Le mani degli schiavi (prima parte)

12 aprile 2007
Pubblicato da

di Marco Rovelli

La vittima del sacrificio è la persona muta che soffre ciò che gli altri dicono.
(Aldo Gargani, Sguardo e destino).

Ho visto le mani di Michael consegnarmi dei documenti, ed eravamo in aperta campagna, e io non ero un poliziotto. Ho visto le mani di Mircea afferrare la scopa sotto la volta della basilica per ripararsi dalle memorie. Ho visto le mani di Marcus ubriaco stringere le mie e chiedermi di non dimenticare il suo nome e chiedere di lui. Ho visto le mani di Dragan stringere le sbarre e dire sottovoce, Non sto bene.
Ho visto ciò che tutti sanno, e tutti possono vedere. Semplici gesti di mani.

Mircea scaccia i ricordi a colpi di ramazza, sotto le volte di una basilica romanica dov’è stato preso a fare il sacrestano. Le litanie del rosario dall’altra navata, i grani snocciolati dalle mani delle vecchie velate di nero, e le mani di Mircea che si stringono come per scaricare a terra la tensione, troppa, e cattiva, la tensione di memorie che fanno bruciare, memorie di quando lui era schiavo, e adesso è salvo, non vuole più saperne di ricordare, e allora conviene aggrapparsi a quella scopa, al suo ossessivo compulsare il pavimento per finire anche questa giornata, sono le sei e fra poco ci si ritira. Mircea dorme in un appartamento proprio accanto alla basilica, su un letto vero, e non vuole ricordare il verminaio sul quale ha dormito per due mesi.
Questa è una storia di vermi. Di mani e di braccia, sì, ma anche di vermi.

Otto mesi nella campagna dell’entroterra catanese, otto mesi di normale, normalissima fatica. Broccoli e carciofi. Dalle sette di mattina fino a sera inoltrata. Dodici ore al giorno, tutti i giorni, senza giorni del Signore, a trecentocinquanta euro al mese. Mircea aveva ventiquattro anni, era lì con suo cognato che era un po’ più grande, e in due cercavano di farsi forza a vicenda. Ma anche le parole svanivano, di giorno in giorno. Ci si ammutoliva, piano piano. Otto mesi reclusi, senza parlare con nessuno, nemmeno un parola scambiata con quelli che venivano a comprare broccoli e carciofi. Una telefonata alla moglie ogni tanto, e breve, ché da là potevano permettersi di fargli una ricarica di dieci euro al mese. Piano piano le parole si prosciugano, piano piano ci si riduce a gesto, nudo gesto senza nome. Restano solo le parole degli oggetti. Broccoli, carciofi. Ma non servono più, quelle parole, non sono più a disposizione. Mircea non le usa. Ne è usato. Broccoli, carciofi – sono le parole che ti porti sulle spalle.
Piove a scrosci, non si vede a due metri, e tu a raccogliere i broccoli, il secchio pieno su una spalla e la terra fangosa alle caviglie. Sei preda della terra, e non c’è spazio per pensare. Hai solo il respiro affannato. Sei solo fango e respiro. Piove, l’acqua cade a rovesci, e tu devi raccogliere lo stesso i tuoi mille broccoli, e quelli della misura giusta, ché gli altri non se li compra nessuno, non devono essere troppo grandi né troppo piccoli, attento alla misura, anche se gli occhi sono appannati dai rovesci.
Sotto le alte volte romaniche, appoggiato a una torta colonna barocca, Mircea si rivede in quel rovescio. Era la cosa più brutta, dice. Ma la mattina iniziavo con i carciofi, arrivavo a raccoglierne ottocento fasce, poi passavo alle arance, e alla sera i broccoli. E poi la semina, e poi il trattore.
Trecentocinquanta euro al mese, per sette mesi. Sette, e non otto, perché il padrone aveva deciso che il primo mese era gratis, che il primo mese spettava a lui. E Mircea, che a casa aveva una moglie e un figlio da mantenere, e che per la legge non esisteva, non aveva potuto che acconsentire.

Poi siamo scappati, dice Mircea, E abbiamo incontrato uno che ci ha portato da un pastore.
Alla memoria del pastore, Mircea afferra ancora la scopa, e riprende a fare il sacrestano. No, basta, quella era gente pericolosa. Cattiva. Mircea scaccia via la paura con i colpi della scopa.
Non si fida più di me, d’un tratto. Ecco un’altra parola che pesa come pietra sulle spalle del clandestino, la parola che orienta lo sguardo quotidiano: nemico.

