Manifesto sull’assetto del mercato TLC

6 aprile 2007
Pubblicato da

di Stefano Quintarelli

[pubblico qui il manifesto sulle telecomunicazioni in Italia di Stefano Quintarelli. E’ un testo che cerca di identificare i fondamentali dello sviluppo economico e tecnologico del nostro paese, nei giorni in cui si discute della vendita del gestore della rete TLC italiana. E fa una proposta concreta. Jan]

Francamente… ne ho un po’ le tasche piene.

Mettetevi comodi, questo post non sarà breve, ma spero che scorra bene e qualche sorpresina e qualche idea originale c’é.

Per mesi e mesi abbiamo seguito sui media questioni sulla proprietà di Telecom, chi se la compra, chi non se la compra, quale prezzo per azione, cosa fanno le banche, … solo finanza.

Si sono avvicendati i nomi di Hinduya, Telefonica, Murdoch, Sistema, e adesso AT&T e America Movil.

Due volte, pare, si é andati vicini a concludere: con Murdoch e adesso.

Dopo la prima occasione, MTP mi disse che l’accordo non c’è stato per questioni politiche.

Di certo, quando sembrava che si fosse vicini all’accordo, e solo allora, si é iniziato a parlare di regole di mercato, di separazione della rete di accesso, di strategicità della rete nel sistema per lo sviluppo economico e per la sicurezza dello Stato.

Solo quando pare si arrivi vicino ad una cessione si affrontano temi industriali, quando la cessione si allontana si parla di finanza.

Tra agosto (murdoch) e aprile (at&t+america movil), per sette lunghi mesi, non si è parlato della questione industriale, se non da parte della SLC della CGIL. Il resto, solo finanza o intercettazioni telefoniche.

Ma anche di dico, vallettopoli, il grande centro, la missione in afghanistan, tre italiani sequestrati, il processo di cogne, vallettopoli tutti temi importantissimi e di attualità, ma non rilevanti per lo sviluppo economico del paese.

Possiamo parlare un pochino anche di questo ?

Per la verità, Franco, Alfonso, Vittorio, Luca qualche cosa hanno contribuito, ma non si é mai riusciti a entrare nel mainstream della comunicazione.

Se però arriva un compratore, tutti a dare giudizi sul “libero mercato” o sulla “strategicità della rete” senza aver fatto i compiti a casa e sapere che IL MERCATO si basa SU REGOLE E LORO APPLICAZIONE e senza sapere perché LA RETE E’ STRATEGICA (se lo é).

Possiamo evitare di limitarci a ritornelli tipo “viva il mercato la rete non e’ strategica” o “la rete é strategica e il mercato non é sufficiente” ed ENTRARE NEL MERITO ?

Francamente ne ho piene le tasche degli slogan e dei ritornelli.

Iniziamo da qui: “la larga banda é prioritaria per il paese”

Perche’ ?

Esiste una correlazione provata tra diffusione della larga banda ed aumento della competitività o della produttività o del reddito procapite o … scegliete voi ?

Domanda: se esiste correlazione, in che misura é riferibile alla diffusione tra i consumatori piuttosto che tra le imprese ?

Io non ho una risposta certa.

Dell’always on, sono certo, cambia i paradigmi comunicativi e consente di accelerare le interazioni aumentando l’efficienza; della broadband non lo so.

Che la Information e Communication technology siano fondamentali, appare invece provato. Ieri e’ uscita la notizia che l’ICT contribuisce in Europa per il 50% della crescita della produttività.

Allora uno si dovrebbe chiedere: é possibile fare delle politiche che favoriscano lo sviluppo dell’ICT in Italia ? e se si, in che misura passano dalla rete ?

Su questo esistono degli indicatori. TLC, Finance e PA sono i tre driver maggiori dello sviluppo dell’ICT.

F
in qui abbiamo solo stabilito che le TLC sono importanti.

Domanda: la rete a banda larga, la rete di nuova generazione, é essenziale per lo sviluppo del paese ?

