Il quinto (metaletterario) capitolo di “Golden Gate” di Vikram Seth

1 maggio 2007
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[i capitoli precedenti si trovano qui, qui, qui e qui ]

5.1

Una settimana fa, terminato
il capitolo che avete appena letto,
e, con impegno sempre immutato,
creato ciò che avrei in seguito detto,
un editore – a una festa elegante
(con buon vino, cibo, chiacchiere tante)
ospitata da (viva!) Thomas Cook,
dove fu celebrata, e forse più,
la mia guida del Tibet – mi fa: “Senti,
il prossimo libro?”. “Un romanzo…”. “Bene!
Speriamo che tu, mio caro Seth me ne-”
“…in versi”. Si fa giallo. Mostra i denti.
“Che meravigliosa… eccentricità!”
E fingendo distacco, se ne va.


5.2

Critici ed editori… tutti hanno
storto il naso. Non ero nel giusto.
Un autore è un artritico in affanno
tra questi Dei muscolari del Gusto.
Per il biancomangiare si è poeta?
Il mondo è duro. Non lo sa, l’asceta?
Sbavare tra le rime è ok, s’intende;
ma la domanda è: lo sputo vende?
Titubando dentro casa in depressione
la volontà è esausta. Il cuore pesto.
La mia lira ormai è muta. Ho per questo,
per aver conforto, una riunione
indetto con amici o presunti tali
per spiegar i miei traguardi finali.

5.3

Come giustificare questa stanza?
Le rime molli? La musa indolente?
L’assurdità di questa stravaganza
démodé? Come usare (indifferente
al tempo) le forme dell’Onègin
nell’impavida fornace di Reagan?
I pani certo non lieviteranno,
davanti ai miei occhi avvizziranno.
Dei miei versi non so dare ragione.
Ma poiché nessun sudario di termini
potrà salvare il mio corpo dai vermi,
posso imbarcarmi nell’operazione.
Se fila, bene; se no, una spiegazione
non rinvierà la sua tumulazione.

5.4

Mi chiedon perché ho usato il tetrametro.
Perché un tempo era nobile, eppure
stenta di fronte all’altero pentametro,
maestà dell’inglese. A malincuore
vedo queste meravigliose strofe
sminuirsi (negli Hudibrastic Poems,
d’ogni genere di trucco cosparsi
artefatti e non ortodossi), mutarsi.
Ma perché prender tutto così male?
Così non sarebbe se io potessi
curare la ragione e il ritmo stessi,
per riaffermarli, ma (ed è fatale!)
un giorno non ci sarà più per me
tempo d’aspettare. Ecco perché.

5.5

Lettore, basta con l’apologia;
ascoltami se credo conveniente –
prima di arrestare questa litania –
fissare una strofa in modo suadente
perché tu spenda del tempo in riposo
con questa fonte di gusto corposo:
chiara, dolce, gaia, fluente, colta.
Quest’omaggio lo devo a ciò che una volta
mi ha regalato, in ispirazione
e in delizia. Per me vale un memento
di quanto devo a Puskin, all’immenso
lavoro di Johnston sulla traduzione
di Eugene Onegin – come spumante,
la sua effervescenza è quasi accecante.

5.6

…ma torniamo da Ed. Lunedì. Le sette.
La giornata in ufficio è terminata.
Provando a lenire, da un persistente
malumore, la sua mente estenuata,
medita sul caffè. Qual è il miglior
prodotto tra i marchi Encore e Savor?
Quale etichetta avrà maggior successo?
E la strategia mediatica? Depresso,
offre qualche cent a un alcolizzato,
davanti alla vetrina d’un negozio
fissa i capelli arruffati, con strazio
se li riaggiusta. “È quasi scontato
che non lo rivedrò mai più.” Inquieto,
si sente provare un male inconsueto.

