Lesbosuore contro Daitarn III

7 maggio 2007
Pubblicato da

suore.jpg di Gianluca Morozzi

Si imparano molte cose in trentacinque anni di vita, e una di queste cose è: se ti avventuri in un rapporto a tre, sappi che poi ti toccherà dormire in modo scomodo e strano. E che la mattina ti sveglierai con dolori che ti saresti risparmiato, se avessi evitato di avventurarti in un rapporto a tre senza il fisico del caso.
Adesso mi fa male la spalla, per esempio. Sono davanti al palazzo milanese sede della rivista Rolling Stones –che, preciso per questioni legali, non ha nulla a che vedere con un’altra rivista dal nome molto simile ma non esattamente uguale-, sto per presentare il mio meraviglioso progetto al capo supremo di Rolling Stones, e mi tocca presentare il meraviglioso progetto con una spalla malridotta e dolorante. Per forza. A dormire in posizioni innaturali, queste cose succedono.
Ah, i bei tempi! Quando potevo russare da solo nel mio letto, coricarmi di schiena, di pancia o di fianco, cambiare posizione ottantacinque volte in una notte, alzarmi per aprire rumorosamente il frigo e ciucciare acqua gelata dalla bottiglia! Che libertà. Che tempi.
E invece no. Ho voluto buttarmi in questo trittico con due splendide ragazze, e adesso mi tocca dormire in una sola posizione. Tra parentesi, piuttosto scomoda.
Che perdita.

Sento su di me gli sguardi di un imprecisato numero di lettori maschi con gli occhi sbarrati e la bava alla bocca.
Forse è meglio spiegare.

L’antefatto

A un certo punto, com’è, come non è, la tua fidanzata Liala ti dice che ha delle curiosità, dei pruriti. Che, per quanto la vostra vita sessuale sia pienamente appagante, si potrebbero allargare gli orizzonti. Che ha conosciuto in chat una certa Viola, e questa Viola potrebbe diventare il terzo elemento della vostra collaudata vita di coppia.
Viola, scopri, all’idea di diventare il terzo elemento della vostra vita di coppia non ha detto di no.
Anzi.

Che pensereste voi, a questo punto?
Che, senza saperlo, siete morti.
E ascesi in paradiso.

Liala ti mostra alcune foto, ehm, audaci che Viola le ha inviato. Questa Viola dai lineamenti un po’ orientali non pare proprio niente male. Anzi.
Ma qui, intercettando il tuo sguardo, Liala mette sul tavolo una precisa condizione. La condizione è: nel corso delle interazioni a tre che si spera seguiranno, tu non dovrai mai sognarti di interagire con Viola. Scordati anche solo di sfiorarla, Viola. Viola interagirà soltanto con Liala, tu interagirai soltanto con Liala. Tu e Viola non interagirete neanche dipinti.

Cosa direste voi, a questo punto?
Direste anche voi Sì, benissimo, certo.

Poi, però, Liala alza la posta.
Dice che durante queste vostre, come dire, interazioni a tre, tu non dovrai guardare Viola troppo a lungo né soffermarti con sguardi lubrichi sulle grazie di Viola. Se nel corso delle operazioni Liala dovesse sorprenderti a sbirciare le grazie di Viola, tu sarai immediatamente espulso dalla triangolazione in corso.

Cosa direste, voi?
Secondo me direste ancora Sì, benissimo, certo.

Tra le righe, Liala ti fa capire che la bella Viola non prova il minimo interesse per il corpo maschile. Che, anzi, il contatto e la stessa vista del corpo maschile le fanno venire voglia di rigettare. E che la bella Viola, a giudicare da certi conturbanti messaggi e dagli incontri che, scopri, già si sono susseguiti tra le due tramite web-cam, ha una cotta bruciante per la tua fidanzata. E se accetta di dividerla con un disgustoso, ripugnante maschio dal corpo peloso, la pancetta da birra e la calvizie in arrivo, è solo e soltanto per amore.

Bene, pensi tu.
Ci sono morti molto peggiori.

Ma talvolta, come dice il poeta contemporaneo Manuel Agnelli, la sostanza si vendica sulla poesia.
Quando il gioco a tre comincia, scopri che non è mica tanto facile triangolare senza sfiorare neppure un gomito della bella Viola. E che è difficile, molto difficile, riuscire a non sfiorare Viola con lo sguardo, essendo lei nuda a cinque centimetri di distanza e, per di più, riflessa nella grande specchiera accanto al letto. E’ difficile. Molto difficile.
Finisci così per tracciare confini precisi, delimitando il raggio d’azione sul corpo di Liala e sforzandoti di non varcare quel confine mai. Liala, peraltro, controlla costantemente se stai sbirciando nello specchio. Una vita d’inferno, la tua.

Be’, insomma. Non esageriamo.

Ti tocca compiere degli atti di autentico equilibrismo, durante queste complesse triangolazioni. Sospensioni acrobatiche su ginocchia, polsi, fianchi, dalle quali esci dolorante e malandato.
Viola, divorata dall’amore per la tua fidanzata, tollera a malapena la tua presenza. Addirittura, in certi momenti in cui l’interazione tra te e Liala esclude la sua partecipazione, la gelosa Viola si alza dal letto, si sposta nell’angolo cucina del monolocale e comincia a prepararsi rumorosamente un centrifugato di carota. Il tutto mentre tu e Liala state- non riesco a dirlo meglio- copulando.
E nulla smorza gli ardori maschili quanto la preparazione di un centrifugato di carota a due metri di distanza.

