Io, pedofilo (Memoriale del Processo)

27 aprile 2007
Pubblicato da

di Marco Rovelli

1.

Mi hanno chiamato a casa. E’ la cooperativa. Oggi non andare a lavorare, mi hanno detto. Sono rimasto sorpreso, ho chiesto perché. Perché no. Non mi hanno detto altro. Dopo qualche ora mi hanno richiamato, Nei prossimi giorni non andare a lavorare. Il motivo è sempre lo stesso, Perché no. Ho cominciato a perdere l’equilibrio, il respiro è caduto verso il basso. Ho chiamato i responsabili della cooperativa. Nessuno si è fatto trovare.
Non capisco. Non c’è ragione perché mi sospendano dal lavoro senza dirmi niente. Se fosse malato Luca, non ci sarebbe ragione per non andare da Matteo. Se fossero malati tutti e due, non ci sarebbe ragione di non dirmelo. E poi la voce reticente di chi mi ha annunciato la sospensione degli affidi parla chiaro. C’è un’accusa su di me. E non mi si dice quale.

E’ notte. Mi sono appena svegliato urlando. L’incubo nemmeno lo ricordo.
Mi sono risvegliato nell’incipit del Processo.

Abito sul limitare di un bosco. Studio per la seconda laurea, e per guadagnarmi da vivere ho chiesto, sulla scia della mia compagna, un incarico come educatore. Mi hanno dato due bambini in affido socio-educativo. E’ una sfida per me, con i bambini occorre mettersi in gioco, fino in fondo. E lo faccio, arrivo a guidare un gruppo teatrale e motorio di quindici bambini, e questi mi seguono, con mia grande sorpresa, gli faccio fare perfino una meditazione guidata, arrivando a inventarci una fiaba collettiva sulla base delle immagini viste in quel buio, in un itinerario costruito sulla morfologia di Propp. Con gli affidi socio-educativi però è diverso. Lì si tratta di costruire un rapporto, non una fiaba, ed è più complesso. L’assistente sociale mi dà un caso. Per gli assistenti sociali, che non hanno praticamente mai a che fare con loro direttamente, questi non sono bambini, ma casi: il caso ***, il caso***… All’inizio tiene a mettermi in guardia verso la madre (il padre non c’è), Stai attento, mi dice, lei rifiuta l’educatore, si smente sminuita, ma ce n’è bisogno… Con il bimbo è difficile, anche perché il comune non mette strutture a disposizione, a casa del bambino non ci si può stare perché la madre non vuole, e a me tocca inventarmi qualcosa ogni volta, anche con pioggia o neve tocca andare raminghi…

E’ una malattia che invade il corpo, e non se ne conosce la ragione. Sfugge a ogni controllo, a ogni disponibilità. Sfugge a ogni appello: non c’è nome che salvi, adesso. Nulla può dar senso a questo intruso che mi afferra e s’impadronisce di me. Unica possibilità, amare quest’intruso, abbracciarlo…
Amarlo? Io dovrei amare il mio carnefice? Non il mio carnefice, ma il movimento della sua lama che entra nella mia carne. A quel movimento devo andare incontro con un altro movimento, con l’amore che devo all’essere del suo gesto: un movimento che vuole riconciliare con l’essere puro e semplice, e nel medesimo tempo si radica in uno squarcio incolmabile. Ovunque esso sia diretto, lo squarcio da cui prende impeto e forma permane.
L’essere è altrove, il non essere è ora.

Sono riuscito a ottenere un incontro con i responsabili della cooperativa. Mi hanno detto che la madre di Matteo è andata dall’assistente sociale. Quella stessa assistente sociale che mi aveva messo in guardia dalla madre, Stai attento, aveva detto… Ecco, questa assistente sociale ha creduto alla madre quando gli ha detto che io ho mostrato a Matteo foto porno su internet (e pensare che a casa nemmeno ce l’ho, il bambino l’ho sempre portato a vedere i Pokemon sul computer della biblioteca). Gli ha creduto quando gli ha detto che l’ho picchiato. Gli ha creduto quando gli ha detto che l’ho portato da una strega.
Voglio parlare con l’assistente sociale, dico. No, lei si rifiuta di parlare con te. Farà un esposto.

Rabbia, vendetta… evaporano al fuoco della domanda infinita, all’ustione del perché senza perché. Non rimane che la lotta per resistere: far fronte all’irruzione dell’impossibile, del totalmente altro, senza legami, incomprensibile, inspiegabile.
Resistenza: stare legati, radicati nell’esistenza.
Non scivolare via da sé.

Quanto sarebbe utile un nome! Una giustificazione qualunque: la teoria della retribuzione, il karma… Aggrapparmi a una ricompensa: il martire, il prigioniero politico…
Invece, solo essere. Essere, e gridare. E la risposta a questo grido è il mistero da accogliere così come si presenta. (Giobbe, per esempio).

Il pedofilo è il male, e non può che causare altro male, che rispetto a lui sarà sempre male secondo. Io sono il motore immobile del male.

