Io sapevo un’altra cosa

2 aprile 2007
Pubblicato da

di Tommaso Giagni

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Io sapevo che a Roma ci andavo a fare il cameriere in un caffè importante vicino Piazza Navona. Fuori si sente il traffico, e il mio letto è grande e caldo. Era tutto diverso, giù, ero diverso anche io. Non mi va di tirare via il lenzuolo; e non lo tiro proprio via, perché oggi la giornata è libera. Giù al mio paese, che è un posto da dove se ne vanno tutti, per non accontentarsi e fare una vita di merda, non ci stavo bene neanch’io. Me l’ha detto ieri sera, Berto, che oggi la giornata era libera, me l’ha scritto per cellulare, e sono stato contento così. Fino a prima di venire qui, pensavo che il mio era solo un problema con i posti piccoli, con le persone dei posti piccoli. Ci sono altri -quelli che ci sono entrati sulle gambe loro, per una scelta dall’inizio- che vorrebbero lavorare sempre, perché fai più soldi; ma quando succede a me, di essere libero, sono contento.

Credo che le ore sul treno per venire qui, sono state in assoluto le più belle della mia vita. Almeno ho un po’ di tempo per me, quando non c’è da lavorare. Stavo sul treno, e qualsiasi cosa mi piaceva. Di solito sto a casa, le volte come oggi, quando non ci sono appuntamenti, oppure esco per poco tempo; ho sentito altri che preferiscono andare a comprare le cose in centro, quando stanno liberi, ma io sono pigro di uscire. Contavo che, tanto, peggio non sarei potuto stare, a Roma, rispetto a come stavo già. Berto ha ammazzato un ragazzo, anni fa; Berto è uno che non lo fotti mai. Io sapevo un’altra cosa. La barba dei primi giorni mi pizzica sul collo. Ho imparato a ringraziare Iddio, in questo tempo, per essersi preso mia madre prima che succedesse tutto. E neanche la posso fare, la barba, perché Berto mi ha detto che dopodomani ho quella signora che mi vuole con la barba. Stare con mia madre era l’unica cosa che mi legava al paese, intendo l’unica sul serio. Se non ho la barba, quella signora mi manda via, è già successo. Il giorno prima di partire, un uomo del bar, giù, mi ha detto “che ci devi fare a Roma, che ti perdi?”, e io ho scosso un po’ la testa. Ogni signora ha la cosa sua, il capriccio. Al mio paese vivono praticamente tutti con il mare, con la pesca. I primi tempi ho anche pensato di fare qualcosa proprio a livello pratico; ci credevo, i primi tempi, pensavo d’inventarmi qualcosa –non lo so neanche, ora, a cosa avevo potuto pensare di pratico, a cosa pensavo di aggrapparmi- e di uscirmene subito da questa situazione. Io lo soffro anche, il mare; da quando sono piccolo. Scosto il lenzuolo, e mi alzo a fatica in piedi. Sentivo di non avere niente da fare o da dire con nessuno, giù; sentivo che rischiavo di riempirmi la testa di sale, come tutti, e diventare troppo pesante -così pieno di sale-, poi, per non restare. Berto, me l’ha fatto fare, mi ci ha spinto come si spinge una cosa che già rotola per una scesa. Ce le avevo delle ragazze che mi volevano, al paese. Sopra il quadrante elettronico del tapis roulant acchiappo la maglia sporca di ieri, e me la metto, perché oggi posso fare come mi pare. Un giorno, giù, una ragazza mi ha detto che piacevo a delle sue amiche, e che gli piacevo perché stavo quasi sempre