per un dialogo su sperimentazione / avanguardia / ricerca

13 aprile 2007
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dscf0644.JPG (Propongo un intervento apparso su Per Critica Futura n° 3 e che riprende una riflessione già avviata su NI qui, qui e qui. A. I.)

di Marco Giovenale

[in occasione dell’incontro presso la Casa della poesia, a cura di Andrea Inglese, con letture di G.Bortolotti, A.Broggi, A.Raos, M.Sannelli, M.Zaffarano e M.G.- Milano, 23 novembre 2006]

I. su un piano generale

I.1.a
gli autori che a Milano si sono ritrovati il 23 novembre 2006 per parlare di “scrittura di ricerca”, in rapporto con le categorie di avanguardia e sperimentalismo, appartengono e anzi materialmente sono nati giusto nel momento – il decennio tra 1965 e ’75 – in cui si attestavano e consolidavano gli schieramenti di cui si dice.
“sperimentazione” / “avanguardia”.
erano – e magari in parte sono tutt’ora – aree in qualche modo differenti, se non addirittura nemiche: sperimentalismo officinesco e avanguardia novissima? detto in sintesi. è una “sintesi”?

I.1.b
si tratta di definizioni che, trascorsi gli anni, a molti di noi nati in quel torno di tempo sembrano forse imprecise, semplificanti – chiaramente troppo nette. limitate da un dualismo o da quella che, sorvolando in tutti i sensi sulle sfumature, ci si presenta come una schietta coppia di opposti senza straordinarie possibilità di conciliazione. (intrecci, sovrascritture, influenze reciproche tra le aree, autori-ponte [come Leonetti o Pagliarani] sono osservati da lettori).
è d’altro canto vero che le opposizioni radicali descrivono con una certa esattezza (comunicabile e comunicata, ergo memorizzata anzi marmorizzata) quelli che erano gli stili e le tensioni in campo in quel decennio e dopo.
ora (si dice, si ripete spesso): se per una avanguardia oggi mancano le condizioni storiche economiche politiche poetiche climatiche, ciò non è vero per uno sperimentalismo (in nuova accezione), per una experimental poetry. personalmente, credo sia abbastanza vero, tutto questo. anche guardando fuori dall’Italia. ma con ordine. torniamo alla storia.

I.1.c
che “noi” si sia nati a cavallo tra anni ’60 e primissimi ’70 non è senza conseguenze sul nostro set di forme, di stile, e sulla percezione del ricercare.
così come – in parallelo – una esigenza di ‘figli’ impone distacco non da quelle esperienze letterarie (che anzi ci danno alfabeti, basi) ma dai conflitti che le esprimevano.

I.1.d
non possiamo – non potremmo neanche se volessimo – ereditare più o meno compiutamente i dualismi che vigevano, o le inimicizie che separavano i non pochi campi avversi. ma abbiamo sicuramente nei cromosomi i codici e le parole, gli stili e i meccanismi artistici e i dispositivi che quei luoghi e soggetti ed esperienze hanno progettato e proiettato – e proiettano sul presente.

I.1.e
in questo modo abbiamo forse degli oggetti dimezzati, ma che non potremmo certo definire nulla. sono vite/forme/modi/mondi non completati né mutati da un certo spin che 30-40 anni fa era impresso naturalmente alle particelle di stile e storia individuali e generazionali.
sono oggetti parziali eppure non svuotati. preservano tracce del mondo degli anni ’60-’70. piú che tracce, tracciati, vie, passages – dunque implicano non solo un’origine sentita ma degli esiti agíti, e con ciò novità. (e questo – è fondamentale notarlo – marca senza ombra di dubbio una differenza radicale, ancora indecifrata ed enorme, tra noi e molti dei nati dopo di noi, anche per ragioni di storia successiva della società, della comunicazione [di massa] e delle ‘istituzioni di trasmissione del sapere’. ma questa è ancora un’altra vicenda). (esiste, dovrà essere studiata).

I.1.f
esemplare la differenza tra il tipo di arte, di tv, di moduli di sceneggiatura, che gli anni di formazione del nostro immaginario esprimevano, e il tipo di povertà attestatosi soprattutto dagli anni Ottanta e Novanta.

I.1.g
perfino il più laterale sceneggiato televisivo negli anni ’70 metteva in campo zone di non detto, enigmi, sfocature, tempi dilatati, piani sequenza interminabili (impensabili nelle fiction tv recenti), ombre, imprecisioni di trama volute e voluti calligrammi fotografici; formalizzava l’opacità del reale dando spazio e figura ad aberrazioni, misteri, trame aperte, personaggi esemplarmente e memorabilmente spezzati in schegge scalene, e luoghi ed eventi irrisolti, ambigui, spiazzanti. questa complessità, questo rispetto per l’intuito del lettore, questo non dire tutto, erano davvero segni degni, o cenni, di omaggio al percorso intellettule del fruitore. dimostravano rispetto per le sue capacità ermeneutiche.

I.1.h
le scritture e gli spettacoli italiani degli anni successivi hanno fortemente nutrito, al contrario, una ideologia di chiarezza e di tutto-espresso che in verità maschera o codifica un falsissimo tutto esprimibile, paurosamente retrivo, strumentale-strumentalizzabile. nonché una sfiducia e un pessimismo radicali verso le capacità di indagine linguistica di chi legge.

I.2.a
nonostante in Italia molte riflessioni politiche e letterarie si siano svolte sul piano della crisi/critica dei linguaggi, non è forse mai stato veramente cioè radicalmente affrontato il nodo Debord. la conseguenza è una disattenzione intermittente o un approccio solo sociologico o tecnico o infatuato-curioso (turistico) a multimedialità e codici dello spettacolare avanzato.

I.2.b
era tuttavia una deriva evitabile? da tempo, osservando, do una risposta negativa. il situazionismo – perfino in Francia – era un contravveleno non sufficiente. a cosa? ecco. tutta la struttura della società è spettacolare, perché organizza/dissipa in icone una corradicalità tra estetica ed economia che è in cammino da tre o quattro secoli nello sguardo dell’occidente. forse, anzi, dallo spreco di sguardi nato a un parto con la festa rinascimentale e barocca.

I.2.c
l’estetica come sfrangiata rete di esperienze e oggetti disposti al possibile emergere del senso (‘acquisto’ di ‘valore’) può ben legarsi all’anarchica e irrappresentabile tela del ‘possibile valore’ in economia.

I.2.d
è in gioco l’interruttore tra voir e avoir, citando Merleau-Ponty. lo Spettacolo, sorta di insieme risultante dall’incrocio dei campi dell’estetica e dell’economia, da entrambi è nutrito ed entrambi nutre.

I.2.e
mi sembra che tuttavia una riflessione o nucleo di riflessioni attorno alla scrittura di ricerca non possa prescindere da studio e critica rivolti – anche come osservazione di debolezze e forze – alla performance ‘come spettacolo’ (e sia anche spettacolo ‘scandaloso’, politico, frontalmente oltraggiante, militante, e quant’altro).

I.2.f
una cosa che in autori statunitensi e francesi posso (con chiave individuale di riflessione) non amare: il click della palpebra, l’arco di gesto saputo: l’ammiccare al lettore, i reading ironici, buffi, gigioneggianti, la pista untuosa dell’istrione, il gioco linguistico che rimanda a un gioco o format di società pre-scritto, a un appoggio reciproco fra cólti, ombrello-oulipo che smorza il male e la ferita orientata a quei picchi di verità e schizomorfismo del mondo-lingua che le fratture dei versi altrimenti imporrebbero, o potrebbero additare.

I.3.a
le scritture installative, di cui in molte occasioni si è parlato e che costituiscono oggetto di discussione in rete soprattutto a partire dalla nascita del sito GAMMM, non criticano necessariamente la performance. e non sono aliene da ‘esecuzione’. ma prescindono dall’ego esposto. dunque da quel quantum politico spettacolare o puramente=solo spettacolare che l’io parlante porta con sé; così come dal suo narciso. (spesso l’elemento che disinnesca una qualsiasi politica – o una credibilità politica).

I.3.b
scritture sperimentali di varia natura hanno dato e danno – in Francia e nei paesi anglofoni – segni “utili”. ripolverizzano il polverizzato: lo ri-deducono da quanto esiste. l’esistente ‘si’ parla (parla sé) in tante ceneri non progressive, sottrazioni di esempi, erosione. (Derrida).

I.3.c
e si parla di readymade: l’oggetto, la cosa trovata o scelta (altra espressione di Duchamp) è qualcosa come un elemento alfabetico fisico di base.
gli oggetti sono il primo linguaggio: l’ostensione è la prima emissione di segni, anche a prescindere dal significato. dagli oggetti e animali graffiti nelle grotte al banale inventario o stock postmoderno. sullo sfondo della costante tensione gestuale ostensiva del non parlante. infans. e ancora: (si) parla di cut-up, ‘citazione’, google poetry, sought poems (piuttosto che found objects/poems), clus, immissione=rilevamento di frammenti in ogni tessuto linguistico. (cfr. più avanti il discorso sull’intervallo perduto).

I.3.d
in parallelo, non è meno urgente riconsiderare quelle esperienze di sintassi e di denarrazione che continuano a saper chiamare e legare insieme sulla pagina materiali disponibili, r/esistenti, che sarebbe assurdo lasciare superficialmente in gestione a quei fautori di lirica ingenua irriflessa crepuscoluziana al cubo o post-tardo-neoveteropetrarchesca che tengono campo in tante riviste e siti ed eremi, non ‘arretrati’ ma proprio protervamente fuori dalla storia.

I.3.e
allo stesso tempo (e nonostante tutto), una pratica di scrittura che faccia riferimento a un materialismo è lecita e sa acquistarsi e consolidare ascolto solo se – proprio materialisticamente – è in grado di riconoscere e incoraggiare lo spessore e il valore (dove e se esistono) di ciò che la nega. il materialista non teme quello che lo nega, anzi forse lo incoraggia. è un passo di dialettica. (senza illusioni di necessità di progresso).

I.3.f
il lettore sospettoso verso la scrittura di ricerca mediti sulla sorpresa che un tredicenne può avvertire leggendo Cortàzar, trovandosi di fronte alle sue diversioni e stranezze e contraddizioni e strutture incredibilmente complesse. se “il ragazzo” non sospetterà di sé e della propria lettura, ma penserà (erediterà attivamente il pensiero) che è l’autore a cadere in incoerenze, non riuscirà a ‘bucare’ il muro della letteratura, …né a brucare il buono che c’è oltre e che risiede nella complessità delle (molte) scritture del Novecento. ergo, resterà sempre al di qua di quella che vorrà considerare una indispensabile (in realtà vacua) decodifica e ‘comprensione’-decifrazione utopicamente e aristotelicamene integrale e lineare degli stili.
se un lettore non sa o non immagina di essere [sempre] all’inizio di un gioco, di un’avventura, non cederà le armi al gusto di oltrepassare le regole che conosce, stabilite (in lui) perché ricevute (da altri).

I.4.a
forse non sapremo/sappiamo che cosa è che aggrega e definisce e tiene insieme le varie scritture di ricerca. quale cosa le differenzia tra loro, o le individua in assoluto. ma rispetto alla letteratura “normale” si accende una specie di lume-differenza: sappiamo sempre quel che non sembra né è “normale”. affrontiamo un testo e diciamo “questo qui è scrittura di ricerca”. poi ce ne domandiamo le ragioni, le invitiamo a mostrarsi, le scopriamo. ma immediatamente collochiamo il testo in una zona di non usualità. in un terreno di alterità non misurabile o non ancora misurato – eppure visibile. immediatamente e in ogni caso avvertiamo il testo marcato da un segno che ci interroga, che poi chiede nomi.

I.4.b
ne L’intervallo perduto, Gillo Dorfles affronta il tema della costituzione – in epoca moderna – del reale e del cumulo di segnali del reale come flusso continuo, mai interrotto, schiacciante. nei codici, nei linguaggi, nella vita banale/quotidiana, iniziano a debordare i fiumi del flusso comunicativo. restano inaccessibili o proprio non nascono quelle superfici discrete che tagliano il continuum dandogli parametri di valore, senso. manca il respiro, lo sfondo ampio di senso. non è possibile fruire di quel margine di distanza e tempo dal flusso, che permette di ritagliarci dentro profili ragionevolmente rilavorabili, materiali che parlano, motivi, altra vita. si è soffocati, il tempo è sottratto.

II. nel caso specifico poi

II.1.a
partendo da questa riflessione di Dorfles osservo la mia ricerca e trovo un elemento unificante nella molteplicità di esperimenti che conduco. trovo cioè che, in tutte le direzioni e in tutti i percorsi della serie di stili che metto in campo, si realizza una tentata reintroduzione di quell’intervallo. o attraverso una iperframmentazione di tipo ritmico-grammaticale (sul piano delle unità sillabiche) o sintattica (spezzature frequenti, anche realizzate/radicalizzate a livello di punteggiatura moltiplicata e ‘anti-grammaticale’) o sul fronte dei flussi tematici, causali, temporali. o attraverso una introduzione di narrazioni o meglio denarrazioni vere e proprie, e variamente tessute di anomalie.
salti di senso, interruzioni di nessi, ponti ampi fra concetti e cose o oggetti nominati, distanti, riformulano intervalli. ne producono e riproducono forme (anche se, certo, non nelle vesti del largo, o della sarabanda..).

II.1.b
l’intervallo può anche essere dato dalla zona di ambiguitas e dalle opacizzazioni semantiche che si incuneano nel corpo dei testi. dalle strade interrotte non per lo spezzarsi dell’asfalto, ma per la caduta drastica di messa a fuoco della scena.

II.1.c
ogni lacuna e ombra è un intervallo. è tempo testualizzato, dato al lettore. donato come occasione di ermeneutica. o come superficie anche asemantica e tuttavia organizzata, strutturata, dunque abitabile. (un’abitazione, non un’abitudine).

II.1.d
ovviamente quelli in campo sono stili e forme che chiedono una apertura e fiducia verso l’opera, verso il suo meccanismo e funzionamento. non verso l’autore.

II.2.a
porto avanti da diversi anni un’idea di opera-di-opere: è intitolata Delle restrizioni. mi permette di attraversare gli stili del Novecento. non è legata a un’idea unilineare di stile.

II.2.b
non sono interessato alla scrittura come atto politico. faccio o ho fatto politica, talvolta. che è cosa in parte differente. (ma: afferente – alla scrittura).

II.2.c
la maggiore parte – e la migliore – della vita viene trascorsa in un continuo incendio di tempo e negazione dell’identità (individuale). questo fatto prima implica e poi emette dei segni.

II.3.a
ho lavorato per molti anni con immagini, salvo poi staccarmene, e riprendere ultimamente a sperimentare sia l’immagine da sola, sia la poesia visiva, sia il calligramma asemantico e la pittura e il disegno (sostanzialmente a base alfabetica, o astratti, o entrambi).

II.3.b
pratico in ogni caso la scrittura lineare con strumenti che sono:

. di perversione della metrica;
. di frantumazione della sintassi in alcuni casi, mentre in altri la re-istituisco, in forme però tendenzialmente aliriche, fredde (non antiliriche);
. di narrazione interdetta (specie nelle prose, che semantizzano anche particelle minime del discorso e decorso e decoro grammaticale);
. di allegoria. seguendo una teoria che ho definito delle allegorie cave;
. di lessico quanto più possibile esteso (non sopporto i lessici poveri, e i vocaboli assoluti);
. di cut-up e pura (o quasi pura) citazione;
. in altri casi: di ipersemplificazione delle strutture (un esempio: la scrittura di Alessandro Broggi).

II.3.c
su «Poesia» dello stesso novembre 2006 sono comparse tredici poesie da una raccolta, Criterio dei vetri che uscirà per Oèdipus. non le considero straordinariamente difficili o sperimentali. eppure ho avuto più di un feedback in questo senso. anche frasi formate entro parametri di sostanziale rispetto della sintassi, se crescono di appena un grado nella costruzione di subordinate, rischiano la mancata comprensione. così come un vocabolario ampio genera ‘sospetto’.

allegato A

Eliot era fesso? risposta scontata: no. allora perché, ancora un secolo dopo, molti scrittori nemmeno pallidamente si pongono la questione di una rivendicabile e riproponibile esigenza e sensatezza di correlativo oggettivo?

il rischio a volte a me sembra questo: che attraverso dualismi banalizzanti (clus/leu, ermetico/esplicito, narrazione/astrazione) si vengano involontariamente o ingenuamente a nascondere le reali ragioni di una serie semplicissima di esigenze vive, su cui non c’è quasi riflessione (e) critica:

– l’esigenza, l’importanza e sensatezza di una prassi di scrittura in cui di fatto e naturalmente e tutt’altro che artificiosamente viene non esplicitata interamente l’occasione-spinta del testo poetico, per non banalizzare, per non annullare quelle ombre non gratuite che danno profondità ai testi. (lo stile scherma dal banale, e per questo pone una questione ampia a proposito degli schermi – o dovrebbe porla; o vorrebbe).

– la percezione chiarissima della difficoltà e improponibilità e ingenuità inaccettabile del dire diretto.

– l’esigenza di evitare o dissipare ogni confusione tra segno vigilato e segno urgente. l’urgenza (senza forma) demolisce la vigilanza.

– la netta visione della povertà dell’ego e dei flussi confessional.

– la deviazione dalla prima persona, sia singolare che plurale.

in particolare:

note che spiegano – e troppo fittamente chiosano – a volte svendono un testo, lo asciugano da quelle ombre che danno volume a quanto detto. lo smarriscono. e non credono nell’ampiezza di sguardo e libertà e intelligenza messe in campo dal lettore

allegato B

le scritture che GAMMM tendenzialmente ma non esclusivamente promuove sono di questo tipo:

– citazione pura, e sua frammentazione/ricombinazione (per via di cut-up principalmente): control+C / control+V

– scritture di elencazione, sia deviate/’divertenti’-divergenti, sia freddissime (readymades: per esempio elenchi di attività produttive, di giochi, di oggetti: come in supermarket=wunderkammern postmoderne)

– spezzoni banali, la cui spiazzante (ma non ingenua) surbanalità non manca di segnalarsi come non sprovveduta anzi misurata procedura di decostruzione del procedimento narrativo, di effrazione della linearità, di felice perdita di qualsiasi tentazione ‘neoaristotelica’ di coincidenza tra res e signa

– scritture asemantiche o asemiche, al margine tra alfabeto e segno grafico puro (cfr. il lavoro di J.-P.Kervinen e Jim Leftwich, ma prima ancora Magdalo Mussio ed Emilio Villa)

– poesia visiva, installazioni, testi-oggetto (una stele di 150mila numeri non può essere considerata un ‘testo’, ma esattamente un oggetto), sempre in dialogo con frange e più che frange di arte concettuale

le categorie che sanno in linea di massima tenere unite descrittivamente tutte queste aree di scrittura/arte sono forse due: quella di installazione e quella di scrittura derivata. la prima dichiara esiti e destinazione delle opere, la seconda le sue origini.

i testi ‘gammmiani’ nascono da altri testi o da discorsi captati, riportati, selezionati secondo alti o meno alti indici e tassi di aleatorietà controllata (Myhill citato da Kervinen). non sono ‘creazioni’ di primo grado, testi ‘diretti’. c’è un indice di rifrazione che spezza il dire diretto.

il loro esito è inquadrabile a volte come testo sequenzialmente/linearmente leggibile (come qualsiasi altro testo) ma spesso come pura installazione (dove appunto un quid di senso aggiunto può essere dato dall’aspetto o da inserti grafici).

in un numero di casi, al lettore non si chiede tanto l’avventura di percorrere un iter alfabetico incastrando una nell’altra frasi e sintassi, quanto di considerare l’insieme: fruire dell’opera attraverso semplice osservazione: guardarla, non percorrerla.

in questo, un vettore che indica l’arte concettuale è chiaramente percettibile. e praticato da alcuni autori ‘di’ GAMMM.

allegato C

nessuna delle osservazioni dell’allegato C vuole essere prescrittiva. sì descrittiva.

descrive e decritta delle prassi, e dei gusti e direzioni di ricerca che GAMMM privilegia.

poi all’interno di ciascun percorso di ciascun autore si danno valori e scelte anche indipendenti e ben difformi da quanto elencato.