Si aggrappano ai bastioni della verità, ai bastioni del senso. Difendono il ragionevole ad ogni costo. A costo del sacrificio di una vittima (ma quel costo, forse, non è che il guadagno stesso). Un sacrificio non ordinato da un dio, però: semplicemente accade, come accade l’esistere. Il sacrificio è forse la volontà stessa dell’esistere.
Ciò che perturba il ragionevole va ridotto al silenzio – e quel silenzio passa da un grido bestiale. Così si indica il mostro, si accendono i roghi, si difende il ‘bene’…
E’ qui davanti ai miei occhi, inscritta nella mia carne, la vicinanza tra Pilato e Torquemada. Sopprimere gli scarti (feconda ambiguità del termine: ciò che si discosta; ciò che è diverso; ciò che è inutile; ciò che è da gettare).
E nel mio caso, paradossalmente, lo scarto è chi ha voce (l’adulto, non il bambino), e per questo gliela si nega. E’ la cattiva coscienza che dà voce e verità al ‘soggetto debole’ a discapito del ‘forte’. Difendere il ‘debole’ rinforza chi è forte solo della sua debolezza, in essa irrigidito, castello sulla sabbia. Il ‘soggetto debole’ diventa scudo del vile.
La presidente della cooperativa, vestita di camicia bianca e colletto di pizzo, ostentava collane e anelli d’oro, e a queste meschine sicurezze s’aggrappa nel suo relazionarsi agli eventi: s’aggrappa all’icona di un eterno desiderio di una pulsione sociale che la trascende, e nasconde cadaveri; s’aggrappa ai piccoli simboli di una classe ignobile…
La società che prospera sulla morte si fa scudo di immagini candide, per nascondere la sua immondezza erige monumenti alla purezza.
La società elegge il suo capro espiatorio per farne campo di battaglia delle proprie contraddizioni.

Nonostante la seduzione di un nome che mi metterebbe in salvo, mi tengo saldo in ciò che non ha nome.
Al loro gridare oppongo il mio silenzio. Al loro ringhiare verità oppongo il mio corpo.

Di fronte al mondo occorre sempre provare la propria innocenza. La colpa è nella non trasparenza. E di fronte a questo – il male radicale dell’essere umano (la polvere con cui è impastato) – la trasparenza diventa sospetta. ‘Vivere in una casa di vetro’ è una colpa aggiuntiva: la mancanza di prudenza – l’ingenuità dell’irruenza – non può che essere troppo abile dissimulazione.

E torno a vomitare odio sull’ipocrita facilità pilatesca che giudica e condanna: gli ignavi che saranno vomitati.
Eppure, nell’attesa – del Giudizio -, sono io a essere vomitato. Non c’è ragione che possa sorreggermi. Il mio resistere è ‘causa sui’. Mera volontà d’essere.

Sono abbastanza lucido per vedere. (La lucidità è estremità del senso, che si fa dissenso).

Con la memoria dell’immensità criminale in cui siamo radicati, della sventura degli sventurati, posso ridere di questa mia sventura – si dissolve, prende il volo…
Ma subito ricado nella grevità, e la vista mi si annebbia, schiavo dei patimenti, delle passioni, del corpo…
Così continuo…

Ma in fondo importa a qualcuno che io sia realmente colpevole di ciò di cui mi accusano?

2.

In fondo al mio blog ho un referrer. Il referrer indica le provenienze dei visitatori del blog, ma soprattutto (ed è questo il motivo della sua presenza) le chiavi immesse nei motori di ricerca. Per un certo periodo è capitato nel blog chi cercava ‘ingoiare sperma’ e affini: ‘ingoiare sperma fa bene’, ‘ingoiare sperma fa male’, eccetera (il motivo stava in un monologo, L’afferramento, che ho pubblicato anche su Nazione Indiana).
Ne risultava, ma già lo sappiamo, una diffusa ignoranza in materia sessuale. Più inquietanti, invece, chiavi di ricerca come ‘ingoiato sperma di mio fratello’, o ‘mio fratello mi ha sborrato in faccia’. La famiglia come universo concentrazionario. Una catena generazionale come trasmissione incessante di tare ereditarie, di violenze innominabili, di abusi senza fine. E’ difficile, e raro, sottrarsi a questa catena che uccide.  Sottrarsi, significa spezzarla.
Ho letto un libro, edito da Sensibili alla foglie: si intitola La bimba, e racconta la sequenza allucinante, e protrattasi per vent’anni, di stupri familiari, abusi, violenze. Questa bimba ha avuto la fortuna e la forza di uscire dal cerchio, di vederlo e vedersi da fuori, di saper parlare quell’incantamento, e di consegnarlo alla morte. Ma migliaia di altri individui (individui femmine, per lo più) non sanno, e non possono, farlo.
E di bimbe così, ne ho conosciute in carne e ossa, e ho sofferto per loro.
Altro che sostegno all’istituzione familiare. La famiglia, troppo spesso, è una trasmissione di tare – di nevrosi, nel migliore dei casi.
Ma le violenze familiari non si guardano. Si punta il dito contro il pedofilo, invece, il mostro cattivo dal quale ci si deve guardare. Quasi che oggi si assistesse a una diffusione esponenziale del morbo pedofilo, per misteriosi motivi. In realtà, è evidente a tutti che i pedofili sono sempre esistiti, e che oggi sono elevati a super-mostri perché l’isolamento è il presupposto del nostro way of life, e il pedofilo deve incarnare nei bambini, fin da subito, la paura dell’Altro, la paura del mondo. Così il bambino crescerà nella paura, con la paura, e sappiamo bene come la paura, il terrore, siano essenziali allo stato d’emergenza permanente in cui viviamo, uno stato d’emergenza che ha bisogno della frantumazione dei legami sociali, del sospetto reciproco.
E torno dunque a dire: per nascondere la propria immondezza, la società erige in monumento la purezza. Il soggetto debole diventa scudo del vile.

3.

L’esposto c’è stato. Attenuato, anche se non so in che modo, grazie a un amico che conosceva qualcuno dentro il comune, il quale ha garantito per me. Insomma, pare che almeno la storia del computer non sia comparsa. Questo amico mi ha detto che in comune tutti sapevano che un educatore era stato accusato di molestie a un minore. E l’esposto si riferiva anche da un punto di vista penale all’ipotesi di molestie a un minore.
Ovviamente la cosa è finita nel nulla, dopo mesi d’ansia però, e il posto di lavoro perduto. E se non avessi avuto quell’amico, chissà che ne sarebbe venuto.

