Una puntata per Welby

25 aprile 2007
Pubblicato da

di Francesca Serafini

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Negli ultimi quattro anni ho ucciso un centinaio di persone. Ho violentato bambini comprati su internet. Ho cambiato sesso, in segreto, e ho rischiato di finire dentro per custodire quel segreto. Ho fatto a pezzi una ragazza per nascondere un aborto clandestino andato male. Ho ucciso uno che non c’entrava niente perché l’ho scambiato per un altro. Ho venduto valvole cardiache difettose per guadagnarci di più. Ho nascosto rifiuti tossici di cui gestivo il traffico. Una donna che abitava nei paraggi si è ammalata di tumore. Io ho ucciso il marito perché lo voleva denunciare. Ho dato soldi in usura e una lezione a chi non rispettava le scadenze. Ho portato a battere un certo numero di puttane. Ho spacciato roba buona e ho spacciato roba cattiva, guadagnandoci gli stessi soldi; e poi ho ammazzato uno che l’aveva scoperto e voleva sputtanarmi su un fumetto. Ho ucciso per soldi, per vendetta, per precauzione. Qualche volta per amore. Ho rubato, truffato, rapinato, violentato. Mi sono data un sacco da fare.

Una volta, ho riconosciuto in un vecchio pensionato il gerarca nazista che mi aveva sterminato la famiglia, tanti anni prima. L’ho rapito e poi l’ho lasciato andare per essere diverso da lui. Ho combattuto in Iraq e poi ho deciso di disertare: ho preferito la Corte Marziale perché era meglio dell’orrore di cui non volevo più essere complice. Ho combattuto la guerra nostra, la camorra, e ho sconfitto un certo numero di clan. Ho assistito al riformarsi di altri, ma non ho mai smesso di sperare di sconfiggerli tutti. Un giorno.

Negli ultimi quattro anni ho fatto un sacco di cose. Anche se, a dire il vero, ho fatto sempre la stessa. Ho scritto La squadra, il poliziesco di Raitre, insieme al suo instancabile gruppo di autori.

In questi anni La squadra è stata un progetto, un laboratorio appassionato, una specie di follia organizzata, con l’ostinazione, nonostante i mezzi, di testimoniare la realtà e la complessità dei nostri tempi. Un corridoio affollato di consulenti ed editor riuniti insieme agli autori il lunedì; lo scontro continuo per trovare l’idea con un respiro in più delle pure necessità del giallo, e la pizza di notte, in ufficio, per scriverla, quando insieme ci sembrava di averla trovata. L’appuntamento col medico saltato per una riunione infinita; il fine settimana al computer per rispettare le scadenze. Le scadenze che non saltano mai, perché il set non si ferma. Il set dei miracoli, con turni al massacro e un monte di scene da portare a casa ogni giorno. Quelle che “a questa ci tengo, vorrei scriverla io, ti dispiace?”; quelle che invece “magari, se ci pensi tu, mi fai un gran favore”. Quelle con le battute che “non ci si crede, stavolta gli attori le hanno dette tutte, tali e quali”; quelle che “meno male che l’attore se l’è sistemata, perché ora non mi tornava più”. Quelle che, a rileggerle, le cambieresti tutte le volte, perché per ogni scena, per ogni situazione, per ogni personaggio, ci sono un’infinità di battute possibili, finché non sei sicura di aver trovato quella giusta, che poi difenderai anche coi denti. Quella di cui non ti pentirai, quando la messa in onda, implacabile, sancirà il suo verdetto, e il figlio del tizio a cui vi siete ispirati, quello che c’era sull’articolo in cronaca, non salterà sulla sedia per la cazzata che hai scritto. È il terrore delle sedie che saltano a tenerti incollato alla tua, a tutte le ore, finché non ce ne sono più. Il terrore di non aver fatto abbastanza anche quando sai di aver fatto tutto quello che potevi: documentarti, come prima cosa. Obbligarti a non giudicare i personaggi; importi di metterli in scena con rigore, di qualunque specie siano. Scendere a patti col dolore che qualche volta comporta entrare nella loro testa, e con quello che ci vuole sempre per togliere te, dalla testa, per far venire fuori loro.

Agata, però, è venuta fuori da sé. E la sua storia si è imposta, nonostante il naso storto di chi non ne avvertiva la stessa urgenza e necessità quando si è cominciato a raccontarla. È la storia di una disperazione a cui la legge non sa ancora dare una risposta e le risposte prova a cercarle altrove, come è stato per Ramón Sampedro, alla cui vicenda si è ispirato Amenábar per il suo Mare dentro.

C’è una cosa di Sampedro che colpisce da subito. L’ostinazione e il coraggio con cui ha portato avanti la sua battaglia. Avrebbe potuto aggirare la legge in segreto, trovare un modo, come poi ha trovato, per porre fine alla sua sofferenza, evitando di richiamare a sé tutta quell’attenzione, che di sicuro deve avergli complicato le cose. E invece no, lui ha preteso di più. Non c’erano in ballo solo le sue esigenze, ma anche quelle di chi, dopo di lui, avrebbe potuto trovarsi nella stessa condizione. Lui che la stava vivendo, che poteva capire, ha cercato di fare qualcosa perché capissero anche gli altri, e riflettessero sulle necessità che ha un uomo quando non può più essere un uomo. Il dolore, la malattia, generalmente rendono più egoisti, inducono a proiettarsi su sé stessi. Non è stato così per Sampedro. È la grandezza di chi riesce a pensare agli altri anche quando soffre. È questo, più di tutto, a colpire e commuovere: l’estremo gesto di generosità che alla fine gli ha dato ragione, perché è proprio dopo aver letto il suo libro, e dopo aver visto il film che in molti hanno cominciato a riflettere più seriamente sulla necessità di una legge sull’eutanasia, su cui difficilmente si può avere una posizione netta e senza dubbi, senza avere un’esperienza diretta.