(Immagine di Andrea Inglese)

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87 Responses to per un dialogo su sperimentazione / avanguardia / ricerca

  1. véronique v il 13 aprile 2007 alle 08:23

    Grazie Andrea,

    Il pezzo completa a meraviglia la risposte di Massimo Sannelli. Lo stampero per leggere con calma.
    Ieri, a casa, ho riletto Azioni poetiche che presenta un panorama interessante della poesia italiana a cura di Andrea Raos e di Andrea Inglese.
    Del resto si trova une magnifica poesia di Massimo Sannelli.
    Vorrei aggiungere che lo sfavellio italiano è una riuscita in Francia con loro.
    Grazie a Andrea Raos ho scoperto la poesia di Eric Suchère, Action poétique, Caroline Dubois…

  2. nivasio il 13 aprile 2007 alle 09:05

    Forse, però, la politicità è insita: a) nei segni; b) nelle modalità. Ogni scelta è scelta di direzione, dunque di senso e dunque di politica (in senso lato, certo, non partitico). Per questo – che è snodo teorico importante – trovo incongruente l’affermazione di Giovenale «non sono interessato alla scrittura come atto politico», così come la trovo non coerente con la volontà di ripensare Debord, il quale puntava proprio sul “linguaggio della contraddizione” e sulla “negazione” (e il détournement è stile della negazione, ovvero: stile insurrezionale). Ogni critica non può che comunicarsi NEL linguaggio, il quale è però sempre dialettica serrata – e scontro aperto talvolta – tra un significante e un significato … Ecco, qui ravviso un’altra incongruenza nel pensiero di Giovenale (e, in generale, del gruppo Gammm): un interesse rilevante dato al gioco dei significanti. L’emissione di segni «anche a prescindere dal significato» è sempre pericolosa, si corre il rischio di neutralizzare il linguaggio stesso, di scinderlo, giungendo allo stesso effetto di perdita di senso cui giunge programmaticamente la “società dello spettacolo” (la merce parla come significante totalmente sprovvisto di significato). Anche perché, nell’atto di prelevare frammenti linguistici dai contesti più svariati per montarli in un nuovo contesto, se la combinazione non mette in gioco una “idea” (pensiero, concetto, etc.), è semplice rifrazione di suoni de-potenziati. Un gioco già visto-sentito, che certo ha in Cage l’esponente più importante, ma che – come appunto in Cage – rischia l’annullamento di ogni istanza critica per attestarsi sul mero giocare coi segni. Legittimo, certo; per me pratica molto dubbia.

    In ogni caso, e al di là ch’io trovi inutile, oggi, stare a definirsi sperimentali o avanguardisti o trappisti o martiristi, preferendo lasciare parlare i testi su ciò che essi sono, il testo di Giovenale offre spunti notevoli di discussione, in particolare mi convince il rifiuto dell’Io (bisognerebbe estremizzarlo ancora di più in senso propriamente debordiano: negazione dell’autore). E mi convincono anche molte delle soluzioni concrete esplicate nel paragrafo «nel caso concreto poi». Il problema, per me che ne sono assiduo lettore, è che raramente in Gammm vengono agite queste istanze proponendo testi all’altezza delle intenzioni. È anche questione di “gusto”, ma non solo. Un’ottima prova di coincidenza di intenzionalità e risultato è il frammento di Mesa “Nun”; peccato però che ne sia stata pubblicata una piccola parte, capace solo di fare intravedere una potenzialità e non pienezza …

    Dirò altro, più avanti, rileggendo …

    Nivasio Dolcemare

  3. Alessandro Morgillo il 13 aprile 2007 alle 11:16

    Marco Giovenale

    Non credo che in epoca moderna l’intervallo di tempo sia andato perduto. È il tempo di reazione che si è drasticamente ridotto. Il gesto fulmineo che scongiura lo sbadiglio ozioso del pensiero logico, favorisce l’atteggiamento intuitivo, abolendo quella distanza fra soggetto e oggetto che la mistica della razionalità vorrebbe imporre.
     
    Oggi bisogna creare un orizzonte dischiuso al senso dal soggetto. Orizzonte su cui proiettare le molteplici visioni del mondo.

  4. carla bariffi il 13 aprile 2007 alle 11:33

    sì Alessandro,
    un bell’orizzonte!
    un sig. orizzonte…..

  5. Matteo Dondrini il 13 aprile 2007 alle 12:02

    Ma quale forma? Quale stile? Cosa state cambiando? Chi vi conosce? Dove trovo le vostre pubblicazioni? Chi vi cita? Chi si ricorderà di voi?
    Le persone che passano di qui e trovano in home un pezzo del genere… ma secondo voi, che opinione si fanno? Scritture asemiche, leggono. Segno vigilato e segno urgente, leggono.
    Vi ridono dietro, ecco cosa fanno. Cosa ne fanno di parole vuote come queste? Le dimenticano un istante dopo.
    ‘Fate’, invece di ‘dire’. E per ‘fare’ non intendo gli squallidi esempi di Via Bogino, dove mi sentivo in imbarazzo per voi, domandandomi: “Possibile che non si rendano conto di quanto sono ridicoli?”
    Siete pompati di ego. Immotivatamente, del tutto immotivatamente.

  6. Alessandro Morgillo il 13 aprile 2007 alle 12:31

    Carla Bariffi
     
    Non vorrei che Andrea Inglese ci intimasse di andare a cinguettare altrove, quindi ci ameremo in silenzio…

  7. carla bariffi il 13 aprile 2007 alle 12:38

    ;-))

  8. A. Arcuri il 13 aprile 2007 alle 12:40

    il pezzo è molto interessante, anche se, spero la battuta non offenda nessuno, per il profano ha lo stesso livello di autoreferenzialità di un documento del Psiup (poi dice che la poesia non la legge nessuno…). Ma forse è giusto così, del resto una discussione di fisica teorica chi la capisce?

    Però, due o tre domande da non addetto ai lavori:

    – se la battaglia contro l’ingenuità lirica è corretta, ma forse un po’ “troppo armata” (in fondo il dilettantismo è ineliminabile dalla specie umana, e probabilmente, in quanto subito consegnato all’oblio, non fa poi così male alla specie medesima – senza parlare di una certa dose di ineffettualità “hobbistica” che affetta la poesia per motivi strutturali: non si campa di versi, pare), tuttavia qualcuno molto perfido potrebbe specularmente rintracciare dosi di ingenuità teorica in svariate affermazioni filosofico-linguistiche qui contenute, o ritenere che appartengano al luogocomune del filosofume ermeneutico anche un po’ demodé. Ma comunque: se l’iper-consapevolezza dei propri strumenti è un tratto tipico delle scritture postmoderne, qual è il senso di una ricerca letteraria che, a me pare evidente, si pensa come immediata e un po’ meccanica applicazione o trasposizione di posizioni teoriche che afferiscono ad altre discipline, (posizioni magari non proprio aggiornatissime, e che ad ogni modo di sicuro non si possono far valere come dati di fatto, essendo la loro natura quella della domanda)? Non si rintraccia forse una certa ansia prestazionale di “pensare le cose giuste” in modo da “non scrivere le cose sbagliate”? E se queste “posizioni giuste” non ci fossero proprio, se non funzionasse così, ad esempio in filosofia?
    Ad es.: l’invocazione al rifiuto dell’io e dell’identità in quanto mero riverbero o i richiami all’asemantismo e all’autonomia del significante – wow – sono encomiabili, peccato che siano un puro flatus vocis, o se volete un dover essere, essendo la lettera-tura, pare per sua natura ineliminabile, affetta da psico-logismo; la scrittura alfabetica che utilizza è infatti, da quel dì, coessenziale alla mente-logica, cioè alla produzione di una “psiche” filosoficamente atteggiata. E questo non è nemmeno un suo difetto ma l’unico modo che ha di funzionare, questa benedetta scrittura.
    Vien da pensare a certe sperimentazioni cinematografiche dei bei tempi, che ambivano a decostruire la linearità temporale – invero insopportabilmente borghese – attraverso la ripetizione del gesto e della scena o la sovversione della scansione. E basta con un-istante-dopo-l’altro! Peccato che, indifferente all’entusiasmo iconoclasta del regista, la pellicola di quei film continuasse imperterrita ad andare in avanti, un fotogramma alla volta… Il che avrebbe pur dovuto suggerire qualcosa.

    – Le soluzione stilistiche “di ricerca” variamente enumerate nel testo non sono, al di là del richiamo d’obbligo alle scritture del Novecento e al brivido dell’imprevisto che certo non va messo da parte, per l’appunto già tutte viste e consumate nel secolo in questione, e per lo più nella sua prima metà?

    – Fortini aveva poi tutti questi torti?

  9. andrea inglese il 13 aprile 2007 alle 13:05

    a Alex M e Carla B: cosi mi piacete, amanti segreti. (E’ anche più eccitante no?)

    a Arcuri:
    un’osservazione del tutto personale; da qualche tempo in qua, sono sempre più diffidente rispetto alla formulazione delle poetiche, le mie per prime… E questo per una consapevolezza che mi viene anche come studioso della letteratura novecentesca: vi è sempre uno scarto tra armatura concettuale teorica dello scrittore e la sua pratica narrativa o poetica. La si puo’ trovare in moltissimi grandi autori. Cosi come è sempre possibile un ritardo o un anomalo uso in letteratura di categorie filosofico/linguistiche. Ma tutto questo non toglie l’utilità e anche la necessità di intraprendere certi percorsi di riflessione.

    Cosi come l’eterna, ipnotica, formula che anche tu usi: “Ma tutto questo si è già fatto”, non dice in realtà molto. Proprio perché certe cose si sono già fatte, e costituiscono un punto di riferimento, almeno provvisorio, ad esse è importante richiamarsi. Ma qui c’è un discorso complesso. Qualcuno si accontenta di dire, l’arte non costituisce una pratica che viaggia per cumulo di sapere, come la scienza. Ma neppure si puo’ dimenticare una storicità del fare artistico. Certi spostamenti di orizzonti, ecc. Oggi, alcuni fanno poesia non avendo neppure affrontato tutta una serie di questioni. Affrontarle non costituisce poi la garanzia di una buona riuscita nella pratica, ma ignorarle è molto più rischioso. Non si capisce, poi, perché solo a certe scritture si dice: “Ma questo è già stato fatto”. Cosa dire allora delle tonnellate di lirismo ingenuo, surrealista, orfico, ermetico, diaristico, ecc.?

    Per concludere. Io trovo che la parte più interessante del pezzo di Giovenale sia concentrata tra I1e a I1h, ossia sulla riflessione sulle modalità di cistruzione di un “fruitore” standard, a partire da certe poetiche implicite nelle produzioni culturali di massa. Questo tipo di spunto dovrebbe davvero interessarci tutti.

  10. Alessandro Morgillo il 13 aprile 2007 alle 13:28

    Andrea Inglese, il mercato oggi non si pone il problema di costruire un fruitore standard, come gli inglesi quando inventarono la barretta di cioccolato industriale. Il pluralismo dei modelli etici ha definitivamente assassinato ogni pretesa ecumenica a buon mercato.

  11. Alessandro Morgillo il 13 aprile 2007 alle 13:45

    E sia chiaro a tutti che oggi il mondo della pubblicità, dell’arte e, più in generale, della comunicazione, è pieno di quello che qualcuno definirebbe lirismo ingenuo, surrealista, orfico, ermetico, diaristico. Non si può prescindere da tutto questo. Anche solo per farne il verso.

  12. carla bariffi il 13 aprile 2007 alle 14:19

    p.s.
    ma quali amanti segreti?
    è tutto alla luce del sole…

  13. andrea inglese il 13 aprile 2007 alle 14:22

    a alex morgillo
    sul fruitore standard: è un passaggio fondamentale da non ignorare, anche se oggia siamo avviati all’individualizzazione della merce e dei fruitori; individualizzazione ancora da analizzare nelle sue forme “falsamente” libertarie e pluralistiche…

    su quanto dici in seconda battuta: perfettamente d’accordo, è per questo che la riflessione di Giovenale e di altri con lui è fondamentale: per non porsi “ignari” su un terreno artistico che è, in realtà, pubblicitario.

  14. Marco il 13 aprile 2007 alle 16:14

    grazie per le critiche, come per le precisazioni. (e: ho trovato solo ora, anche, un paio di refusi che mi erano sfuggiti).

    al “chi vi conosce” si può rispondere in tanti modi, tutti inutili, perché chi si esprime così non vuole conoscere, temo. dunque non c’è modo di replicare. pazienza.

    mentre le altre critiche degli interlocutori, anche aspre, vanno accolte e ascoltate: e li ringrazio di averle espresse. spero di trovare modo di annotare qualcosa in questo stesso thread o – con più tempo e articolando come è necessario una serie di riflessioni – in post successivi. (forse su slowforward).

    fin da ora grazie ad Andrea e a n.i. per l’ospitalità data a questo pezzo. (e a Biagio Cepollaro per l’uscita nella rivista).

  15. Marco Mantello il 13 aprile 2007 alle 19:36

    Ciao Marco come va?

    Su queste tre proposizioni descrittive mi sento in qualche modo ‘toccato’:

    ‘la percezione chiarissima della difficoltà e improponibilità e ingenuità inaccettabile del dire diretto’

    ‘la netta visione della povertà dell’ego e dei flussi confessional.

    ‘la deviazione dalla prima persona, sia singolare che plurale’

    Per uno come me (ma forse te lo immagini) queste proposizioni, o motivi di riflessione diventano:

    ‘la percezione della difficoltà e della ricchezza del dire diretto’

    ‘la visione delle potenzialità dell’io-personaggio, quando diventa percezione ermeneutica di un ‘sè’ che si ritrova nell’altro’ (si lo so: questa è da spiegare ma se ti va ne parliamo via mail)

    ‘l’uso preferenziale della prima persona, se possibile al singolare’

    Mi domando se sia possibile un dialogo o un confronto fra modi diversi di percepire la scrittura e i suoi problemi, senza necessariamente tacciare come ‘lirica’ o ingenua ‘retroguardia’ una scrittura non fondata fondata sul ‘gelo’. E’ qui, come avrai capito, che mi sento toccato dalle tue proposizioni, che a mio avviso evocano (inevitabilmente e legittimamente) giudizi di valore (Fire and Ice di Frost è peraltro significativa, quanto alla grandezza distruttrice e alla sufficienza del ghiaccio, o a seconda dei gusti del fuoco: magari parliamone, ecco)

    Un saluto .Ciao

  16. Marina Pizzi il 14 aprile 2007 alle 11:26

    avrei, ho voglia di NON essere io per cingermi di tutto in tutti per poter perdere nella lettura-scrittura proprio tutte, ma tutte, le identità=anonimate d’àncore e d’approdi! ma sopporto solo la desolazione del deserto che c’è e basta e non potrà né può essere grado né in grado di offendere o appagare o abbracciare nessuno data la stangata contro in nome della nascita bioanagrafica con conseguente schiavitù lavorativa dentro nome di con-fede o con-fifa ecc. per “poter” campare: dal dittatore: chi?-quale? comunque imposti! e la ricerca stani un salario finalmente adeguato quanto un guado di felicità!(?) o, almeno, infelicità conserta e lieve.
    ciao, m

  17. elogiodelleccedenza il 14 aprile 2007 alle 13:46

    Le entropie e le distopie, le donne, i bar mi distraggono troppo per venire su nazioneindana, bel sito d’un tempo. E poi le campagne, i miei boschi, non hanno il collegamento col telefono e neanche i fili ideologici con cui scrivete questi cazzo di documenti da accademici, o da inps, da verbale della polizia.

    Ma tant’è che sono qui.
    Molto brevemente, ma senza il mio stile smagliante, senza nessuna grandezza, perché non ho tempo: Giovenale, Sannelli, & C., che noia. Che noia, davvero.

    E anche tu, Andrea, mio caro grande amico, ancora, sempre, se continui così, anche tu ti liqueferai in poco.
    Ma cosa ti è rimasto di quella tua verve da rabelesiano filokamikaze antisocratico e antisorboniano, o cosa è rimasto di quello che dicemmo, facemmo? Ricordi?: dall’abc alla perdizione alfabetica, dai caimani a casa tua, allla favola degli smarrimenti dedalici, perché io (topo di campagna) mi smarrivo dietro l’angolo di casa tua. e tu (topo di città) nel giardinetto del mio trullo.
    Ed ora?

    Ma vado, evado.

    Michelangelo Zizzi

  18. andrea inglese il 14 aprile 2007 alle 14:04

    Un saluto caro Mich, benché ormai in stato (io) di avanzata liquefazione.
    E i bei caimanici ricordi non si scordano mai.

  19. dià il 15 aprile 2007 alle 21:09

    – Ma dialogare cos’è?
    – Non lasciare cadere le sollecitazioni dell’altro.
    È mettersi di traverso ai discorsi, per confrontarsi.
    Chi apre una discussione è interessato a verificare se le sue ipotesi trovano riscontro nell’interlocutore, o su quali istanze alternative le avversi. Il fine del dialogo è la crescita in comune.
    – E perché qui stiamo fermi?
    – Non so … Forse perché il dià è costitutivamente, nei poeti, monò-logos …
    – E l’altro un misero spettatore …
    – … o un acquirente …
    – E se fosse, così, molto semplicemente, che il dialogo annoia?
    – Allora avrebbe ragione Zizzi …
    – No, questo mai! Zizzi non può avere ragione! Mai!

  20. andrea inglese il 16 aprile 2007 alle 10:48

    L’autore del pezzo si è scusato con me perché sta passando un periodo di lavoro e di impegni molto intenso. E inoltre, mi ha detto, cosa che comprendo benissimo, che i suoi tempi di elaborazione e approfondimento di fronte a obiezioni, domande, ecc. sono lunghi. In ogni caso ha letto e considerato attentamente quanto nei commenti è stato scritto.

    Il dialogo puo’ avere molte forme. Idealmente, in questo contesto puo’ diventare una discussione tra due o più persone, svolta nell’arco di qualche giorno. Ma non sempre le condizioni di vita ce lo permettono. Cio’ detto, il dialogo puo’ sussistere comunque, seppure in una forma meno diretta. Chi qui ha commentato, ha fatto pervenire all’autore delle sue riflessioni, anche critiche. E questo non è poco.

  21. Andrea Tozzini il 16 aprile 2007 alle 14:49

    L’unico commento decente, quello di Matteo Dondrini, l’avete permalosamente ignorato; prima di quella, le domande da lui poste mi sembravano piuttosto interessanti rispetto alle altre varie richieste di delucidazioni di un testo per giunta incomprensibile (firmato: il fruitore standard).

    State sterilizzando l’arte, o quello che è, rendendola una cosa asettica soggetta a formulette e leggi da non poter contraddire; stupidi assiomi da applicare all’espressione affinché… affinché cosa?
    Cercate nell’arte quello che una pizza radicchio e noci potrebbe benissimo darvi; trovate, piuttosto, e fissatela in qualche modo con i molteplici mezzi dell’arte da voi elencati, quella sensazione che sta tra la telefonata e la ricerca del dépliant nella stanza disordinata.

    firmato: un altro tipo di fruitore.

    “Ma quale forma? Quale stile? Cosa state cambiando? Chi vi conosce? Dove trovo le vostre pubblicazioni? Chi vi cita? Chi si ricorderà di voi?”

  22. dià il 16 aprile 2007 alle 15:23

    – Ma allora perché?
    – Già, perché?
    – Dico perché cercare un dialogo se poi: gli impegni, la famiglia, il lavoro, gli studi, i tempi lunghi della risposta … Forse chi commenta il post non ha anche lui impegni, famiglia, lavoro, studi, tempi lunghi per domandare a modo?
    – E non è nemmeno la prima volta.
    – Già, non è. Già altre volte la risposta è stata: gli impegni, la famiglia, etc….
    – Si reagisce agli insulti, alle indisposizioni, alle reazioni scomposte; è più facile. Ai rilievi di rigore: si rimanda.
    – Già, si rimanda. E se anche l’autore ha raccolto i rilievi, cosa ha raccolto il rilevatore?
    – Ma, davvero, che abbia ragione Zizzi?
    – No, davvero, non può essere, Zizzi!?!? Questo no!