44 Responses to Io, pedofilo (Memoriale del Processo)

  1. antonio sparzani il 28 aprile 2007 alle 00:08

    “”Di fronte al mondo occorre sempre provare la propria innocenza. La colpa è nella non trasparenza. E di fronte a questo – il male radicale dell’essere umano (la polvere con cui è impastato) – la trasparenza diventa sospetta. ‘Vivere in una casa di vetro’ è una colpa aggiuntiva: la mancanza di prudenza – l’ingenuità dell’irruenza – non può che essere troppo abile dissimulazione.“” Sì, le tue parole mi colpiscono molto, Marco. Riesco solo a dirti che non sei solo in queste riflessioni e che comunque non sei solo. a.

  2. Livermore il 28 aprile 2007 alle 01:00

    Molto bello. Quanto siamo ancora ‘umani, troppo umani’, portatori di radicata violenza mimetica, ancora capaci di far esplodere ancestrali e crudeli meccanismi vittimari contro il capro espiatorio di turno, ancora costretti a ricomporre i nostri conflitti con il rituale del sacrificio umano.

  3. valter binaghi il 28 aprile 2007 alle 01:50

    Pericoloso costruire teorie del sociale su fatti di cronaca.
    Al particolare, divenuto allegoria, si può far dire quello che si vuole.
    Lo faccio anch’io, però lo chiamo romanzo.

  4. Lucio Angelini il 28 aprile 2007 alle 07:43

    Tema: “La reazione della blogsfera ai fatti di Rignano” (Lipperatura, Nazione Indiana, Cazzeggi Letterari eccetera). Certo, ben venga la prudenza, ma se esiste la psicosi del pedofilo, in gran parte dovuta alla deprecabile tendenza dei media a sbattere il mostro in prima pagina, o in primo video, esiste, ECCOME SE ESISTE!!!, anche la pedofilia e, fatte le debite proporzioni, direi che i casi ingiustamente taciuti o insabbiati sono immensamente superori a quelli ingiustamente denunciati. Con tutto il rispetto per la testimonianza di Rovelli, ma anche con tutto lo sdegno possibile per un fenomeno che squassa l’esistenza di chi era venuto al mondo pieno di fiducia negli adulti.

  5. marco rovelli il 28 aprile 2007 alle 07:59

    Valter, io ho voluto solo restituire “una” verità. Non la verità. Una verità che però, credo, ne chiami altre attorno a sé. Che riguardano l’universale esecrazione espiatoria nei confronti di una vittima, ma riguardano anche lo stato dei servizi sociali nel nostro paese, per fare un esempio. Del resto, all’epoca dei fatti, anni fa, io Girard lo conoscevo solo di nome: capirai che quando l’ho incontrato mi è parso di leggere qualcosa che sapevo già benissimo. Poi, so che per te Girard senza l’avvento è disossato. Ma questa è “una” interpretazione. (So anche che sopra ogni cosa ripudierai le mie affermazioni sulla famiglia, ad esempio. Contestale nel merito. Non squalificandole come allegoria)
    Lucio, proprio perché sono sensibile all’abuso sui bambini (come ho scritto, ne conosco di persone che hanno attraversato la terra silenziosa delle violenze) credo, perché l’ho esperito, che nelle pieghe del sociale si nasconda una violenza persecutoria e allucinatoria di cui è doveroso tener conto, in casi come questo di Rignano: sapere che c’è la possibilità di essere in questo gioco perverso – del resto quelli di telefono Azzurro lo hanno affermato chiaramente – senza abbandonarsi alla troppo facile escrazione del mostro – laddove, evidentemente, se i fatti contestati fossero veri, sarebbe davvero qualcosa di mostruoso (del resto, sì, ho pubblicato questo scritto – apparso tempo fa sul mio blog – proprio ispirato dal post di Loredana Lipperini).
    Adesso però vado a scuola, dai miei ragazzi. A dopo, se mai.

  6. cappuccetto rosso il 28 aprile 2007 alle 08:00

    un incubo reale….
    una sorta di nuovo processo stile Kafka…..

  7. Blackjack il 28 aprile 2007 alle 12:23

    Comprendo l’amarezza di chi scrive e il trovarsi coinvolto in una simile situazione non è per nulla piacevole; e non è piacevole constatare il livello di vigliaccheria delle persone per le quali si lavora.

    Non ho capito se questo episodio sia solo un’idea romanzata oppure sia effettivamente successo, ma non sposta ciò che mi frulla per la testa e che sta comparendo, come un’unica sinfonia, su alcuni dei siti letterari che frequento da poco: non una parola spesa in favore dei Bambini, sicure vittime di questa vicenda, e tutti a evidenziare gli errori commessi dalla Magistratura e/o dalle Istituzioni in passato e relativi a vicende legate all’abuso dei minori.

    I veri mostri sono i Bambini. Questo è il messaggio inconscio che emerge.

    Posso esprimere il mio dissenso? L’ho scritto dalla Lipperini, anche dal Signore amante dei duelli rusticani e lo riscrivo pure qui: il 99,5% delle denunce per abusi su minori SONO VERE!

    E’ un dato ufficiale che proviene dai dati della Polizia di Stato e concordo in tutto e per tutto con quanto scrive, con molto equilibrio, Valter Binaghi: non trasformiamo la realtà in romanzo. Sono due livelli diversi.