Io non lo so.

Intuisco, ma é solo una intuizione, che lo sia. Se guardo i numeri, la diffusione del broadband tra i consumatori negli USA é modesta ma la crescita di produttività recente é stata record, però se guardo la Corea o il Giappone, ho indicazioni diverse.

Come detto, tendo ad essere più incline a rinetere che sia meglio avere una rete di nuova generazione piuttosto che non averla e che convenga che la paghiamo (i consumatori la dobbiamo pagare, o attraverso una tassazione o attraverso le tariffe dell’operatore).

Che la rete di nuova generazione sia una sola, che non vi sia spazio per due reti, ormai lo do per acquisito. Ormai lo dicono anche i sassi, oltre alle persone che in telecom si occupano della rete.

Se avessimo fatto un referendum o un sondaggio un secolo fa chiedendo agli utenti se volevano il telefono, cosa avrebbero risposto alla SIP di allora ? (Società Idroelettrica Piemontese, il nome viene da lì). Avrebbero detto che non serviva per parlare da un lato all’altro dell’aia.

Se oggi chiedessimo alla totalità degli utenti cosa vogliono, ci risponderebbero “costi piu’ bassi del telefonino”, non “rete in fibra fino a casa”.

Domanda: Come conciliare l’utilità a lungo termine di uno sviluppo infrastrutturale del Paese con le esigenze a breve termine delle aziende che guardano al trimestre nel soddisfare i bisogni immediati degli utenti ?

Questo mi sembra sia il nocciolo.

Ma allora sorge un’altra domanda legittima:

Domanda: e’ possibile fare una rete alternativa integralmente nuova, a prescindere dal possesso della rete fissa in rame ?

Risposta: no. E’ necessario usare in varie fasi di un eventuale upgrade vari pezzi di rame esistente e soprattuto i dotti, le centrali, ecc. Non lo dico io, lo dicono tutti gli ingegneri tecnici e impantisti con cui ho parlato.

Però man mano che la tecnologia evolve, la necessità di intervento umano diminuisce; la fibra ha guasti che sono 2 ordini di grandezza in meno del rame.

Questo indubbiamente genera una questione di occupazione

Domanda: é possibile gestire la questione occupazionale determinata dalle innovazioni tecnologiche ?

Risposta: secondo me é difficile ma va fatto. Le principali variabili a mio avviso sono quattro: il costo dei servizi all’ingrosso, la qualità degli stessi, l’estensione della nuova rete ed i tempi della sua realizzazione.

Se anche dicessimo “chissenefrega” di fare una rete nuova, di espandere i servizi sulla rete attuale e invece continuiamo a usare il telefonino ché é quello che vogliono gli utenti e non riteniamo vantaggioso (costi/prestazioni) fare rete fissa e tantomeno di nuova generazione, viene un’altra domanda invece che ha a che fare con chi, dei servizi di rete fissa non ne può fare a meno.

Domanda: la rete fissa viene usata da servizi che garantiscono l’ordine dello Stato e se si, possono farne a meno ?

Qui mi dispiace che Zingales abbia detto cose imprecise sul Sole dell’altro ieri, é stato male informato.

I collegamenti di esercito, guardia di finanza, carabinieri, ministeri, ecc. passano tutti, salvo rare eccezioni, su questa stessa rete e no, non esistono alternative, anche perché il wireless non é sufficiente.

Allora cosa vogliamo fare ? continuiamo a parlare di “tu hai fatto cosi’, allora io faccio cosà'” oppure entriamo seriamente nel merito e ci poniamo domande come quelle sopra e ne traiamo le conseguenze ?