E’ la memoria di un amico comune, che di Mircea è fratello in Cristo, a riavvicinarci. Eravamo in due, dice. No, non mio cognato, lui se n’è andato subito. C’era un altro ragazzo, rumeno anche lui. Mi ha detto di stare attento, il padrone è cattivo, a quello che era qui prima di te gli ha preso i documenti, e quando non faceva tutto quello che gli diceva lo bastonava. Io sono stato due mesi con i documenti nella mutande, dice Mircea.

Lavorava dalle cinque del mattino all’una di notte. Dormiva tre ore per notte. La stanchezza era troppa, e faceva diga al sonno. E pensare che Mircea era temprato alla fatica, a Bacau era uno spaccapietre, spaccava con il martello le pietre per pavimentare le strade. Ma quando, a notte, che piove tempesta, le pecore sono sparpagliate sui monti, e ti tocca cercarle, allora la tempra passata non è più sufficiente. Sai che la tua fatica non ha fine, che non c’è una casa ad attenderti, ma una baracca di quindici metri quadrati dove si dorme in sei persone, con la finestra che non si chiude, e i materassi a brandelli, resti di materassi che un giorno provi ad alzarli e scopri che sono pieni di vermi.
Alle cinque Mircea doveva cominciare con le pecore. Erano cinquecento, e bisognava portarle fuori. Non tutte, però. Cento erano malate. Avevano i vermi. Bisognava trattarle.
Quei mesi hanno un odore, per Mircea. No, non un odore. Una puzza. Puzza di creolina. Ogni giorno con quella puzza di creolina. Ogni giorno tirare fuori i vermi da sottopelle delle pecore con un bastoncino di legno, spalmare la creolina sulla pelle per disinfestare, e la carne che diventa bianca e cade a scaglie.
Quei mesi hanno anche un’immagine per Mircea, un’immagine che sa di apocalisse come la pelle che cade a scaglie. Le pecore figliavano, ma poi non volevano crescere i figli. E a Mircea toccava costringere le pecora ad allattare, immobilizzava la pecora a terra finché l’agnello non si era sfamato, e gli pareva che quella fosse una perversione della natura, e che quella perversione fosse la stessa che lo teneva in schiavitù, che lo sfamava a forza con un pezzo di pane duro e una birra al giorno, e la sera, a volte, avanzi di carne bollita, che alla mattina dopo faceva i vermi.

Non ci sono parole, di fronte a questo odore, di fronte a questi vermi. Eri stanco e triste, dice Mircea, Non avevi voglia di parlare con nessuno. Tu sei lì a pascolare e la gente passa sulla strada, dice Mircea, Ma non ti serve parlare. Si perdono le parole, dunque si perde l’anima. Resta solo una mesta macchina muscolare.

Una mattina, alle otto, è arrivata una macchina di carabinieri. Loro sono venuti verso di noi di corsa, pensavano che saremmo scappati, siamo clandestini. Invece noi siamo rimasti. Eravamo contenti.

Per i due mesi di schiavitù pastorale Mircea non ha ricevuto paga.