  23. lorenzo carlucci il 16 aprile 2007 alle 18:10

    un ciao a giovenale che vedo riproporre le proprie tesi con rinnovato vigore e volontà d’approfondimento e un ciao a tutti che vedo particolarmente agguerriti. io questa volta vorrei chiedere qualcosa circa la spinosa questione del “soggetto”, dell’io e dell’io lirico, qui liquidata così:

    “- la deviazione dalla prima persona, sia singolare che plurale.”

    questa mi pare una forma di iconoclastia particolarmente virulenta e, pure, una eccessiva semplificazione delle cose. come se il segno “io” e il segno “noi” implicassero la presenza di quel “soggetto” che si vuole con tanta forza espellere dall’opera poetica (sulla base di assunti filosofici – e necessariamente filosofici – spesso troppo vagamente dichiarati). non è questa una ingenuità piuttosto grave (diciamo una ricaduta nel tanto odiato aristotelismo con la sua corrispondenza tra segno e cosa? tra segno “io” e “soggetto lirico” in questo caso)? l’espunzione di queste paroline dal lessico della poesia (dovremmo allora scrivere forse G**venale o Gtunale) oltre ad essere la conseguenza d’una inferenza mal posta, è a mio parere il segno di un mancato approfondimento – filosofico e estetico – del problema dell’io o del soggetto in poesia. mi piacerebbe molto leggere una volta una elaborazione compiuta di questo tema da parte del gruppo di GAMMM, per esempio. altrimenti si dovrà riconoscere che è una pura questione di parole, e di parole vuote: non scrivere “io” non scrivere “noi”. mentre è ovvio che un testo può essere corrotto fino al midollo dall’invasività di un “io lirico” del tipo più comune, pur senza contenere le parole “io” e “noi”. e che anche il viceversa è possibile. il primo caso si può riscontrare a mio parere in diversi testi di sannelli (un altro avversario del “discorso diretto” e della “poesia del quotidiano”) che sfiorano a volte l’autobiografismo enigmistico (ma di questo intendo scrivere presto e altrove).

    non chiedo nulla a giovenale, che ora ha molti impegni, rilevo soltanto che sarebbe opportuno, quando si mettono avanti “regole” di composizione come quelle sopra (per quanto non prescrittive, ma riconosciute come valide ad esclusione d’altre), rispondere a domande semplici del tipo: 1. perché si devono espellere l’io, il soggetto, dall’opera d’arte (in particolare dalla poesia)? 2. in che modo è possibile per l’uomo espellere io e soggetto da un suo prodotto? 3. esistono condizioni materiali di un testo in base alle quali giudicare se l’io e il soggetto vi sono presenti o meno?
    e altre simili…

    saluti,
    Lorenzo Carlucci

  24. jacopo Ricciardi il 16 aprile 2007 alle 18:49

    La poesia è un atto di libertà.

    Abolire l’io dal testo di una poesia è abolire la maggior parte dei testi di sempre. Giovenale vuole eliminare i sonetti di Shakespeare? L’io di Rimbaud – o per lui questo io è l’inizio di una negazione dell’io? Forse Dante non esisterebbe più se il nostro giovane e alacre poeta potesse imporre le sue idee anche sulla poesia del passato. Per fortuna le cose stanno diversamente. Credo che quello che lui dice lo afferma per sé e per una parte di quella poesia che si stringe intorno a lui, che accetta questi vincoli.

    Abolire l’io da un testo di poesia sarebbe affascinante, interessantissimo, tanto forte da violare le stesse leggi naturali e millenarie su cui essa riposa e alle quali si affida: fare del poeta un organismo-macchina, che come tale si serve delle altre macchine come un prolungamento di sé, e della realtà come un luogo di reperti per così dire archeologici, che sono parte dello schema primario poeta-macchina. La pretesa di una realtà – cupa – così costituita contagia il lettore che diventa un uomo che segue l’iniziale coscienza di una sua graduale trasformazione, che coinvolge allo stesso modo sia la sua natura sia quella del mondo intorno a lui: una coscienza della macchina. Sono tante e tali le pretese di questo tipo di posizione che è difficile elencarle tutte, ma quelle più importanti sono: pretendere un inizio biologico della macchina, manifestato dal poeta-organico con la sua poesia macchina-organica; il testo vuole allora essere la realtà, ordinata come veramente è, nella quale si affermano le prospettive dell’uomo-macchina.

    Il problema dove nasce? Quando ci si rende conto che se Shakespeare ha la sua ragion d’esistere, l’ha anche l’uomo tout court, così com’è, con la sua libertà, la più ampia possibile, senza bisogno di vestirla di alcuna divisa, poiché da quella libertà viene la libertà dell’uomo che si applica alla poesia, e la stessa libertà del poeta, e quella della poesia davanti agli occhi del lettore: la poesia si serve della libertà che già esiste nel corpo e nella vita di ognuno, condizioni che compaiono alla nascita, e che non si proiettano da una poesia. Se una condizione universale può essere data alla poesia – e questa deve essere riconosciuta e accettata – è quella di rivelare quello che già esiste, che si svela mano a mano, che penetra nella materia della vita. Non c’è invenzione d’esistenti in poesia, saremmo fuori dalle leggi di questo nostro mondo! Essa esiste umanamente coincidendo e sovrapponendosi all’umano, e a quello che di lui rivela. L’uomo, la poesia, non computano: pensano! La poesia non è un oggetto che se ne sta chissà dove esposto alle intemperie occasionali della natura, condivise magari con l’uomo che gli sta seduto accanto: la poesia è la vita viva trovata dentro a un oggetto che già abita la realtà, ed è portata alla luce con una forza umana tanto sicura da sposare gli occhi dell’osservatore.

    Abolire l’io: siamo sicuri che questo tema dell’io in un senso o in un altro sia veramente interessante? Tanto è falsa l’affermazione che pretende di abolirlo tanto lo è l’affermazione contraria: lasciamo l’io lì dov’è. L’io non è l’oggetto di nessuna poesia, e non dovrebbe esserlo di nessuna critica poetica che lo tratta come tale. L’io è la condizione necessaria all’uomo per fare poesia in questo mondo: è la porta che si apre e lascia uscire l’aria all’aria della sua libertà. L’io si forma verso l’obbiettivo della poesia, ed è quello ad interessare il lettore, l’uomo, la sua vita, la sua anima, la sua intelligenza. Non si può creare una scorciatoia per l’intelligenza, offrendo su un piatto una natura già riordinata. La natura non si muove, è l’uomo a viaggiare in essa. Il poeta viene colto da una nuova profondità, sta lì sul punto in cui gli altri poeti l’hanno portato, dove comincia l’ombra, ed è la poesia quella profondità, illuminata e chiarita, esplicita davanti al lettore. La poesia non è oscurità. Ecco cosa mi ha sempre fatto paura nelle opinioni di alcuni poeti che mi è capitato di leggere: la negazione di importanti poeti del passato in virtù della propria posizione poetica. Se si nega Shakespeare, o Leopardi, o Pasolini, come si fa a vedere oltre di loro – è un’ammissione inconsapevole d’incapacità?

    Questa vicenda del tema dell’abolizione dell’io è depressiva, per il poeta, il lettore, la poesia. Il poeta, durante il suo lavoro sta davanti al mondo, come l’uomo del resto, davanti al mondo, non c’è altro – in nessun caso si trova davanti a se stesso, o anche davanti all’io. E se anche l’io stesse davanti alla mente del poeta – e non ne vedo alcun motivo – dietro all’io continua ad esserci il mondo. Scegliere una visione più breve, più limitata di quella che è possibile umanamente, non lo riesco proprio a capire. È nella fissità del mondo, nella storia immobile della sua natura, che nasce la condizione dell’uomo: è così, allo stesso modo, che nasce la condizione della poesia.

    A me pare che Giovenale avverta, ma non veda chiaramente, l’ulteriore esigenza della poesia di oggi: ciò che lui chiama negazione dell’io – con una costruzione del testo che non si appoggia mai ad esso – in realtà dovrebbe essere un assorbimento dell’identità nella costituzione della poesia. Cancellare qualcosa è una violenza senza soluzione, inaridisce ciò che procura e inaridisce l’atto stesso. Mutare il vivo secondo le esigenze che l’oggi offre, questo si deve. Io sono vivo e continuo a interagire col mondo distaccandomi dal passato ma rimanendo ad esso legato, io lo trasformo, devo capire quale trasformazione vuole, e quel passato di cui ho appena parlato è quello della poesia – troppo spesso mi è capitato di incontrare poeti che confondono il passato della poesia con quello del mondo o della realtà o della propria vita. La poesia resta poesia, anche oggi! Attenti, perché non sta trasmutando in nessuna altra cosa, oggi non siamo ancora nel Caos dell’Apocalisse, quindi ci vogliono ordine, rispetto, chiarezza e lucidità. La lucidità della poesia oggi è non abbandonare nessun poeta sulla nostra strada: la più ampia visione è quella che vince, in un mondo finito e coerente – l’infinito esiste, ma mai da solo, si trova nel finito, oppure è il finito che si trova in esso.

    La mia risposta. Il poeta, seguendo tutto l’arco della poesia passata, riconosce una particolare tendenza: il poeta è nato dalla poesia – e il nostro paese è testimone del momento cruciale di questo passaggio, nel medioevo, con Dante (nascendo dentro di lei) e Petrarca (acquistando la propria autorità, su di sé). L’autorità del poeta si estende sulle cose – con il Tasso -, sulla libertà delle cose – in Shakespeare – e con Leopardi che fa prevalere sul poeta la consistenza e la solidità del mondo, e di ciò che lo anima, individuato razionalmente – e non più, evocato in poesia, come per i Greci, o controllato dentro lo spazio della poesia come per i Romani. Ora, oggi, il poeta, deve essere assorbito nella poesia, vivere come una parte di essa, e poi scomparire del tutto, lasciando al lettore il formarsi e il proiettarsi della propria identità nel reale, così la sua propria forza anima la poesia, costituita e scritta con quella forza poiché il lettore è un essere vivente e umano tanto quanto colui che scrive. Il poeta scrivendo poesia la riceve e si annulla, e diventa l’uomo che è, e la legge e la vive esattamente come fa il lettore, uomo, come sempre è stato, secondo natura, preceduto dalla natura della poesia, ancora oggi, ma più libero ancora.

  25. maria (valente) il 16 aprile 2007 alle 19:59

    A me, detto in tutta franchezza, il commento di Dondrini è parso davvero l’unico indecente, a parte il tono adolescenzial-provocatore che fa pensare piuttosto a un personaggio che ad una persona, l’unica cosa che mi verrebbe da rispodergli è che se non conosce poeti, poesie, altri blog letterari, studi, ricerche, saggi critici e traduzioni…dovrebbe semplicemente informarsi prima di dare aria alla bocca, tanto più che gli autori di cui si tratta hanno mostrato massima apertura, offrendo occasioni varie di incontri – dalle mie parti si dice “ciuccio e presuntuoso”-… quanto al resto, mentre trovo interessanti poche osservazioni anche critiche, in specie quella di Marco Mantello, mi dispiace constatare che nella maggior parte dei casi vedo solo ostilità fondata su pregiudizi o sulle solite posizioni attardate che preferiscono ignorare la nostra storia poetica più recente. Da parte mia, sento ancora attualissime certe osservazioni che pose Alfredo Giuliani nella prefazione ai Novissimi, e francamente davanti a reazioni di ottusità, chiusura, ostilità che continuano ancora oggi, ogni volta che si propone un certo tipo di poetica, che pure può finalmente vantare una lunga tradizione, avverto la necessità di ribadire dati, posizioni che consideriamo acquisiti, diamo per scontati e forse non lo sono.

    “Scopo della vera e contemporanea poesia, annotò Leopardi nel 1829, è di accrescere la vitalità; e dopo questa osservazione disarmante, aggiungeva che a quei tempi raramente la poesia era capace di tanto. Noi, che non siamo classicisti e nemmeno crepuscolari, abbiamo della vitalità un concetto linguistico che cercheremo di spiegare. Senza dubbio, in ogni epoca la poesia non può essere vera se non è contemporanea; e se ci domandiamo a che cosa? la risposta è una sola: al nostro sentimento della realtà, ovvero alla lingua che la realtà parla in noi con i suoi segni inconciliabili. Quell’accrescimento verrà da un’apertura, da uno choc, che ci metta a portata di mano un accadere in cui possiamo ritrovarci.

    […]Io credo che si debba interpretare la novità anzitutto come un risoluto allontanamento da quei modi alquanto frusti e spesso gravati di pedagogia i quali perpetuano il cosiddetto Novecento mentre ritengono di rovesciarlo con la meccanica dei contenuti. Ciò che molta poesia di questi anni ha finito col proporci non è altro che una forma di neocrepuscolarismo, una ricaduta nella realtà matrigna cui si tenta di sfuggire mediante schemi di un razionalismo parenetico e velleitario, con la sociologia, magari col carduccianesimo. E, secondo me, si tratta di un atteggiamento sbagliato per un’operazione dubbia. Ho avuto cura di isolare una serie di intenzioni poetiche assai diverse tra di loro, eppure accomunate da certi caratteri essenziali, non programmatici ma verificabili nei testi.
    Nessuno di noi vuole dimostrare o limitarsi a denunciare alcunché: ognuno ha coltivato senza pietismi la propria capacità di contatto con le forma linguistiche della realtà.
    Suppongo sia chiara in noi una vocazione a conoscere, leggibile in ciò che scriviamo e non presunta in ciò che proclamiamo di voler scrivere.
    Pensiamo che parlando di noi o d’altro o di niente, la poesia debba aprirci un varco: nel rispecchaire la realtà rispondere al nostro bisogno di attraversare lo specchio[…] tutti noi ci siamo fatti un problema di verità, di rinnovamento strutturale, non di realismo coatto.

    La questione del rinnovamento dura fin da quando, nel primo dopoguerra, si cominciò a scoprire che il fascinoso linguaggio ereditato dalla nostra tradizione moderna era, come il topo d’avorio di Dora Markus, un amuleto. Naturalmente, sarebbe ingiusto dimenticare che qualsiasi linguaggio, nella misura in cui è un mezzo di vita, svolge la sua brava funzione apotropaica. Ma la poesia esprime con tutta se stessa un modo di pensare e di sentire. Perché ci siamo tanto preoccupati del lessico, della sintassi, del metro e via dicendo? Perché se conveniamo che, in quanto contemporanea, la poesia agisce direttamente sulla vitalità del lettore, allora ciò che conta in primo luogo è la sua efficacia linguistica. Ciò che la poesia fa è precisamente il suo contenuto: se, poniamo, fa sospirare o annoia, la sua verità è, definitivamente, il sospiro o il tedio del lettore. E nei periodi di crisi il modo di fare coincide quasi interamente col suo significato.

    […]l’essere contemporanei è divenuto più difficile e, sotto molti aspetti, più appassionante […]
    La coerenza sta nell’essere passati in tempo dall’esercizio ormai inaridito di uno stile alle avventurose ricerche e proposte di una scrittura più impersonale e più estensiva. Il famoso sperimentalismo. Pochi anni e tutto è cambiato: il vocabolario, la sintassi, il verso, la struttura della composizione. E’ cambiato il tono, è oggi altra da ieri la prospettiva implicita nell’atto stesso di fare poesia. Sembrava che le possibilità di parlare in versi si fossero ristrette: le abbiamo invece ampliate, adoperando, sì, anche quella abilità di cui alcuni di noi sono talvolta accusati. Vero è che, se il solo rito ancora praticato dalla nostra cultura è lo strappo della maschera, noi siamo andati più in là nello smascheramento, sfidando il silenzio che sempre consegue, insieme alle chiacchiere, al deperimento di un linguaggio, esasperando l’insensatezza, rifiutando l’oppressione dei significati imposti[…]
    Poiché tutta la lingua tende oggi a divenire merce, non si può prendere per dati né una parola, né una forma grammaticale né un solo sintagma. L’asprezza e la sobrietà, la furia analitica, lo scatto irriverente, l’uso inopinato dei mezzi del discorso, la prosa, insomma quello che non si è abituati a trovare nelle altre poesie e che si trova invece nelle nostre va considerato in questa prospettiva.
    La passione di parlare in versi urta, da un lato, contro l’odierno avvolgente consumo e sfruttamento commerciale cui la lingua è sottoposta; dall’altro, contro il suo codice letterario, che conserva l’inerzia delle cose e istituisce l’abuso di consuetudine (il fittizio è così) nella visione dei rapporti umani.
    Pertanto, prima di guardare all’astratta ideologia, all’intenzione culturale, noi guardiamo alla semantica concreta della poesia, senza dimenticarci che essa è dopotutto un’arte, una vis mitologica: per gli ideologi, al contrario, la poesia è soltanto un pretesto e come tale disposta ad essere o Circe o la scrofa, a seconda dello scopo cui deve servire. Per noi è pacifico che una posizione errata verso i problemi del linguaggio non si spiega facilmente con la desolazione della società. Storicamente, esiste da sempre una posizione giusta,a cne se questa, proprio perché giusta, possa forse condurre a un destino sperimentale. […]
    Ma, dobbiamo aggiungere, che neppure condividiamo la nevrotica, indiscriminante paura di taluni per la lingua comune contemporanea. Ci sono forme di questo meccanico esperanto dell’immaginazione che, a dispetto delle manipolazioni cui sono soggette, non si possono considerare in se stesse negativeo positive, ma unicamente fattuali: fanno parte del materiale, della semanticità eteronoma che l’epoca offre allo scrittore. Le tecniche della cultura di massa comportano una scomposizione mentale di cui occorre tenere conto quando si vuole produrre una ricomposizione dei significati delle’sperienza. Non soltanto è arcaico il voler usare un linguaggio contemplativo che pretenda di conservare non già il valore e la possibilità della contemplazione, ma la sua irreale sintassi; bensì è storicamente posto fuori uso anche quel linguaggio argomentante che è stato, nella lirica italiana, una delle grandi invenzioni del Leopardi. Sicchè la visione schizomorfa con cui la poesia contemporanea prende possesso di sé e della vita presente ( e che ha quali tipici caratteri la discontinuità del processo immaginativo, l’asintattismo, la violenza operata sui segni) non ha bisogno di giustificarsi come avanguardia, nel senso programmatico e marginale che si suol dare a questa nozione. Saremo,se
    mai, al centro di una precarietà che né ci esalta irrazionalmete né ci fa vergognare di essere quali siamo. […]
    Lo scrittore aperto trae egli stesso insegnamento dalle cose e non vuole insegnare nulla, non dà l’impressione di possedere una verità ma di cercarla e di contraddirsi oscuramente, non vuole catturare la benevolenza o destare meraviglia, perché inclina a lasciare l’iniziativa al rapporto che si creerà nell’incontro tra due disposizioni semantiche, quella del testo e l’altra, appunto, che appartiene a chi legge.
    In che consiste l’effetto di accrecsimento che una poesia sembra comportare, ammesso che si abbia la pazienza di usarla correttamente? Una poesia è vitale quando ci spinge oltre i propri inevitabili limiti, quando cioé le cose che hanno ispirato le sue parole ci inducono il senso di altre cose e di altre parole, provocando il nostro intevento; si deve profittare di una poesia come di un incontro un po’ fuori dall’ordinario.