La mia risposta si chiama One Network:

  • se si decidesse che avere una
    rete moderna é nell’interesse a medio lungo periodo del Paese,
  • con un
    indirizzo politico che garantisca la remunerabilità dell’investimento (la regolamentazione é tutto)
  • con un piano di servizio universale di accesso alla rete,
  • di evoluzione verso FTTH (fibra fino a casa),
  • in un arco temporale lungo per accompagnare la riduzione dell’occupazione,
  • con possibile partecipazione degli altri operatori,
  • con
    un board tecnico comune,
  • con una governance chiara,
  • con
    un management indipendente eventualmente nominato da una fondazione che non abbia fini di lucro,
  • che venda servizi solo all’ingrosso per favorire la concorrenza al dettaglio,
  • con un price cap dei servizi
    forniti, gestito da una autorità, per costringerla all’efficienza,
  • con un rendimento garantito
    per chi la finanzia, eventualmente attraverso dei bond,

A chi potrebbe obiettare “ci sono le regole europee, non si puo’ fare”, racconto che sono andato a parlare con Peter Scott a Bruxelles che ho incontrato con metà del suo staff e gli ho chiesto se lui vedesse degli ostacoli in un progetto industriale di questo genere, derivanti dalla regolamentazione europea di INFSO e la risposta é stata di no, che questa non pone ostacoli.

questo mi sembrerebbe un discorso che parte dal capo e non dalla coda.

di questo mi piacerebbe sentir discutere.

di piano industriale, non di finanza, di cui ho le tasche piene.

Questo testo, pulito e sotto forma di articolo grazie ad Apogeo, é scaricabile qui, per eventuale stampa o diffusione.

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22 Responses to Manifesto sull’assetto del mercato TLC

  1. Alessandro Morgillo il 6 aprile 2007 alle 09:34

    Tra agosto (murdoch) e aprile (at&t+america movil), per sette lunghi mesi, non si è parlato della questione industriale, se non da parte della SLC della CGIL. Il resto, solo finanza o intercettazioni telefoniche.
    Ma anche di dico, vallettopoli, il grande centro, la missione in afghanistan, tre italiani sequestrati, il processo di cogne, vallettopoli tutti temi importantissimi e di attualità, ma non rilevanti per lo sviluppo economico del paese.
    Mi permetto di farle notare che i DICO sono fondamentali per lo sviluppo socio-economico e culturale del nostro paese. Nessun tema forse è più politico. Quanto all’always on… credo che l’Italia debba avere gli stessi standard dei vicini paesi europei.

  2. Alessandro Morgillo il 6 aprile 2007 alle 13:15

    I problemi strutturali del capitalismo all’italiana hanno incancrenito lo stesso tessuto connettivo del paese, ormai abbandonato alla stato crepuscolare della coscienza. Incapace di stare al passo coi tempi, l’Italia si abbandona agli automatismi del suo sistema irrimediabilmente compromesso. Allora che ben vengano gli stranieri, come direbbe Guido Rossi. Almeno questo è quello che penso io. Col mio stile sentenzioso, ingenuamente sincero.

    http://www.repubblica.it/2007/04/sezioni/economia/telecom2/rossi-telecom/rossi-telecom.html

  3. marco rovelli il 6 aprile 2007 alle 13:50

    Ieri l’altro c’era un articolo di Chiarini sul manifesto che inquadrava con chiarezza la questione, e si integra, direi, con quanto affermato qui sopra.
    Qui: http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/04-Aprile-2007/art32.html

  4. The O.C. il 6 aprile 2007 alle 14:12

    Molto tecnico ma interessante.
    @Morgillo, vedi che Rossi gli “stranieri” non li vuole proprio. Almeno non i norteamericanos.
    Ripubblicizzare… come l’IRI? Meglio i tacos.

  5. jan il 6 aprile 2007 alle 16:36

    La One Network proposta da Quintarelli è una cosa diversa da una Telecom pubblica descritta da Carlini sul Manifesto, o dall’IRI. Si tratta di creare le regole per un mercato che adesso non esiste, in mano a un monopolista che ha svenduto l’argenteria e mandato in malora il network. Ognuno poi ha il suo angolo di specializzazione e le sue priorità: Quinta per il suo CV ad esempio.

    One Network è strategica per l’economia, e la società, i DICO sono strategici per la sovranità nazionale, sono due ambiti differenti e qui non si fa benaltrismo.

