L’ultimo verso. Ad memoriam Johannes Bobrowski

9 aprile 2007
Pubblicato da

bobrowski.jpgdi Stefanie Golisch

Andiamo lontano.
Ma non arriveremo molto vicino.
Andiamo all’est. All’est di Berlino. A Friedrichshagen, un quartiere, o meglio una cittadina, sul Müggelsee dove, all’inizio del Novecento, scrittori e poeti di tutta la Germania avevano formato un circolo letterario, il Friedrichshagener Dichterkreis, che rese famosa questa piccola località con le sue belle ville costruite da ricchi villeggianti berlinesi.
Dal 1938 fino alla sua morte visse qui Johannes Bobrowski ( 1917-1965), una delle voci poetiche più originali della letteratura tedesca del Dopoguerra. Bobrowski era nato e cresciuto a Tilsit, una città agli estremi confini della Prussia orientale, che nel 1945 passò all’ Unione Sovietica, e che oggi appartiene alla Russia.
I tempi cambiano, i confini si spostano – ma i paesaggi di un poeta di solito rimangono immutabilmente quelli della propria infanzia. Nel caso di Bobrowski è un paesaggio nordico, solitario, segreto, a volte perfino ostile all’uomo e alla sua eterna nostalgia di bellezza.

Bowrowski non ha più visto Tilsit da quando si era trasferito nel 1937 con i suoi genitori a Berlino. In ogni caso non l’avrebbe più ritrovata, perché dopo i bombardamenti degli alleati e le devastazioni finali dell’Armata Rossa, Tilsit, nel maggio del 1945, era una città morta, quasi completamente distrutta. E’ la consapevolezza della terra perduta che ricopre la sua poesia di un velo di melanconia. Il poeta, pur non negando mai le colpe della sua nazione, sente il bisogno di rievocare un mondo che, come tanti altri mondi ai margini, dopo la seconda guerra mondiale è scomparso irrevocabilmente. Per molti critici perciò Bobrowski è la più autentica voce di questo est lontano, misterioso e ormai inafferrabile.

I tempi cambiano, i confini si spostano.
Friedrichshagen, dove il poeta trascorse tutta la sua vita adulta, apparteneva prima della riunificazione alla Germania democratica, dove Bobrowski, che non fu membro del partito comunista, veniva visto con sospetto. Non fu facile per lui trovare un editore e così – per quanto incredibile possa sembrare oggi – il suo primo volume di poesie Das Land Sarmatien , apparve proprio nel 1961 – l’anno della costruzione del muro – a Stoccarda, nella Repubblica federale.
Bobrowski danzante.
Bobrowski sulla soglia.
Spesso, soprattutto nei suoi racconti, leggiamo di ballerini o artisti di circo che, danzando o esibendosi in acrobazie, riescono a spezzare il tempo volgare, estrapolando dalla continuità temporale piccole epifanie.
Non cambiano, questi attimi, il mondo, ma, in quanto rivelazioni di un’altra verità, sono tempo sacro. Ierofanie, si potrebbe dire con un termine che ha introdotto il filosofo delle religioni Mircea Eliade.