Mircea non è sopravvivenza di un’era antica, ma modernissimo prodotto del nuovo capitalismo. Proletario quant’altri mai, ha lasciato la sua terra vendendosi come merce. Come merce ha attraversato le frontiere, non come persona. Si è reso disponibile per un mercato che non regge la concorrenza, dove i piccoli coltivatori e allevatori non riescono più a far fronte alla grande produzione, e perciò ritengono giusto, e perfino morale, servirsi di macchine muscolari come Mircea. In fondo gli si dà lavoro.
E’ ciò che accade, ad esempio, anche nelle serre di quella Sicilia orientale che ha tenuto Mircea in cattività. Nell’agosto del 2005 due rumeni – Campus, venticinque anni, e Josif, quarantasei anni – sono stati lasciati, a distanza di due giorni l’uno dall’altro, davanti agli ospedali di Comiso e Ragusa. Morti. Intossicazione da etanolo, qualcuno ha detto. Ma quella pare una pietosa bugia. Per nascondere la realtà: avvelenamento da serra. Nelle serre si usano normalmente prodotti sterilizzanti, come il bromuro di metile, altamente tossici. Negli anni sessanta a morire erano gli ex braccianti che le serre le avevano messe in piedi: le norme della sicurezza erano loro stessi i primi a non conoscerle. Oggi sono i nuovi braccianti a morire. Sono loro le vittime mute. Nel 2005, all’ospedale di Vittoria, grosso centro agricolo del ragusano, sono stati quattromila i migranti ricoverati per infortuni sul lavoro. E’ su questi clandestini che si scarica la necessità di manodopera sottopagata per un settore in crisi, che ha bisogno di loro non riuscendo a reggere sul piano della produzione intensiva.
E la necessità di manodopera a buon mercato non si esaurisce mai. C’è sempre qualcuno più a valle su cui scaricare i costi. C’è sempre qualcuno disponibile a uno sfruttamento più intenso. Così negli anni ottanta erano arrivati molti tunisini, e con gli anni erano riusciti a ottenere paghe, se non ai minimi salariali sindacali, almeno mai sotto i trenta euro a giornata. Oggi i lavoratori esteuropei – rumeni soprattutto, ma anche ucraini, moldavi, polacchi, albanesi – si accontentano anche di dieci euro a giornata, e comunque mai più di venticinque. Per loro sono essenziali anche quegli spiccioli: in Romania, in particolare, lo stipendio minimo è di 86 euro al mese. Perciò sono due milioni i romeni che lavorano all’estero, e le loro rimesse costituiscono il 4% del PIL rumeno.
Del resto a Bacau, la terra da dove Mircea è scappato perché non riusciva a sostentare la nuova famiglia, un’imprenditrice tessile ha chiesto al ministero del lavoro di poter assumere 1500 cinesi per la sua impresa. Le donne – come la moglie di Mircea – hanno le rimesse, dice, E non si accontentano delle nostre paghe. Così occorre scaricare i costi su chi si accontenta di ancor meno. E la Federazione dei costruttori annuncia che nei prossimi anni – dal momento che con l’entrata del paese nell’Unione Europea si sta investendo in infrastrutture, e i muratori rumeni sono emigrati a ovest – nei cantieri rumeni si vedranno squadre di moldavi, ucraini, turchi, pakistani e indiani.

Mircea ti saluta con una stretta di mano forte, come a segnare un’avvenuta intimità, e come a voler testimoniare la propria identità. Non sono lo schiavo dolorante, ti dice Mircea con quella stretta. Sono un uomo forte, integro. E ti ho mostrato che non mi sono riparato dalle memorie.

(pubblicato su Nuovi Argomenti n. 37 – febbraio 2007)

11 Responses to Le mani degli schiavi (prima parte)

  1. tashtego il 12 aprile 2007 alle 04:57

    è incredibile che non ci sia quasi nessuno a difendere questa gente.

  2. Alessandra il 12 aprile 2007 alle 10:34

    …..e la cosa più sconvolgente e vergognosa è che molti, di fronte a ciò, hanno il coraggio di infischiarsene non vedendo, non sentendo e non parlando…..

    Un grazie speciale a Marco Rovelli per aver dato modo di riflettere ancora una volta, su questo ( e altri drammi) che capitano nel nostro paese….

  3. The O.C. il 12 aprile 2007 alle 13:35

    “modernissimo prodotto del nuovo capitalismo”. A me sembra più il vecchissimo prodotto del feudalesimo meridionale. Che somiglia(va) tanto a quello orientale.

  4. marco rovelli il 12 aprile 2007 alle 13:56

    RobertOC, è evidente che i tratti dello schiavismo restano simili ovunque. Ma il loro senso muta. Qui ho rilevato il senso di questo nostro schiavismo. Ho spiegato in che senso è prodotto del capitalismo globalizzato. Puoi confutare l’argomentazione.

  5. The O.C. il 12 aprile 2007 alle 13:59

    “In Romania, in particolare, lo stipendio minimo è di 86 euro al mese”. Mi chiedo se sia stata tutta colpa del capitalismo globalizzato.

  6. marco rovelli il 12 aprile 2007 alle 14:09

    Non è “tutta” colpa. Ma la Romania è stata aperta al ciclone neoliberista che ha lasciato in mano il paese ai pescecani e ha scavato un solco tra ricchi e poveri.
    Ma soprattutto: “E’ su questi clandestini che si scarica la necessità di manodopera sottopagata per un settore in crisi, che ha bisogno di loro non riuscendo a reggere sul piano della produzione intensiva.”

