Juke box (Léo Ferré vs Cesare Pavese)

4 aprile 2007
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immagine di Folon

Semplicità
di
Cesare Pavese

L’uomo solo – che è stato in prigione – ritorna in prigione
ogni volta che morde un pezzo di pane.
In prigione sognava le lepri che fuggono
sul terriccio invernale. Nella nebbia d’inverno
l’uomo vive tra i muri di strade, bevendo
acqua fredda e mordendo un pezzo di pane.

L’homme seul
di
Cesare Pavese
Musica : Léo Ferré

L’homme seul – qui a été en prison – se retrouve en prison
toutes les fois qu’il mord dans un quignon de pain.
En prison il rêvait de lièvres qui détalent
sur le sol hivernal. Dans la brume d’hiver
l’homme vit entre des murs de rues, en buvant
de l’eau froide et en mordant dans un quignon de pain.

Uno crede che dopo rinasca la vita,
che il respiro si calmi, che ritorni l’inverno
con l’odore del vino nella calda osteria,
e il buon fuoco, nella stalla, e le cene. Uno crede,
fin che è dentro uno crede. Si esce fuori una sera,
e le lepri le han prese e le mangiano al caldo
gli altri, allegri. Bisogna guardarli dai vetri.

On croit qu’après la vie va renaître,
le souffle s’apaiser, et l’hiver revenir
avec l’odeur du vin dans le troquet bien chaud,
le bon feu, l’écurie, les dîners. On y croit,
tant que l’on est en taule, on y croit. Puis on sort un beau soir
et les lièvres, c’est les autres qui les ont attrapés
et qui, en rigolant, les mangent bien au chaud.
On doit les regarder à travers les carreaux.

L’uomo solo osa entrare per bere un bicchiere
quando proprio si gela, e contempla il suo vino:
il colore fumoso, il sapore pesante.
Morde il pezzo di pane, che sapeva di lepre
in prigione, ma adesso non sa più di pane
né di nulla. E anche il vino non sa che di nebbia.

L’homme seul ose entrer pour boire un petit verre
quand vraiment il grelotte, et il contemple son vin :
son opaque couleur et sa lourde saveur.
Il mord dans son quignon, qui avait un goût de lièvre
en prison ; maintenant, il n’a plus goût de pain
ni de rien. Et le vin lui aussi n’a que le goût de brume.

L’uomo solo ripensa a quei campi, contento
di saperli già arati. Nella sala deserta
sottovoce si prova a cantare. Rivede
lungo l’argine il ciuffo di rovi spogliati
che in agosto fu verde. Dà un fischio alla cagna.
e compare la lepre e non hanno più freddo.

L’homme seul pense aux champs, heureux
de les savoir labourés. Dans la salle déserte
il essaye de chanter à voix basse. Il revoit
le long du talus, la touffe de ronciers dénudés
qui était verte au mois d’août. Puis il siffle sa chienne.
Et le lièvre apparaît et ils cessent d’avoir froid.

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11 Responses to Juke box (Léo Ferré vs Cesare Pavese)

  1. carla bariffi il 4 aprile 2007 alle 12:40

    Grazie Francesco!
    è il mio poeta del cuore…

  2. Laura il 4 aprile 2007 alle 13:47

    se posso approfittare segnalo una rivista molto interessante, di approfondimento, che sta cercando di farsi un pochino di spazio nella rete.
    Si chiama (il) Crise, è messa su da un gruppo di studenti di Roma che propongono molte poesie di poeti giovani e giovanissimi, ma non solo, anche scritti di Emanuele Trevi, Arnaldo Colasanti, tra poco Rocco Carbone, Pietro Fortuna e altri…

    Per chi volesse si possono inviare poesie, racconti, saggi brevi…
    Fateci un salto se vi va!
    ciao a tutti e tutte

  3. la funambola il 4 aprile 2007 alle 15:42

    Stamattina non sono più solo. Una donna recente
    sta distesa sul fondo e mi grava la prua
    della barca, che avanza e fatica nell’acqua tranquilla
    ancor gelida e torba del sonno notturno.
    Sono uscito dal Po tumultuante e echeggiante nel sole
    di onde rapide e di sabbiatori, e vincendo la svolta
    dopo molti sussulti, mi sono cacciato
    nel Sangone. «Che sogno», ha osservato colei
    senza muovere il corpo supino, guardando nel cielo.
    Non c’è un’anima in giro e le rive son alte
    e a monte più anguste, serrate di pioppi.