5.7

È buio. Ed guida. I lampioni brillano
nell’aria ormai irrigidita. Invece
i globi della City Hall scintillano
– quali paillettes su abiti nero-pece –
sull’acqua come sfere incandescenti
attraverso la baia, figlia imperti-
nente del Pacifico; su colline
e pontili, luci rosse cristalline
colmano il cielo di rubini. Lesti,
aerei segnano il cielo, luminosi.
Ed avanza in uno stato d’ipnosi
lungo il ponte. Non misurando i gesti,
parcheggia e fissa al di là dallo stretto
l’acqua sotto al Golden Gate… che effetto!

5.8

Tranquillo e senza dir parola alcuna
ammira la città più bella al mondo.
Qualsiasi lode è inopportuna:
se la osservaste così (sullo sfondo
della marea nera di luci imperlata,
con un po’ di nebbia, pinnacolata),
la vedreste, come io la vedo, magica.
Stanotte, mentre Ed, solo e nostalgico,
osserva la Marina, poi la piazza,
la torre, Fort Point, il Presidio – sente
una forma di letizia crescente
nel cuore, un’aura che lo spiazza.
Si chiede: “Chiamo Phil? Meglio di no.
Come mi ha pregato, gli scriverò.”

5.9

Torna a casa, dà da mangiare a Schwarz,
e compone un messaggio come viene.
Perplesso, legge lo scritto che fa:
Caro Phil, chiedo venia, non so bene
che potresti dire se leggerai…
‘È incredibile! – forse penserai –
Abbiamo parlato due giorni interi.
C’è qualcosa da aggiungere?’ Sì, vedi…
lascia che spieghi la mia posizione…
Ed brontola tra sé: “No, è una balla!”
Appallottola il foglio in una palla,
lancia la sua oscura petizione
in un angolo buio della stanza,
sentendo in sé una frustrante mancanza.

5.10

Qualcosa ha ferito il suo cuore al punto
che ora procede lento sulla via
casa-ufficio-casa, con disappunto,
(per suonare non ha l’energia,
né per scherzare o giocare a tennis)
e i colleghi curiosi fanno accenni
continui per afferrarne la causa.
Ed risponde che “non lo sa… una nausea…”:
in verità è evasivo solo in parte,
perché anch’egli non ha le idee chiare.
Come regola ha cercato di stare
lontano dai persuasori, dall’arte
di Phil. Dai luoghi comuni ha imparato:
“Chi ama un bisex rimane scottato.”

5.11

Perché allora Ed, senza protezione
(sfidato dai soldati di Cupido)
dalle ricadute della passione,
ha ceduto il cuore a Phil? È un disguido?
La sua condizione – vive da solo,
anche se sposato, col suo figliolo –
gli conferisce la giusta attrattiva,
di persona ferma e non remissiva.
Phil gli indicherà una direzione?
Questo sogno di Ed finirà male?
È dunque Phil “quell’amico speciale”?
Come (Ed si pone la questione),
se anche s’incontrano, riuscirà
a convincer Phil alla castità?

5.12

Passa un mese. Ed ritorna a calcare
i campi da tennis, gli scherzi, lavora
in modo efficiente, senza svelare
il dolore ciclico che dimora
sotto il riso, di giorno, e che emerge
improvviso se nella notte s’immerge.
Sa di non aver possibilità,
ma ha speranza che Phil chiamerà,
e, ogni tanto, alza la cornetta
per sentirlo, il suo amico, o magari
gli scrive ma – come tutti quei rari
tipi con un’apparenza perfetta –
il dubbio lo invade, e lo inibisce.
E la sua incerta intenzione fallisce.

5.13

Ogni tanto, tra telefono e lettere,
si ripete: “Dovrei vedere Sue.
Ho perduto il suo concerto”, ammette.
“Mi riscatterò…”. Arriva laggiù,
alla sua porta, un venerdì sera,
guidando in autostrada un’ora intera,
con il suo fido animale al guinzaglio.
“Ciao, sorellina!”. Un qualche spiraglio
di luce – gioca a scacchi, gli cucina –
Sue spera di creare nel suo sguardo.
Parla solo alle sei: “Scusa l’azzardo…
Sue, devi aiutarmi. Da stamattina
cerco un’abitazione a Cowper Street”
“Chi ci vive?” “Vorrei incontrarlo… Phil.”