    Azzero un po’ di commenti puccipucci qui sopra, andate a cinguettare in giardino per favore.

  6. Alessandro Morgillo il 6 aprile 2007 alle 18:49

    jan scrive:One Network è strategica per l’economia, e la società, i DICO sono strategici per la sovranità nazionale, sono due ambiti differenti e qui non si fa benaltrismo.

    Mi permetto di dissentire. Il riconoscimento del pluralismo dei modelli etici è strettamente legato allo sviluppo economico di un paese, promuovendo quel dinamismo sociale che oggi in Italia manca.

  7. The O.C. from Deep Throat il 7 aprile 2007 alle 09:20

    Certo fa sorridere la storiella del mercato dalle briglia sciolte, che dove arriva libera ricchezza e aumenta la concorrenza. In realtà il sistema finanziario e industriale globale è un universo espanso di annessioni e megaconcentrazioni.

    Non era questo il sogno dei Von Mises e degli Hayek, i cavalieri della jacquerie fiscale. E guarda caso anche i radicali del Cato Institute stanno riscrivendo il loro paradigma libertario: lo statalismo è stato sconfitto (o quasi), il reganismo ha vinto (o quasi), ma con l’effetto paradossale di far aumentare contemporaneamente la libertà economica e l’intervento statale. Il paradosso del benessere sociale.

    Se il mercato alato è uno sceneggiato, se Tex è una jattura e Mex si ristruttura, fa ancora più ridere il nazionalismo sinistro dell’Italia nostra. Il capitalismo diesel controllato dal ‘commissario’ Guido Rossi: “il garante di Telecom presso le banche e forse presso la magistratura”, secondo il Manifesto.

    Scrive Gola Profonda: “I settari della sinistra finanziaria italiana soffrono il capitalismo delle praterie, temono il denaro degli spazi aperti. Perché tutto, ai loro occhi, deve rimanere nella famiglia nata dall’osmosi tra il capitalismo di relazione e la falce e il martello”. Dossetti e vecchi merletti.

    Era l’epoca del protofascio Raffaele Mattioli, che ebbe il suo gran da fare per salvare i “Quaderni” di Gramsci con l’amico Togliatti. L’era degli intrecci castranti, delle banche di stato e delle Montedison galoppanti, fino alle Bande del Quartierino annidate in Via Nazionale, e alle “grandi firme per le grandi famiglie editoriali”: Guido Carli-Confindustria-L’Espresso, Agnelli-PiazzettaCuccia-RCS, “e i Romiti, sempre attenti alla salute del Manifesto”.

    “Questo capitalismo di garanzia ha svolto una funzione balsamica fino a Tangentopoli, ha addomesticato il conflitto sociale e ne ha ricavato una pace remunerativa. Dal 1992 in poi, con il Pci in crisi e i socialisti sbandati, i settari della sinistra in grisaglia sono usciti allo scoperto tornando alle origini: da Giustizia e Libertà a Libertà e Giustizia, l’associazione moralista che si pregia di avere Guido Rossi nel comitato dei garanti.”

    “E il loro compito è, appunto, di garanzia economica e giudiziaria. Se le cose non vanno per il verso giusto, se il sistema si contorce e i barbari avanzano, loro insorgono in qualità di commissari bruciati, coccolati e rimpianti dagli urlatori della solita consorteria sindacalizzata”.

    Che l’impeto garibaldino intorno a Telecom sia una sorpresa compassionevole, come la strabordante spesa pubblica del repubblicano Bush? Sarebbe un bel putsch.

    P.S.
    La versione del mio amico Riccardo: “D’ora in poi chiamo solo con Skype”.

  8. Blackjack il 7 aprile 2007 alle 11:30

    C’è da chiedersi, a fronte di tante vesti stracciate dell’ultima ora: dov’erano gli stracciatori quando, sulla spinta delle ‘privatizzazioni’ guidate politicamente e politicamente determinate, si sfasciavano alcune delle più importanti aziende italiane?