Tempo che scorre e tempo che si ferma.
Anche nello studio di Johannes Bobrowski sembra che il tempo si sia fermato. I figli hanno conservato la stanza del loro padre esattamente come il padre l’ ha lasciata più di quarant’anni fa. Entrando in quella casa nella Ahornallee, dove la famiglia Bobrowski vive tutt’ora, l’ospite si trova improvvisamente in un mondo in cui passato e presente confluiscono nell’intensità e nel dolore di un ricordo.
Justus Bobrowski, il figlio maggiore di Johannes, aveva otto anni quando suo padre morì, e lo ricorda molto bene. Racconta di essere stato da sempre affascinato dal padre e dal suo lavoro che non comprendeva, ma che, proprio per il suo carattere misterioso, lo attirava in modo irresistibile.
Sembra che la perdita del padre abbia segnato e condizionato la vita del figlio a tal punto che, custodendo la sua eredita con dedizione totale, questi abbia dimenticato il progetto della propria vita. Per Justus Bobrowski, il tempo si è fermato in quegli anni in cui ascoltava da dietro la porta le conversazioni degli adulti… Anni in cui Bobrowski ebbe la fortuna di poter finalmente godere il riconoscimento e la stima di quella parte del mondo intellettuale alla quale si sentiva di appartenere. Proprio negli anni sessanta, gli anni più bui per le relazioni politiche fra le due Germanie, casa Bobrowski fu un vivacissimo punto d’incontro per scrittori e artisti dell’Est e dell’Ovest: una delle rarissime occasioni di scambio e di confronto. Furono ospiti illustri personaggi come Ingeborg Bachmann e e Uwe Johnson. Ma anche Günther Grass, Christoph Meckel e Michael Hamburger.
In questo periodo – dice Justus Bowrowski – suo padre cambiò fisicamente. Diventò più robusto, la sua calligrafia più ampia e libera. Evidentemente, in quell’uomo chiuso e taciturno abitava un altro, socievole e scherzoso, che amava la solitudine quanto la compagnia di pochi amici scelti.
Di cosa si discuteva allora in casa Bobrowski?
Certo di letteratura. Ma sicuramente anche di politica. Probabilmente non di religione, nonostante Bobrowski fosse credente, essendo cresciuto in una famiglia che professava la fede protestante.

Lontani sono gli anni sessanta e i grandi temi dell’epoca.
Anche se Justus Bobrowski racconta dei tempi passati con grande coinvolgimento personale, non è facile immaginare in questo pomeriggio di febbraio assai grigio Uwe Johnson e Ingeborg Bachmann seduti su quel divano color gialloverde, giovani, ancora lontano dalla loro finale disperazione umana ed artistica.
Coloro che qui hanno lavorato, discusso, bevuto e forse amato, sono quasi tutti morti. Le loro teorie artistiche e politiche sono state risolte – o meno -dal tempo banale e spietato.
Bobrowski e i suoi amici ormai sono storia. Fantasmi i cui libri tormentano – se mai – studenti universitari. Chi conosce ancora oggi il poeta Johannes Bobrowski? Tre libri ha venduto la sua casa editrice negli ultimi sei mesi, racconta suo figlio, incredulo. Per lui il padre, morto da più di quarant’anni, è tutt’ora il centro della sua vita. Fa fatica a realizzare che nel mondo odierno quasi nessuno conosce più il suo nome.

Che cosa rimane di un poeta?
Forse sei poesie, come sosteneva Gottfried Benn? O forse solo qualche verso che è inciso nella memoria di uno sconosciuto, colpito in quel momento magico e feroce in cui poesia e vita confluiscono in un unico, indicibile significato?
Der Schlaf, ein Geflüster, legt sich zu uns è un tale verso: una porta che si apre silenziosamente per fare entrare colui che non teme di precipitare nell’ abisso che è ogni forma di bellezza.
In questo senso, Bobrowski è più che degno della corona d’alloro che l’amico Uwe Johnson portò alla famiglia poco prima di morire egli stesso.
Qualche anno fa, Justus Bobrowski l’ha appesa dietro la vecchia scrivania di suo padre. Anche se ormai ingiallito e pieno di polvere, l’omaggio all’amico poeta non è andato perso. E’ lì, come un specie di memento vivere : Anch’io ho vissuto. Anch’io ho sofferto. Anch’io ci sono stato – come dicono i celebri versi di Walt Whitman.
Ma forse non basta una teoria della vita a consolare il figlio.
Forse non è sufficiente leggere poesia e forse non è neanche sufficiente saperla par cœur. Forse bisogna viverla nel proprio corpo e nel proprio sangue, forse è necessario sacrificare la propria vita, diventando l’ultimo verso di un padre tanto adorato per comprendere il prezzo spaventoso da pagare per quell’attimo di perfezione, in cui poesia succede.

Oggi, 9 aprile 2007, Johannes Bobrowski avrebbe compiuto 90 anni.