5.14

Phil e il figlio preparano la cena
e giocano a filetto. L’acuto Paul
sa che sforzarsi non vale la pena,
quando entrambi i giocatori cono-
scono il gioco. “Insegnami gli scacchi.”
Phil si preoccupa: “Meglio evitar smacchi.
Questo ragazzo è troppo intelligente.
Claire… o il dottor Spock probabilmente…
sosterrebbe questa precocità…
In breve mi potrebbe diventare
un amante del fianchetto… eliminare,
distrugger così ogni curiosità…”
Ma d’un tratto, con un caos niente male,
gli piomba in casa Ed col suo animale.

5.15

“Ed!”. “Pa’, che succede?”. “Phil, ti disturbo,
lo so, però…” “No, nient’affatto, siedi.
Ma lega il mostro”. “Alludi con sgarbo
a Schwarzenegger?” “Sì, buffone. Vedi
che Paul ne ha terrore?” “No, non è vero…
papà… lo giuro…”, Paul dice sincero.
“Paul, ti presento Ed”. “Ciao”. “E questa qui
è la mia iguana”. Con un sibilo (hii!)
la bestia chiosa la presentazione.
“E così, cosa ti ha portato da noi?”
Ed interpreta male e dice poi
– mezzo spaurito per l’incomprensione –
“Son venuto per vedere se tu…
Cioè, in verità sto andando da Sue.”

5.16

“Beh, resta e mangia”. “Sicuro?”. “Ti siedi?”
“Ed, m’insegni gli scacchi?”, chiede Paul.
“Di me potete fare a meno , vedi? ”
fa Phil, con ansia crescente, poi: “Bon,
vado a cucinare”. Ed, repentino,
soddisfa i desideri del bambino
(Tutti i Dorati hanno d’altro canto
navigato tra gli scacchi da quando
erano infanti, senza sentir il peso
del giudizio sciocco di bambini stanchi):
parla di torri nere, fanti bianchi,
prelati, storie di un re arreso,
di pedine – zarine soi-disant –
e di strage laterale, en passant.

5.17

Gli occhi di Paul si schiudono, la testa
ribolle a veder questo mondo nuovo.
Muto ai piedi di Ed, non arresta
i suoi discorsi. Mentre, dal suo covo
l’iguana sguscia a completare
l’interno da quadro medievale.
Davanti al cibo, Phil contempla Ed
che avvampa d’un rosso sangue testè.
Paul si addormenta a tavola seduto.
Phil lo porta a letto. “Non è malato,
è solo stanco – Phil torna –, stremato”.
Ed dice: “Ti son grato, ché hai potuto
reggere la mia triste compagnia.”
“Cosa?”. “Volevo chiamarti, ossia –

5.18

scriverti – ma m’assillava il pensiero…
(Ed guarda a terra) … che ti piacesse – cioè
– non so – ma non è certo lusinghiero –
Sono stato in dei gay-bar – Sai cos’è?
Se sei bello la gente ti palpeggia
– credo che nessuno ti ha mai maneggia-
to come se fossi un pezzo di carne…
(Phil si acciglia) – Ancora poche scarne
parole – ” La mente di Phil vacilla.
Dice: “Non capisco. Che vuoi dire, Ed?”
E lui (Phil prende una mano a sé.):
“È solo un’idea, come una scintilla –
una paura – Che ti piace, così –”
“Che mi piace solo il tuo corpo?” “Sì.”

5.19.

“Certo, mi piace!” “Vedi? Ho ragione.”
“Aggiornati, Ed. Dal tuo super-ego
sei stato venduto in liquidazione.
Sei un ragazzo affascinante. Ti prego,
non essere caustico. Non ho dubbi.
Ma questo parlare – ora t’arrabbi… –
questo esame continuo è maledetto.
Dico che dovremmo andarcene a letto.
Sembriamo chiarir tutto, ti dirò,
da orizzontali… No, non arrossire!”
Ed si alza: “Scusa, ma – devo fuggire –
Sue m’aspetta–”. “Non ostacolerò
questa tua disposizione fraterna,
vieni alla nostra colazione odierna.