Anche alla Squadra abbiamo cominciato a ragionare da lì, e poi la nostra riflessione è andata avanti, e i dubbi si sono moltiplicati e rincorsi mentre mettevamo in scena Agata. Avevamo appena finito di scrivere la sua storia quando Pier Giorgio Welby, con lo stesso coraggio e la stessa generosità di Sampedro, ha lanciato il suo appello disperato al Presidente delle Repubblica. Sulle prime, un brivido ha percorso la schiena di tutti noi. Di colpo, una storia soltanto immaginata, sia pure col pensiero rivolto a chi l’aveva realmente vissuta, si calava in un volto, una persona, una storia di disperazione ravvicinata e tangibile. Ci siamo sentiti impreparati, inadeguati ad avvicinarci sulla carta a tutto quel dolore che Pier Giorgio stava vivendo sulla pelle. E forse è andata così, o forse no. Forse anche la nostra puntata potrà contribuire in qualche piccolo modo alla sua causa, facendo insorgere almeno un dubbio in chiunque si troverà a intercettarne anche solo un passaggio. Perché ora quella puntata c’è, e andrà in onda (per la regia di Luca Facchini) mercoledì 25 aprile in prima serata sui Raitre, idealmente dedicata proprio a Pier Giorgio, alla moglie Mina che continua a combattere la sua battaglia con la stessa generosità, e a Giovanni Nuvoli che proprio in queste ore continua a testimoniarne la necessità con il suo appello disperato.

6 Responses to Una puntata per Welby

  1. carla bariffi il 25 aprile 2007 alle 09:41

    Intenso questo pezzo….
    e nobile questa frase:
    – Il dolore, la malattia, generalmente rendono più egoisti, inducono a proiettarsi su sé stessi. Non è stato così per Sampedro. È la grandezza di chi riesce a pensare agli altri anche quando soffre. –

  2. cara polvere il 25 aprile 2007 alle 09:45

    se di questo testo – racconto più o meno molto autobiografico – si dovevano solo riservare tre righe a Welby nella chiusa, poteva essere evitato.
    sinceramente che gli sceneggiatori della squadra siano svegli a mangiare pizza la notte per decidere cosa far dire ai poliziotti e si scambino o si rubino le scene tra loro – uhm – va beh – niente di nuovo, poi – personalmente non me ne può fregare di meno.
    ripeto, bastavano tre righe sobrie di avviso evitando tipi di prolissità che con Welby mi sembra siano fuori luogo..
    poi opinioni mie.
    un saluto
    paola

  3. Caino il 25 aprile 2007 alle 12:07

    mi è piaciuto l’incipit del pezzo.
    carina la descrizione della redazione, caratteristica per “l’italianità” del tutto.
    un po’ biografico, come hanno già detto, ma piacevole.
    il titolo, beh, effettivamente ne parli due righe in fondo, ma il trucco del pezzo credo stia proprio lì.
    Chiedersi: “…e che c’entra pier giorgio?”

  4. cara polvere il 25 aprile 2007 alle 12:32

    d’accordo con Caino, appunto.


    poi,
    personalmente ritengo il pezzo bello ma Welby mi sembra una scusa buonista per presentarlo.
    questo non mi è piaciuto
    piuttosto un trafiletto.
    il giorno tot
    alle ore tot
    su rai tre andrà in onda etc etc
    quale omaggio – in ricordo – per non dimenticare
    banalissime cose ma di quel banale
    che tanto è caro alla pulizia di certi buoni propositi.
    parlo per me.
    un saluto
    paola

  5. icaro il 25 aprile 2007 alle 18:16

    Cominciano coll’eutanasia, facendoci credere che ci danno maggior libertà, dimentichi che la libertà è nel poter scegliere, non è una legge che mi rende libero, non sono libero in questo caso. Non toccate la vita, che non è affar vostro. Lasciate stare, lasciate che sia la coscienza a decidere e non permettetevi di toccare la mia libertà.

  6. Pietro il 26 aprile 2007 alle 02:59

    Che l’autobiografia aiuti a esprimere sentimenti alti(ssimi) non mi sembra un danno per nessuno.
    Che l’impegno di pochi a favore di molti preveda una fetta di margherita alle tre di mattina, francamente, non mi sembra, neanche questa, una brutta cosa.
    Opinione mia, certo.
    Solo che a volte accompagnare gli eventi con qualche digressione letteraria magari ci aiuta a digerirla meglio, ‘sta fetta di margherita.
    E non si tratta di autocompiacimento o volontà di primeggiare nei temi di attualità, semplicemente si tratta di metere in risalto, a volte con sanguigni e veraci slanci di entusiasmo, l’amore per il proprio lavoro, l’attenzione per i fatti del mondo.



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