    Questo brano, crudo e da far vomitare, non è un romanzo, ma l’estratto di un interrogatorio. Realtà che i Bambini non possono MAI raccontare e che pochi, troppo pochi, raccontano per loro:

    “GIP: c’è qualche altra cosa che ti è successa in questa casa delle ragnatele, che non ti è piaciuta e che ti vergogni un po’ a dirmi?
    BAMBINA: Che mi ha fatto mangiare la cacca.
    GIP: Come è successo questo? Tu hai visto questa cacca da dove veniva? Chi l’aveva fatta?
    BAMBINA: Da lui (…)
    GIP: Hai fatto capire che non la volevi mangiare?
    BAMBINA: Sì.
    GIP: Lui l’ha presa e te l’ha messa sulla bocca?
    BAMBINA: Sì, una volta sola.
    (…)
    GIP: me le vuoi raccontare queste cose che ha fatto Don XXX la prima volta?
    BAMBINA: Che mi ha fatto mangiare la cacca, che si è tirato giù le mutande e mi ha fatto leccare il suo sede…e basta.
    (…)
    GIP: Invece mi stavi parlando di una chiesa?
    BAMBINA: Sì.
    GIP:…venivano a prendere solo te o anche altri bambini?
    BAMBINA: Anche altri bambini.
    (…)
    GIP: Questi uomini cattivi che cosa vi facevano a voi nella chiesa?
    BAMBINA: Toccavano.
    GIP: Dove?
    BAMBINA: Qua e qua (la bambina indica i propri organi genitali).
    GIP: nel sederino e davanti?
    BAMBINA: Sì.
    (…)

    “Bambina con un buon livello di comprensione e memoria: l’esame di realtà appare integro nella misura in cui XX non confonde la fantasia con la realtà (….) L’immagine di sé appare compromessa ed emerge un livello precario di autostima, anche se XXX vi oppone una fiera resistenza, mostrando comunque delle buone competenze relazionali e comunicative a sostegno di una parte di Sé più nascosta e fragile.
    (…)
    CONCLUSIONI:
    Pertanto i sottoscritti periti affermano che nei minori……….sono riscontrabili segni sintomatici di pregressi atti di abuso e che le dichiarazioni rese dagli stessi minori sono compatibili con atti subiti di abuso sessuale, fisico e psicologico.

    Nella prima scuola bresciana, quella che ha portato anche a delle condanne in primo e secondo grado, si parlava invece nella test numero 1, la bimba da cui tutto è partito di una croce.
    La bimba chiamava tale croce “la croce di Bombarda” e descriveva strani rituali intorno alla stessa. Addirittura cantava una canzoncina che veniva fatta dire a lei ed alle altre vittime, davanti a tale simbolo.
    Durante il processo la croce di Bombarda finì nel dimenticatoio, poiché qualcuno fece passare l’idea che non esistesse e che fosse un nome sentito dalla minore durante un cartone animato tipo i Pòkemon.
    Questa la descrizione mandatami poco tempo fa sulla reale natura della Croce di Bombarda:
    CROCE DI BOMBARDA – La CROCE DI BOMBARDA veniva usata per dei sacrilegi. E’ una spada rovesciata tipo “croce nera”. Ha sacrificato molti marinai nel 18° secolo durante i riti satanici. Questa croce ha ucciso molte persone e in alcune
    caverne sono stati rinvenuti dei teschi. Chi la usava agiva solo la sera o in luoghi bui per il fastidio della luce.
    E’ un dato di fatto che quando, dopo aver interpellato la F.B.I. di New York facemmo trapelare anche l’idea di una possibile pista satanica, gli attacchi verso di noi aumentarono a dismisura.

    Nota finale per dovere di cronaca: spesso i pedofili che fanno fotografie usano ambientazioni “sataniche” (maschere, croci, etc.) per depistare eventuali indagini ed indirizzarle in una via a senso unico, peggio, a sfondo chiuso, che permette loro di farla franca e di far passare come non credibili vittime.”

    Il testo è tratto dal blog di Massimiliano Frassi Fondatore e Presidente dell’Associazione Prometeo: http://massimilianofrassi.splinder.com. http://www.associazioneprometeo.it.

    Blackjack

  8. Anghelos il 28 aprile 2007 alle 14:58

    Ma questa discussione, che sta portando in superficie una realtà e dei fatti che nell’esposizione televisiva raramente trovano spazio, riesce ad uscire dagli spazi in cui avviene? Zola scrive il “J’accuse” e il movimento revisionista pro-Dreyfus si mette in moto, le tv statunitensi mostrano le bare provenienti dal Vietnam e la macchina del consenso si inceppa, ma il caso McMartin e questa testimonianza smuovono qualcosa al di là del confine dei lettori di questi blog?

  9. Livermore il 28 aprile 2007 alle 16:06

    Alla domanda di Anghelos è difficile rispondere. Verrebbe da dire di no, non si smuove niente. In tempi di solitudine e disgregazione sociale, la psicosi del pedofilo sembra rappresentare, insieme alla nazionale di calcio, l’ultima grande chance di unità per un gruppo o una società in crisi, per dirla con Girard l’unico momento di riappacificazione e ricomposizione collettiva attraverso l’attivazione del meccanismo vittimario.

    @ V.Binaghi: ha ragione a suggerire prudenza; costruire teorie del sociale su fatti di cronaca è certamente rischioso, è un gioco allegorico che al limite possiamo permetterci di praticare con il romanzo.
    Ma cos’è poi il romanzo? Sono troppo avvezzo a intendere la tradizione letteraria come strumento per interpretare l’esperienza ordinaria. I romanzi sono per me modelli alternativi, elementi di disturbo che esaltano la differenza, “epifanie imaginate e finte”, direbbe Vico, che possono tendere, se non alla verità (concetto che maneggio sempre con certa diffidenza), almeno alla costituzione di strutture e modelli possibili, alternativi rispetto alla realtà più i-mediata. La letteratura è anche una sociologia portatile dalla quale si avrebbe parecchio da imparare, non trovi?