    Purtroppo ora è TARDI per mettere una pezza e la situazione, parzialmente descritta da questo ennesimo articolo stracciavesti, è difficilmente recuperabile anche perché, indipendentemente da ciò che racconta Scott (in teoria), manca un elemento fondamentale: i soldi.

    Acquisire la rete attuale è possibile, in questo momento, solo per un paio di attori italiani (gli altri possibili attori sono solo un ammasso di debiti, se escludiamo le banche e che il Signore ce ne liberi e scampi): la Cassa Depositi e Prestiti e Mediaset.

    Il volto pubblico, collocato abilmente nel ‘Piano Rovati’ sconfessato da mortadella Prodi il gran mentitore, oppure il volto privato del grande nemico che, a fronte della legge Gasparri (non della Gentiloni che ha cercato di ammorbidire i toni) NON PUO’ entrare nella telefonia. E’ vietato.

    Le considerazioni esposte nell’articolo sono tutte valide e tutte ugualmente inutili: non ci sono soldi e se ci sono non possono essere, per legge, utilizzati.

    Dovrebbero, questi articoli stracciavesti (e accomuno tutti gli articoli e le dichiarazioni degli ultimi mesi relative al caso Telecom), apparire in tempi non sospetti per tentare di avere valore e, come credo ambiscano a fare, interessare e coinvolgere l’opinione pubblica (noi cittadini) informandola PREVENTIVAMENTE.
    One Network è, ora, una grandissima sega mentale, l’ennesima, di una serie infinita di seghe mentali che comprendono:
    le dichiarazioni fuori ruolo e da fuori di testa del Garante per le Telecomunicazioni,
    le dichiarazioni di Rossi sul capitalismo italico alla Chicago anni ’20 (lui nel frattempo dove stava? a raccogliere violette?),
    le dichiarazioni tutte dei vari politici,
    le non dichiarazioni di mortadella Prodi il mentitore,
    l’inerzia di politici malsani che, impegnati solo per le loro beghine di quartiere, si risvegliano con cadenza periodica solo di fronte alle catastrofi annunciate,
    gli articoli, come questo e tanti altri, che cavalcano l’onda della tragedia annunciata e attendono, per il loro prossimo ed effimero attimo di gloria, solo la morte.

    Blackjack.

  9. Ermenegilda il 7 aprile 2007 alle 17:00

    Troppa serietà nuoce alla salute!

  10. beccalossi il 7 aprile 2007 alle 22:54

    MR. ROSSI, la CASSA e IL TEXANO DI ARCORE

    concordo pienamente con blackjack. condivido e capisco anche il Sig. Quintarelli. Ma gli ricordo che stiamo parlando dell’Italia.

    alcune note:

    su guido rossi: si lamenta delle scatole cinesi, dei patti parasociali, e di una mancanza generalizzata di cultura della legalità. Ma cosa fa, appena nominato amministratore delegato di Telecom? un bel patto di sindacato con Generali e Mediobanca. Evviva la coerenza e l’onestà intellettuale, Mr. Rossi.

    sulla mancanza di soldi: Telecom Italia (come altri ex monopoli pubblici) venne svenduta dallo Stato a metà degli anni novanta per alleggerire il peso del debito pubblico. non mi pare che nel frattempo le entrate dello stato si siano centuplicate (e il debito azzerato) per poter ricomprare una società che capitalizza 40 miliardi. sarebbe, per parafrasare rino gaetano, come se il frosinone si comprasse ronaldinho. facile fare i filosofi dell’economia politica (liberismo o intervento dello stato?) senza avere una minima idea dei libri contabili del nostro paese. Anche a me piacerebbe parlare di One Network e di intervento pubblico “intellighiente”: ma scordiamoci di farlo in Italia, oggi.

    Chi potrebbe salvare la patria? cioè “la rete”? chi sarebbe in grado di tornare “all’industria” dopo gli anni “della finanza”.