zitto. Quasi tutte le volte che mi mettevo a letto, i primi tempi, mi ci sforzavo, sognavo di azzerare quelle settimane –erano i primi tempi; fanno sette mesi, ora, a giorni-, azzerare tutto, e avere una specie di reazione. Il turismo non attaccava tanto, là da me -per la posizione che è un po’ sacrificata, sentivo che dicevano-, e quindi non ci puntava quasi nessuno. Il tapis roulant è nero e grigio, e Berto ce ne ha dato uno a testa, perché vuole che ci corriamo sopra tutti i giorni. Ecco, per esempio, nel turismo penso che mi sarebbe anche piaciuto lavorarci. Un’ora al giorno, almeno, dobbiamo correre, dice Berto, perché così le clienti non si possono lamentare. Il turismo però non c’era, e a fare quella vita di merda e di fatica, in mare: no. In cucina, mi spalmo il miele su una fetta biscottata. Giù ci stavo male, ma non era così. Tutti noi, noi di Berto, a colazione dobbiamo mangiare fette biscottate e miele, e un frutto. Sono partito perché non mi volevo accontentare, e pensavo di dover prendere al volo quell’occasione che avevo –l’occasione, ripetevo, l’occasione, anche a voce alta, come non penso d’averla mai usata, la voce: ché mi sentivano tutti quelli che si lamentavano solo, quelli che poi restavano. Le signore si arrabbiano, se non abbiamo il fisico tonico. Almeno piangevo, giù, quando non vedevo la soluzione a un problema; qui a Roma, dopo le primissime settimane non sono riuscito neanche più a piangere. Anche il mangiare, ci organizza. I soldi, prima, pensavo che erano più importanti. Berto, quando ride, ha la fronte spezzata da lunghe linee nere. Ci avevo anche già lavorato a un bar, giù, per un po’ di mesi: ci andavo dopo scuola, era il bar sopra il porticciolo del paese accanto al mio. Cammino per la stanza, e poi accendo la tv. Quel bar dove lavoravo, a un certo punto aveva dovuto chiudere. Mi tasto la spalla. Pensavo che venire a Roma era la grande chance, come si dice. Sulla spalla, ho ancora il graffio che mi ha fatto quella del Coppedè. Sono partito che ero stupido, che pensavo un sacco di cose ingenue e stupide. Non possiamo avere contatti extra con le signore, niente –né telefonate, né messaggi, o mail-, perché Berto non vuole assolutamente. Io sapevo un’altra cosa, e se sapevo che mi succedeva così forse restavo al paese mio, a accontentarmi con gli altri; ma forse neanche, no. Non si può regalare o ricevere niente, neanche sotto le feste. Mia madre è morta l’anno scorso, e per me è stata una cosa impossibile di dolore; nel momento in cui proprio me l’hanno detto, mi ricordo che ho sentito i piedi, e le gambe, sciogliersi nel terriccio e farsi fango. Cambio i canali, in tv, ma non guardo niente. Mia madre era la mia famiglia, e una persona amica, e buona. Certe volte come adesso, mi succede di pensare che lo zapping che faccio tra i canali –con le immagini che durano niente, tutte in successione, eccetera- dà l’idea di come ho visto in questi mesi la mia vita di questi mesi. A scuola neanche, mi piaceva, giù, e mi progettavo delle cose mie; ho anche scommesso con un ragazzo, una volta, che prima o poi avrei avuto un garage con quattro macchine, dentro, tutte mie. Un’altra persona, una persona forte, al posto mio si era ammazzata. Quaranta euro avevamo scommesso, con quel ragazzo.