  10. valter binaghi il 28 aprile 2007 alle 16:22

    @Livermore
    Ci sto ancora pensando a cosa sia il romanzo. Averne scritti non aiuta perchè, da sempre, altro è conoscere, altro conoscere la conoscenza. Quasi tutte le persone che incontro hanno sufficente buon senso per trattare i loro affari e i loro affetti, ma pochi possiedono una teoria adeguata della conoscenza.
    Credo che il romanzo sia un’allegoria più o meno consapevole, mentre la letteratura sociologica, compresa quella di commento alla cronaca, lo è molto meno. Si sente più vicina alla storia che alla letteratura, ma anche la storia è un’allegoria. Puoi parlare del 25 aprile citando la pacificazione o le vendette, la strage di Marzabotto o le foibe, e ognuno riuscirà a dire qualcosa di vero, ma “il vero è l’intero” (Hegel) e l’orientamento che si dà alla comprensione del periodo sarà comunque prospettico: alla fine avrà ragione Nietzsche e la storia la scriveranno i vincitori.
    I crimini più orrendi come la pedofilia scatenano pulsioni incontrellabili, dalla caccia al mostro alla psicologizzazione del reato, e appellarsi a errori giudiziari o ai molti reati effettivi rimasti impuniti, contribuisce a scrivere romanzi controriformistici o illuministici, pericolosi perchè inconsapevoli di essere tali.

  11. La Lipperini il 28 aprile 2007 alle 16:50

    Provo a rispondere alla domanda di Anghelos con un sì, forse.
    Con il caso di Marco Dimitri è successo: la controinchiesta documentata nel libro, a sua volta rilanciato da alcuni quotidiani, sortì effetto. Dimitri è stato riconosciuto innocente.
    Per quanto riguarda il caso di cui si discute in questi giorni, mi sembra che i dubbi stiano uscendo dalla cerchia dei blog. L’articolo di Carlo Bonini, su Repubblica di oggi, ne è un esempio.
    Per quanto riguarda la televisione, il tasto è dolente. Che la televisione desideri mostri, e molto spesso ne crei, non è una novità. Il caso di Cogne non è che la riprova più triste, e vergognosa, di questa tendenza.

  12. icaro il 28 aprile 2007 alle 17:51

    Si potrebbe dire: “Alt, fermi tutti! Mettiamo degli osservatori ma lasciamo che la vita dei bambini si svolga serena e vediamo cosa salta fuori”.? Non ho un’idea precisa in proposito, però mettendo persone esperte che garantiscano un sereno svolgimento delle attività, questo potrebbe essere d’aiuto sia a mettere in luce i problemi sia a riportare la normalità e ricostruire una realtà sana e buona per questi bambini. Però sono cose molto delicate, quindi non saprei. Oltretutto includerei in questo anche le famiglie perché insomma, forse si dovrebbe avere una visione un po’ ampia.

  13. Livermore il 28 aprile 2007 alle 18:07

    Successi incoraggianti, quelli elencati da Lipperini. E ciò nonostante continuo ad avere sensazioni atroci, forse seguite alla conversazione avuta qualche giorno fa con un vecchio amico, oggi insegnante in una scuola elementare: “talvolta – ha confessato – mi sorprendo a riflettere sul caso o meno di compiere gesti che prima mi erano spontanei, come il semplice posare la mano sul capelli del bambino in segno di approvazione. In cosa ci stanno trasformando?”.

    @Valter Binaghi
    Capisco. Beninteso, sono ben lontano anch’io dall’avere in tasca una teoria definitiva del romanzo. E d’acchito mi pare di poter essere d’accordo con te circa il pericolo insito nello scrivere romanzi partendo da crimini orrendi come la pedofilia, nel senso che forse così rischiamo di identificare il romanzo con uno dei suoi metalivelli, assegnando al romanzo stesso il valore, un po’ limitativo, di critica sociologica, riducendolo a ideologia…

  14. valter binaghi il 28 aprile 2007 alle 18:40

    @Livermore
    Io credo che la cronaca giovi più al romanzo che alla sociologia.
    Il sociologo dovrebbe ragionare più in termini di strutture che di eventi.
    Lo spettacolo invece, cioè la promozione della cronaca a stimolante di massa, risponde a istanze complesse. E’ vero che con la paura si governa, per esempio presentandosi come tutori dell’ordine pubblico e moralizzatori dei costumi, ma anche il discredito dell’informazione è uno strumento pedagogico: si insinua nella gente l’idea che certe enormità sono solo montature. Come ho già scritto sul blog di Loredana Lipperini, dopo lo “smascheramento” del caso Dimitri fatto in un certo modo dal collettivo Luther Blisset, la pedofilia e il satanismo sono apparsi a molti “montature clerico-fasciste”. Poi, il caso delle Bestie di Satana (dove la pedofilia non c’entra ma c’entrano crimini rituali) si è dovuto prendere atto che questi inferni esistono.

  15. […] l’esperienza sulla viva pelle di Marco Rovelli […]

  16. Lorenzo Galbiati il 28 aprile 2007 alle 19:50

    Al fantomatico senso della realtà sempre meglio preferire l’esperienza.
    lorenz

  17. Nicolò La Rocca il 28 aprile 2007 alle 21:14

    Secondo me la pedofilia e le accuse infondate sono su due piani diversi, entrambi da eliminare. Cioè: i pedofili esistono e sono da buttare in carcere, senza far ricorso a nessun genere di psicologismo. Le accuse infondate sono un altro male (presente non solo nella pedofilia), probabilmente frutto di una degenerazione della comunicazione di massa diventata parlottio provinciale, chiacchiera piena di dicerie infamanti. Si fa tutto provincia.