    Due aspetti delle nostre poesie vorrei far notare: una reale riduzione dell’io, quale produttore di significati, e una corrispondente versificazione, priva di edonismo, libera da quella ambizione rituale che è propria dell’ormai degradata versificazione sillabica e dei suoi moderni camuffamenti. Quanto alla riduzione dell’io bisogna intendersi. Anche qui, soprattutto qui, l’artefatta polemica sui contenuti non reca alcuna schiarita. […] Non c’è si capisce un solo modo di apertura[…]
    Ovviamente l’inclinazione a far parlare i pensieri e gli oggetti dell’esperienza è un atto individuale, di me che scrivo e non voglio affatto nascondere la mia soggettività. La riduzione dell’io è la mia ultima storica possibilità di esprimermi soggettivamente[…]
    S’intravede in altri termini l’opportunità di riconquistare una proporzione tra l’io, il mondo e la società, tra il non convenuto disordine a noi semanticamente necessario e lo sfondo storico con le sue forma altamente pregiudicate. Insomma per fare intento un esempio, è augurabile che un lettore veramente contemporaneo ritorni a Dante attraverso Sanguineti, o possa comprendere la scapigliatura e il verismo attraverso Pagliarani. Le antiche e le vecchie forme non sono mai recluse e si riscoprono nel processo innovativo, muovendo da questo e non da una ipotetica continuità o da una ripresa polemicamente archeologica.

    […] Ogni volta che in Italia qualcuno vuole essere contemporaneo, deve scontrarsi con l’immaturità sociale, col provincialismo politico, con le sue improvvisazioni e inquietudini che si pretendono soluzioni, con la perpetua commistione di anarchismo e legittimismo. Non si può supporre che tutto questo non sia rappresentato dal nostro linguaggio; ma si deve chiedere qualcosa di più. “

  26. andrea inglese il 16 aprile 2007 alle 23:05

    Che bello quando vi scatenate. E iniziano a circolare davvero delle idee…
    Cara Maria, i commenti come quello di Dondrini e del suo portavoce Tozzini non richiedono né commenti né risposte. E loro sono i primi a saperlo.
    Quanto alle reazioni ostili e pregiudiziali… Esse sono in qualche modo automatiche e istintive. Quando un poeta esplicita la sua poetica (e ogni poetica, come ha sempre ricordato Anceschi, è inevitabilmente DOGMATICA), questo scatena una reazione difensiva. E’ un po’ inevitabile. C’è naturalmente una posizione ulteriore, quella che sempre Anceschi chiamava FENOMENOLOGICA, che non c’entra con un inclinazione all’ecumenismo. Per me è importante portarmi su di un piano fenomenologico, dove si possono apprezzare opere poetiche che nascono da poetiche diverse e a volte in contrasto tra loro.
    Ecco allora che è interessante, il modo in cui Mantello ha rovesciato i criteri di Giovenale, mostrando come per lui sia praticabile proprio l’io personaggio, ecc.

    L’altra risposta interessante mi sembra quella di Ricciardi, perché esplicita un’idea della poesia. Ossia non si limita, come hanno fatto molti, ha criticare gli assunti di Giovenale, ma gli oppone i propri, formulandoli estesamente.
    Ecco, se io volessi mettermici di principio, potrei demolire frase per frase molti passaggi delle riflessione di Ricciardi. Ma questo è un gioco facile, che ognuno puo’ fare con qualsiasi discorso. La cosa più utile è invece riconoscere l’altro come interlocutore legittimo, che ha una visione della poesia che non condividiamo, ma una visione che esiste, ha una sua consistenza, un suo vocabolario, una sua storia, una sua ragion d’essere. Se non facciamo questo non facciamo niente. Non critichiamo nulla né dialoghiamo con qualcuno.

  27. nivasio il 16 aprile 2007 alle 23:09

    Sulla questione dell’Io è gioco-forza fraintendersi. Forse anche qui, come nel caso delle discussioni su Dio, bisognerebbe precisare a quale “Io” ci si riferisce. Un Io generico – come a dire: l’identità biografica – o un Io estetico (vale a dire: finto)?

    Tutta la migliore arte del ‘900 ha demolito, sulla scia di Freud e di Piaget, l’idea di un “Io” monolitico e separato dal mondo. Se Levinas ci ha mostrato che l’Io è l’Altro, Heiner Muller ha posto alla base della creazione artistica l’annullamento dell’autorialità “separata”: ogni singolo Io-autore comprende in sé le altre opere ed esiste esclusivamente come “relazione”. In un certo qual senso, ogni Io è un non-Io.

    In questo senso l’Io non esiste: non esiste nessuna identità che possa dirsi rinchiusa nei propri confini. Lo scrisse anche Gadda: “La nostra individualità è il punto di incontro, è il nodo o groppo di innumerevoli rapporti con innumerevoli situazioni (fatti o esseri) a noi apparentemente esterne”. (in Gadda l’abolizione dell’Io è programmatica, tutta la sua scrittura ne è permeata).

    Secondo le principali scuole epistemologiche e psicologiche, il termine “Io” può essere definito soltanto come un’astrazione illusoria, e in quanto tale inutile e perfino dannosa (Jung).

    L’annullamento dell’Io nelle avanguardie era legato al venir meno, nella creazione artistica, delle istanze psicologiche, sociali, morali, in favore del “piacere del testo” in sé.

    L’istanza dell’abolizione dell’Io è semplicemente l’esaltazione della soggettività in senso non individualistico. È porre l’individuo immediatamente nella sua dimensione relazionale: non più produzione di opere tese a osservare-esprimere l’ombelico del poeta, ma opere-mondo (“prive di edonismo”, come giustamente dice il Giuliani riportato da Maria Valente).

    Nivasio Dolcemare

  28. andrea inglese il 16 aprile 2007 alle 23:32

    Grazie intanto a Nivasio, che ricorda giusto per sommi capi, come mai l’io psicologico pone problema, e quindi quello lirico che sull’io psicologico trae fondamento. Ma su questo molto è stato scritto. Per quanto mi riguarda la crisi dell’io lirico non è un’opzione di poetica, ma prima di tutto un dato storico che riguarda le vicende della lirica da Baudelaire a Zanzotto. Dopo di ché ognuna dica come pensa di cavarsela con questa crisi. Chi restaurando, chi con il vinavil, chi con l’anima cristiana, chi con il linguaggio che “si” parla, ecc.

    Torno sul discorso che facevo prima. Innazitutto, io parto da questo presupposto. Prima di valutare i discorsi che Giovenale o Ricciardi fanno sulla poesia, valuto le loro poesie. E in tutta sincerità, la poesia di Giovenale mi interessa decisamente di più di quella di Ricciardi. Poi, non è evidentemente un caso, la riflessione di Giovenale la trovo più consona al mio modo di vedere rispetto alle riflessione di Ricciardi. Ma potrebbe anche accadere l’opposto. Capita di leggere bellissime premesse teopriche di un poeta o un artista, e poi di non amarlo.

    Insomma qui come altrove semplificare non serve.

    Finisco su Ricciardi. Ribadisco che trovo il suo discorso sulla poesia legittimo. Egli ha saputo esprimere in maniera coerente una visione della poesia. Ora, dal mio punto di vista, molto del suo vocabolario non mi parla, o mi parla pochissimo, o addirittura mi allontana. Faccio un piccolo esempio. Naturalmente non ho veramente la pretesa di confutare la visione di Ricciardi, ma mostro, utilizzando una sua sola frase, come io percepisca la sua visione per certi versi antitetica alla mia.

    “La poesia è un atto di libertà.”
    Ok. Croce? Idealismo?
    L’idealismo non se ne andrà mai dalla cultura italiana.
    Ma certo, non c’è nulla di male associare libertà e poesia. Ma ppunto. La libertà si associa un po’ con tutto. E quindi rimaniamo su di un piano molto astratto.
    Nella poesia io ci vedo anche molta passività, molta fatalità, e molta costrizione. E su questa frase posso costruire una mia coerente visione.

    Il problema è sentire che abbiamo fatto un percorso, che ci siamo liberati di qualcosa. Che abbiamo saputo criticare una certa eredità culturale. Probabilmente questo non è un problema di Ricciardi, non è qualcosa che lui sente. Non percepisce cosi la faccenda. Lui vuole mettersi al centro della sorgente poesia, come se ci fosse una polla originaria ed eterna. E più sei fedele a quel centro, più sei poeta. Io, e credo anche Giovenale, vediamo proprio le cose in un altro modo. Per noi ricercare la fedeltà in quel centro eterno, essenziale, significa finire di nuove tra le zampe di Croce, trovarsi avvolti in vecchie mitologie, masticando idee che hanno mostrato storicamente i loro limiti, i loro errori.
    Detto questo, penso che ci sia sensibilità, e anche intelligenza, nel modo in cui Ricciardi ha proposto la sua visione.

  29. Marco il 17 aprile 2007 alle 00:10

    grazie a Maria per l’inserimento. e torno a ringraziare Andrea, e alcuni degli interlocutori, magari radicalmente distanti, per l’occasione.

    anche disaccordi forti o molto forti possono funzionare da innesco di buone discussioni.

    tuttavia a volte succede che un post venga programmato per (e pubblicato in) un periodo che inaspettatamente non permette risposte.

    se queste però poi vengono elaborate ed espresse (come è pure accaduto e logicamene accadrà), magari in altri siti e sedi, nel tempo, qualcosa procede, qualcosa viene detto, o – almeno per tentativi – chiarito: alcune ipotesi e risposte sono formulate – in quella maniera magari dilatata o dispersa nel tempo e forse bizzarra ma utile che talvolta ancora hanno i confronti e gli scambi. (nonostante o forse proprio dentro la velocità della rete).

  30. maria (valente) il 17 aprile 2007 alle 00:27

    Andrea, con tutta la buona volontà…per me Ricciardi è indifendibile.
    Io posso dialogare con Mantello ma non con Ricciardi, quando finisce con la solita lagna: e Dante, Shakespeare e bla bla bla? Ma c’è forse qualcuno che sottragga valore a Dante? E c’è forse qualcuno che pretenda di scrivere ancora a quel modo? E tutto il resto del suo discorso mi pare aria.

    Io Giuliani lo sento rispondere a tutte le accuse:
    -la poesia e la lingua deve’essere contemporanea
    -l’essere contemporanei è divenuto più difficile
    -nessun intento programmatico, i caratteri essenziali sono riscontrabili nei testi
    -vocazione a conoscere
    -apertura
    -poesia che si pone un problema di verità che è anche un problema di rinnovamenteo struturale
    -contro l’abuso di consuetudine
    -ampliamento delle possibilità versificatorie
    -guardare alla semantica prima che all’astratta ideologia
    -nessun insegnamento da impartire. Poesia come posizione precaria
    -poesia come un incontro un po’ fuori dall’ordinario
    -riconquista di una proporzioone io/mondo/società

    apertura, allargamento, nessuna censura sulle possibilità nuove che offerte da una scrittura di ricerca, ricerca di un modo migliore, una maniera più efficace di dire, nessuna censura in nome di Dante, in nome della natura o in nome di dio…

  31. andrea inglese il 17 aprile 2007 alle 01:26

    Maria:
    “Andrea, con tutta la buona volontà…per me Ricciardi è indifendibile.”
    Farei fatica a difendere una visione della poesia che come ho detto è antitetica alla mia. Ma il problema non è questo. Il problema è: chi pretende di confutare la mia poetica, deve essere almeno in grado di formulare decentemente la sua. Ricciardi l’ha fatto. E’ il minimo che si puo’ richiedere ad un confronto. Io mi soffermo molto su queste / non so come definirle / norme di discussione? Ma lo faccio perché molti neppure varcano la soglia dell’interlocuzione. Cioè rifiutano le premesse stesso di ogni confronto reale.

  32. Lorenzo Carlucci il 17 aprile 2007 alle 11:56

    Quel che vorrei dire a Maria è che i punti che cita da Giuliani sono tutti posizioni di problemi, non soluzioni riconosciute in forme e tecniche. Quel che noto è una certa ansia di riconoscere le proprie idee come “acquisite dalla storia”, mentre a me pare che “la storia” non acquisisca un bel nulla, ma che sono gli uomini ad acquisire o riconoscere la validità di concetti e a porli come “dati” del proprio sistema di pensiero, e questa acquisizione è altamente problematica in filosofia in estetica e in poesia (lo è un po’ meno nelle scienze esatte).

    Questo è ciò che fa Giovenale nel suo pezzo: partire da una serie di assunti filosofici e estetici non esplicitati – perché considerati come “acquisiti dalla storia” – e trarne conseguenze. Ora, lasciando da parte la discutibilità dei principi, le conseguenze tratte vengono presentate come immediate, dirette, ineludibili. Si rischia così di allontanarsi da

    -vocazione a conoscere

    e dalla

    “-apertura”

    ed anche, mi pare, dall’

    “-ampliamento delle possibilità versificatorie”

    quando, al contrario, si individuano condizioni necessarie e sufficienti, sul piano della forma e della tecnica. Questo forse in accordo con il seguente punto di Giuliani:

    “- nessun intento programmatico, i caratteri essenziali sono riscontrabili nei testi.”

    Ma questo punto è profondamente problematico, poiché l’espunzione dell’Io dall’opera d’arte è qualcosa di molto difficilmente riducibile alla presenza o assenza di un set di proprietà formali e misurabili, “riscontrabili”. Così come

    “- l’esigenza di evitare o dissipare ogni confusione tra segno vigilato e segno urgente. ”

    Credo che la filosofia del linguaggio del secolo scorso – che pure potrenne essere annoverata tra le “acquisizioni della storia” abbia dimostrato come una tale differenza (che riguarda essenzialmente la relazione tra l’autore e i suoi pronunciamenti) non possa essere affatto “riscontrata” a partire esclusivamente dal segno. Nessun segno può da solo mostrarsi intenzionalmente come vigilato piuttosto che come urgente, se si chiede che l’indicazione della “vigilanza” piuttosto che dell'”urgenza” debba essere essa stessa “segnalata” nel “segno”. L’indicazione che un segno è vigilato può essere raggiunta attraverso l’interpretazione di un’opera, nei rapporti tra i segni che la compongono etc. e non può essere una proprietà misurabile del prodotto artistico.

    Un altro punto che mi sembra interessante è quello che riguarda la “passività”, così giustamente citata da Inglese. La via d’espunzione dell’Io che Giovenale propone (e che non è che una via tra altre vie) tende con forza alla riduzione dell’Io alla sua dimensione di passività, riducendone al minimo non soltanto l’autonomia, ma la capacità di elaborazione (non di mera ricombinazione), di creazione di senso, di pensiero (e credo sia questa la “libertà” di cui parlava Ricciardi). Ciò si esprime direttamente nelle tecniche proposte da Giovenale (cut-up, citazione, enumerazione banale), che sono espressione di un idea dell’Io come ente puramente passivo, per il quale la rottura o assenza dei “confini” coincide con la perdita della capacità di produzione semantica, un Io del tutto passivo rispetto al significato inteso come dato quasi materialmente nella serie di segni che l’Io subisce. E’ forse questa concezione fondamentale che andrebbe, ragionevolmente, discussa per quello che è, piuttosto che la mera distinzione tra un “io inclusivo” e un “io esclusivo”.

    Lorenzo Carlucci

  33. Jaciìopo Ricciardi il 17 aprile 2007 alle 13:15

    Se guardo la storia della poesia, o quella dell’Arte, o anche della filosofia, capisco che un tipo di idee e un tipo di forma di opera sono prerogativa specifica di un poeta, o un artista, o un filosofo rispetto a tutti gli altri. Intendo (e mi limito alla poesia): un poeta per essere tale deve avere la sua lingua, e questa ha le sue leggi che non sono trasportabili nell’opera di un altro. È chiaro che mentre i mezzi dello stile si tramandano e evolvono, invece il loro senso profondo viene creato di volta in volta. Lo sforzo che deve fare un lettore, io credo, è quello di sentire quella profonda unicità del poeta e della sua poesia, viva e compiuta tanto quanto l’uomo è unico e solo, e calarsi in quel panorama di nuovi riferimenti e vedere cosa di sé viene chiamato e mostrato, per la prima volta, a se stesso, in un atto di culturale di conoscenza: questo è il potere di ciò che viene creato; e per il lettore la concentrazione è un atto di liberazione. Come poeta ho sempre pensato che sia meglio cercare di attivare quel tipo di lettura – e quindi di attivare quel tipo di ricezione conoscitiva. Poiché, sempre considerando la poesia del passato, avendo i poeti la predisposizione a una unicità assoluta dell’opera, questi in passato rapivano dei frammenti di altre opere leggendoli già come parti della propria: la lettura del poeta è un salto pindarico che abbandona l’unicità dell’opera che sta leggendo come se già leggesse la propria unicità. Io credo che quello che viene scritto e detto da un poeta rientri prevalentemente nella sua poetica – è difficile pensare che abbia la forza di uscire da questo potere, poiché è la sua natura stessa di uomo ad esserlo. La condizione dell’unicità dell’opera è invincibile, ma il poeta può e anzi deve, oggi, leggere le altre opere nel rispetto della loro privata unicità. Per scrivere poesia, oggi, non è più possibile soltanto trasformare o ricreare gli elementi delle poesie precedenti, facendo di queste una tradizione preesistente che fa nascere da se stessa un’altra poesia e un altro poeta, ma deve, il poeta, oggi, crearsi la tradizione, e scoprire che è il vuoto stesso la tradizione e che il vuoto della cultura deriva dalle culture precedenti e le abbraccia e così la poesia si rigenera, dando un nuovo nome – ulteriore – alla tradizione poetica, che si va a affiancare a quelli precedenti. Credo che ogni percorso creativo, per quanto lungo e tortuoso, alla fine porta esattamente all’interno dello schema che la millenaria Arte che si sta praticando mostrava. Questa per me è la libertà: sentirmi libero una volta e un’altra e un’altra ancora, procedendo verso un risultato che non posso ancora vedere, e cercare di non tradire mai il proprio lavoro è la cosa più difficile, cercare di non tradirsi davanti alla disciplina della poesia. L’unione delle unicità è quello che tiene insieme la mente dell’uomo, e degli uomini. Oggi la poesia richiede una più lunga separazione e divaricazione da quello che lei ha tracciato, per ritrovarsi; questo non ha nessun vantaggio, è solo la condizione che si deve rispettare per formulare oggi la sua ulteriore identità. La poesia crea l’identità evolutiva dell’uomo e della cultura, in un sempre diverso rapporto tra loro, e continuerà a farlo finché sarà chiamata poesia: la libertà è anche la semplicità del risultato finale che attende il poeta e che costituisce la sua poesia quando è tale, che rispetta, a quel punto, automaticamente tutti i canoni della sua disciplina, così il passare da un poeta all’altro mantiene quell’energia che anche è parte dell’identità dell’uomo. E se esiste una fascinazione nel vedere alcune cose al di là di uno steccato e sentirle fissate da questo qualunque cosa accada, anche fossero due poetiche, o più semplicemente le idee di due distinti poeti, io rifiuto l’incomunicabilità perché vorrebbe dire rifiutare la poesia, che è sublime comunicazione. E non rifiuto l’unicità, che di per sé è comunicazione. Il poeta è una fonte dove vive la vita dell’uomo per forza della poesia: quindi il lettore ha tutti i benefici della poesia, e non ha altri pensieri che quello della conoscenza – è questo, anche, un conforto per il poeta, che scrive per la cultura e per il popolo che la abita. E non è necessario in fondo che i poeti si parlino da poeti, ma è necessario che si leggano e che si parlino da lettori: è questa la loro sfida. Diffido quindi di chi porta, per spiegare le proprie visioni della poesia, parole di altri, perché se lo fa come lettore non può utilizzare quelle parole contro gli altri, ma dovrebbe invece spiegare cosa in quelle parole sposa tanto bene la sua visione della poesia, e se lo fa come poeta dovrebbe parlarmi delle leggi che regolano il suo lavoro, leggi che appartengono solo al poeta che le trova e che non possono venire da altri poeti. E se fosse vero che il pensiero di una parte smonta il pensiero appena formulato dell’altra, saremmo davanti ha un circo eterno e noioso che richiederebbe una soluzione immediata, poiché vuol dire che le due parti non sono capaci di formulare un dialogo su quello che davvero gli interessa. Credo invece che oggi la voce del poeta debba essere non solo in armonia con il proprio mondo di leggi e con la propria poetica – come è stato in passato – ma anche in armonia con le poetiche degli altri, e quelle di tutta la tradizione, questo farebbe sì che il poeta possa riconoscere alcune virtù della poesia – nella sua storia e nella sua cultura – che prima erano sommerse; con quale potere? La poesia sempre svela se stessa – svelando l’uomo -, e oggi io credo che abbia le qualità per svelare, oltre a quello che gli è proprio nel mondo del poeta che la scrive, anche le qualità del suo linguaggio più ampio, di quella poesia fatta di tante poesie, che unifica il ruolo e l’identità di una cultura per il popolo che la possiede. Per questo parlare oggi, per un poeta, è vitale quanto scrivere poesie, per raccontare con precisione quello che succede nella poesia e nel mondo. Un’immagine chiara della cultura, oggi, proposta da un poeta, è ancora più importante di un tempo, poiché egli sa determinare prima degli altri la direzione del destino dell’uomo, la direzione del valore della sua vita, e il valore umano delle altre discipline che costituiscono la società. Si potrebbe dire – ironicamente – il poeta prevede; a me piace pensare piuttosto che il poeta, oggi, mostra. È venuto il tempo, per chi crea, di dire e non più – solo – di fare.