    Se fosse, alla fine, la Cassa Depositi e Prestiti a risolvere in qualche modo la questione Telecom, in molti la venderebbero come un trionfo della politica industriale. Secondo me, invece, la Cassa DD PP è, oggi, una delle espressioni peggiori che qualsiasi capitalismo potrebbe produrre. Un ente ibrido, semi-pubblico e semi-privato, di fatto in mano alle fondazioni bancarie (san paolo, cariplo, CRT, ma anche MPS ed altre), però con le vestigia di società di management pubblico; nata per nascondere un po’ di debito dello Stato, e per distribuire cadreghini a destra e a manca. La Cassa DD PP, oltre a detenere un piede in Enel, Eni e Terna, gestisce (in malo modo) le Poste Italiane (che per sopravvivere si aggrappano ai libretti postali e a un monopolio – quello delle lettere sotto i 20 grammi – che sarà liberalizzato dal prossimo anno; scommettiamo che nel giro di qualche tempo sentiremo parlare delle Poste come di una nuova Alitalia?). In più gestisce oscuri fondi di investimento (come F2i) concepiti per mettere soldi in progetti strategici o aziende amiche senza dover rendere conto di niente a nessuno (infatti, come molte altre società pubbliche, anche la Cassa DD PP di certo non eccelle in trasparenza societaria).

    Quando sento parlare il Sig. Quintarelli di “fondazioni senza scopo di lucro”, con una “governance chiara e trasparente”, guidate da “un board tecnico comune” alle quali affidare il progetto di una “rete moderna” nell’interesse “a medio e lungo termine” del paese, di certo non mi viene da pensare alla Cassa Depositi e Prestiti. Che non fa “industria”, ma che fa “finanza”, per usare questa distinzione (un po’ povera, a mio modo di vedere) ma che piace a tanti. Caro Quintarelli, enti del genere in Italia non esistono, mai esisteranno, e se esistessero sarebbero tutti come la Cassa DD PP (ma non si preoccupi: troverà sempre qualcuno disposto ad affermare che la Cassa è la forma più evoluta di politica industriale che abbiamo oggi in Italia, e che è la fondazione ideale a cui dare in gestione una rete pubblica).

    Io preferisco di gran lunga Mediaset. Nonostante i conflitti di interesse del cavaliere, i problemi di antitrust e la scomparsa della concorrenza nelle telecomunicazioni e nei media. Ma Mediaset è una delle poche aziende (di levatura internazionale) italiane che non sono indebitate; è un’azienda sana; e ha soldi pronti da spendere (anche 5-7 miliardi, se si indebita un poco, vende Rete 4, un mux, e i suoi ripetitori). Una media company è la cosa più vicina a una società di TLC. Forse non così tanto; ma di sicuro più di una banca.

    Se non saranno i messicani, a salvare la rete, io spero sempre nel Texano di Arcore.

  11. Blackjack il 7 aprile 2007 alle 23:34

    Nel frattempo sono andato a visitare, fra un riposino e l’altro, anche il blog del Sig. Quintarelli e mi è nata spontanea una domanda, a fronte delle referenze citate nel blog che mi portano, se la mia scarsa conoscenza non mi tradisce, a supporre che il Sig. Quintarelli sia discretamente introdotto all’interno dei meccanismi legati all’italica sicurezza informatica; e la domanda è questa: Sig. Quintarelli, dov’era quando Telecom, agendo quasi in posizione di monopolio, si accaparrava i maggiori bandi (legati alla sicurezza informatica) emessi dalla pubblica amministrazione? Ha scritto qualcosa in merito? Non le è nata spontaneamente la voglia di esporre ai cittadini cosa stava e sta succedendo in un terreno così critico per tutti? Ha provato a spiegare, ai suoi tanti o pochi lettori, che Telecom è anche la più grande società di ‘informatica’ attualmente attiva in Italia? System Integrator li chiamano gli addetti ai lavori.

    Oppure, come ora nel caso della probabile svendita, attenderà pazientemente che scoppi l’ennesimo scandalo per poi accodarsi al carro dei lamenti con la sua tenue e inutile voce?