5.20

E dillo a Sue”. Sei tipi di cereali,
cialde e sciroppo, salsicce, conserva,
uova al tegame – ingredienti regali
la mattina seguente – bacon, riserva,
caffè, quiche, crema al formaggio, biscotti,
brie, frutta, pane – alimenti ghiotti
per ogni ospite al picnic collettivo,
che, al comando del polo attrattivo
signorina Mrs Craven, inventrice
delle Colazioni all’Aperto, viene
per gonfiarsi fin a stordir ben bene
i sensi e il palato – ed è felice
di portare una leccornia da mangiare
con gli amici, per godere e esultare.

5.21

C’è un avvocato (criminale)
che parla a un ingegnere (civile)
di norme; un filosofo (morale)
del diavolo, mentre fa sparire
via nello stomaco un pane degli angeli.
La leziosa Rowena sembra piangere
tanto batte le ciglia. La forchetta
di Anne l’artista impala la porchetta
con stile. E sotto i possenti rami
della magnolia, una esplosione
di decibel. Da dietro una recinzione
Phil guarda Ed assorto tra i grami
pensieri, poi fende la ressa
di sconosciuti e a lui si appressa:

5.22

“Due mattine al mese”, dice, “alternando
sabbath per i cristiani e gli ebrei –
diamo questi pranzi, celebrando…
Ciao Joan, ciao Matt… Ed, scusami dovrei…
Solo un s– Vedo Chuck che nuovamente
sta a suonare con Paul… Dicevo, niente…
Celebriamo… Ed, scusa dov’è Sue?”
“Imprigionata a casa. La tribù
di Jan e dei suoi cari amici vengono
qui da vari posti dei dintorni
perché al museo Stanford questi giorni
c’è Rodin”. “Peccato. Ma lo ritengo
giusto.” “Phil, ma celebrare che…?” “Oh, sì…
Solo, che siamo ancora qui!”

5.23

“Ma… non lo trovi un po’ sproporzionato?”
“In verità, è una scusa per vederci,
stare insieme… Dico: hai osservato
tutto l’allestimento? Vogliamo berci
su? Ed! Basta spiluccare, assaggia…
Sì, tu! Il tuo piatto vuoto oltraggia
ogni intento di questa grande impresa…
Guarda Rowena… quanto sembra presa…
da… Attenzione!… La ragazza si innamora
di qualcuno che in questo festino…
Guarda qui! È certamente il destino!
I suoi occhi sono sicuri! E allora
dissimuliamo?… Troppo tardi! Ahimé!
Il razzo è diretto verso di te…

5.24

…Ciao Krakatoa, come va la vita?”
“Phil!… Chi è il tuo amico?” “Ed.” “Ciao caro!”
Miss Craven, la sua criniera esibita
al cielo della mattina, con raro
gesto bonario, dà un pizzico a un gluteo
di Ed che, come uno schizoide, muto
fa un sorrisino gelato dal terrore.
E ora, con acume ingannatore,
Rowena, dopo un accenno discreto
e calcolato contro i Lungless Labs,
sterza bruscamente: “Phil, resta là.
Sei libero? Un’oliva, un sottaceto?
Voglio che tu… e certo anche il tuo amico…
(lo tira per la guancia)… ora ti dico”.

5.25

“Scusa Rowena cara, ho un impegno.”
“Falso. Ho chiesto a tuo figlio”. “Ah… scusa,
ho un mal di testa che lascia il suo segno.
Son dovuto stare a letto”. “Una scusa!
Un bel giro, e tornerai stupendo.
Starai di certo meglio seguendo
il mio consulto non professionale,
pratico, equo, gratuito e puntuale.
Sono figlia di un medico, bello!
E poi… Paul, mamma, Matti e Joan
son rimasti… Getta qui la tua boa!”
Circuìti, come bestie da macello,
privi delle risorse razionali,
cedono a una forza senza pari.