Johannes Bobrowski

Sei poesie

(traduzioni di Adelmina Albini)

Fischerhafen

Abends
ehe die Boote fort
treiben, eins um das andre,
da lieb ich dich.

Bis an den Morgen
lieb ich dich mit dem Stroh in der Kammer,
mit dem Landwind über dem Dach,
mit der Hecke vor deinem Haus,
mit dem Hundegebell
ehe es hell wird.

Das Gesicht voll Fischdunst, im Tau
werd ich kommen : einer,
der seiner Hände
Wärme vertut an die Silbergestalt
Nacht. Salzigen Munds
Kommt er. Jetzt
springt er ins letzte Boot.

Porto di pescatori

La sera
prima che le barche escano,
una dopo l’altra,
ti amerò.

Sino al mattino
ti amerò, la paglia nella stanza,
il vento di terra sul tetto,
la siepe davanti alla tua casa,
i cani che abbaiano
prima che torni giorno.

Col volto odoroso di mare,
verrò nella rugiada: come colui
che spreca il calore
delle sue mani
alla notte d’argento. Viene
con la bocca salata. Ora
balza sull’ultima barca.

Seeufer

Was noch lebt
im Treibsand
unter der groβen Fische
Flossenflügel, schwindendes
Grün, Algen, ein Seemoos,
das den Mond bewächst,
morgens, wenn er ertrinkt,

ist wie ein Wort, ungesagt,
gehört in der Höhlung des Mundes,
im Beben der Schläfe,
im Haar. Wir treiben ans Ufer,
mit bläulichen Händen Liebe,
weiβ.

Komm,
es ist kalt, hören
wird uns das Stroh, die Decke
über dem Seufzer, die knisternde
Holzwand. Der Schlaf, ein Geflüster,
legt sich zu uns.

Riva del lago

Ciò che vive ancora
nelle sabbie mobili
sotto le pinne alate
dei grossi pesci, evanescente
verde, alghe, muschio marino
che ricopre la luna,
al mattino quando annega,

è come una parola non detta,
è nella cavità della bocca,
nel pulsare di tempie,
nei capelli. Con mani livide
spingiamo a riva l’amore,
bianco.

Vieni,
fa freddo.
Ci sentirà la paglia,
la coperta sopra il respiro,
la parete di legno scricchiolante.
Il sonno, un bisbiglio,
si adagerà tra noi.

Ebene

See.
Der See.
Versunken
die Ufer. Unter der Wolke
der Kranich. Weiβ, aufleuchtend
der Hirtenvölker
Jahrtausende. Mit dem Wind

kam ich herauf den Berg.
Hier werd ich leben. Ein Jäger
war ich, einfing mich
aber das Gras.

Lehr mich reden, Gras,
lehr mich tot sein und hören,
lange, und reden, Stein,
lehr du mich bleiben, Wasser,
frag mir, und Wind, nicht nach.

Pianura

Lago.
Il lago.
Le sponde sprofondate.
La gru sotto la nube. Bianca,
rischiara
millenni
di popoli pastori. Con il vento

son salito sul monte
e qui vivrò. Fui cacciatore
ma solo l’erba
mi avrà.

Insegnami a parlare, erba,
insegnami a esser morto e sentire
a lungo, e a parlare, pietra,
insegnami a sostare, acqua,
non domandare di me, e del vento.

Ungesagt

Schwer,
ich wachse hinab,
Wurzeln
breite ich in den Grund,
die Wasser der Erde
finden mich, steigen,
Bitternis schmeck ich – du
bist ohne Erde,
ein Vogel den Lüften, leichter
immer im Licht,
nur meine Angst noch
hält dich
im irdischen Wind.

Non detto

Arduo,
cresco all’ingiù,
affondo radici
nel terreno,
le acque della terra
salendo mi troveranno.
Assaggerò l’amaro – tu non hai terra,
sei un uccello lasciato alle correnti,
sempre più leggero nella luce,
nient’altro che la mia paura
ti trattiene
nel vento di terra.

Holunderblüte

Es kommt
Babel, Isaak.
Er sagt: Bei dem Pogrom,
als ich ein Kind war,
meiner Taube
riβ man den Kopf ab.

