dal romanzo “Autoreverse”

24 aprile 2007
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di
Francesco Forlani
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Scena terza

Quel che ho visto al principio è stato un hangar . Pare che avessero penato non poco quelli del Demanio per trovare un luogo abbastanza grande da poter contenere il fondo manoscritti di Pavese. Una massa di dattiloscritti, libri, carteggi, che un’onda di fango aveva travolto nel novembre del 1994, durante la terribile alluvione, a Santo Stefano Belbo.

Volontari accorsi da ogni angolo del Piemonte si facevano coordinare, organizzare, assegnare all’ingrato compito di contabilizzare il male, cifrare l’entità del disastro. E nella realizzazione del lavoro sporco trovavano il mordente covando in sé un odio innato verso l’oblio. Ci sono distruzioni della memoria dei luoghi che sono pianificate, come una retata di polizia gettata sul mare delle infrazioni. O quando i signori radevano al suolo le roccaforti del dissenso e vi gettavano il sale delle delazioni, proprio mentre i carri dei vincitori portavano via dagli archivi ogni memoria dei vinti.

Certo che ci fu anche un tempo in cui la gioia rivoluzionaria apparecchiava tavole rase per degustare futuro radioso per una libera umanità con i comunardi a sparare sugli orologi della Gare St Lazare per fermare il tempo…

E allora mi chiedo, adesso, ora, che lo spirito libertario è chino su quelle macerie per ricostruire il passato perché vorrebbe ritrovarlo e dopo averlo ritrovato, pensare al futuro, chi sarà disposto ancora ad ascoltare voci che ti arrivano da tanto lontano?

Ciò che ho visto era un hangar piantato come una croce in mezzo ai campi. Come una locomotiva immobile e piegata sul fianco della ruggine delle rotaie. Di quelli per capirci che delle merci non hanno più neppure l’odore e ospitano ogni tipo di vivente clandestino, uomini e topi, respirando così l’antica vocazione di offrire un ricovero che ripari dal vento e dalla pioggia. Che crepitano quando piove.

Pavese infangato, Pavese congelato.Perché quando un libro è assalito dal fango bisogna congelarlo immediatamente per evitare che l’acqua divori l’inchiostro. E una volta congelato, ma solo dopo aver lavato all’acqua chiara pagina dopo pagina, va applicato un complesso processo di liofilizzazione. Lo stesso che si usa con i canditi.

Ciò che ho visto era un hangar dall’odore sinistro dei macelli per quanto vi stoccassero frutta. Sacchetti di plastica trasparenti, ho visto. Tutta l’opera di Pavese impacchettata e ordinata all’interno, avvolta in una cortina di ghiaccio – l’immagine era quella dei pesciolini rossi al Luna park.

E non ho visto l’onda d’urto del Belbo sfondare le porte e strappare i fogli dagli scaffali, le parole dal sonno. E non ho visto i volontari darsi il cambio e con l’acqua alle ginocchia raccogliere tutto il possibile.
Non li ho visti mettere tutto sui camion frigorifero perché fosse depositato nell’hangar.

Come se per una seconda volta i carri funebri dovessero attraversare le strade di Torino. L’anatomia dell’opera passava attraverso quella della carta perché dal ghiaccio riemergesse secca e intatta la pagina.

Strano destino. Pavese, prima di decidere di morire, aveva scritto sul frontespizio dei dialoghi con Leucò – Non fate troppi pettegolezzi . E intanto a quarant’anni di distanza, il fiume amato aveva gettato tonnellate di fango sull’opera. Quel che ho visto era un hangar vuoto.

10 Responses to dal romanzo “Autoreverse”

  1. carla bariffi il 24 aprile 2007 alle 17:21

    Grazie Francesco.

    Chi è disposto ad ascoltare, ti chiedi, voci che arrivano da tanto lontano
    forse chi riceve quelle onde, d’urto
    o chi sente il crepitare dell’acqua, insistente….

    nei dialoghi con Leucò c’è molto da imparare.

  2. Ugolino Conte il 24 aprile 2007 alle 18:24

    Effeffe, quand’è che esce il libro?

  3. effeffe il 24 aprile 2007 alle 18:31

    tra un mesetto sapremo
    effeffe
    ps
    ti abbraccio

  4. Mnemosine il 24 aprile 2007 alle 18:43

    bene bene….
    ti abbraccio anche io, con tutta la mia delicatezza!
    ;-)

  5. Dantes il 26 aprile 2007 alle 09:08

    Dall’occasione sorge il confronto.
    Prima di arrivare qui, m’imbatto nel “Manoscritto di Brodie” di Borges.
    Racconti brevi, densi, dalla struttura geometrica.
    Lo stile cristallino del venerabile Jorge è l’applicazione in letteratura della legge del rasoio.
    Poi leggo : “Ci sono distruzioni della memoria dei luoghi che sono pianificate, come una retata di polizia gettata sul mare delle infrazioni”.
    Percorro tutta l’inferenza: non casualità, polizia, agguato, trappola, rete, pesci, mare, moltitudine.
    Con il periodo successivo arrivo sino agli ugonotti nella Rochelle.
    Sì … ma che c’entra con il resto della pagina?
    Tutta questa energia evocativa non è un po’ sprecata?

  6. cappuccetto rosso il 26 aprile 2007 alle 17:48

    Fuori il titolo, Effeffe!

  7. effeffe il 27 aprile 2007 alle 16:58

    @dantes
    il limite di questo testo è nel fatto di essere un frammento. un estratto, un brano di un romanzo. L’io narrante è un personaggio del romanzo in qyùuestione che vive in Francia ed è mandato dal suo editore a Indagare sulle sorelle Dowling. Di Constance in particolare, l’ultima amata (ma sarebbe più esatto dire la penultima) da Pavese. E così il suo viaggio intorno alla figura di Pavese si popola di immagini, visioni, evocazioni che possono essere veloci, velocissime, distanti, come accade alle persone quando sono braccate dal tempo. A un personaggio si deve poter perdonare almeno questo, un eccesso di immaginazione
    effeffe
    ps
    più Cortazar che Borges
    ps
    @a cappuccetto rosso
    il titolo è “a lupo a lupo”
    :-)

  8. cappuccetto rosso il 27 aprile 2007 alle 17:46

    @Effeffe:
    ;-)))
    smackkkk
    ° °
    (*)

  9. cappuccetto rosso il 28 aprile 2007 alle 16:06

    mmmh…
    an-chi?
    :-(

  10. Esmeralda il 28 aprile 2007 alle 17:35

    Donde sta chico caliente
    habla lingua francese
    habla boca
    morde mis palabras de fuego por mi corazon espinado….



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