5.26

“Schwarzie?”, fa Phil a un Ed accigliato.
“Sta in auto”. “Dai, portiamolo fuori”.
Dal sedile, dove si era accucciato,
muove, all’arrivo dei soccorritori,
la coda con fiera frustrazione.
Ed arretra, lancia un’imprecazione.
Giacché è placata dalle vettovaglie,
la verde bestia ottiene il suo guinzaglio.
Ma, soffrendo ancor l’indegnità
d’essere stata galeotta, si sbatte
in contrazioni e attacchi, e s’abbatte
con spregiudicata crudeltà
(e una serie di gesti truculenti)
sugli ospiti, che se ne vanno lenti.

5.27

Anne Gunn, mentre trae piacere intenso
dai prodotti divini del terreno,
ha deciso che Schwarzie “è stupendo”.
Gli altri s’avvicinano assai meno.
Alcuni giocano a football o a footsie,
altri vanno a una matinée di Tootsie,
a un match di tennis tra liceali
o a occuparsi dei loro vegetali,
a studiare statistica, la Serbia,
far shopping, stendersi, sonnecchiare,
a fumarsi una canna, a strimpellare
qualche rythm & blues, falciare l’erba,
far la promozione ai Lungless Labs,
sognare una casetta in Canadà.

5.28

Paul va via, con i tre Lamont, Rowena,
insieme a Mrs Craven, Phil ed Ed.
Phil che canticchia una sonatina
mentre le parole dei Grateful Dead
vengono riecheggiate, molto meglio
di quanto un parrocchetto al suo risveglio
sia mai riuscito a fare, dal più giovane
dei Craven. Dalla fattoria girovagano
con sacchi della spazzatura, e bastoni,
sono tutti arrivati a Campus Drive,
lì file di ulivi senza età ormai,
perduran – argentei – alle legioni
violente di automobili che riempiono
la strada dei vapori che emottono.

5.29

Adesso Chuck e Paul, severi, sterminano
dei mostri spaziali tra gli ulivi.
Più sotto Matt Lamont termina
una lezione ornitologica, ivi
sottolinea lievemente saccente:
“Non è un gracchio bronzato, è evidente.
È uno storno, si è sporcato le penne”.
Matt e Joan dicon che da sessantenni,
dedicheranno la loro pensione
a “uccelli e orchidee” (Detto tra noi:
ma un doppio senso lo scorgete anche voi?)
Lui definisce lei una “snobbona
orti-culturale”, Joan al contrario
pollice verde e tono lapidario,

5.30

sostiene il suo credo nella coltura
col miglior terreno in estensione:
esplosione aristocratica pura
di rose; oasi odorose al limone:
erba, melissa e geranio aromatico;
loto del Giappone e peri cimati;
grasse orchidee nei pressi del rovere:
ricche, varie, un’armonia in ogni dove;
nessuna impresa per una pediatra
con un figlio, una casa da badare,
un’ora al giorno da pendolare.
Il marito è di Phil il fisiatra;
ama i calembour, gli uccelli e si può
dire che è il secondo padre di Paul.

5.31

L’iguana, con beatitudine arborea,
tra i rami dell’ulivo tranquilla,
crogiolante giace. Ma con ardore
gladiatorio, gli Space Invaders la strigliano
dalla sua dolce siesta. E in stato
di choc si scuote, tutta spaesata
mette sul terreno i suoi sei zamponi,
mentre attorno echeggiano suoni
violenti, e lei si ritira all’ombra di Ed.
Rowena ride: “Si deve votare
Schwarzie a simbolo dell’Amicizia Mondiale”
“Ma”, grugnisce Ed, “che nesso c’è?”.
“Beh, in primo luogo, invece che combattere
violenza con violenza, Schwarzie se la batte.