  18. Livermore il 29 aprile 2007 alle 11:31

    @ V. Binaghi
    Ho seguito il dibattito sul blog di L. Lipperini. Dico qui quel che, se mi resterà tempo, dirò anche là. Ricordo che qualche tempo fa Umberto Eco scriveva (semplificando come suo solito per rendersi il più possibile comprensibile) che se da una parte il ruolo dell’intellettuale è di intervenire quando sta accadendo qualcosa e nessuno se ne accorge, dall’altra non ha senso intervenire se del problema sono coscienti tutti. In quel caso è meglio che l’intellettuale non ingombri inutilmente pagine di giornale per dire cose che pensa anche il suo portinaio.
    Ora, a mio avviso, quando il collettivo Luther Blissett intervenne sulla vicenda di Dimitri, fece bene a farlo, e proprio per le ragioni suddette: stava accadendo qualcosa di grave e andava segnalato. L’accusa rivolta al collettivo di aver al contempo ridicolizzato l’allerta su certi tipi di crimini è pertinente ma non mi convince del tutto, e se così fosse pazienza, salvare un innocente ha sempre un prezzo, come l’anno di carcere, gli undici mesi d’esilio e i temila franchi di ammenda pagati da Zola dopo il “j’accuse” (per non dire della sospensione dalla Legion d’Onore, gli insulti, le aggressioni e il linciaggio).
    Piuttosto, proseguendo sulla stessa falsariga di Eco, c’è da chiedersi se sia il caso di proseguire nella campagna ogni qual volta scoppi un caso di pedofilia o se ormai tutti siano coscienti del problema relativo al rischio di una caccia alle streghe. Il pericolo, ad insistere eccessivamente nella campagna, è proprio quello da te paventato, ossia la tendenza a delegittimare l’accusa e a trasformare in bufala ogni notizia di pedofilia.
    Direi che a giudicare dai discorsi che capita ancora di sentire sull’autobus, il desiderio di cappio al di là di prove provate è ancora forte e ben radicata tra le persone. Lo so, trarre leggi generali dai discorsi che capita di sentire sull’autobus è un po’ azzardato, me ne rendo conto, ma mi sento di rischiare, e dico che se Lipperini, o chi per essa, allorché un caso di pedofilia finisce sulle prime pagine dei (tele)giornali, ci allerta scrivendo ‘Badate che in questi anni, su vicende simili, abbiamo preso dei grossi abbagli, rischiando di mandare in galera degli innocenti’, compie ancora un ragionevole atto di prudenza a garanzia di tutti.

  19. andrea inglese il 29 aprile 2007 alle 12:59

    Bel pezzo Marco, e da brividi.
    Non posso che ricordare un bellissimo documentario sull’argomento, titolo originale “Capturing the Friedmans” di Andrew Jarecki del 2003, e poi circolato come DVD.

    Nel caso di questo documentario, la vicenda è più complessa rispettoa a quanti (tutti noi in fondo) che vorrebbero vederci chiaro: perdofilo che ha commesso un crimine, punito; e brava persona, innocente. Sappiamo che anche quando le cose sono chiare, senza ombra di equivoco, è possibile inquinarle consapevolmente o meno. Anche se la trasformazione di un perfetto innocente in un mostro non è cosa facile né di tutti i giorni.

    Ma a volte, le situzioni sono invece fin dall’inizio ambigue, o semplicemente non cosi nette. La storia raccontata da Jarecki è quella di un buon padre di famiglia, accusato ad un certo punto delle peggiori violenze sessuali su un gruppo di una decina di bambini. A suo carico, la presenza di materiale pornografico pedofilo in casa sua. (Fatto questo incontestabile.) Il documentario getta serissimi dubbi invece sulle testimonianze dei bambini, sul modo in cui l’inchiesta è stata portata avanti, sulla colpevolezza del padre. E qui si vede come sia ben più difficile, in certi casi, tracciare quella linea chiara tra la brava persona e il criminale. Dobbiamo pensare che un consumatore di materiale pornografico pedofilo sia con altissima probabilità anche un seviziatore di bambini? Questo è stato in qualche modo il presupposto dell’inchiesta, che non si è data minimamente la pena di presumere “non colpevole” di abusi sessuali, un signore che aveva in casa riviste pedofile.

    Di fronte a tali intrecci di ombra e luci, verrebbe da dire che l’unica guida è innanzitutto la possibilità di parlare di tutto, senza tabù, ma con grande circospezione e ragionevolezza, evitando di costruirci delle ceretezze, magari basata sulle più genuine reazioni di pancia. Motivo, questo, che dovrebbe farci ridere, almeno, quanto ai postulati di “cittadella morale” della famiglia eterosessuale, con sigillo cattolico.

    La lezione di Jarecki è almeno questa: in una società sessuofobica (come quella statunitense), tutti i sogni ad occhi aperti sono possibili. Solo discutendo apertamente, e con la volontà di capire, possiamo non certo esorcizzare l’orrore, che comunque esiste, ma non diventarne complici inconsapevoli, come succede ogni volta che s’innesca un meccanismo sacrificale.

  20. andrea inglese il 29 aprile 2007 alle 13:37

    C’è un altro punto.
    I mostri sono assai rari. Mentre le mostruosità sono molto frequenti. Questo ci porta a constatare che molte cosidette “brave persone” sono in grado di commettere mostruosità. Cosi come non per forza qualcuno di “poco rispettabile” deve fare anche cose mostruose.