  34. Marco il 18 aprile 2007 alle 01:30

    mi sembra in atto una confusione tra “io grammaticale” e “io dell’autore” (di poesie), in alcune critiche.

    intervengo brevemente dicendo che forse la storia stessa (e la storia della poesia) e non la filosofia del linguaggio sembra dirci che dal XX secolo la questione dell’io grammaticale è delicata. (tra tante altre questioni, certo).

    (e: l’impiego dell’io grammaticale non è così facile come un primo entusiasmato approccio alla poesia – specie ‘confessional’ – suggerisce al [e incarna in] dilettantismo diffuso).

    su una presunta passività dell’io autoriale:

    tornerei a sottolineare la distinzione che nel testo faccio tra “found” e “sought”. un oggetto trovato e un oggetto scelto non sono lo stesso oggetto.

    un riferimento (post-Duchamp):
    http://www.lietocolle.it/index.php?module=subjects&func=viewpage&pageid=1993

  35. nivasio il 18 aprile 2007 alle 09:38

    Rileggendo tutto, dal post ai commenti, m’è sorta spontanea una domanda: è più importante il procedimento o il risultato?

    Il testo “Sought poem” proposto da Marco mi ha lasciato perplesso. Non perché non mi convinca; tutt’altro. Ma perché trovo che sia una cosa vecchia come la poesia stessa, visto che già i cantori epici “montavano e giustapponevano lacerti trovati nell’universo linguistico” (P. Zumthor). Secondo lo stesso Zumthor, l’epica procede mediante un collage di “incessanti rifacimenti”, per trasposizioni successive e continua variazione di vocaboli ereditati: il cantore “incastra nel discorso e vi incorpora funzionalizzandoli, dei frammenti ritmici e linguistici mutuati da altri enunciati preesistenti”. Ma questo non è il procedimento in fondo usato da tutti i poeti? Non è, ogni poesia, frutto di montaggio, cancellature, revisioni? Di diverso, forse, più che il procedimento utilizzato, c’è la provenienza dei materiali.

    Un’altra domanda è allora sorta spontanea: fa differenza se traggo le parole dall’universo linguistico a me esterno o dall’interno della mia mente? Certo, fa differenza, e anche tanta. Perché se cerco un frammento linguistico, poniamo, come nell’esempio di K. Silem, da Google (o aprendo una pagina di libro a caso), la mia mente viene smossa in senso creativo molto di più che non dal rapporto con se stessa. In quel frammento posso scoprire una ricchezza di rimandi che il mio “Io”, da solo, non mi permetterebbe di scovare. In un certo qual senso, potremmo dire che il procedimento permette un “decondizionamento percettivo”.

    Resta pur vero che l’immaginazione, così sollecitata, ha bisogno di una “tecnica” per trasformarsi in struttura. E ha anche bisogno di una certa “idea” estetica con cui confrontarsi. E questo perché la disposizione delle formulazioni aperte dallo choc percettivo, per trasformarsi in poesia deve sperimentarsi come campo semantico e fonetico, deve cioè materializzarsi in forma. E qui siamo al risultato, che è il vero oggetto di attenzione del lettore – e anche l’unico campo possibile di azione critico-valutativa.

    Il procedimento, quindi, può agevolare la rottura della staticità mentale, divenendo fonte di estensione delle pulsioni psichico-creative, e può insinuare cadenze inusuali nella materia verbale; ma alla fine, ciò che resta è il testo, e con questo mi devo confrontare.

    Nivasio Dolcemare

  36. lorenzo carlucci il 18 aprile 2007 alle 10:44

    marco, il “male” della poesia dilettantesca è proprio la confusione tra “io grammaticale” “io poetico” e “io autoriale” e proprio per questo dicevo che mi sembrava strano partire dall’espunzione dell'”io grammaticale”.

    lorenzo

  37. Marco il 18 aprile 2007 alle 11:11

    si potrebbe promuovere un’indagine statistica sull’incidenza del naufragio del testo in casi di presenza o assenza di io

    sospetto che numero comicamente alto e assolutamente maggioritario di relitti sarebbe formato dai vascelli affondati a causa di quel piccolo insidioso pronome

  38. marco mantello il 18 aprile 2007 alle 11:59

    ‘Voi non sapete cos’è l’amore’ di Carver oppure ‘The Tower’ di William Butler: io dell’autore contro io grammaticale. I relitti, le rovine interiori o quelle di un luogo. che splendide minoranze di vascelli meravigliosamente affondati

    Ecco la mia memoria, ripropduce un luogo narrato da un ‘Io’ (i versi di William Butler li riproduco a cazzo, sono in un internet point e non dispongo di testo ingelse a fronte da cui copiare):

    ‘I pace upon the battlements and stare
    on the foundation of a house or where
    tree, like a soothy finger, starts from the earth
    and send imagination fourth
    under the days declining beam and call
    images and memories
    from the ruin or from the ancient tree
    for I would ask a question of them all

    Qui c’è un io che interroga le cose. Sonno oggetti trovati e allo stesso tempo scelti.

    Quanto a Eliot e al correlativo oggettivo, vogliamo parlare anche di quel famosissimo saggio che riprende e sviluppa alcune intuizioni di Pound? Tradizione e talento individuale.

    Eliot ritiene che la carriera dell’artista consista in una continua estinzione della propria personalità. Come quella del soldato, che trova l’oggetto-carro armato e ci entra dentro, come quella della ‘velina’, oggettivata in un museo delle cere, nell’atto di scegliere di rifarsi le tette (intendendo le tette come ‘oggetti’). Voglio dire: quanto degli oggetti ‘trovati’ dipende dal costituirsi o dal mutare di ‘tradizioni culturali’? E quanto del pensiero di Marco Giovenale non si risolve in ‘egemonia’ gramasciana? Nulla in contrario, per carità, ciascuno tira acqua al proprio mulino ed è bene farlo quansi si è convinti delle proprie idee. Io resto ancorato al mei naufragi, che vi devo dire? Ciao e a presto.

  39. nivasio il 18 aprile 2007 alle 13:06

    Qualche relitto (dove l’Io è finzione premeditata):

    “Per chi io canto questi fiori plebei e consacrati …?”
    G. P. LUCINI

    “copri le loro voci ch’io / non mi senta più / tacere”
    S. BECKETT

    “così ch’io possa attorno a me morirti”
    G. FRASCA

    “il tuo sguardo / intanto che io possa tenerlo tra le mani”
    P. VOLPONI

    “E allora, sai che ti dico io? / Che proprio dove non c’è nulla / – nemmeno il dove – c’è Dio”
    G. CAPRONI

    “Io dico: primo, emigrare”
    E. VILLA

    Esempio di poetica anti-Io:
    “Tu, poeta, non sei / materia di poesia, / né la sempre disponibile tua disperazione, il buio dove / sprofonda il tuo cervello torbido d’impasti densi. / Devi dare la preferenza / ai pensieri che non siano da strozzare al loro emergere dall’acqua / morta degli occhi tuoi. // (…) Altro impiego riceve la tua voce nel coro dei silenzi / dei compagni notturni: / dirigi verso il suono e nella luce / questo concerto per muti e buio, / perché né tu, poeta, né il tuo sangue / siete materia di poesia, / ma il veto ribadito contro la disperazione, / la dolente allegria della sapienza che respinge / le contumelie dell’oppressore.”
    G. CIABATTI

    N.D.

  40. lorenzo carlucci il 18 aprile 2007 alle 13:09

    marco, la tua proposta provocatoria o solo sbrigativa d’analisi statistica mi pare assurda, ma se ti stimola falla pure. quanto alla passività e alla differenza tra found poem e sought poem, vogliamo prenderci in giro con le parole? prendiamoci in giro. se il sought poem significa comporre un lavoro usando materiale linguistico “cercato”, “trovato” e riorganizzato, allora è una definizione che è soddisfatta da qualunque tipo di poesia. ma il sought poem che tu teorizzi è ben altra cosa, naturalmente, ed è caratterizzato non da un grado zero di attività del soggetto creatore – cosa impossibile – ma dal mantenimento – volontario, e con intento in ultima analisi mimetico – del grado di attività del soggetto a un minimo indispensabile. in questo senso parlavo di soggetto “passivo”, ossia soggetto che rinuncia alle proprie capacità intellettuali e si tiene volontariamente limitato al primo livello delle capacità associative e combinatorie. una passività al “gran numero di informazioni” da cui siamo circondati e di cui spesso si parla. senza mai considerare che queste informazioni sono appunto informazioni, ossia messaggi già elaborati, e non “informazioni pure”, “stimoli sensoriali”. non era forse maggiore il “numero di informazioni” che un nostro progenitore antropomorfo doveva subire dal mondo esterno – informazioni non elaborate, davvero caotiche – di quello che dobbiamo “subire” noi attraverso i media? avesse lucy gettato la spugna davanti a quella sfida, non saremmo qui a discutere oggi. ma, a quanto pare, forse non desideriamo – più – esserci.

    lorenzo

  41. andrea inglese il 18 aprile 2007 alle 15:28

    a Ricciardi,

    “La poesia sempre svela se stessa – svelando l’uomo -, e oggi io credo che abbia le qualità per svelare, oltre a quello che gli è proprio nel mondo del poeta che la scrive, anche le qualità del suo linguaggio più ampio, di quella poesia fatta di tante poesie, che unifica il ruolo e l’identità di una cultura per il popolo che la possiede.”

    Credevo fossi interessato al dialogo, e invece mi sembri soddisfatto sopratutto della forma monologo. Il problema è che quanto dici qui era forse pensabile da De Santis. Ogni parola che usi risuona cava. Tu pensi di non fare riferimento ad altri poeti, ad esperienze specifiche come quelle esplicitate da Giovenale, ma tu ti rifai a visioni post risorgimentali della poesia. I riferimenti ci sono anche per te, ma talmente remoti che quasi sembrano parole di una inaudita profezia.
    Come puoi davvero credere che la poesia “unifichi il ruolo e l’identità di una cultura e del popolo che la possiede” OGGI. Nel 2007?
    Qui c’è gente che va nelle sottigliezze dell’io grammaticale e dell’io autoriale, mentre tu parli di poeti come sacerdoti che alimentano la fiamma dell’unitario spirito della nazione….

    E ancora:
    “Un’immagine chiara della cultura, oggi, proposta da un poeta, è ancora più importante di un tempo, poiché egli sa determinare prima degli altri la direzione del destino dell’uomo, la direzione del valore della sua vita, e il valore umano delle altre discipline che costituiscono la società.”

    IL POETA SA DETERMINARE IN ANTICIPO IL DESTINO DELL’UOMO ?????
    E chi è un novello Gesù Cristo?
    La poesia come teologia della modernità?

    Quando la gente si lamenta dell’autoreferenzialità dei poeti, dovrebbe leggersi questi monologhi di Ricciardi. E il problema è che Ricciardi non è un’eccezione. E’ il rappresentate di una visione della poesia che ancora circola, oggi. Questa si completamente autoreferenziale, ma nel senso purtroppo di autistica. La poesia come profezia… Il poeta come profeta…
    Ma qui tutti sappiamo che il problema fondamentale è quello di un mondo a cui né politici né scienziati né papi sanno dare direzione o prevederne, non dico il destino, ma il dopodomani. E in Italia, per alcuni poeti tutto questo è irrilevante, in quanto essi pensano ancora di essere i portavoce del popolo e della cultura.

    Di fronte a tesi simili, il discorso di Giovenale mostra tutta la sua necessità e pertinenza. I grandi insiemi omogenei: “popolo”, “io”, “cultura”, “linguaggio” sono da tempo esplosi, e sopravvivono frastagliati e mutanti, ed è di fronte a questa condizione che si pongono questioni di procedimenti più o meno adeguati rispetto ad oggetti “storicamente” e irreversibilmente mutati.

  42. lorenzo carlucci il 18 aprile 2007 alle 16:07

    nota neutra alle risposte di andrea inglese: “profezia” e “profeti” sanno per rivelazione divina, o no? hai letto da qualche parte Ricciardi dire d’avere rivelazioni da Dio? hai letto da qualche parte Nietzsche dirlo? e Deleuze? cos’è la conoscenza se non un’indagine – umana – del futuro e del possibile, e cos’è il prodotto della conoscenza se non una determinazione di questo futuro e di questo possibile? perché Ricciardi ha scritto “determinare” e tu hai tradotto “prevedere”. e poi parlate di segno vigilato e segno urgente.

    ciao
    lorenzo

  43. Marco il 18 aprile 2007 alle 16:41

    nell’affermazione secondo cui il poeta “sa determinare prima degli altri la direzione del destino dell’uomo, la direzione del valore della sua vita, e il valore umano delle altre discipline che costituiscono la società” il problema forse non sta (solo) nelle coppie oppositive “determinare”=”inferire” versus “determinare”=”prevedere” versus “determinare”=”causare” versus … … …

    ma semmai in quel “prima degli altri”.

    tuttavia il discorso, temo, è più complesso e lungo. chissà. magari si affronterà. boh. vedrem.

  44. Marco il 18 aprile 2007 alle 16:43

    Caro Marco, mi spieghi l’egemonia gramsciana? sono in ascolto

  45. andrea inglese il 18 aprile 2007 alle 16:51

    Ricciardi: “egli sa determinare prima degli altri la direzione del destino dell’uomo”

    Carlucci basta che ti apri un dizionario: determinare, signficato primo (De Mauro): “stabilire, definire con precisione ed esattezza”
    “prima degli altri”: vede prima / pre-veggenza. Cosa? La direzione del destino: ossia il futuro.

    Magari avesse parlato Ricciardi di Dio. Lui crede nel poeta come profeta laico. E lo spirito divino che lo ispira è solo quello dell’ispirazione poetica.

  46. lorenzo carlucci il 18 aprile 2007 alle 17:12

    inglese, scusa ma sei un sofista: da quanto dici anche gli astronomi sarebbero dei profeti. ti faccio tra l’altro notare che il termine “vede” nel tuo ultimo post l’hai tirato fuori tu dal tuo cappello.

    lorenzo

    p.s. per marco: il discorso è certo complesso (dunque rimandabile?) ma “prima degli altri” esprime semplicemente un concetto forte della poesia, che è di per sé criticabile a favore di un concetto di “poesia debole” senza bisogno di tirare in ballo Dio e i profeti che non c’entrano nulla.

  47. Marco il 18 aprile 2007 alle 17:18

    ok, dunque il poeta “prima degli altri”. compris.

  48. arcuri il 18 aprile 2007 alle 17:27

    devo dire che la discussione è affascinante e vi prego di non interromperla cadendo nella polemica – anche se capisco che ci si possa animare in questi casi. io almeno sto imparando molto.

    una nota da “profano” sprovvisto di una poetica.
    inglese dice:
    “I grandi insiemi omogenei: “popolo”, “io”, “cultura”, “linguaggio” sono da tempo esplosi, e sopravvivono frastagliati e mutanti, ed è di fronte a questa condizione che si pongono questioni di procedimenti più o meno adeguati rispetto ad oggetti “storicamente” e irreversibilmente mutati.”

    quello che mi chiedo è se, questo mutamento dell’autointerpretazione che l’occidente dà di sé – almeno da nietszche, direi – si risolva logicamente in un obbligatorio mutamento della grammatica, della sintassi e di tutti i procedimenti compositivi come quella praticata dalla ricerca novecentesca, in una mimesi pratica nella forma di ciò che si interpreta accadere nella realtà (che poi è realtà di idee). non vorrei dire castronerie ma mi pare che una simile domanda se la poneva anche fortini (mi ricordo una sua poesia in cui si rivolgeva a pasolini rivendicando la propria lingua borghese. e del resto la lingua letteraria è finzionale per definizione: non è che si scopre l’acqua calda? cioè, si dà credito senza volerlo alla sciocchezza idealistica calcando su un’artificialità contro una naturalità che, ovviamente, non c’è mai stata). oltre che estetica, campo su cui mi muovo male, è una considerazione anche storica, perché ciò presupporrebbe una cesura rispetto a una storia letteraria (e cultural-sociale) almeno bimillenaria, in cui, con aggiustamenti e trasformazioni locali, queile grammatiche e quei procedimenti credo abbiano funzionato in modo più o meno contiguo (certo con molte variazioni, ma non paragonabili a quelle prospettate nel solo 900). È un discorso complicato che supera le mie forze, e presuppone anche un bilancio delle avanguardie in generale. Hanno vinto o perso? È possibile davvero “narrare e poetare” con questi strumenti? E sono strumenti adeguati ai tempi nuovi? E che significa adeguati? A guardare il packaging dei prodotti l’oreal di qualche anno fa (ora li hanno cambiati) in cui mondrian faceva bella mostra o le narrazioni sincopate e mutiple di certi serial tv, forse si può dire che hanno perso (o vinto) un po’ tutti, e che comunque adeguati non significa certo inconciliabili.