5.32

Inoltre, la sua varietà di iguana
è difficile che venga rintracciata
tanto a Washington quanto all’Avana:
è davvero una bestia non allineata.
Una creatura di costumi erbivori,
che non farebbe male a essere vivo.
La sua passione vegetariana
è un monito all’intera razza umana
E da ultimo, Schwarzie sa mostrare –
scegliendosi un riparo tra i rami
di un ulivo – che se non li ami
i nemici, ti ci puoi almeno fidare.
In breve, ogni sua piccola azione
concorre a una simbolica missione”.

5.33

Prima che Ed possa rispondere,
si sente da sopra un enorme tonfo
e poi Chuck che urla da bisonte:
“Sei il mio peggiore amico”. Il trionfo
degli alleati è divenuto una faida.
Con espressione achillea, Paul sbraita:
“L’ho ucciso prima io”. “No, l’ho fatto io”.
L’alleanza finisce a schifìo,
si minaccia rottura totale;
ma quando Matt urla: “Ehi, vi imboscate?”
le contese vengono appianate,
e i due nemici si danno da fare
a scuotere i rami, e con la sua kodak
Matt immortala la loro eroica prova

5.34

Dall’irresponsabile corte diretta
a Ed l’irrispondente, Rowena
sa cambiar mira molto in fretta:
della Macchinazione Regina,
si rivolge a Phil, che impegnato
a raccogliere olive, non le dà spago.
Con le mani arrossate dal succo,
le maniche annerite come un bucchero,
la fronte e il collo grondanti,
canticchia e continua a infilare
le olive dai rami al tascapane
finché Mrs Craven chiama tutti quanti
a raccolta: “Abbiam tre borse piene.
A casa! Così, penso, può andare bene!”

5.35

Così fanno. Risciacquan le olive.
messe a bagno sotto l’acqua corrente,
e Mrs Craven, parla, fuma, sorride,
e con un sigaro in mano poi prende
a richiamare in vita il passato.
Senza tristezza parla del suo amato
marito, e dice con humor nero:
“È morto, anche s’ero io, a dire il vero,
quella che fumava di brutto…
Rowena? Mah… lei è tutta suo padre…
s’angoscia che il mondo decade…
ma s’anche davvero venisse distrutto…
a che serve che io mi tormenti?
Di fronte a ciò, non siamo impotenti?

5.36

Nel tardo pomeriggio, a passeggio,
Phil fa a Ed: “Rowena, mi sembra che sia
attratta da te. Perché tu indietreggi?”
“No, non fa parte della mia fantasia.
È sul tuo petto che vuole posarsi.
E anche dandoti retta, può darsi,
– ma non credo – le donne, di natura,
non fan per me”. “Cristo, che iattura!”
Phil ride. “Sei come un uccello affamato
che può mangiar soltanto malto o riso,
e pensa che il suo cibo preferito,
il grano, il miglio, è avvelenato.
Il piacere col credo va in conflitto.
Chissà quale dei due verrà sconfitto”.

5.37

“Lo trovi divertente?”. “Non direi”.
“Perché dici quel che dici, eh?”
“Non volevo prendere in giro né lei
né te, mi piace l’incoerenza… Beh,
ciò che è strambo, contrastante, ironico
mi rivitalizza, è come un tonico –
e le forme inesplicabili
ci vengono anche dagli alberi.
Ecco qua – l’‘acero della tribù’,
il mio preferito tra centinaia.
Gli uccelli, prima che scompaia
il sole, ci si vedono per un rendez-vous.
Come prelati assiepati in un conclave
indetto secondo un placet papale.

5.38

Ed ghigna del paragone coi preti,
malgrado se stesso: “Ti lascio stare,
sei divertente seppur mezz’eretico,
quindi: libero di ironizzare.
Ma… ma…, se il tuo humor si fa pesante…”
Son arrivati sotto l’albero intanto
e lo schiamazzo ha raggiunto una vetta
che gli buca i timpani come saetta
puntata al cuor della conversazione.
Gli uccelli strepitano, e la coppia,
impaurita dal loro ardore, scoppia
di una felicità senza ragione,
mentre il suono nella luce muore,
e si dischiude la notte incolore.