Häuser in hölzerner Straβe,
mit Zäunen, darüber Holunder.
Weiβ gescheuert die Schwelle,
die kleine Treppe hinab –
Damals, weißt du,
die Blutspur.

Leute, ihr redet: Vergessen –
Es kommen die jungen Menschen,
ihr Lachen wie Büsche Holunders.
Leute, es möcht der Holunder
sterben
an eurer Vergeβlichkeit.

Fior di sambuco

Arriva
Babel Isaak.
Dice: quando ero piccolo
nel pogrom
staccarono la testa
alla mia colomba.

Case nella strada di legno,
steccati, sopra il sambuco.
La soglia tirata a lucido,
la scaletta che scende –
Allora, ricordi,
la scia di sangue.

Gente, voi dite di dimenticare –
Ecco arrivano i giovani,
ridenti come siepi di sambuco.
Gente, vuol morire
il sambuco
del vostro oblio.

Ikone

Türme, gebogen, verzäunt
von Kreuzen, rot. Finster
atmet der Himmel. Joann
steht auf dem Hügel, die Stadt
gegen den Fluβ. Er sieht
kommen das Meer mit Balken,
Rudern, räudigen
Fischen, der Wald
wirft sich herab in den Sand.
Her vor dem Wind
geht der Fürst, er schwenkt
Fackeln in beiden Händen, er streut
lautlose Feuer
über die Ebenen aus.

Icona

Torri piegate, circondate
da croci, rosse. Respira
tenebra il cielo, Giovanni
è sul colle, la città
contro il fiume. Vede
il mare portare travi,
remi, pesci
rognosi. Il bosco
si getta nella sabbia.
Precede il vento
il principe, due
fiaccole in mano, sparge
silenti fuochi
sulle pianure.

(Le poesie qui proposte si trovano nel volume : Das Land Sarmatien, München, 1966. In Italia le opere di Johannes Bobrowski apparvero nella traduzione di Roberto Fertonani in un volume della Mondadori nel 1969.)

7 Responses to L’ultimo verso. Ad memoriam Johannes Bobrowski

  1. Ugolino Conte il 9 aprile 2007 alle 14:42

    Grazie, Sergio, per questa ennesima bellissima proposta. E grazie soprattutto per ospitare qui gli scritti di Stefanie Golish, con tutto il loro carico di scoperte, di autentica passione critica e di superba scrittura che sa mirabilmente (il “mirabile” delle cose più semplici ed elementari, senza infingimenti e strutture retoriche costruite ad arte) sposarsi all’oggetto che descrive. Come in questo caso: poesia su poesia. E allora non sai più distinguere, nello stupore che ti attraversa, il lento e malinconico andamento di una frase che ricrea un mondo perduto, dalla umanissima struggente bellezza dei versi che lo richiamano.

    Veramente grato di queste letture, a tutti e due.

  2. pischello il 9 aprile 2007 alle 15:55

    pezzo molto molto bello, complimenti.

  3. :-) il 9 aprile 2007 alle 21:09

    Grande Bobrowski. Davvero. Bravissima la Golisch a farlo conoscere.

  4. Miku il 10 aprile 2007 alle 10:07

    @ Golisch

    Ha per caso sottomano *Chaussen Chaussen, di Huchel, nella versione Fortini? Potrebbe riportare la traduzione di *Der Garten des Theophrast?

  5. fk il 11 aprile 2007 alle 23:10

    Frau Golisch, haben Sie verstanden? Ce lo dice qui o l’ha già faxato al Valente Miku Pinto?

  6. stefanie golisch il 12 aprile 2007 alle 09:52

    @ miku

    Conosco ” Der Garten des Theoprast” , ma purtroppo non possiedo questa traduzione. Mi dispiace!

  7. Miku il 12 aprile 2007 alle 10:26

    Un pietoso amico (l’Esecrando, db) mi ha già girato il Giardino di Huchel, di cui riporto il collegamento:

    http://www.vicoacitillo.it/pg/2004/04072004.pdf



indiani