Ti prendo e ti sbatto fuori

18 aprile 2007
Pubblicato da

di Marco Mantello

[questo articolo uscirà sul prossimo numero de il maleppeggio, redivivo]

Sono almeno quindici anni che non vado al Branca. È un ex centro sociale mutato in discoteca-cooperativa. Hanno fatto anche il cinema, la sala prove per i pischelli e all’ingresso paghi un prezzo popolare. Tanta gente dell’autonomia operaia è sopravvissuta in questo modo: trasformandosi in mercato sociale. Una scelta meno forte del Toretta della Torre e un po’ più lungimirante del Sisto Quinto, l’altro CSOA storico di Roma Nord. Adesso è diventato un Todis Discount: il reparto frutta dovrebbe coincidere con la saletta Caos, dove nei primi anni Ottanta hanno ammazzato un compagno che si chiamava Valerio Vive. Al parco delle Valli c’è anche un viale Valerio Vive (vittima della violenza), del tutto speculare a un viale Paolo Vive (vittima della violenza), che sta a Villa Chigi, in zona Fronte della Gioventù. Vittima della violenza non significa che i morti sono tutti uguali. È peggio: significa essere separati da un ponte, che in sé è qualcosa che unisce. Significa avere la stessa ditta di manutenzione che ti ripara il fondo, lo stesso piano regolatore, lo stesso sindaco scrittore che ti inaugura tagliando il nastro.
Eppure ogni strada dovrebbe essere diversa e irripetibile: ora asfalto, ora terra. Poi la notte ti rinchiudono in un parco, con le tue specifiche dimensioni, la tua fauna, la tua flora, il tuo autonomo livello di inquinamento e una stella personale che ti ignora e brilla. Anche la lunghezza del tragitto non coincide mai, può variare di centinaia di metri e pure diversa è la misura degli incroci, l’ubicazione dei secchi dell’AMA, la distanza dalle arterie, dalle bretelle e dalla vena cava. Per non parlare, poi, della gente che ci passa sopra, delle parole, dei baci, dei cani portati o non portati a pisciare e soprattutto delle differenze di tasso di umidità dovute, nel caso di viale Verbano, alla mirabile presenza dell’Aniene.

Quanto al Branca sta più giù, su via Levanna, al quartiere Talenti, che è pure dove sono nato io e ho fatto le scuole. A camminare per Talenti mi sento un estraneo. Uno che lo fissano entrare al Kinky, con i tavoli da biliardo e il set di stecche di legno marrone. Qui ci trovi lo Stil Novo Zio d’America, cioè l’altra faccia del Branca. Un multimarket con sei saracinesche, si aprono all’alba, come gli occhi della gente che per strada non ti fissa mai. È davanti allo Stil Novo che ogni macchina parcheggiata in doppia fila assume i tratti consueti di Cate, Finamore e Maurizio Caruso insieme al Topo e al Sorcio che bestemmia dio mentre aspettiamo gli altri per sgommare al Branca.

A differenza del Branca, dove bastano cinque euro per entrare e ci resti una notte intera, lo Stil Novo è per definizione un luogo di passaggio. Trovi quasi tutto e te lo porti via con lo scontrino: il vino Chianti, i gianduiotti, le lumache champignon, il primo piatto con il pesce di giornata al piano2, le sigarette di esportazione ‘il fumo uccide’, il totocalcio, l’enalotto, il supertris, il latte fresco, la pizza a legna, la pizza al taglio, la lasagna, il sanguinaccio di maiale e nell’ultima vetrina c’è rimasto da vent’anni un enorme uovo di pasqua della Sperlari. Lo Stil Novo è da sempre speculare al Branca: due facce distinte di un grosso doblone da collezione, di quelli colore del sole che ti vendono con De Agostini: si odiano, non si incontrano mai e ciascuno percepisce la presenza dell’altro a distanza di mille metri in linea d’aria.