5.39

Notte tenebrosa e muta, amabile,
placa le ansie delle nostre vite,
curiosa, stupenda, indispensabile…
non importa quali immagini e epiteti
deve trovar il poeta per descrivere
il tuo silenzio: forse egli non vive
per questo – celebrar l’ammirazione
pel creato, trasferir l’emozione
dai suoi sentimenti alla pagina?
Notte, tra lampi di magnificenza,
ci offri sollievo dalle sofferenze
insormontabili. Con la tua magica
atmosfera, ci rendi una sola cosa
con la nostra anima corrosa.

5.40

Camminano nel buio che li inghiotte
non osando coi loro discorsi
far violenza a questa placida notte.
Quel silenzio, cui potrebbero opporsi,
dice più delle loro parole.
A casa, ecco la stridula prole:
appena li vede, Paul lancia un urlo.
Suo padre non se lo fila ed Il chiurlo
si strugge per la mia sfinge di quarzo
subito si mette a battere a macchina.
Paul va allora da Ed: “Ehi, giochi a scacchi?”
Quando s’addormentano Paul e Schwarzie,
Phil finalmente fa Ed: “Allora resti?”
Al che lui risponde: “Non ho pretesti”.

5.41

Al mattino dopo, nella cappella
di Sant’Anna, Ed si tuffa nel latino
della messa, anche se questo non debella
il degenerato acquitrino
in cui l’anima empia è affogata.
Trova la musica troppo elevata
per star in raccoglimento, suo malgrado,
nei soliti pensieri sul peccato.
La confessione allevia il prurito
della sua coscienza intransigente.
Poi va da Phil. Il succo sanguinolento
delle olive nere appena finite
nella ciotola bianca forma un segno,
scuro, incancellabile, indegno.

5.42

Mrs Craven distribuisce tutti i compiti
con abilità da capoguardia
(una vitalità senza confronti,
l’acutezza visiva di un corvo, caparbia):
“Svuota il lavandino, Paul – tu, Ed, prendi
un chilo di sale – Rowena, stendi
sulla tavola tutti gli asciugamani –
Joan, da quell’albero dodici limoni!..
Io chiamo i ristoranti per trovare
vasetti da mostarda… l’olio, Matt! –
Sciacqua ancora la frutta, Chuck – Phil, fa’
bollire l’acqua – cinque cent, mi pare
(Varranno almeno venti dollari!)
E da ultimo, zenzero e cipolla”.

5.43

Quando l’acqua bolle aggiunge il sale.
Immerge un uovo nella soluzione:
galleggia! A questo punto può passare
alla fase successiva: predispone
nei barattoli per marmellate
uno strato di olive disossate
e fettine secche di limone.
All’interno d’ogni combinazione,
riversa la salamoia ad arte.
La guarnizione d’olio d’oliva
come superficie protettiva –
E i vasetti vengon messi da parte.
Serrato il coperchio, incollata
l’etichetta… è finito! Rifiata.

5.44

Il gruppo di vasetti vien diviso
tra i lavoratori, un paio per ciascuno.
Arrivata la sera, Ed ha deciso
che tornare a casa è più opportuno.
Ancora una volta alla città,
ancora una volta al tran-tran
dell’ufficio, dalle nove alle cinque.
Ma Phil le sue intenzioni non finge:
“Sei bravo con Paul. Puoi restare,
domattina quando vuoi te ne vai.
Per i miei sentimenti? Beh ormai…”.
Ed si ferma e al primo albeggiare
prende la borsa e la bestia dal letto,
monta in macchina, altrove diretto.

[tradotto da Luca Dresda, Christian Raimo, Veronica Raimo]

One Response to Il quinto (metaletterario) capitolo di “Golden Gate” di Vikram Seth

  1. cappuccetto rosso il 1 maggio 2007 alle 14:30

    niente male
    veramente niente male!
    anche se preferisco leggere le tue poesie e i tuoi racconti!



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