è come se avesse appena spesso.”

    Credo che ci sia un errore di battitura: “spesso” al posto di “smesso”.

  4. carla bariffi il 3 aprile 2007 alle 16:17

    Aiuto, Raimo…
    l’ho letto ieri sera prima di dormire!
    é un cocktail un pò forte
    bisognerebbe diluirlo un pò…

    i termini: “smucinasse” e “bustrofedicamente” dove sei andato a pescarli?
    Mi ha fatto ridere quel pezzetto in dialetto!!!

    Ti cito il frammento che più mi è piaciuto…

    “A saperla respirare, a esercitare le proprie ghiandole bronchiali a un omomorfismo con l’azoto e l’ossigeno, anche l’aria era viva. La vita più profonda che mi apparteneva occorreva riscovarla ogni giorno, questa era la verità, in nome dell’urgenza, della mia gamma di desideri, dei bisogni chimici della linfa che scorreva parallela al sangue.”

    e anche il dialogo con Marco.

    ciao

  5. CalMa il 4 aprile 2007 alle 11:44

    Secondo me era bello anche se non si buttava di sotto.
    Tremolava, s’inchinava, e ringraziava.
    Che quella fine mi pare scontata a me.
    Bello, comunque, scritto da dio.



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