    Mi hanno detto che a Malindi, in Kenya, fiorisce nei villaggi turistici frequentati sopratutto da italiani e spesso gestiti da essi un turismo sessuale che non risparmia i minori. Si tratta di brava gente del nord industrioso. Gente rispettabile che fa vacanze “mostruose”.

  21. Giulia il 29 aprile 2007 alle 15:00

    Questa mi sembra la discussione di gente che vuol capire, che vuole andare a fondo del problema e l’ho letta con molto interesse. Sul mio blog, avevo provato a sollevare il problema, magari in modo sbagliato, ma la discussione che bne è seguita, mi ha lasciato di stucco e senza parole. Ciao Giulia

  22. valter binaghi il 29 aprile 2007 alle 18:07

    @Inglese
    Forse chi colleziona materiale pedopornografico non organizza festini nel quartiere, ma è probabile che faccia vacanze “mostruose”. E’ vero, un possessore di foto non può essere accusato di violenze fisiche su un bambino.
    Ma siamo sicuri che il possesso di questo materiale vada considerato acqua fresca? Chi tuona sempre e comunque contro la censura e rivendica un diritto alla libertà di espressione esteso a certe sottoculture, poi fa proprio bene a stracciarsi le vesti contro l’immagine a lungo vezzeggiata trasformata in azione? E lo schifo, il disgusto che il popolino prova per certe manifestazioni, siamo sicuri che è un’eredità dell’australopiteco o il sentimento di apprezzamento e ripulsa, origine dei sentimenti morali?
    Vuoi costruire un diritto senza un’etica?
    Il liberalismo ci prova da trecento anni, i risultati sono risibili: quando non tiene, va a pescare di soppiatto da qualche parrocchia.

  23. The O.C. il 29 aprile 2007 alle 18:28

    @lipperini
    Te lo consiglio, il buon Bonini. Un vero mastino.

  24. Lucio Angelini il 29 aprile 2007 alle 18:43

    Ricordo che la stampa mondiale battè la grancassa per mesi sul mostro di Milwakee. Poi venne fuori che Jeffrey Dahmer non era quel mite e tranquillo vicino di casa che si diceva. Nello stesso tempo Marco Travaglio vive di controinchieste sui misfatti di Berlusconi. Ma il Nostro è stato assolto anche di recente per “non aver commesso il fatto” (processo SME). Ahimè. Bastassero inchieste e/o controinchieste a far saltare fuori la verità…

  25. Matteo il 29 aprile 2007 alle 18:47

    Un ottimo articolo sul tema è stato scritto da Elena Loewenthal ed è comparso sulla Stampa dello scorso venerdì.

    http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=2868&ID_sezione=&sezione=

  26. andrea inglese il 29 aprile 2007 alle 22:52

    a binaghi
    “E’ vero, un possessore di foto non può essere accusato di violenze fisiche su un bambino.
    Ma siamo sicuri che il possesso di questo materiale vada considerato acqua fresca?”

    Un possessore di foto pedofile deve essere accusato di possedere foto pedofile e ricevere la sanzione penale che corrisponde a cio’ di cui è realmente responsabile.

    Il furore popolare, cosi come quello dei parenti delle vittime, è una cosa. La sanzione penale un’altra. Io ho istinti omicidi nei confronti di persone che commettono anche solo piccole violenze nei confronti delle persone che amo molto. Grazie al cielo non saro’ mai giudice di quanto potrebbe accadere ai miei cari.

  27. valter binaghi il 29 aprile 2007 alle 23:53

    @inglese
    Ma è sul senso comune oltre che su una giustizia distributiva che si fonda il diritto. Senza indignazione nè condanna morale non si arriverebbe a riconoscere un’azione come reato, e quindi a sanzionarla.
    Le due cose sono distinte, non autonome.

  28. andrea inglese il 30 aprile 2007 alle 09:51

    Binaghi, hai veramente l’impressione che il senso comune sia benevolo nei confronti di chi commette abusi sessuali sui bambini? Lo sai che in carcere chi è stato condannato per questo tipo di reati viene situato in zone apposite e vive separato dagli altri detenuti, perché rischia la pelle? Anche i cosidetti delinquenti hanno ben radicato il sentimento dell’indignazione, a quanto pare.

  29. The O.C. from David Lynch il 30 aprile 2007 alle 10:49

    C’è anche la reazione isterica di chi denuncia l’occultismo della famiglia (cattolica?), crocicchio di istinti repressi e sfogatoio dei puttantour lastminute. Eppure se venissero confermate le cronache gotiche degli ultimi giorni esse descriverebbero ben altro sabba: il miglior asilo del profondo Lazio, l’erbetta verde e i giochi intelligenti, l’arredamento a misura di bambino, insomma il reame della pedagogia applicata all’immaginazione infantile che mescolandosi alla realtà adulta produce piccoli delatori e grandi stupratori. Il micromondo montessoriano come un gelido prendersi cura della malvagità, in uno spazio razionale quanto mostruoso. Aspettiamo pure l’ultima sentenza di “Telefono Azzurro”, ennesimo incubo baudrillardiano. Ma sarebbe davvero inquietante scoprire che gli ideali laici di questa scuola sempre più desessualizzata e disumanizzata sono una realtà infernale. Sarebbe una bella pietra sopra le ambizioni e gli ideali psicologici che s’illudevano di estirpare il male normalizzando i nostri istinti più bestiali (e banali). “Twin Peaks” ce l’ha insegnato. Scende la notte sull’eterna provincia romana: “Lynchtown è una graziosa piccola borgata, tipicamente americana, in mezzo a un oceano di foreste, che, forte del suo benessere organizzato e del suo ordine, resiste a un’atmosfera di sconfinato mistero. (…) A Lynchtown tutto è a portata di mano, tutto e vicino, tutti si conoscono (la neighbourhood acquista in Lynch un significato quasi metafisico). E tuttavia, calata la notte, quante ombre si affollano alle porte delle sue casette; e quando i giovani appena risvegliati all’amore passeggiano sotto gli alberi che costeggiano i viali, si sentono, non troppo lontano, gli ululati dei lupi. (…) E’ anche una superficie, ma con un unico lato, non è infatti un luogo che abbia un opposto. E’ un villaggio Potemkin che non ha nulla da nascondere, nemmeno il nulla”. (Michel Chion, “David Lynch”, Lindau 1995)