  49. lorenzo il 18 aprile 2007 alle 18:05

    no marco, come vuoi tu, il poeta dopo gli altri, dopo i politici, dopo prodi dopo gasbarra dopo la santanché, dopo il papa dopo feltri dopo eco dopo tutti dopo panariello e dopo cristicchi. meglio? anzi no, di lato. o “tutti insieeeeeeeme” nella grande barca dell’amore.

    salut,
    lorenzo

  50. Jacopo Ricciardi il 18 aprile 2007 alle 18:34

    Andrea Inglese, per te:

    A me piace la violenza concettuale. A te no? Mi piace essere il più eloquente possibile. A te no? Mi piace anche esprimermi per monologhi. A te no? Dimmi perché ci vedi un intento minaccioso per lo scambio culturale? Anche se non è in forma dialettica un monologo può parlare all’interlocutore – tanto più quando è inserito in una discussione. Per te no? Certo che sì. Perché dire di De Sanctis: oggi no! Non contribuisce anche lui a una visione ricca del presente – penso all’armonia culturale delle sue riflessioni su Leopardi e Ariosto? Io non amo una visione da poubelle per il passato dell’umanità. E perché dare al presente una sovranità sugli altri tempi? Accettare è meglio che rifiutare, anche nel campo della cultura. Non capisco perché cercare uno scarto di partenza con le altre cose: io mi chiedo come mai oggi l’idea di poesia di cui Giovenale parla vuole prendere le distanze dalla mia, riconoscendo certamente una diversità di punti di vista poetici. Io cerco allora di situare la poesia di G., o quella del suo gruppo, all’interno della realtà culturale presente con l’aiuto della mia capacità intellettuale. Mi sono risposto che questo abbandono dell’io – o separazione, o cesura -, che è giusto situare oggi per rispetto alle capacità – mentali ma anche biologiche (non è possibile vivere nel passato, si può invece sbagliare o essere superficiali nel presente) – di G, è necessario come tramite non indispensabile all’evoluzione della poesia, che precede il vero fiorire di una forma poetica ulteriore, come ogni periodo storico ha fatto in passato: l’obbiettivo che G. si pone è inconsistente e incorporeo, di passaggio, teso verso ciò che è davvero interessante; l’indipendenza del testo da tutto quello che lo prepara è un fatto reale in poesia da sempre, voi insistete e aggiungete, o mettete l’accento, o lasciate che si verifichi, un’indipendenza anche da chi lo fruisce, e il lettore viene aspirato nella geografia del testo facendo corrispondere ad essa il proprio strato culturale – di oggi -; voi dite, non più immedesimazione, ma fusione: il lettore sente di appartenere a una matrice culturale, ma – e qui sta l’equivoco – questa matrice non è di una cultura viva propositiva, che già offre un nuovo seme, ma efficace come un residuo culturale, che viene – quello sì – da un passato prossimo, una crisi culturale, un annichilimento dello spirito e delle idee; e la poesia lo ricordo, è invece sempre propositiva, sempre efficace, e proietta lo sguardo del lettore su se stesso, il quale spinge il proprio corpo e il proprio destino in avanti, verso il futuro; la poesia è il segno della vita che si destina: cosa può fare l’uomo mentre vive? Se lo vuole può affrontare il proprio destino utilizzando una lente raffinata secondo il suo bisogno, messa a disposizione della realtà che lo ospita – la poesia è una di quelle più raffinate -, e che l’uomo prepara per gli altri uomini; e per fare cosa? Per vivere più consapevolmente la propria vita e quella delle altre cose, nel rispetto di un tempo storico diverso da tutti gli altri, e che lo accoglie, e questo lo rende libero, e farà di lui un essere morale che lascia un insegnamento o un esempio agli altri; volete escludere anche questo dalla storia? La libertà e la fedeltà, il rispetto e l’invenzione; la vita ha il suo tempo, e l’uomo deve riconoscerlo semplicemente per riuscire a vivere e non essere frustrato: il poeta può avere questo compito, e la poesia può esserne suggerimento e contenuto tra le altre cose della vita. Non siamo nati per cadere in un fosso, o per venire sommersi in una valle oscura e pigramente poetica: e volete sapere perché per voi è così, sicuri? Ok. Perché l’obbiettivo di oggi, che possiede la poesia, non è il linguaggio, ma l’identità; e l’identità di chi? Un’identità più libera di quella che veniva offerta dalla poesia precedente – che non è neanche la vostra, ma quella di Yang Lian, Gozo Yoshimasu, Gavino Ledda, e che ha il suo cuore in Leopardi – che è l’identità del lettore liberato dalla schiavitù del testo e della sua lingua, creato come se fosse già assimilato dal vivo, e già forza e energia del vivo che vive: misura di questa poesia è la misura viva della sua identità che parla. Alle parole va dato un nuovo senso semantico, non privarle del vecchio; animarle da prospettive del vivo, e non chiuderle nella cassetta rigida del linguaggio che le imprigiona. Cambiare livello del linguaggio, questo deve fare il poeta, passare dalla lingua al vivo; le parole non sono un prodotto umano e che vivano allora come l’uomo; che non escano più dall’uomo, né dal poeta né dal lettore, e che siano una forza tale da scaricare i sensi verso il mondo, e vedere quello che non era visto prima, ed esplicitarlo, violentemente, tra gli uomini, questa è la realtà futura: l’uomo deve liberarsi dal linguaggio, assorbendolo, e non eccitandolo. È in quel luogo naturale decifrato con freddezza umana da Leopardi, nel quale tutto è esterno, e oggettivo, che io voglio inserire l’uomo, il suo respiro, e la sua aspirazione, e la sua libertà, concreta almeno quanto quel paesaggio mentale e fisico è concreto. Spazio per la lingua non c’è più; spazio per la dominazione della lingua quanto ne volete! Il poeta non è un ambizioso? E non cerca con l’ambizione l’umiltà? Liberazione dell’io quindi, e non la sua esclusione. Solo chi accetta l’io può pensare di poter scrivere poesia, e di sviluppare un sentimento armonico col presente. Per essere più chiaro: avete io credo con successo liberato il linguaggio dai suoi precedenti legami, l’avete isolato, e reso indipendente sul cammino del lettore, avete tolto l’abbraccio della poesia e avete messo al suo posto l’inciampo che inaridisce l’uomo, e questo cade nella sua vita-linguaggio, ma ditemi, chi lo rialza da terra quell’uomo, dopo che gli è stato tolto addirittura il suo destino, e il suo corpo è reso ormai un involucro teso a reiterare la propria condizione di scarto o residuo ad ogni poesia, costruendo nei vostri libri l’architettura della prigione che è sua carneficina; perché questo accade? Perché avete tolto l’abbraccio della poesia, e di tutto quello che nel mondo è vivo, avete prosciugato il sangue dal corpo, e sterilizzato la sua natura; ma la colpa non è vostra, è il vostro lavoro che non conosce una conclusione, voi operate là dove avete visto uno spazio dove accamparvi; è giusto; ma gli occhi che dovevano scegliere il campo della lotta, non erano i vostri, ma quelli della vostra disciplina scelta, la poesia; è umano, avete ceduto prima del tempo; ma altri dopo di voi non dimenticheranno l’abbraccio che serve alla poesia per dare vita alle cose, e l’abbraccio viene dato da un io accettato nuovamente, e l’oggetto abbracciato ha una natura nuova e inedita che prima non era: e questi due stadi per la prima volta coincidono, l’identità abbraccia il vivo che la possiede. Come potete chiamare poesia una pratica che non ha come obbiettivo l’identità e il vivo – se non come evocazioni non affrontate direttamente e precostituite del linguaggio? Il vostro lavoro è in attesa del mondo che verrà – con il suo potere semantico -, ma nella poesia è già arrivato.

  51. nivasio il 18 aprile 2007 alle 20:37

    Ah! Ricciardi ha nominato Gavino Ledda!
    Grande Ledda! Il suo “I cimenti dell’agnello” (Scheiwiller Ed.) è uno dei libri più radicali che mai abbia letto! Il suo plurilinguismo – e la sua sapienza e la sua alterità – è secondo me imparentata con quella del sommo Emilio Villa …

    PS: perché mai nessuno risponde ai miei rilievi? Va be’ che sono tonto, e anche Nessuno nel cucuzzolo de’ poeti, però, insomma, consideratemi!, altrimenti, davvero, mi tocca restare ignorante, e non è un bene, no, si finisce per diventare poeti …

    N.D.

  52. Jacopo Ricciardi il 19 aprile 2007 alle 01:26

    é notte fonda, leggere il suo pensiero rivolto a Gavino mi fa felice, si fa dolce sulle mie palpebre, e con un sorriso mi dispone al sonno; pensavamo a lei con un mio amico stasera e ci chiedevamo fumando un po’ chi fosse il dolcemare, le cui osservazioni sono sempre pertinenti e per nulla scontate; ci siamo guardati e ci siamo detti ‘meglio così’…

  53. marco mantello il 19 aprile 2007 alle 12:20

    Caro Marco, mi spiego. Egemonia come categoria della politica significa in genere ‘direzione’, prima che ‘dominio’. Gramsci la utilizza ad esempio nel saggio sul moderno Principe e analizzando il risorgimento italiano rileva che i moderati seppero essere dirigenti nella società civile prima ancora che dominanti nella società politica. Per ‘traslato’: ‘egemonia’ (o meglio: il tentativo legittimo di acquisirla) diventa una posizione di fatto, per cui si affermano culturalmente presso un insieme di soggetti legati a un interesse comune (nel nostro caso: scrivere) i ‘sistemi di valori’ che in un dato momento storico appaiono più convincenti. Il problema è che tutti noi abbiamo pretese più o meno legittime di ‘egemonia’, quando si tratta di difendere con la parola scritta la nostra ‘anima’ o la nostra visione delle cose o una parte della poetica di Eliot rivisitata. Il problema è che al di fuori della ‘lotta politica’ in senso stretto, i tentativi di ‘egemonia’ possono risolversi nell’esclusione o nella banalizzazione dell’altro, di chi è diverso da noi. Ecco io credo che nel momento in cui liquidi in modo forse troppo sbrigativo quello che non ruota intorno al correlativo oggettivo come qualcosa di anacronistico o come ‘poesia ingenua o sentimentale’ (Schiller docet), o come ‘pochezza dell’io’, tu faccia qualcosa di molto simile ai moderati risorgimentali. Ci vediamo presto, un saluto. Ciao.

  54. lucio il 19 aprile 2007 alle 12:28

    Nivasio, condivido i tuoi rilievi, ma vorrei aggiungere una personale considerazione a quella tua su “procedimento e risultato”. Giovenale tratta della scrittura di ricerca nell’ambito dell’arte concettuale, e una delle caratteristiche fondanti del concettuale è quella di proporre come opera l’operazione, quindi secondo questa visione l’opera, il risultato, coincide con l’operazione, il procedimento. Non a caso parla di installazione e performance. Sull’installazione poi accentra la sua attenzione per non chiudersi nel “flusso confessionale” del performatore/declamatore, aprendo l’operazione alla partecipazione attiva dello spettatore, che può diventare coproduttore. Questa apertura del fare artistico offre, e richiede quindi, una certa generosità e non può crescere tra affermazioni apodittiche d’identità, individualità, unicità, preveggenza, genialità, divinità, divinazioni, coercizioni.

    A Ricciardi vorrei chiedere a cosa si riferisce chiedendo “Abolire l’io di Rimbaud è l’inizio di una negazione dell’io?”. A me ha ricordato ”Io è un altro” appunto di Rimbaud, e invece?
    Poi, giuro che è l’ultima e tra l’altro neanche mia (me lo ha chiesto il professore di italiano poco interessato a distinguere tra jacopo e Jaiìcopo) cosa vuol dire “Io credo che quello che viene scritto e detto da un poeta rientri prevalentemente nella sua poetica – è difficile pensare che abbia la forza di uscire da questo potere, poiché è la sua natura stessa di uomo ad esserlo.”?

  55. Marco il 19 aprile 2007 alle 12:51

    Caro Marco,
    esistono delle correnti egemoniche di fatto. o dei generi, o delle linee di poetica, dei ‘climi’ stilistici. (e le egemonie reali e pesantissime che a loro volta guidano o impongono linee e mode e modi in editoria – come in qualsiasi ambito della società – sappiamo come siano spietate: ne parlavamo all’Alessandrina, prima della lettura, qualche giorno fa: ricordi il tema della conversazione? ecco).

    può essere sensato – si tenta di dire nel tempo che può essere sensato – proporre (magari anche accesamente come ho fatto in quello scritto) altre linee. linee differenti, con strumenti differenti.

    questo significa o significherebbe ‘egemonizzare’? non credo avrebbe questa ‘incisività’ nemmeno avendo forte presenza editoriale, carta stampata, e/o facendo ‘gruppo’. (cosa che gammm, sito che tra l’altro occupa solo un segmento del discorso che faccio, non è).

    scrivo clandestinamente e in pochi istanti, ma volevo risponderti in tutta stima e amicizia, su una questione – tra sociologia economia e politica culturale – che mi sembra posta sempre in maniera asimmetrica rispetto allo stato delle cose.

    così come vorrei rispondere a Nivasio. tenterò presto. grazie in ogni caso delle domande e del confronto. come dice Lorenzo, è interessante.

    ah, Lorenzo: l’alternativa è così secca? o il poeta arriva prima di tutti o arriva dopo tutti? la situazione non è forse più complessa? anzi (a monte): non è – questa costanza e insistenza nel voler collocare la figura del poeta in un punto staccato ed elevato rispetto al panorama degli sguardi umani – la nostalgia di un tempo [ritenuto] diverso della storia [della cultura]? (una nostalgia che poi, coerentemente, produce o può produrre dei testi che in quel punto tentano di collocarsi) (e che – certo del tutto casualmente – dicono “io”)

  56. nivasio il 19 aprile 2007 alle 13:33

    Insomma, Lucio, io sono un lettore; perché dovrebbe interessarmi il procedimento? Leggo ciò che mi viene presentato come “testo”. Certo che il procedimento è importante, ci mancherebbe! Ma una scrittura che si voglia fare apprezzare per il procedimento, è una scrittura che non ha, almeno per me, niente da dire. È come modellare un neon e poi appenderlo al muro affinché lo spettatore legga: “questa è una scritta al neon”. È vuota tautologia. Tralasciamo il mio gusto di lettore di fronte ed autori “profondi” come Volponi o Caproni, dove è chiaro che il “piacere del testo” è dato anche dai significati; anche se voglio godere d’una lettura anarchica e fuori-forma, ad esempio come quando leggo Emilio Villa, ciò che mi procura godimento è la “forma” che il testo assume sulla pagina, non il “come” l’autore è arrivato a quel risultato. E sto parlando proprio dell’atto della lettura. Se poi, da autore, mi interessa capire il procedimento, o i perché di certe scelte, allora mi avvicino al processo, lo analizzo, lo faccio emergere. Sono due piani diversi. Ma c’è dell’altro, ed è altro di rilievo teorico. Quando il procedimento coincide col risultato, è data coincidenza tra il momento del significato e quello del significante (l’esempio della scritta al neon lo dimostra chiaramente). Ovvero, viene meno uno dei cardini – e direi delle invenzioni più rivoluzionarie – dell’arte di tutto il Novecento: lo “straniamento”, cioè quel mostrarsi dell’arte in quanto arte (e non rappresentazione di altro da sé). Qui il discorso si complica …

    Per farmi capire meglio, provate a confrontare la poesia “Uccello” di Kathleen Fraser, pubblicata su Gammm (qui: http://gammm.org/index.php/2007/04/13/da-frammenti-romani-kathleen-fraser-1994/#more-192) con la poesia “Scrittura come evento” (qui: http://differentepoesia.wordpress.com/2007/03/25/scrittura-come-evento-e-non-come-rappresentazione/ ) . Il procedimento è apparentemente lo stesso, e anche la spazializzazione delle parole sembra dettata, più che da una contingenza metrica standard, da una certa volontà di fare predominare l’immagine; così come è evidente il montaggio di lacerti rubati qua-e-là. Ma il risultato? Posso poi, dal risultato concreto, immaginare che ciò che le distingue è una idea di poesia radicalmente differente, nonostante, appunto, una certa somiglianza del procedimento?

    N.D.

  57. nivasio il 19 aprile 2007 alle 13:33

    Insomma, Lucio, io sono un lettore; perché dovrebbe interessarmi il procedimento? Leggo ciò che mi viene presentato come “testo”. Certo che il procedimento è importante, ci mancherebbe! Ma una scrittura che si voglia fare apprezzare per il procedimento, è una scrittura che non ha, almeno per me, niente da dire. È come modellare un neon e poi appenderlo al muro affinché lo spettatore legga: “questa è una scritta al neon”. È vuota tautologia. Tralasciamo il mio gusto di lettore di fronte ed autori “profondi” come Volponi o Caproni, dove è chiaro che il “piacere del testo” è dato anche dai significati; anche se voglio godere d’una lettura anarchica e fuori-forma, ad esempio come quando leggo Emilio Villa, ciò che mi procura godimento è la “forma” che il testo assume sulla pagina, non il “come” l’autore è arrivato a quel risultato. E sto parlando proprio dell’atto della lettura. Se poi, da autore, mi interessa capire il procedimento, o i perché di certe scelte, allora mi avvicino al processo, lo analizzo, lo faccio emergere. Sono due piani diversi. Ma c’è dell’altro, ed è altro di rilievo teorico. Quando il procedimento coincide col risultato, è data coincidenza tra il momento del significato e quello del significante (l’esempio della scritta al neon lo dimostra chiaramente). Ovvero, viene meno uno dei cardini – e direi delle invenzioni più rivoluzionarie – dell’arte di tutto il Novecento: lo “straniamento”, cioè quel mostrarsi dell’arte in quanto arte (e non rappresentazione di altro da sé). Qui il discorso si complica …

    Per farmi capire meglio, provate a confrontare la poesia “Uccello” di Kathleen Fraser, pubblicata su Gammm (qui: http://gammm.org/index.php/2007/04/13/da-frammenti-romani-kathleen-fraser-1994/#more-192) con la poesia “Scrittura come evento” (qui: http://differentepoesia.wordpress.com/2007/03/25/scrittura-come-evento-e-non-come-rappresentazione/ ) . Il procedimento è apparentemente lo stesso, e anche la spazializzazione delle parole sembra dettata, più che da una contingenza metrica standard, da una certa volontà di fare predominare l’immagine; così come è evidente il montaggio di lacerti rubati qua-e-là. Ma il risultato? Posso poi, dal risultato concreto, immaginare che ciò che le distingue è una idea di poesia radicalmente differente, nonostante, appunto, una certa somiglianza del procedimento?

    N.D.

  58. andrea inglese il 19 aprile 2007 alle 14:24

    arcuri, appena ha un po’ di calma torno sulle tue osservazioni.

    Ricciardi è un vero peccato che tu non abbia la dote della concisione. Ma anche se con fatica ti leggero’.

  59. Jacopo Ricciardi il 19 aprile 2007 alle 14:35

    Per Lucio.

    l’io di Rimbaud è un cambiamento di prospettiva dell’io (o un’estremizzazione delle prospettive dell’io, che io interpreto così: mentre prima l’io era quello del poeta che creava la poesia, adesso invece, pur l’io restando quello del poeta, è la poesia a creare il poeta e a dare a quell’io la capacità della visione, modificando la sua natura di io, e non invece eliminandolo [o ancora: in R. per la prima volta, nel processo creativo, l’io resta nella poesia, utilizzando il poeta che lo possiede, e non, come sempre è accaduto prima di lui, nel corpo di chi scrive, tenendo l’io fuori dalla poesia (ma sempre presente e attivo) – Celan non porta a termine questo stile inventato da R. fino alle estreme conseguenze?] {O anche: in R. la vita, la realtà del quotidiano sono il risultato, lo scopo e l’obiettivo della poesia – sua -, investiti da un nuovo stile di vita più radicale, che sostituisce alla logica delle cose acquisite quello del valore della poesia che muta prospettiva al mondo, e proietta il quotidiano in un altro emisfero culturale, occidentale, più globalmente posseduto (certo è che questo cambiamento radicale di prospettiva di tutte le cose, fino a coinvolgere idealmente e attivamente il concreto della vita pratica, rimane sul piano del pensiero, e come atto di conoscenza di un nuovo valore poetico: le civiltà cambiano prima dei poeti; ma questa forza che riposa nel fondo dell’opera di R. può essere un avvertimento di un cambiamento epocale, quel seme che verrà riconosciuto quando le persone avranno compiuto insieme alla società il loro cambiamento, e quelle stesse persone ritorneranno sulle poesie di R. e scopriranno attuate in loro le prerogative di quella poesia, e non solo. Gli altri poeti prima di lui, per esempio Dante, o Omero, partivano dal quotidiano del mondo della cultura in cui erano inseriti che, per forza del poeta, poteva portare alla creazione di una poesia, che era riuscita quanto svelava la realtà della vita e della cultura di quel preesistente quotidiano.} )- sennò avrebbe detto l’io non esiste più, e sarebbe R. una reincarnazione passata di G.

    Non fai un bel regalo a G. se gli dici che il suo campo è quello derivato dall’Arte Concettuale, che è cosa passata e finita da qualche decennio – ritengo si debba oggi invece trovare ulteriori ed estreme prospettive all’io per fare con decenza un po’ di poesia: uno dei problemi principali della cultura di oggi, e in particolare dell’Italia è che vi sono ancora troppi strascichi di concettualismo, meccanico scimmiottamento della naturalezza del concetto che trovi in Paolini e Beuys, ma sono passati quasi 40 anni.

    Quello che intendevo è: un poeta che esprime un giudizio critico non può essere del tutto obiettivo poiché sarà influenzato dalle sue convinzioni – convinzioni che sono radicate in lui profondamente e che non può evitare visto che fanno parte del suo modo di essere e di esistere (la poesia non vive nell’ambito delle convinzioni, ma delle necessità che si sviluppano dall’intera identità di chi la pratica); anche se è una disciplina, l’uomo stesso è quello disciplina.