    Quant’è goffa la barca in quest’acqua tranquilla.
    Dritto a poppa a levare e abbassare la punta,
    vedo il legno che avanza impacciato: è la prua che sprofonda
    per quel peso di un corpo di donna, ravvolto di bianco.
    La compagna mi ha detto che è pigra e non s’è ancora mossa.
    Sta distesa a fìssare da sola le vette degli alberi
    ed è come in un letto e m’ingombra la barca.
    Ora ha messo una mano nell’acqua e la lascia schiumare
    e m’ingombra anche il fiume. Non posso guardarla
    – sulla prua dove stende il suo corpo – che piega la testa
    e mi fissa curiosa dal basso, muovendo la schiena.
    Quando ho detto che venga più in centro, lasciando la prua,
    mi ha risposto un sorriso vigliacco- «Mi vuole vicina?»

    Altre volte, gocciante di un tuffo fra i tronchi e le pietre,
    continuavo a puntare nel sole, finch’ero ubriaco,
    e approdando a quest’angolo, mi gettavo riverso,
    accecato dall’acqua e dai raggi, buttato via il palo,
    a calmare il sudore e l’affanno al respiro
    delle piante e alla stretta dell’erba. Ora l’ombra è estuosa
    al sudore che pesa nel sangue e alle membra infiacchite,
    e la volta degli alberi filtra la luce
    di un’alcova. Seduto sull’erba, non so cosa dire
    e m’abbraccio i ginocchi. La compagna è sparita
    dentro il bosco dei pioppi, ridendo, e io debbo inseguirla.
    La mia pelle è annerita di sole e scoperta.
    La compagna che è bionda, poggiando le mani
    alle mie per saltare sul greto, mi ha fatto sentire,
    con la fragilità delle dita, il profumo
    del suo corpo nascosto. Altre volte il profumo
    era l’acqua seccata sul legno e il sudore nel sole.
    La compagna mi chiama impaziente. Nell’abito bianco
    sta girando fra i tronchi e io debbo inseguirla.

    carla, tu come me la vedi questa.
    bacio
    la fu

  4. carla bariffi il 4 aprile 2007 alle 17:01

    ciao paolina
    ma dimmi un pò…
    perchè te la dovrei spiegare?
    con NI mi piace la LIBERTA’ di scegliere quello che più mi piace.
    io sono così e basta.

    Abbi un buon pomeriggio
    lo sai che ti voglio bene!
    ciao
    carla

  5. la funambola il 4 aprile 2007 alle 17:19

    paolina?!
    carla, sono carla, anzi, carlotta!
    non mi devi, sarei grata se…
    anch’ io ti amo
    la fu

  6. metrovampe il 4 aprile 2007 alle 17:57

    prima volta che becco pavese in versi. da rifare.

  7. carla bariffi il 4 aprile 2007 alle 19:28

    a me è piaciuto molto!
    e spero che Francesco mi lasci respirare ancora emozioni così
    in futuro!

  8. sitting targets il 4 aprile 2007 alle 21:33

    carla bariffi che fa dà retta alle lesbofun?

  9. antonio sparzani il 4 aprile 2007 alle 22:12

    “”Nella sala deserta
    sottovoce si prova a cantare.””
    Delizioso brusio, sciamanicamente, effeffe.
    a.

  10. véronique v il 5 aprile 2007 alle 09:59

    E’ una bella canzone che parla di solitudine nella società, di esclusione: essere un’ombra, solamente un’ombra.

  11. principe minkin il 5 aprile 2007 alle 20:46

    ma cierto dare sempre retta a esistenzialismo co la dolce vita, finiti tempi lumaconi e siampagn, ora ce grande carestia anche per noi nobili, finita vacche grase, vi meritate nani moreti, vi meritate franko califano, vi meritate vladimir luxuria, vi meritate telemerket.



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