Faccio via Romagnoli, poi la Nomentana a destra, dopo la caserma dei pompieri e il Branca non lo sa che sto arrivando. Dentro l’hanno ristrutturato tutto, ma a vederlo da fuori (è un casale) ti rimane immutata e potente un’idea di entropia. Qualcosa che tiene a distanza nel momento in cui ti accoglie, con la sola forza dei calcinacci grigi, non ti lascia mai vedere del tutto le sue tettoie di mattoni rosa, le finestre di plastica trasparente, con i banchi di birra alla spina isolati dal resto del corpo. Nelle ex sale riunioni dei collettivi respiri ancora quell’aria di solidarietà e sospetto che rendeva i compagni ‘Compagni’ e le compagne pure. Nonostante l’arredamento nuovo, il modem e le scelte pacifiste, solo i luoghi appartenuti all’autonomia operaia mi fanno realmente sentire me stesso. Perché il Branca è la faccia dorata del mio doblone, la più pulita e allo stesso tempo la più ipocrita. Mi restituisce, qui e ora, il liceale bravo a scuola che telefonava tutti i giorni a Lella, Ira, Nano, con il Roscio Massimo Carboni a raccontarmi di Ocalan e del poliziotto che gli aveva sparato addosso dal fontanone di piazza Esedra. Nella loro estrazione familiare, che oscillava fra l’impiego pubblico all’Enel, l’avvocato penalista che ti difende gratis dopo i fatti di Napoli e l’operaio specializzato a mettere su presidi, i Compagni e le Compagne restavano per me un modello ineguagliato di futuro, un tutt’uno col viso, qualche cosa che non avrei mai raggiunto, nel mio ruolo autoimposto di ‘figlio della professoressa di storia e filosofia’ del liceo di quartiere. Con una curva del benessere leggermente più alta di una birra smezzata per forza, con una casa da occupare non troppo diversa da quella che avevano comprato i miei a due passi dalla clinica privata dove ero nato, il 17 luglio del 1972. Adesso che non sono riuscito del tutto a diventare adulto, ho preso casa al Salario, mica a Talenti vicino al Branca.

Fissavo la porta d’ingresso del Branca e capivo di non potermi definire come uno di passaggio.

Sulla porta vedo i primi buttafuori. L’unica cosa di cui sono certo è che qui le procedure per escludere o ammettere la gente vengono discusse democraticamente da un gruppo-base di compagni che facevano il servizio d’ordine alle manifestazioni. Prendono 70 euro a sera, sette ore con un minimo di elasticità mentale. Per arrivare a 1000 al mese, senza contare l’assenza di contributi previdenziali, la malattia, la vacanza non retribuita, devi farti quattro notti a settimana. Questi del Branca poi sono atipici: non provengono per definizione da ambienti di destra, le palestre solo quelle popolari, tutta gente che per l’espressione che ha in faccia, più che per l’abbigliamento, non potrebbe mai entrare in lista nelle agenzie professionali.

«Ti aspettano, chiedi del Sòjola», mi hanno detto dalla redazione.
È mezz’ora che li fisso senza dire una parola. Sopratutto quello con l’auricolare, l’acetato e il cappellino grigio. Sta di fronte alla porta come fosse un muro. Uno che ti puoi anche frantumare le ossa a furia di spallate ma quello non scricchiola mai: le mani in tasca, gli occhi stanchi, più che tristi e il naso leggermente storto, ha un fisico asciutto, due orecchini tondi paralleli ai lobi, i capelli sono corti e bianchi. C’è qualcosa di profondamente umano nel suo essere muro.

Si è formata la fila. Una sfilza di trentenni mosci con il montgomery e la borsa di cuoio color cacca, dottorandi e fuorisede di Avellino, pischelletti in kefiah, idealmente già dentro a pogare, l’eterno dito medio alzato sul volume delle casse e accanto a loro gli abitanti dell’hinterland della Tiburtina, i loro bomber, le Footlocker più spesse e argentate di un astronave della serie U.F.O., kili e kili di sperma e profilattici usati sulle tavole dei cessi, la maglietta dei Velvet e la camicia a scacchi, divenuta nei decenni Kurt Cobain, Francesco Totti e i campioni del mondo che sgrullano il petto al nemico, con la loro ragazzina bionda e dalle lunghe calze nere.

Ci faremo mettere ancora il timbro sulla mano destra, poi in macchina per la pippatina techno e una volta concluso si ritorna dentro, senza creare problemi a nessuno?

È così che passeremo la notte, amore mio, tranquillamente.