  30. icaro il 30 aprile 2007 alle 16:53

    L’autore di questo testo non è fatto a compartimenti stagni, così se scrive nel proprio blog delle frasi di un certo tipo, come fa dopo a mettersi in relazione con l’innocenza di un bambino? come fa dopo a richiamare l’attenzione su di sé come un novello Giobbe? Si penta di quelle parole del blog, caro mio.

  31. marco rovelli il 30 aprile 2007 alle 17:08

    Mi piacerebbe sapere di quali frasi dovrei pentirmi.

  32. icaro il 30 aprile 2007 alle 17:35

    Il protagonista di questa storia scrive nel proprio blog delle parole oscene, che poi vengono prese come prova d’accusa. Appunto di queste parlavo. Pensavo fosse una storia vera, allora era un consiglio per la pace del protaginista.

  33. marco rovelli il 30 aprile 2007 alle 17:37

    (In ogni caso, io non richiamo l’attenzione su di me come un novello Giobbe. Legga bene)

  34. marco rovelli il 30 aprile 2007 alle 17:42

    Allora, proviamo a mette un po’ di ordine. Questa è una storia vera. La seconda parte è una riflessione a margine, che si riferisce a un altro episodio, che con il primo non ha relazione (se non, appunto, tematicamente). Insomma, non so dove si sia potuto leggere che quanto si scrive nella seconda parte abbia costituito una prova d’accusa. (Ma poi, – fingiamo pure che il monologo “Afferramento” fosse stato pubblicato molti anni prima, e fosse stato letto da qualcuno del comune di Lerici, e si fosse sparsa la voce che il sottoscritto scrive anche testi erotici – ebbene, che ne verrebbe quanto all’accusa di pedofilia?)

  35. Elena il 30 aprile 2007 alle 17:48

    …e poi perchè pentirsi?
    le persone intelligenti si confrontano, sempre!

  36. icaro il 30 aprile 2007 alle 18:07

    Visto che è stato postato lo consideravo più un testo letterario che un racconto di testimonianza. Allora come testo mi sembrava non del tutto logico, cioè la storia non sembrava coerente, proprio per la lamentazione del protagonista e dall’altra parte un testo erotico, che non è cosa adatta a un bambino. Non li metto questi due fatti in relazione, e non posso nemmeno giudicare. Il mio era un consiglio perlopiù letterario, o tecnico, per risolvere il lamento dell’uomo che si domanda il perché. Ma fuori dall’ambito letterario non posso giudicare e non avrebbe senso. Quindi mi scuso se non sono stato chiaro.

  37. icaro il 30 aprile 2007 alle 18:17

    Ho fatto confusione. Prima pensavo che la storia fosse vera ma che non fossi tu il protagonista, per cui fosse una cosa letteraria. La seconda parte l’hai riportata allora perché?

  38. icaro il 30 aprile 2007 alle 18:20

    Vabbè, fidati; voleva essere una buona parola, come dire di darti pace e di non cedere alle tentazioni, perché poi le tentazioni ti presentano il conto. Ecco, scusa, ho detto.

  39. marco rovelli il 30 aprile 2007 alle 18:22

    Icaro, mi sono limitato a mettere in relazione due eventi della mia vita (uno che mi ha colpito profondamente; l’altro che è restato a livello di osservazione) che avevano una relazione interna: ambedue avevano a che fare con la “pedofilia”. Da una parte io – l’estraneo alla famiglia – che vengo accusato di essere un pedofilo; dall’altra, un fatto che dice come in realtà gli abusi sui minori sono commessi, per la maggior parte, in seno alla famiglia.

  40. icaro il 30 aprile 2007 alle 18:35

    Ah, ridomando scusa. Ho letto di queste notizie in vari articoli e discussioni e ho fatto un minestrone.

  41. icaro il 30 aprile 2007 alle 18:43

    Tieni presente che c’è un film, Anna dei miracoli – mi pare, in cui c’è proprio il rapporto d’amore, inteso come amore non passione, che si instaura tra una governante, o educatrice, con la bambina che non parla e non sente. Un bellissimo film. Certo un’educatrice donna è un po’ diverso da un uomo, meno problemi. L’amore è proprio una cura, ed ha regole ben precise. Altrimenti si va su un terreno minato. Questo film l’ho visto molti anni fa ma mi è rimasto in mente come uno dei film che porterei su un’isola deserta. Ciao, e grazie per questa piccola riflessione.

  42. marco rovelli il 30 aprile 2007 alle 22:20

    Non l’ho mai visto, purtroppo, ma lo conosco perché uno dei miei gruppi culto della mia età rockera erano The Miracle Workers, band garage punk di Portland, Oregon, che appunto aveva preso il nome dal titolo originale di quel film…

  43. […] l’esperienza sulla viva pelle di Marco Rovelli […]

  44. the O.C. il 1 maggio 2007 alle 16:23

    @nazione
    Non so se a qualcuno interessa. Ma se visitate il sito di lorsignori del Male quissù, alla voce “Chi siamo”, potete leggere che “Si riceve solo su appuntamento”. Hai capito le rockstar, mejo der Berlusca.
    Saluti



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