  7. The O.C. il 12 aprile 2007 alle 14:38

    Infatti, non è “tutta” colpa. Oltre ai pescecani c’erano i pescegatti. Sul “soprattutto” dei clandestini niente da dire. Ci mancherebbe altro.
    Mica partecipano a “Un due tre Stalla”.

  8. Giulia il 13 aprile 2007 alle 17:50

    Grazie per quetso post. Sembra impossibile che possa esistere ancora una realtà così, e invece andranno aumentando e non diminuendo: è la globalizzazione dello sfruttamento e la negazione di quella dei diritti Ciao Giulia

  9. valter binaghi il 13 aprile 2007 alle 18:45

    Marco, su questa cosa mi piacerebbe confrontarmi sul serio, senza litigare.
    Credi davvero che possa esistere un orizzonte non-nazionale del diritto? Non parlo di dichiarazioni più o meno benigne e altisonanti, ma di diritti effettuali, che hanno una possibilità effettiva di essere rispettati mediante un soggetto depositario di una forza ritenuta legittima, e che abbia il mandato di TUTTI i contraenti un patto sociale? Io dico
    1) che l’internazionalismo e la globalizzazione sono di fatto la stessa cosa perchè l’uno è la ragione debole che permette all’altro di realizzarsi secondo la propria lugubre marcia sacrificale.
    2) che la lentezza o peggio l’ambiguità della legislazione italiana in materia è legata anche all’impopolarità delle politiche di integrazione, con cui politici di destra e sinistra paraculeggiano. Solo chi si sente sicuro e padrone in casa propria può ospitare.
    3) che se questi poveri cristi hanno qualche possibilità di essere trattati umanamente devono aspettarsela dalle leggi dello stato ospitante e solo da esse. Che non la voracità ma almeno la sregolatezza del capitalismo può essere frenata solo in nome di un interesse nazionale. Ma è una parolaccia: i partiti di oggi sono rappresentanti di lobbies: possono rinegoziare all’infinito, ma sono incapaci di scelta etica
    4) Che come afferma anche recentemente Bruno Arpaia, l’abbandono da parte della Sinistra di valori come comunità, tradizione e nazione è stato letale per la sinistra e per l’Occidente, non solo perchè sono stati requisiti da una destra imperialista e fascistoide, ma perchè hanno lasciate scoperte le masse alla vera aggressione, che non veniva dal padronato ottocentescamente concepito ma dalla finanza internazionale che è poi la redditività del capitale liberata dai confini.

  10. marco rovelli il 13 aprile 2007 alle 23:57

    Valter, non capisco cosa significhi dire che “internazionalismo e globalizzazione sono la stessa cosa”. Guarda Chavez, per esempio – a cui all’inizio ho guardato con diffidenza (militare, populista, ecc) ma che sta conseguendo dei grandissimi risultati in patria, ed è innegabile che il suo nuovo internazionalismo (praticato anche nei confronti dei poveri del nord del mondo, come ha fatto con Livingstone) ha un segno opposto alla globalizzazione. E’ solo entro un internazionalismo affermativo che ha senso parlare di nazione. Ed è chiaro che il regionalismo (un regionalismo democratico, che in Europa ha preso il segno del No a Maastricht) è oggi l’obiettivo. Il capitale finanziario globale può essere vincolato solo da misure “regionali” (cominciando ad esempio da misure minime, assolutamente riformiste, come la Tobin Tax), non certo, a mio parere, recuperando la dimensione della sovranità nazionale (come se oltretutto fosse esistito un nazionalismo democratico. no, la storia delle nazioni e del nazionalismo non è questo: le nazioni europee hanno figliato esse stesse l’imperialismo: Hannah Arendt insegna). Ed è allo stesso tempo nel contesto europeo che si pone la questione della migrazione (speculare alla libertà senza alcun vincolo del capitale finanziario), tentando di smontare dall’interno la fortezza. Tutto questo, sul presupposto che senza lotte sociali non si otterrà nulla.

  11. The O.C. il 14 aprile 2007 alle 11:30

    Guardo Chavez. Meglio i Money Masters.



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