Il guardiano per adesso è andato via. Mi avvicino alla porta. Chiedo a uno dei buttafuori se c’è il Sòjola in giro:
«Sono io» dice.
È quasi mio coetaneo, con il maglione arancione, la calvizie ancora contenuta e le maniche leggermente sollevate. Mi stringe la mano con una forza del tutto naturale, poi entriamo alla faccia di quelli davanti:
«Marco, posso offrirti qualcosa da bere?» Esce fuori che negli anni Ottanta lui militava al Sisto Quinto, conosce Ira, Lella, il Nano.
«Sòjola», domando «perché uno di sinistra si mette a fare il buttafuori con tutte le forme di precariato disponibile?» Purtroppo l’hanno chiamato di sotto e deve scendere per forza:
«Aspetta che ti mando Picchio, è il responsabile e ti spiega tutto lui».

Passano due minuti. L’ombra tenue al di là delle scale, senza togliersi nemmeno il giubbetto acetato, si è seduto qui davanti e mi tremano i polsi a riconoscere l’auricolare e il cappelletto grigio, gli orecchini ai lobi ed i capelli bianchi; sotto gli occhi che non sono tristi, solo stanchi, qualche solco non ancora nero. Sopra il naso leggermente storto, la durezza dei fantasmi in carne e ossa… Parla in modo lento, pacato ma allo stesso tempo è come se per lui fosse finito il momento di aspettare. Ho acceso il registratore piccolo e anche ora che risento a distanza di una settimana la sua voce calma, misurata e senza alcun intercalare, resta inteso che ci sono le distanze. Non so dire se quello che segue è davvero il resoconto di un dialogo da sbobinare, perché Picchio, ne sono sicuro, è lui, il guardiano della mia porta e mentre spiega, illustra, motiva, è chiaro mi sta giudicando.

Questo lavoro non ci piace. Se non esiste una cooperativa nostra è perché nessuno pensa che sia una cosa definitiva. Io per esempio ho 47 anni, il kung fu l’ho praticato sempre, ma sono grafico pubblicitario. Come la maggior parte dei compagni che stanno qui, mi hanno escluso dal mondo del lavoro. Ho fatto altre cose nella vita. Questo ci tengo che lo scrivi.

Senti ma i criteri di scelta della gente all’entrata? Come vi regolate?

Ci sono due tipi di problemi: lo spaccio dentro il locale e le grandi comitive che vengono da fuori Roma. Poi dipende dai locali e dal tipo di serata, qui al Branca l’unico rischio effettivo, nei week-end del drum and bass, sono quei pischelli col cappellino,l’acetato, gli orecchini ai lobi e lo capisci subito dai loro occhi, che sono lucidi, vivi e incazzati da stadio, con alcuni non ci puoi ragionare. Arrivano in trenta, quaranta persone da Tivoli, Passo Corese, Mentana. Nei locali del centro non li fa entrare nessuno e quindi si fermano qua. Col tempo impari a distinguere, a non essere massimalista. Voglio dire c’è cappellino e cappellino, ci sono occhi e occhi, così alle volte li dividiamo, magari entrano quelli tranquilli e l’amico esagitato no, magari scazzano fra di loro e la cosa finisce così.

E invece per le pasticche, mi dicevi dello spaccio…

Le pasticche le teniamo fuori. Non è giusto secondo me che spacciano al caldo, tranquilli sulle spalle nostre e di quelli che lavorano e si fanno il culo. Sai al Branca hanno fatto anche la Radio popolare e la concessione dell’utenza è costata 60.000 euro.

Comunque questi che spacciano, voglio dire sono ragazzini, manovalanza…

Manovalanza, bravo, pischelli e qualche sveglia educativa glièla dai. Poi, certo, scaricargli la roba nello sciacquone, quello è questione di buon senso e nessuno si sogna di farlo, i loro capi è gente che non scherza e magari li ammazzano per colpa tua, se li trovano con sessanta pasticche in meno e senza soldi alla fine della notte.

Ti capita di menare?

È una cosa che può capitare, succede e torni a casa col magone. A volte mi chiedo: per quanto tempo resisto? Voglio dire finché uno ci sta male e non conta che quelli ti mettono le mani addosso per primi… Finché uno ci sta male, tornando a casa e non cede a quel senso di compiacimento, quando vedi certa gente che ne va fiera…

Vuoi dire quando senti che puoi perdere il controllo…

Quando senti che puoi cambiare, che diventi un’altra persona, che non ti riconosci… Allora è finita e a volte è vero che stai resistendo contro qualcosa che hai dentro. Il problema è fino a quando ce la fai… Scusa un attimo… l’auricolare… Adesso arrivo.