Non posso mica scappare da questa situazione, via: non può nessuno. Roma era la città più grande del mondo, quando ero giù: la capitale, con due squadre in serie A. Berto l’ha ammazzato; Berto in persona l’ha ammazzato, il ragazzo che aveva provato, l’unico. Me lo sentivo, quando mi facevo i miei progetti in testa, che in una città come Roma poteva succederti tutto, se ti mettevi in gioco: che poteva succedere che uno come me -uno di un paese piccolo- trovava la strada che si meritava. Le signore telefonano a Berto quando ci vogliono, e lui fissa gli appuntamenti. Pensavo di trovare quella strada che mi meritavo, una strada che giù non esisteva, tranne che in una traccia nella mia testa che immaginava. Sempre a casa loro, sempre: è una condizione assoluta. L’estate, giù, i capelli mi si schiarivano sempre, e diventavo quasi biondo. Non siamo accompagnatori, nessuno di noi: scopiamo solo. Eravamo tre in tutto, in paese, di ragazzi coi capelli chiari, l’estate, e ogni minuto me li bagnavo perché mi sentivo a disagio. Guardo in alto, restando seduto, e cerco una trave come quelle che ci sono nei film, dove s’impiccano. Il mio paese l’ho dovuto lasciare, l’anno scorso. Dovrei farlo, di ammazzarmi, più che altro per me. Non avevo gli amici, giù, a parte giusto un paio; ma non erano amici neanche quelli, in verità: si accontentavano anche loro, pensavo, come tutti, e dentro di me glielo rimproveravo. Qui è tutto ridotto a curare il corpo per gli appuntamenti, e agli appuntamenti in sé. Piazza Navona a Roma. Poco dopo che sono sceso da quel treno che sapeva di nuovo, mi sono ritrovato con le fantasie di tutta la mia vita, in mano, come accartocciate, e piene di cenere, con cui fare i conti. Quando ho saputo che stavo per partire, da giù, gli ultimi giorni che già riempivo il borsone con le cose mie, ho trattato le persone in modo più duro –e pensavo: finalmente, e mi veniva sempre da stare col sorriso. Per farlo, devo farlo qui, in poco tempo, senza aspettare di cambiare idea. A piedi scalzi, per la stradina sopra il porto, una mattina, portavo il caffè al benzinaio del paese vicino al mio, e ho avuto come una cosa luminosa intorno, un momento magico, di verità: mi sono sentito dire dentro, da come un sussurro: altro, di altro ho bisogno. Le signore che ci vogliono, sono tutte più o meno uguali; di età, e come tipo di persone proprio. Mia madre è morta prima di tutto questo, e è un pensiero che mi fa stare meno male. Sono quasi tutte signore sui sessanta, con i modi sofisticati, capricciose. Se riuscivo a sopportare tutto era per lei, giù, perché tornavo a casa e c’era mia madre. Spengo la tv, e mi alzo. Era forte di spirito, brava, mia madre: era una donna eccezionale, e mi manca sempre. Tutti bestemmiano sul clacson, fuori. Io sapevo che a Roma venivo a fare il cameriere, perché me l’aveva detto uno che lavora per Berto, al telefono. Non è solo che mi aspettavo altro, una nuova vita e tutto: è che ero sicuro, senza un dubbio, che qui cominciava tutto. Quello che ci ho parlato al telefono, quell’uomo, era un tipo fidato di Berto: gli aveva detto Berto cosa dirci, a me come agli altri: era stato tutto organizzato bene -come si prendono i pesci di notte, ci ha presi: tutti insieme, nelle reti, con la pazienza e il silenzio. La barba mi pizzica sul collo. Era un uomo fidato di Berto; al telefono aveva una voce gentile, mi ricordo, e penso che Berto ce l’ha fatto parlare apposta, quello, con noi. Mi sento quella cosa nel petto, che è il pianto che si soffoca dentro. Andavo a un internet point, e ci andavo spesso, quando stavo al paese, perché il computer a casa non ce l’avevo. A giorni ho quella mezza inglese: mi sa che devo togliermi un po’ le sopracciglia; però può anche essere che non si vedono così tanto, che non c’è bisogno. Mi cercavo un lavoro, a quell’internet point: leggevo tutte le offerte nelle grandi città, e dopo telefonavo a quelle che mi sembravano buone. Un veleno che mi ammazza subito. Spesso ero solo, all’internet point, e c’era un silenzio totale, esagerato, e tutte le sedie vuote. Il mio tempo è in un’agenda che non ho io, e che proprio non ho mai visto. Avevo sempre voluto una città grande. Dev’essere un veleno immediato, di quelli che quasi non te ne accorgi. Il mio è un paese dove tutti lavorano in mare. Cammino avanti e indietro, pesto le mattonelle della cucina. Me ne stavo sulle mie, in paese. Ci sono i detersivi, sotto il lavandino, ma coi detersivi non è cosa. Io non mi potevo accontentare di restarci, là: mi sentivo come una corda –una di quelle corde grosse e resistenti, da barca- che mi stringeva il collo. I detersivi, uno: mi bruciano lo stomaco, e comunque sono un veleno lento, mi sa, un’agonia. Per andare