    Urletto mediatico di sottofondo che potrebbe, se solo volesse, trasformarsi in urlo se, in tempi non sospetti, provasse seriamente a informare.
    E’ difficile esporsi, lo sappiamo tutti, quando si parla dei forti o si prova a parlare dei forti; molto più semplice accodarsi al carretto e lapidare dalla seconda linea.

    Riponga One Network e la demagogia. Ci provi. Magari per una volta potrebbe funzionare.

    Blackjack.

  12. Serenella il 8 aprile 2007 alle 16:54

    Beccalossi…
    ma quanto sei lungo!!!

  13. jan il 9 aprile 2007 alle 15:43

    Roberto / the O.C : dunque? manca la tua posizione sul merito dell’articolo, ovvero la realizzazione dell’One Network.

    Blackjack: commento qualunqista e sterile a base di mortadelle e stracciavesti. Ad ogni modo, per sapere dov’era Quinta quando [inserire momento qualunquista a piacere] leggiti la sua biografia.

    Beccalossi: scrolliamoci dalla finanza per una volta e guardiamo più in là degli assetti proprietari. E finiscila col ritornello “siamo in Italia questo non si può fare” perché fa un gran comodo, e non solo ai commentatori chilometrici.

  14. beccalossi il 10 aprile 2007 alle 09:44

    1. dalla finanza non ci si può scrollare (la distinzione industria/finanza non esiste; è solo una costruzione mentale, “che fa tanto comodo” alla nostra buona coscienza).

    2. per l’italia hai ragione. un po’ di ottimismo ci vuole. un miracolo potrebbe accadere, potrebbe nascere una fondazione dal gusto chiaro e pulito, fatta di tecnici, che pensano al bene della rete. Ammesso che ciò sia possibile: ma dove li troviamo i soldi? me lo spieghi questo?

    se fosse mediaset a farsene carico? voglio davvero la vostra opinione. voglio capire cosa ne pensate. thanks

  15. Blackjack il 10 aprile 2007 alle 12:15

    Jan, interessante e meriterebbe un approfondimento la tua tesi sul qualunquismo. Purtroppo la componente più qualunquista di questa storia è l’articolo scritto da Quintarelli e pubblicato da Nazione Indiana: tesi da ‘utile idiota’ e irrealizzabile quella di One Network. Disquisizioni tecnico filosofiche stese ad asfaltare il proprio io: o come sono bravo o come sono buono.

    A questo punto null’altro da aggiungere.

  16. Blackjack il 10 aprile 2007 alle 12:31

    Beccalossi: ma questo è un articolo non qualunquista redatto da anime buone e brandendo un curriculum da fare paura; o ridere dipende dai punti di vista. Che importanza può avere, in un simile contesto, la banale questione finanziaria?
    Nulla se non prossima allo zero.

    Si discorre lietamente dei massimi sistemi, criticandoli, vivisezionandoli e poi, contenti e leggeri, si torna a casa dal proprio io a festeggiare la correttezza inventata all’uopo.

    Nel frattempo si appoggiano mestatori, si muovono banche e si cerca, dopo aver combinato il casino, di accaparrarsi il merito della soluzione. Mitici come sempre i mortadella e compagnia (ma guai a nominarli che al confronto l’infallibilità del Papa è una barzelletta; si diventa immediatamente qualunquisti). Finirà, questa vicenda, a tarallucci e vino con Tronchetti a incamerare soldi, invece che finire in galera, At&T assieme ad American Movil con una quota significativa, ma non di controllo, una banca e Deutsche Telekom alle spalle a fare affari e il governucolo a spargere i debiti della rete sulle nostre tasse.

    Per rispondere alla tua domanda: Mediaset non può farsene carico a meno che questo governucolo non decida, improvvisamente, di modificare la legge Gasparri che impedisce di fatto l’entrata di Mediaset nel settore delle Telecomunicazioni. E il conflitto di interessi (bandiera e collante di questo governo e di chi l’ha votato) dove lo mettiamo?