A questo punto Picchio deve tornare alla sua porta. Mi avrà preso di sicuro per uno che non ascolta, uno che non scrive mai per gli altri, tutti gli altri che non sono personaggi né persone, solo guardiani. E invece no cazzo, ho ascoltato caro Picchio che non ami picchiare, vorrei dirti che i guardiani te li trovi in qualsiasi forma di violenza autogestita, è questo che vorrei dirti, caro Picchio che non ami picchiare, con i tuoi tempi obbligati a definire tipologie sociali nel giro di un’occhiata, o di un sorriso. Vorrei dirti che i guardiani, caro Picchio che non ami picchiare, la paura corrode il buon senso e gli orari della prima colazione quando uno ci lavora, con la notte e davvero è una cosa che capita, una cosa più umana delle botte, caro Picchio che non ami picchiare, vorrei dirti: ce ne fossero, di guardiani come te. Altro che i bastardi che ho visto sotto casa mia, a prendersela col rumeno che domanda i soldi sfruttando la tenera età di un cagnolino bianco. Quello sveglio che sghignazza in macchina, l’altro esasperato o solo annoiato, apre la portiera e ficcandogli il cranio a un millimetro dalla faccia grida: «Vattene o ti ammazzo» . Ha due occhi così aperti e sbarrati, pare appena uscito dagli sniffatoi. Un poliziotto pazzo. Magari ci fossero guardiani come te in divisa, davanti alle porte che danno su altri mondi e non sul tuo, caro Picchio che non ami picchiare e ti tocca pure sentire quelli del Goa che stasera le Zecche no (consumano troppo poco). Fianco a fianco a quella gente che non c’entra un cazzo con la tua idea di ‘politica attiva’: gli Anabolizzati, invero decaduti e meno richiesti di prima, quelli del full-contact e le altre discipline finte, che non preparano nessuno alla violenza, non ti danno una ‘cultura’ della violenza. Gli Ingiacchettati di bella presenza al Planet Hollywood, in quei castelli rumorosi e pieni di catene cigolanti che un tempo si chiamavano Akab, Caffè latino, Fiesta (a te poi piacciono Hendrix e i Doors, l’elettronica proprio no). Le distanze maturate a lavorare con la notte, divenute monosillabi, silenzi, risposte secche a domande del tipo: «Perché non mi lasci entrare?» Il potere non risparmia i dipendenti, come è vero che tu con i clienti ci parli, ti spieghi. Come è vero che la notte è militante, obbligata e come dici tu, temporanea, come è vero che hai quarantasette anni, un figlio e mi continui a ripetere che non lo farai per sempre.

4 Responses to Ti prendo e ti sbatto fuori

  1. gina il 18 aprile 2007 alle 08:41

    Bello. imho perde un po’ nella “litania” finale, ma bello.

  2. The O.C. il 18 aprile 2007 alle 12:08

    Mantello è sempre una sicurezza, anche nelle “litanie” che restano uno dei tratti distintivi della sua prosa poetica (ricordo l’amico Rocco).

    Aggiungo solo che per trovare umanità in un buttafuori si può andare anche davanti alle discoteche kolossal di Rimini. Da frequentatore ne ho conosciuti assai. Basta saperli prendere per non prenderle. Tengono tutti famiglia.

    Saluti a Marco e Gina

  3. gina il 18 aprile 2007 alle 20:56

    se per questo non sono tutte rose. Io, ad es. ne ho pestato uno che presidiava un luogo simile a quello citato nel pezzo perché mentre gli passavo davanti mi ha inchodata al muro e infilato la lingua in bocca (pestato è dir tanto, credo che il cazzotto allo stomaco lo abbia solo stupito, in ogni caso ha mollato la presa). Menonostante, il pezzo resta bello.

  4. marco mantello il 19 aprile 2007 alle 12:24

    Cara Gina hai ragione: non sono tutte rose. Ho avuto anche io brutte esperienze. Al di là del ‘realismo’, mi interessava molto il tema kafkiano del guardiano che sta davanti a una porta e non ti fa entrare: nel racconto c’è qualcuno che si trova più meno obbligato a negare l’accesso a gente di vent’anni più giovane, che per aspetto esteriore ed espressione facciale assomiglia da molto vicino al ‘guardiano’ stesso. Questo secondo me è rappresentativo d iuna condizione umana, oltre che curioso. Un saluto a te e a O.C. di aver letto. Ciao



indiani