a scuola, prendevo un pullman che si faceva tutta la costa, e scendevo a un paese lontano quasi dieci chilometri. Poi, con il detersivo, rischi che ti fanno la lavanda gastrica. Sul pullman che prendevo, cercavo sempre con lo sguardo se c’erano le navi turistiche –e spesso si vedevano, quelle che andavano sulle coste vicine, quando l’aria sopra il mare era nitida-, e mi immaginavo com’erano fatti i porti da dove partivano, i porti grandi. Mi siedo, perché sudo sulla fronte. Quando vivevo giù, e avevo i momenti di difficoltà, di paura, facevo che chiudevo gli occhi per un sacco di tempo, e pensavo alla macchinina che avevo quand’ero più piccolo –una macchinina bianca con delle strisce gialle, che correva veloce anche in salita-, finché non mi calmavo del tutto. Dalla sedia, con la testa che mi ciondola, guardo tutte le bottiglie di detersivo in fila sotto il lavandino. Quelli peggiori, di tipi, giù, erano quelli che stavano sugli scogli fino a tardi, e dicevano di andare via, dicevano i basta –quanti basta, ti dovevi sentire, se capitavi sugli scogli quando c’erano quelli!-, e poi niente: “buonanotte raga’, buonanotte”, e il giorno dopo ricominciavano uguale. Berto ci ha messi in una stanza, ci ha chiusi dentro per un sacco di tempo. Li prendevo male male, dentro di me, quelli che chiacchieravano e basta. I due ragazzi che stavano chiusi con me, anche loro venivano da giù; avevano un paio d’anni meno di me, e non m’aveva stupito più di tanto, in quel momento che l’avevano detto. Basta il pensiero, di quelli degli scogli, per riconoscere la gabbia –perché era una gabbia: me la sentivo proprio, intorno-, per ricordarmi com’era giù, e che non ci tornerei neanche da morto. Diciassette anni avevano, quei due, e a ripensarci è una cosa che mi fa un effetto proprio forte. Sotto il lavandino, c’è il barattolone bianco e verde di Zagor, per i topi. Spesso le signore sono gentili con me; una, quella dell’Aventino –una delle poche che è sposata, una signora ricchissima, fissata che devo restare tutto vestito-, a Berto gli ha detto che vuole solo a me, che agli altri non li vuole. C’era già, quando sono venuto a viverci, il barattolo, penso; comunque non ho mai avuto problemi di topi, qui –magari quello che c’era prima sì, e l’ha comprato lui; oppure, se l’è trovato a casa come me, senza sapere perché-, e non l’ho mai usato. Io dico tanto di voler andare via –in realtà lo dico molto meno, da prima-, e questa è una cosa verissima; ma poi, se ci penso in concreto, non mi viene niente di dove poter andare. Esca rodenticida in pasta fresca pronta all’uso. Anche che riesco a scappare, anche che Berto non mi riprende e m’ammazza come s’ammazzano gli animali, so già da adesso che non saprei dove andare, che non sento nessuno abbastanza vicino per capire, che diventerei pazzo con l’ansia di scappare sempre. Agisce su tutti i roditori anche se resistenti ad altri anticoagulanti. Berto è uno che non lo fotti mai. A base di brodifacoum. Non ho amici, di fatto non ho neanche una famiglia, più: non mi viene nulla, nulla proprio, che potrei fare nella vita. Proprietà e caratteristiche. Non posso restare qui, ma non posso neanche tornarmene in paese; come non mi sento di prendere e fare come l’anno scorso -di andare in un’altra grande città, a ricominciare tutto-, no: non ho le forze per una cosa così. Il brodifacoum rappresenta il più recente tra gli anticoagulanti indiretti sviluppati come rodenticidi. Mi stringo le ginocchia, e dondolo un po’. I roditori intossicati muoiono, come con gli altri anticoagulanti, senza sofferenze e pertanto non mettono in allarme gli altri individui che continuano ad assumere l’esca. Non lo so se ci si ammazza così. Disporre 2-6 bocconcini di ZAGOR PASTA negli appositi erogatori di sicurezza, o comunque avvalendosi di materiale in grado di occultare l’esca ed impedirne l’assunzione da parte di animali non bersaglio.
Forse riesco a essere forte; io.

(una prima versione di questo racconto è uscita su Nuovi Argomenti, Schiavi e schiavitù, n°37, quinta serie, Gennaio-Marzo 2007. L’immagine è di Pablo Echaurren)

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3 Responses to Io sapevo un’altra cosa

  1. Latte il 2 aprile 2007 alle 16:09

    Complimenti a Tommaso !!! Ed anche a Piero per la scelta.
    Bel pezzo, sincero ed ottimamente strutturato, con una scrittura puntuale, fluida ed esatta.
    Un racconto che si schiude a intermittenze, come una porta a fotocellule…

  2. Giancarlo Tramutoli il 2 aprile 2007 alle 16:11

    Bello. Anch’io ho apprezzato “l’intermittenza” ritmica dello stile.
    Ciao.

  3. Flavia Piccinni il 2 aprile 2007 alle 20:48

    Concordo.



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