  60. marco mantello il 19 aprile 2007 alle 15:29

    Marco, non credo ci sia nulla di sbagliato inquello che fai, anzi. Quanto al mondo italico dei verasi, l’asimmetria e l’effettivo stato delle cose li davo per scontati, questo è chiaro. A maggior ragione, però, mi aspetto dalla tua sensibilità analisi meno generalizzanti su temi come quello dell’Io. Ho scritto un libro in cui l’uso della prima persona è una scelta consapevole e non mi sento rappresentato da alcune ‘giudizi descrittivi’ contenuti nel tuo intervento. Magari scrivo un pezzo su questi benedetti Io (o sulla sua presunta inessitenza) così offro un punto di vista diverso e mi metto un minimo in gioco, adesso ci penso. Intanto un caro saluto e a presto. Ciao

  61. lucio il 19 aprile 2007 alle 15:40

    Nivasio, il discorso si complica ma ci provo lo stesso. Credo che lettore e autore su due piani diversi non mi costringono a dividermi nella lettura di un testo, anzi il mio godimento in quanto lettore può essere aumentato dalla possibilità di trovare nel testo nuovi strumenti in quanto autore, e viceversa. Non vorrei incasinare le cose ma, purtroppo, dividendo dividendo può succedere. Tu stesso hai fatto ricorso a degli esempi perché eri partito dalla “tua” divisione lettore/autore. Superare questa divisione netta è proprio uno degli inviti dell’arte concettuale, e ancor di più dell’arte “interattiva”.
    Purtroppo sullo straniamento come invenzione rivoluzionaria dell’arte del Novecento cioè arte in quanto arte, confesso che mi gira la testa. Perdonami.
    Mentre, se ho capito bene, tra i due esempi che hai linkato la seconda poesia rappresenta la “vuota tautologia”; se è così sono ancora una volta perfettamente d’accordo con te.

  62. Marco il 19 aprile 2007 alle 16:04

    Caro Marco, è però diverso dire “stai generalizzando” dal dire “stai egemonizzando”.
    appena ho 2 minuti cerco di affrontare il primo equivoco. sul secondo spero che (ora) ci siamo chiariti. un abbraccio da
    Marco

  63. Marco il 19 aprile 2007 alle 16:05

    caro Jacopo, l’arte concettuale è una figata. poi se ne riparla.

  64. Marco il 19 aprile 2007 alle 16:30

    a Lorenzo, sui sought poems: impossibile proprio capirci.
    boh. cmq K.S.Mohammad, che linkavo, parla di una ‘prassi’. una pratica.
    please take a look. e in ogni caso temo non ci si riuscirà mai a intendere, perché il lavoro fatto in qsti anni con varie pratiche di scrittura sperimentale e non sperimentale mi dà dei parametri (di prassi, appunto) che non so come condividere. è come parlare di uso delle bacchette nella percussione jazz a chi suona il violino

  65. Marco il 19 aprile 2007 alle 16:33

    ovviamente l’esempio è rischioso. ovviamente suonare il violino è meraviglioso. eccetera

  66. arcuri il 19 aprile 2007 alle 16:39

    scusate l’ennesima intrusione, consideratemi un apprendista al primo anno che cerca di raccapezzarsi :)

    la posizione di cui giovenale è portatore mi sembra dire (tra le molte cose), al di là dei tecnicismi narratologici tra io biografico, io autoriale, io grammaticale ecc., che il terreno impercorribile è quello che vede la poesia come prodotta da, e avente come oggetto essenzialmente gli, stati d’animo del poeta (per dirla volgarmente), scaturiti da lui medesimo e suscitati di volta in volta da se stesso e dal mondo circostante, a partire dal quotidiano fino alla storia e alla storia delle idee.

    impercorribile o pericolosa questa strada in quanto da una parte pende drammaticamente verso la confessione prepoetica e preletteraria (qualora la lingua usata funzioni per automatismi, debiti inconsapevoli dalla storia letteraria fatti valere come “naturalità” della lingua, modelli ambiti, in definitiva: kitsch), ma dall’altra, anche quando è avvertita e consapevole della finzionalità del discorso letterario, perché presuppone una concezione del ruolo dell’intellettuale (cioè un modello puro dell’io inteso se vogliamo cartesianamente come io penso o più modernamente come io sento) alquanto improponibile, oggi che, tanto per dirne una, produzione e intelletto e in generale tutta la società si trovano squadernati in posti ben diversi da quelli immaginati dall’umanismo – ruoli di coimplicazione, per lo meno, di perdita del controllo (il general intellect evocato da inglese altrove).

    quindi, anche dove questo ruolo dell’intellettuale (del poeta in quanto sommo intellettuale disinteressato, poiché notoriamente non scrive per soldi), ormai consumato e inverosimile, venga giocato in senso di coscienza infelice, di critica o di crisi, di languore, di impossibilità, di separazione, di opacità dell’universo dei segni, pare questa una posizione molto noblesse oblige, molto artefatta. di montale ce n’è uno, insomma, tutti gli altri… (desumo questo da alcuni passi del giuliani storico riportati nei commenti).

    l’esempio lincato sopra (K.S.Mohammad), in cui i materiali di partenza vengono cercati su google mi pare quindi pertinente di un tentativo di spostamento radicale del fuoco (volevo anche dire che a me è capitato di fare anche di peggio, usando la pagina web di sinonimi-master come fonte :-) ).
    ma quell’esempio, mi chiedo, indubbiamente divertente, funziona davvero in termini di risposta al problema o è valido più che altro in senso provocatorio? cioè, è davvero una strada percorribile o si tratta piuttosto di un escamotage, ottimo in senso polemico ma che se assunto come tale in definitiva rischia di scivolare paradossalmente nell’estetismo?
    il problema posto è altissimo, mi chiedo se la risposta ne sia all’altezza.
    e però me lo chiedo, da lettore, anche rispetto a soluzioni opposte a queste, affette forse al contrario da un salto triplo fuori dal mutamento alquanto volontaristico, come fossimo già nel dopo e tutto potesse riprendere come niente fosse da dove c’eravamo interrotti.

    (un po’ OT: la nota interessante riportata in un commento sopra, che ricorda come nell’arte concettuale “il risultato, coincide con l’operazione” andrebbe ampliata: procedimenti simili sono da un bel pezzo all’opera al di fuori dell’Arte, nella produzione seriale sia di mercato che underground – penso ad esempio alla musica elettronica prodotta via software. Qui la rilevanza o l’originalità di uno stile nuovo si riverbera identica in tutti gli esemplari prodotti anche da autori diversi, per cui non è più rilevante il singolo pezzo ma lo stile che li accomuna, la variazione introdotta su materiale preesistente. Tra l’altro, il confronto con la dimensione della fruizione – e con i modi pratici della fruizione – e quindi col mercato inteso non come babau o come mera coercizione ma come piano di proliferazione, è un ulteriore stimolo a complicare la comprensione del mutamento in atto nelle forme della cultura e nelle modalità di “riproduzione” e ricomprensione che la società allestisce)

  67. andrea inglese il 19 aprile 2007 alle 17:31

    a arcuri (commento del 18, alle ore 17 e 20)

    Le domande che poni alla fine sono legittime e pero’ di difficile risposta e anche, in fondo, di difficile formulazione. “La poesia moderna” di Guido Mazzoni è un saggio che inquadra bene quest’ordine di problemi.

    Ma partiamo da un punto. Il problema non è dire qualcosa di “NUOVO”, di assolutamente nuovo. Il problema è: quali sono le acquisizioni concettuali, storiche, che considero indispensabile per avviare un percorso poetico?

    tu scrivi: “perché ciò presupporrebbe una cesura rispetto a una storia letteraria (e cultural-sociale) almeno bimillenaria, in cui, con aggiustamenti e trasformazioni locali, queile grammatiche e quei procedimenti credo abbiano funzionato in modo più o meno contiguo (certo con molte variazioni, ma non paragonabili a quelle prospettate nel solo 900).”

    1) quella storia bimillenaria è molto meno omogenea di quanto sembri; molti studi specialistici stanno li a dimostrarlo
    2) la cesura c’è stata; c’è tra gli studiosi chi la colloca addirittura a partire dal rinascimento, chi la colloca verso la fine del XVIII secolo, chi tra Baudelaire e Rimbaud.

    Ora che cos’è che rende tanto lontane le diverse posizioni. Io dieri intanto un primo punto. Le cesure nell’ordine estetico (all’interno del sistema dei generi) nascono da cesure nell’ordine del sistema cultura, in quanto nascono all’interno delle forme di vita materiali degli uomini. Molto meno di duemila anni fa, per l’uomo era un’utopia o un seogno o un desidrio impossibile volare. Oggi lo fa tutti i giorni. Questo cambia molte cose.

    Chi crede all’essenzialismo in arte, ossia che ci sia fondamentalmente una forma eterna e universale di arte, perché c’è un modello universale e eterno di uomo, non potrà mai comprendere il discorso che fanno coloro, come me, Giovenale, e tanti altri, che pensano all’arte come ad una pratica storicamente determinata, realizzata da un uomo che muta assieme alle sue istituzioni, alle sue tecniche, ecc.

    Detto auesto, mille quesiti rimangono aperti. In un pezzo che ho messo anche su NI, intitolato “Com’è scarna la lingua della gioia”, mi interrogavo proprio su cio’ che puo’ permanere, in questa vicenda bimillenaria, nel nostro linguaggio e quindi anche nella poesia. Ma questa domanda me la pongo sullo sfondo di quanto ho appena detto rispetto alle cesure e alle trasformazioni materiali e culturali.

  68. marco mantello il 19 aprile 2007 alle 18:29

    Marco, semanticamente si, è diverso, l’importante è che l’atto del generalizzare non diventi in concreto, nelle tue argomentazioni, un modo per egemonizzare, affermando in modo aprioristico l’inattualità dell’ Io, o di alcune espressioni dell’Io (comunque lo intendi o li intendi). Questo potrebbe implicare una altrettanto aprioristica preminenza attribuita a forme di poesia imperniate sul ‘gelo’ o su modi di intendere il correlativo oggettivo, pena la perdita di contatto con il presente e la sua presunta complessità. A proposito di Eliot, sui rilievi che facevo a proposito di ‘tradizione e talento individuale’ aspetto un commento (continuo a dare per scontato, lo ripeto a scanso di equivoci, lo stato attuale della poesia italiana, credo che su questo siamo perfettamente d’accordo e ce lo siamo detti in Alessandrina) . Magari ne riparlaimo a voce. Ciao

  69. lucio il 19 aprile 2007 alle 21:47

    Ricciardi “l’io di Rimbaud come cambiamento di prospettiva dell’io” in genere rientra in quel teorema poi confluito nella cosiddetta “scomparsa dell’autore” e oggi dell’autorialità. La scomparsa dell’autore parte dalla contestazione dell’idea romantica del genio, dell’artista che crea guidato dall’ispirazione divina, una visione che Mallarmé considerava un’umiliazione dell’intelligenza, oltre che un cedimento alla pigrizia intellettuale. Il poeta di Mallarmé, come già quello di E.A.Poe e Baudelaire e in seguito di Valery e Rimbaud, diventa un operatore della macchina linguistica, un lavoratore specializzato del linguaggio. Per Mallarmé ogni poesia è il frammento di un’opera universale, un volume impersonale che non comporti chi lo firmi, un lavoro collettivo di scrittura che per raggiungere la forma di un’opera richiede la scomparsa del poeta. In seguito Barthes e Derrida si spingono fino a far scomparire definitivamente la figura dell’autore, lo scrittore diventa scrivente. Per Mallarmé l’autore scrivendo sacrifica la sua esistenza alla scrittura, per Derrida lo scrittore nella scrittura può trovare una dimensione di differimento, di alterità, di eccedenza, e non il posto per il soggetto.

    Qui chiedo scusa ad arcuri che forse mi riterrà un po’ OT ma devo delle spiegazioni sul bel regalo che sempre secondo Ricciardi non avrei fatto a Giovenale ponendolo “nel campo derivato dall’Arte Concettuale”. Ho preso per buone le definizioni di Gillo Dorfles, Lea Vergine e A.B.Oliva, e ho cercato un po’ di semplificare per il blog, ma se hai pazienza puoi leggere, e ovviamente rettificare o contestare come meglio credi, quanto copio-incollo di seguito:
    “ Per quanto poi, concerne la poesia visiva questa si può praticamente distinguere in tre principali tronconi: un primo indifferenziato filone di -poesia concreta- che partendo da inizi addirittura alessandrini, attraverso le esperienze mallarmeriane –Un coup de dais…- e futuriste, giunge alle compatte schiere dei concretisti clasici; un secondo filone che partito dal fiorentino gruppo 70 si è in un primo tempo autodefinito –poesia tecnologica- per poi confluire nel grande raggruppamento della poesia visiva vera e propria; Un terzo filone, con agganci duchampiani, entro cui si possono includere alcuni artisti come Emilio Isgrò certamente il più efficace realizzatore d’un trait-d’union tra poesia visiva e concettualismo, specie con i suoi testi –cancellati”. Dorfles. Dal capitolo 11 Arte Concettuale, in “Ultime tendenze nell’arte d’oggi” edizione aggiornata 2001, pag. 142,3 già pubblicato nel 1973.
    Sempre nel 2001 A.B.Oliva cura un volumetto che va ad aggiornare il manuale di Argan della storia dell’arte “Arte fino al 2000” . Dalla Mappa dei Movimenti riporto quello intitolato “Narrative art e poesia visiva” per intero, tanto è brevissimo (e chiedo comunque scusa a tutti per l’estenuante pipetta):
    “E’ una derivazione dell’arte concettuale. Di questa assume il procedimento analitico. Nasce dall’uso simultaneo dell’immagine fotografica e della letteratura, che formano insieme un’opera unitaria. Ma l’unità del lavoro poggia sulla diversificazione tra testo e immagine, nel senso che la narrazione avviene su due linee parallele che non convergono mai: la fotografia produce un’informazione e la parola ne produce un’altra assolutamente indipendente. Ne nasce un’opera che contiene all’interno livelli d’informazione che riguardano non tanto i racconti prodotti dal mezzo fotografico e dalla letteratura, ma quanto un’analisi dei processi narrativi che tali mezzi possono produrre. Tutto questo è stato anticipato dalla poesia visiva nel suo intreccio tra parola ed immagine” pagina 79.
    Tra l’altro, ma rimanga fra noi, pensando all’installazione di Giovenale sarei tentato di metterlo nel campo del Lettrismo, ma per venirti incontro evito di farlo arretrare di ulteriori lustri.

    Infine, rispetto al “giudizio critico non del tutto obiettivo” ho sempre preferito quello dichiaratamente di parte.

  70. Jacopo Ricciardi il 20 aprile 2007 alle 11:09

    Per Lucio.

    Cosa è oggi la poesia? Io voglio avere una visione coerente del passato e offrire un’evoluzione concettuale della poesia oggi, nei decenni della mia maturità: io lavoro nei primi vent’anni del 2000. Voglio che i poeti, coerentemente con una visione storica del cambiamento della poesia, si pronuncino oggi e inventino oggi. “la scomparsa dell’autore” credo possa essere una buona definizione del processo che ha vissuto la poesia nel ‘900. È tanto vicina alla mia sensibilità che la sento nascere proprio in R. – nel modo che ho prima descritto – e la sento terminare in Celan. Cosa fare oggi dopo tutto questo? Portare fino alle estreme conseguenze “la scomparsa dell’autore” e fonderlo nel lettore, e quindi scrivere come il lettore riceve, come persona, la poesia. Voglio trasformare con la poesia l’io del lettore nell’io della persona, quando legge una poesia. Nel ’900 fin dalla metà del secolo precedente la poesia lavorava sulle identità prima del testo, ora, nel 2000, le lavora su quelle dopo. Insomma, l’io, che ci sia o no, se è in rapporto con la poesia, deve essere vivo e attivo. Io sostengo la ricomparsa dell’io della persona nel lettore, e non solo l’io di quest’ultimo (come è accaduto già a sufficienza nel ‘900). Aggiungo che il nuovo secolo che stiamo vivendo debba riportare alla poesia il pieno di un contenuto umano decifrabile, che da Baudelaire in poi si è andato perdendo in favore di una manipolazione abile della materia che creava un rapporto vitale col vivo dell’uomo (lettore) ma che non gli trasferiva più la pienezza dell’immagine. Questa è la grande rovina che R. ha fatto al mondo intero nel campo della poesia. Per me l’io della persona, azionato alla lettura, è un ritrovare quella pienezza antica, risalente a Leopardi – ultimo poeta capace di attuarla -, e a tutto ciò che lo precede, ma differentemente da prima, non gli offre un’immagine nella quale specchiarsi – anche Dante funziona così -, ma facendo reagire il proprio corpo e poi la propria mente, ricostruendo l’ordine di un reale stimolo fisico e quindi anche intellettuale di sé (e non più, né del poeta, nel della poesia). Questa è, per me, la sfida della poesia di questo secolo, mantenere vivo quell’io là dove era vivo nel ‘900 – anche come negazione di sé – e imporgli il recupero di una pienezza rappresentativa – che oggi non sta più allo specchio ma vive se stessa – a cominciare da Leopardi e da tutta la poesia che lo precede. Questa è la poesia che io oggi vedo.

    Peccato tu non abbia dettagliato una descrizione di R. attraverso la sua affermazione ”l’io è un altro”, e che non abbia cercato di proporre una tua particolare analisi che può aggiungere qualcosa al dibattito. Io ho tentato di farlo. Anche per quanto riguarda il Concettuale niente di nuovo mi pare è stato aggiunto, ricordando che è nato nel ’60 ’70 e che viene ritenuto oggi un momento di grande vitalità nell’Arte contemporanea che ha creato nuovi strumenti tra i quali per esempio l’installazione; per quanto riguarda la poesia visiva e sonora mi interessa di più il panorama giapponese perché molto più avanti degli italiani – vedi Gozo Yoshimasu (tra gli italiani Emilio Villa certo con qualche riserva). In Italia sembriamo legati ancora ad esaltare il mezzo e non le soluzioni che il mezzo può raggiungere.

    Per finire: se si vuole possedere un gesto artistico realmente potente si può e si deve partire dalla natura degli oggetti creati precedenti ma la si deve anche abbandonare per trovare nel nostro oggetto creato una ulteriore natura mossa con nuove e sue regole (rinnovare soltanto è molto pericoloso, si rischia di creare dei derivati). Preferisco fallire per aver tentato di fare qualcosa più che fare poco. Chi ama il concettuale deve abbandonare il concettuale!

  71. Marco il 20 aprile 2007 alle 11:48

    Yah!”Emilio Villa”! era un crociano doc!

    G R A N D I O S O

    Jacopo, ti voglio bene.

  72. andrea inglese il 20 aprile 2007 alle 12:03

    a Ricciardi
    per intenderci. Ho già ricordato che per quanto mi riguarda del discorso di Giovenale mi interessa primariamente le sue osservazioni “in generale”; e mi sarebbe piaciuto che su di esse si concentrasse in modo particolare la dicussione; la parte “nel caso specifico”, mi sembra poi molto interessante perché fornisce tutta una serie di elementi di poetica, che non possono non interessare chi ama e apprezza la poesia di Giovenale, degli autori di Gammm e di altri autori, italiani o meno, che hanno punti in comune con quella poetica.

    Il discorso che pero’ più mi interessa, nel momento in cui si inizia a confrontarsi sulle poetiche, non è quello di eleggere una poetica unica, come fonte esclusiva di cio’ che merita il nome di “poesia contemporanea”. Mi preme di più individuare alcuni presupposti culturali di queste poetiche e passarli al vaglio critico. Lo ripeto: tra prassi poetica e poetica d’autore puo’ sempre esserci uno scarto; una “cattiva” poetica puo’ dare vita a un’ottima prassi poetica; una prassi poetica puo’ esistere anche senza un’esplicita poetica. Molti casi sono possibili. Una cosa è certa: esistono, in Italia, pregiudizi culturali retrivi, che entrano in gioco nella cultura dei poeti, nei loro presupposti di poetica ed incidono, infine, anche sulla loro scrittura.