    Un’alternativa potrebbe essere, ad esempio, che tutti i soldi accantonati da UNIPOL aka FINSOE aka Coop Rosse aka MPS per la fallita scalata a BNL (e non sono pochi), fossero tolti dalla pura attività finanziaria speculativa e investiti in qualcosa di produttivo, ma dubito seriamente che qualcuno proverà anche solo a pensare un simile disegno.
    E’ molto più semplice la finanza ‘speculativa’ della finanza ‘industriale’.

  17. The O.C. il 10 aprile 2007 alle 12:57

    One Nation One Station. Dunque che?

  18. The O.C. il 10 aprile 2007 alle 12:58

    E poi: “manca”, “leggiti”, “finiscila”. Che sei diventato prescrittivo? Grazie tante e alla prossima.

  19. jan il 10 aprile 2007 alle 13:49

    beccalossi: se rimaniamo a discutere sui soldi amici e quelli nemici continuiamo a fare la rete coi fichi secchi (leggi: collegamenti geografici in ATM ormai saturi, nessun investimento in fibra). Non credo che Mediaset sia una strada attendibile, stando al fatturato è una dittarella rispetto a telecom o ENI Enel

    theoc/roberto: esattamente, precisamente, prescrittivamente così.

  20. beccalossi il 11 aprile 2007 alle 12:07

    dittarella non direi, visto che vale 10 milardi di euro (quarta o quinta media company in Europa, UK inclusa) e che solo per una cecità compulsiva non compra mai niente in giro per il mondo. e come fai a paragonare Mediaset con Eni o con Enel? fanno cose diverse. E poi (e questo è il punto) l’assetto proprietario della grande industria italiana (escluse Eni ed Enel: da Fiat passando per Telecom a Pirelli et al.) è tale che per arrivare al controllo non bisogna comprare tutto: è sufficiente impossessarsi della scatola cinese più a monte. Mi pare che, risalendo lungo la catena di Telecom, Tronchetti la controllasse con appena lo 0,3% del capitale sociale.
    Infine non esistono soldi amici o soldi nemici: esistono soldi fatti legalmente e altri fatti illegalmente; ed esistono soldi gestiti bene e soldi gestiti male. Secondo me sono i due unici criteri che contano. non mi interessa nè la carta d’identità, nè il lignaggio, la tradizione industriale o la presunta difesa dell’ “interesse nazionale”, che, come spiega Quintarelli, non è affatto un concetto scontato.

  21. beccalossi il 11 aprile 2007 alle 12:17

    PS. a blackjack: in realtà le varie Unipol, MPS, Finsoe etc sono già in Telecom, dato che sono azioniste di Hopa, che è proprietaria del 3,7% (all’incirca) di TI.

    eppoi, finiamola una volta per tutte: un investitore investe laddove vede possibilità di profitto. mica si chiede se è un’ “attività finanziaria speculativa”, o un’attività “produttiva”, o “industriale” o altro. dal suo punto di vista è “produttivo” tutto ciò che genera soldi. Li convinci con l’opportunità di profitto (cioè il ritorno dall’investimento), mica con le favole di Esopo. Prendi i fondi di Private Equity (fondi di investimento): investono sia nell’industria che “nella finanza speculativa”, come dici tu. e sempre e solo se vedono un’attività che può generare profitto.

  22. Blackjack il 13 aprile 2007 alle 10:43

    Beccalossi, la partecipazione di UMF (Unipol, MPS, Finsoe) è secondaria sia in HOPA, sia in Telecom e soldi da investire ne avrebbero. Poi, essendo già presenti, avrebbero anche qualche vantaggio… che attendano la vicenda ABN per Capitali…zzare il tesoretto inutilizzato? Ai posteri l’ardua sentenza :)

    Il resto chiaro e concordo: i soldi vanno dove c’è profitto da raccogliere. Ma concedimelo, fare speculazione è diverso dal fare industria. Molto diverso.

    Divertenti sono invece le considerazioni di Mediaset dittarella.



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