    Nella tue definizioni, predonami, prolisse di poesia, io ci trovo: 1) affermazioni generali del tutto condivisibili: (ne faccio io la sintesi) “la poesia è connessa con la consapevolezza e con la crescita di consapevolezza”;
    2) affermazioni di cui è arduo comprendere il significato e qui ti cito papale:”e la poesia lo ricordo, è invece sempre propositiva, sempre efficace, e proietta lo sguardo del lettore su se stesso, il quale spinge il proprio corpo e il proprio destino in avanti, verso il futuro; la poesia è il segno della vita che si destina”; per me sono frasi vuote, ad effetto. O docono cose semplici, tipo la frase del punto 1 e allora siamo tutti ovviamente d’accordo, oppure dicono cose fumose. Le cose fumose che andavano molto in voga negli anni Ottanta, con la “Parola innamorata”. Anche se “Poesia e destino” di Milo De Angelis rimane un libro interessante.
    3) frasi che fanno pensare all’eterna impostazione idealistica e spiritualistica della cultura italiana, dove dici che la poesia accrescendo la consapevolezza dell’uomo:”questo lo rende libero, e farà di lui un essere morale che lascia un insegnamento o un esempio agli altri; volete escludere anche questo dalla storia?”
    “Libero” è una parola da usare con cautela. Che ci sia un nesso tra poesia / consapevolezza sono d’accordo. Che la consapevolezza porti la libertà, lo accetto se mi si spiega, con esempi concreti, che cosa significa. Se mi si dice che la poesia fa di un uomo un essere morale, mi sembra di sentire una lezione delle medie sulla poesia di Ungaretti, ma degli anni Cinquanta.

    La verità è che esistono molteplici saperi, e saperi specifici. La verità è che dagli anni Sessanta in poi si è assistito alla comparsa dell’intellettuale specifico e alla crisi dell’intelletuale universale. E quindi i poeti non possono continuare a ignorare questi sapere specifici, pensando che basta scavare dentro Leopardi o Dante per trovare tutto. Se scavo Leopardi ci trovo un sacco di cose, ma a patto di avere Freud nell’altra mano, ad esempio. E via dicendo.
    Dunque “essere morale”. O lo si definisce, prendendo posizione nel dibattito ad esempio filosofico contemporaneo, e si dice: essere morale, cioè….. oppure rimaniamo ad un livello di astrattezza e di miseria semantica che non ha nulla a che vedere con la consapevolezza.

  73. Jacopo Ricciardi il 20 aprile 2007 alle 12:57

    Sono contento che sei contento Marco adesso nella tua mente 1 + 1 fa 2. Ora cerca di fare tre: Gozo è crociano? Perché mi interessa in maniera 100 volte superiore a Villa; e anche Celan; e anche Lagerkvist: e Stanescu; e Proust e Hamsun e Dagermann e poi… Pontoppiddan e poi…l’Edda poetico..e poi Carlucci…e poi Ronchi…e poi Ledda 1000 volte di più e l’Edda in prosa anche…Mi sa che mi devi chiarire il tuo concetto sul mio idealismo Hegeliano; ma i miei autori del cuore sonno molto famosi ma forse non gli hai mai letti, vediamo: Kenzaburo Oe e Natsume Soseki. vuoi dire che tu sei anni luce avanti a Croce e De sanctis in compagnia di Balestrini e del vittimismo poetico dilagante? Interessante! Meglio Hegel, se così ti pare, anche di Croce. Ora proviamo a contare fino a 100 se ci riusciamo.

  74. Marco il 20 aprile 2007 alle 13:16

    buona idea. contare fino a 100. buona idea. anche fino a 100000000000000000000. dài, comincia. intanto vado a pranzo :-)

  75. Jacopo Ricciardi il 20 aprile 2007 alle 15:49

    Marco, intendevo: perché secondo te dell’idealismo (al di là che mi riguardi o no) non può essere recuperato niente?

  76. lucio il 20 aprile 2007 alle 17:44

    Ricciardi, prima d’arrendermi, tento di disambiguare una tua frase tipo. Mai come qui, la parte per il tutto (calma, non è questa).
    -A- “Anche per quanto riguarda il Concettuale niente di nuovo è stato aggiunto, ricordando che è nato nel ’60 ’70 e che viene ritenuto oggi un momento di grande vitalità nell’Arte contemporanea che ha creato nuovi strumenti tra i quali per esempio l’installazione;”
    e per farlo, mi aiuto con quella precedente, sempre sul concettuale,
    – B – “Arte Concettuale che è cosa passata e finita da qualche decennio […] uno dei problemi principali della cultura di oggi, e in particolare dell’Italia è che vi sono ancora troppi strascichi di concettualismo, meccanico scimmiottamento della naturalezza del concetto che trovi in Paolini e Beuys, ma sono passati quasi 40 anni”
    Dunque, “niente di nuovo è stato aggiunto”, si riferisce o al mio intervento o all’opera degli artisti contemporanei. Nel mio intervento sul concettuale mi sembrava già di essere troppo palloso e infatti mi scusavo per la lungaggine, mentre se il niente è riferito agli artisti contemporanei, dissento parecchio ma rispetto una diversa considerazione, evitando anche di impelagarmi sull’accezione di “nuovo”.
    Confrontando A e B per intero, e considerando che in effetti la B è stata scritta prima, mi sembra che in realtà il niente di nuovo sia appioppato agli artisti contemporanei e al loro “meccanico scimmiottamento”, ma neanche così tutto torna. Infatti Ricciardi mi avvisa di non aver fatto un bel regalo a Giovenale ponendolo nel campo derivato dall’arte concettuale, facendomi pensare che in questo modo lo dequalifico, mentre lui intende valorizzarlo, o allontanarlo comunque dal maledetto concettuale.
    Allora rileggo un po’ gli interventi e concludo ripetendo ancora una volta che per Dorfles e A.B.Oliva “la poesia visiva è una derivazione dell’arte concettuale” e che è Giovenale stesso a parlare di poesia visiva, testi-oggetto, installazioni, calligramma asemantico, citazione pura, cut-up, e citando molte D, Debord, Derrida, Duchamp, Dorfles.
    Poi se neanche questo bastasse “riscrivo” Giovenale: “in questo, un vettore che indica l’arte concettuale è chiaramente percettibile, e praticato da alcuni autori di GAMMM” Giovenale “Per Critica Futura” n°3, bloggato su Nazione Indiana da Andrea Inglese, qui dove tutto è cominciato, il 13 aprile, non ce l’ho ficcato io, Ricciardi, ho solamente seguito con interesse, ma sta pure tranquillo, nessuno darà un peso eccessivo al tuo “meccanico scimmiottamento”.

  77. Jacopo Ricciardi il 20 aprile 2007 alle 19:29

    a Inglese

    Prima di iniziare vorrei dire che per me la discussione che stiamo facendo è molto interessante e spero che lo sia anche per gli altri intervenuti. Mi permette di misurare le mie idee nel campo della poesie confrontandole con quelle di altri poeti (più sento distanza tra le mie posizioni e quelle degli altri più mi sento stimolato e mi serve). Credo inoltre che i miei interventi siano sufficientemente dettagliati per offrire all’interlocutore un’impressione concreta delle mie posizioni. Cercherò di intervenire – in altri post – sulla parte “nel caso specifico”. Trovo invece necessario che tu, come anche gli altri poeti, facciate conoscere la vostra poetica, poiché ogni autore ha la sua, e anche se la tua si avvicina a quella di Marco non sarà certo la stessa. (È curioso che Marco posta la sua poetica come argomento di discussione e poi fa dei micro intervenenti e tu, che non ci espliciti la tua, ne parli). A me piace, invece, leggendo un intervento critico di un poeta, inserirlo all’interno del funzionamento dei testi che ho sperimentato alla lettura, e vedere se mi offrono degli indizi più chiari per capire alcune cose che mi erano oscure o delle quali non mi ero accorto – mi succede con lo Zibaldone di Leopardi e i Cahier di Valery, o anche con le lettere di Soseki, o con la Vita Nuova di Dante. Penso che per capire bene un testo di poesia basta togliere dal proprio pensiero le sovrastrutture che pretendono di dirigerlo, ma anzi farsi portare a quelle cose verso le quali lui ci dirige. La poesia ha dentro di sé i suoi strumenti, diversi per ogni poeta: si deve accedere a quegli strumenti e quando vengono colti con sufficiente chiarezza diventano nostri propri strumenti, ovvero idee, che noi riinseriamo nella vita di tutti i giorni. Lo stesso approccio lo ho anche con altre discipline, come la filosofia o l’Arte. Più che i presupposti culturali che generano l’oggetto, io cerco l’identità culturale che mi da’ l’oggetto. Quando la cultura sociale e politica – o di massa, come quella di oggi – di un paese passa attraverso una poesia viene restituita in modo diverso, più viva e più precisa. È come se si mettesse, il lettore, prima dell’opera, e questo le rimbalzasse contro come una palla, e invece egli sta dopo l’opera, attraversando, insieme alla cultura del proprio paese, suo contenitore, nel quale è nato, la poesia, scoprendo il suo valore, reso per mezzo di questa più preciso e più vivo. Quale piacere altrimenti dovrebbe trasmettere la poesia? Io ne ho tratto la bellezza e la potenza delle capacità conoscitive dell’uomo che consistono nel saldare tra loro le differenze delle culture e delle civiltà tanto da farne dei ponti. Che altro può essere dato all’uomo se non il potersi accorgere, il più precisamente possibile, della ricchezza delle civiltà, accrescendo il rispetto nei confronti dei loro traumi? Questa affermazione ti può apparire generica, ma fidati, c’è dentro molto. Non sono qui per raccontarti tutta la mia felicità o tutto il mio ottimismo, quello se vuoi lo trovi nelle mie opere. Ho scritto questi post per mostrare che non esiste soltanto il vostro punto di vista, ma anche altri parimenti consapevoli, se non di più. L’elemento di concreto che io trovo in Leopardi è tale che il mio spingermi oltre vuol dire essere felice, vuol dire dover essere un ottimista, proprio per rispetto a quel livello di concretezza delle cose. La libertà non è ricominciare a vedere le cose? E Leopardi non ha fermato tutto davanti ai nostri occhi, perché noi riuscissimo ad assorbirlo e superarlo? E il ‘900 non è stato il fiorire e lo splendere di questa immobilità, sentita in un crescendo sempre maggiore, come parte di se stessi? E quando eravamo completamente bloccati, dentro di noi e davanti a noi, come una tabula rasa, non è stato quello il momento di muoversi nuovamente? E questa non la chiami libertà? E come, dimmi? Per me è una nuova libertà della poesia. Siamo tornati nell’ampiezza e nel vasto, e, qui dove siamo, c’è tutto quello che abbiamo creato per noi, che riusciamo a decifrare liberamente. Per me, se la vostra poesia ha un senso, illustra bene il momento in cui l’uomo è imprigionato da se stesso come soffocato dal cemento. E questa sensazione di arido soffocamento corrisponde al presente cupo di una società che ignora e non difende la cultura se non come uno slogan. Fare una poesia che si nutre del menefreghismo per la poesia? No grazie. Fare una poesia che sveglia l’attenzione verso il valore della vita entro questi parametri culturali? Questo mi interessa di più. Accettare è inventare. Una poesia che si immerge per cogliere il vivo di ora? Sì. Troppa noia costruire un tempio con resti e residui oggi!…Tempio di polvere!!…E che sostituisce le nostre città? No no! Ah, quei quattro versi di Ungaretti: Stamani mi sono disteso / in un’urna d’acqua / e come una reliquia / ho riposato. Ciò che Leopardi aveva fatto alla natura, ora ferocemente – è inevitabile – Ungaretti lo procura all’uomo: Leopardi consegna agli uomini la realtà concreta in cui vivono, Ungaretti annienta il poeta per rivelare per mezzo della poesia – nel mondo – la concretezza dell’uomo dentro di sé. Un pensiero più lancinante, pregno di vitalità, che accetta l’esistenza e la sua colpa – il suo dolore -, non può non richiamare all’inevitabilità della poesia di Celan. Questo è il panorama, umanissimo, che ho nel mio passato, e che giunge fino alle porte della mia voce e che cerco di proseguire, cercando, anche, di dare a tanta e sofferta lucidità della poesia nel corpo dell’essere vivente, uno sfogo naturale di rinascita.

  78. Jacopo Ricciardi il 20 aprile 2007 alle 20:33

    Allora Lucio scognomato, prima di arrendermi:

    al Concettuale dei ’60 ’70 niente di nuovo è stato aggiunto di concettuale dopo quelle date; che sono uno strascico a detta di ABO – per quello che ci interessa: poesia visiva e g -, cosa che corrisponde al mio pensiero, in senso negativo di residuo.

    Per me dire “Arte Concettuale” è dare un nome preciso a una cosa per distinguerla dal passato.
    Per me dire “derivato dell’Arte concettuale” non è un nome nuovo da dare a una cosa – derivato! -, la quale invece vuole il suo nome per definirsi; inventatela te una definizione meno indiretta per g, a meno che tu non creda che dire “derivato…” equivalga a “Arte…”, e sarebbe ingenuo pensare che ABO la pensi come te. Per me l’opera di g è priva di quella naturalezza che per me è fondante per l’apparizione reale di un concetto vivo, come è viva la pennellata di un grande pittore, Velasquez, Bacon, nella cui materia del segno distingui lo stesso andamento armonioso e naturale, delle cose che vivono, violentemente – ognuna a suo modo – la propria natura come la natura delle cose.

    Quindi per me g o chi per lui è uno strascico dell’arte Concettuale, ma non è l’Arte Concettuale: e ti avevo pure detto perché: per via della mancanza della naturalezza vivente che abita le opere e il concetto di B e P. Quindi che g voglia ipocritamente rubare almeno l’idea di quella naturalezza paventandola nei suoi riferimenti di poetica, esternamente ai testi, mi pare ovvio, se come te non sa come chiamare quello che fa e deve prendersi – il derivato di – un nome nel passato non troppo lontano; o meglio: non accorgendosi neanche di quella naturalezza, sovrappone la sua dispersione di strumenti poetici ricombinabili, alla disposizione nitida di oggetti in un luogo – caratteristica delle installazioni di B e P –, cosa della quale mi pare ovvio non ti sei accorto nemmeno tu. Non vi resta che sperare che io mi sbagli. Allora avreste ragione tutti e due, all’unisono, come due campane in un paese a mezzogiorno, come due belle guance arrossate d’emozione in una ragazza…

    Scimmiottamento: non riuscire a parlare con la propria voce, parlare una lingua ibrida, non farsi capire, dire poco, strascico di qualcosa…

  79. Marco il 20 aprile 2007 alle 23:56

    1.
    Jacopo: “micro interventi”.
    Mon cher, sono fuori casa circa 12/13 ore al giorno, quando va bene. Fatti due conti.
    Ergo, dalle dieci e mezza all’una e poi dalle tre e mezza alle sette e mezza
    puoi fare un salto da me e ti faccio un macro intervento, se non ho clienti in negozio. Però poi non mi venire a dire che sono logorroico.
    (Invece non possiamo vederci, almeno per ora, a pranzo o a cena perché per gran parte del tempo sono in guai vari, su cui glisso).

    2.
    Arte concettuale.
    Per Jacopo è acqua passata & pupù oggidì. O perlomeno impraticabile, inaccettabile, semimorta. Per altri no. Chi avrà ragione? Ai posteri.

    3.
    Precisione.
    Jacopo: “uno strascico dell’arte Concettuale”. Citi (male) da un ‘ALLEGATO’. (Frammentario).

    4.
    gammm.
    GAMMM non è l’intero arco del mio (opinabile e personale) discorso. Io non sono gammm e il sito non coincide con me. gammm non è un ‘gruppo’. Persone diverse articolano prassi diverse. Si ritrovano su un sito che predilige alcune caratteristiche che il suddetto allegato (B) sintetizza ma non esaurisce. (E’ detto nelle prime 2 righe: avrà un senso se lo dico proprio all’inizio, no?).

    5.
    “Scimmiottamento” (Ricciardi)
    Bah. Il fatto che tu non riconosca la voce di un autore può anche essere un problema di sensibilità (a quell’autore). E pace. Mica ci si deve piacere a tutti i costi.

    6.
    Controllo.
    Dagli ultimi post sembra che a qualcuno stiano saltando i nervi. C’è di peggio di un thread che non vi convince, nella vita. Be cool. E cmq chiacchiereremo. Non sono disattento a quello che dite. E vi rispetto. Fate altrettanto.

  80. Jacopo Ricciardi il 21 aprile 2007 alle 12:17

    1. Se ti prendi la briga di mostrare una poetica in pubblico – in un blog di poesia – devi mettere in conto che per rispetto devi essere reattivo – poiché direttamente o indirettamente si parla di te – e dare almeno qualche risposta estesa.

    2. Per me l’Arte Concettuale è molto importante ed è stata sempre al centro delle mie riflessioni. La tua ironia non ti da un merito in più per poter dirti una derivazione di Paolini o Beuys o Manzoni o Klein o anche di Nauman: non hanno nessuna delle tue caratteristiche. Se tu credi invece il contrario prova a dirmene qualcuna.

    3. La citazione cambia, il senso rimane, la mia opinione pure: noto che non vuoi rispondere alla domanda: un derivato di qualcosa è quella cosa, sei sicuro? Dire derivato per me è mettere in stand-by una definizione: se lo fa un critico egli aspetta di essere più preciso, se lo fa chi crea non ha chiaro quello che sta facendo (dovevi allora correggere Lucio).

    5. No Giovenale io capisco la tua poesia, e tutto quello che ci trovo lo apprezzo, mi chiedevo: non è che si può aspirare anche ad altro in poesia? Che non sia cut-up o residui? Anche chi vive in un recinto può guardare il paesaggio fuori e riflettere oltre, invece di concentrarsi solo sul proprio abbeveratoio.

    6. Io sono calmissimo, a tratti provocatorio ma non senza dolcezza, e dalla lunghezza dei miei post anche estremamente desideroso di capire meglio.

  81. Marco il 21 aprile 2007 alle 13:16

    1. rileggi il mio punto 1. forse non hai capito la situazione. non “forse non mi sono spiegato”. ma: forse non hai capito la situazione.

    2. ho l’impressione che tu ti contraddica ma verificherò.

    3. cfr. 2

    4. buona la primaaa

    5. sì. si può guardare altro. no, non mi concentro solo sul mio “abbeveratoio”. mi conosci e sai cosa ho scritto negli anni. rileggi, correggi.

    6. il calmissimo non scrive “abbeveratoio”. forse il calmo. non il calmissimo.

  82. Jacopo Ricciardi il 21 aprile 2007 alle 13:41

    va bene Marco. stop. dimentica.

  83. Marco il 21 aprile 2007 alle 22:01

    hypnojacopo!

    ciao! alla prossima lettura!

  84. andrea inglese il 22 aprile 2007 alle 19:22

    a Ricciardi; ti leggo ora e ti rispondero’ a breve, tempi di lavoro e vita compatibili.

  85. arcuri il 24 aprile 2007 alle 14:35

    Inglese, grazie per l’indicazione di quel libro: ordinato e arrivato.

    (così, per smuovere un po’ la discussione dato che tutti qui hanno messo il broncio…)

  86. andrea inglese il 24 aprile 2007 alle 23:50

    Ricciardi, se hai pazienza ripassa tra un paio di giorni. Non ho intenzione di fare dichiarazione di poetica, ma signalarti dei miei interventi di critica reperibili in rete, dove emerge anche la mia vsione della poesia.

  87. arcuri il 28 aprile 2007 alle 11:31

    inglese, il libro segnalato è notevolissimo! lo consiglio a mia volta a tutti gli intervenuti.
    certo che, mi vien da dire, alla luce di quel che dice l’autore, molto di quel che abbiamo detto qui andrebbe rivisto (i miei interventi per primi). per dire, la cesura storica di cui parlavamo sopra e di cui tutte le poetiche fino ai giorni nostri sono debitrici è intesa dall’autore proprio come divenire centrale dell’io (in due varianti: biografico, e di rivendicata autonomia stilistica, per quanto mitigata da quello che lui chiama “coro”, cioè le correnti). anche le forme periferiche o apparentemente contrarie e centrifughe, relative a una successiva “crisi dell’io” (dalla “vergogna” crepuscolare all’irruzione dell’inconscio o delle voci altrui, ai tentativi di narratività, alle poetiche oggettuali fino alla centralità dell’elemento fonetico contro il contenuto), l’autore le legge dentro quello schema e a mio parere non a torto…
    estremamente interessante.



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