La notte dormite tutti e tre insieme, naturalmente, nel tuo letto a una piazza e mezzo. Liala al centro, tu e Viola ai due lati di Liala, senza sfiorarvi neppure col respiro.
A dormire in tre in un letto a una piazza e mezzo ti tocca star fermo e immobile su un fianco, nella fettuccia di spazio a tua disposizione. Con un braccio incastrato sotto il cuscino, e una spalla piegata in un angolo innaturale.
Dato che dormi ben poco, in questa posizione e col dubbio che la gelosa Viola possa accoltellarti nel sonno, e dato che sei un creativo, in queste notti parzialmente insonni ti viene un’idea.
L’idea per una serie a fumetti decisamente non convenzionale, che potresti proporre alla rivista milanese Rolling Stones. Idea, forse, germogliata nell’humus della curiosa situazione che stai vivendo.
E con questo, ritorniamo alla situazione iniziale.

Ora io, il creativo, sono da un lato di una scrivania di un ufficio di un palazzo di una rivista milanese. Quella di cui si parlava all’inizio. Quella col nome simile, ma non uguale, a quell’altra celebre rivista milanese.
L’altro, il direttore della rivista milanese, è dall’altro lato della scrivania. La sua espressione è mediamente ben disposta, nel momento in cui comincio a illustrargli l’idea della mia serie a fumetti. Poi, poco a poco, la sua maschera s’incrina.

L’idea

“Allora” inizio “Il primo episodio della serie comincia con una scena alla Sex and the City, quattro belle ragazze intorno al tavolino di un caffè a parlare di scarpe e di sesso. Un po’ più di sesso che di scarpe, a dir la verità. Solo, anziché parlare di uomini, le quattro ragazze parlano di donne”.
“Ah”.
“Già. Di donne. Be’, le quattro ragazze sono le protagoniste della serie, i loro nomi sono, mi segua con attenzione, Anubi, Lemuria, Candida detta Candy, Pestilenza detta Pesty…”
“Pestilenza?”
“Detta Pesty, sì. Dunque, Anubi, Lemuria, Candy e Pesty sono lì a bere cocktail e a parlare delle loro ultime avventure sessuali, quando al loro tavolo si accosta una giovane e procace cameriera. Le quattro ragazze guardano la giovane cameriera con inequivocabile interesse, tanto che, quando la poverina osa chiedere alle perverse fanciulle se desiderano ancora qualche cosa, la perfida Lemuria fa una battuta molto ma molto diretta a sfondo sessuale. Ma a questo punto, a salvare la cameriera, arriva Daitarn III”.
“Daitarn III?”
“C’è l’eco in questo ufficio?”
“Eco?”
“Uhm, già. Dicevo, Daitarn III arriva a salvare la cameriera dalle malie delle quattro perverse protagoniste. Qui le ragazze si svelano per quello che sono: i loro tailleur e le loro scarpine eleganti svaniscono in uno sbuffo di vapore, rivelando le tonache nere delle Lesbosuore!”
“…”
“Si sente bene?”
“…”
“Ha bisogno di un po’ d’acqua?”
“…vada avanti. La prego”.
“Bene. La battaglia tra le Lesbosuore e Daitarn III si trasferisce all’esterno del caffè. I poteri mutanti delle Lesbosuore, poteri che peraltro non ho ancora definito con precisione ma che al momento di far partire la serie, le assicuro, saranno classificati con precisione, sembrano averla vinta contro il gigantesco robot. Ma sul più bello, come sempre, Daitarn III ricorda di avere l’arma invincibile all’energia solare. Le Lesbosuore sembrano sul punto di soccombere, ma anche loro ricordano di avere un’arma micidiale: il Fulmine Divino! Pesty e Anubi si baciano appassionatamente, con lingue in vista e palpeggiamenti assortiti…”
“…”
“Davanti al blasfemo spettacolo di due suore che si baciano appassionatamente in strada e in pieno giorno, un varco si apre nel cielo. Dal varco scaturisce un fulmine diretto verso le due peccatrici… ma Pesty e Anubi si scansano all’ultimo istante e il fulmine incenerisce Daitarn III! Le Lesbosuore hanno vinto ancora una volta”.
“…volta…”
“Ecco, il finale vorrei che fosse il tormentone di tutti gli episodi. Dopo ogni battaglia, le Lesbosuore festeggiano il trionfo con un’orgia nel convento che poi è la loro base segreta. Con la procace cameriera che, durante la battaglia tra le Lesbosuore e Daitarn III, ha scoperto con stupore il proprio orientamento sessuale. Questo sarebbe il primo episodio…”
“…episodio…”
“…per il proseguimento della serie ho in mente: Lesbosuore contro Hulk, Lesbosuore contro padre Ralph, Lesbosuore contro i Maya, Lesbosuore contro Dio…”
“…Dio…”
“Guardi che lei non sta mica bene, sa? E’ pallidissimo. Ah, a un certo punto arriverà il personaggio della Novizia, che diventerà un po’ la mascotte del gruppo…”
“…lei…lei…”
“Lei chi? La Novizia?”
“…lei… lei…”
“Specifichi meglio, capo. Di chi stiamo parlando?”
“Lei… lei è pazzo!”
“…Dice?”

Epilogo

Ogni opera di narrativa, diceva la mia insegnante d’italiano, deve avere una morale. La mia insegnante d’italiano, c’è da dire, è morta pazza e mangiata dai topi.
Comunque.
La morale di questo racconto, a scelta del lettore, è:

a) mai regalare perle ai porci
b) oh, la solitudine dell’artista, costretto a lottare contro gli ignoranti al potere!, eccetera, eccetera.
c) quando torni a casa dopo un viaggio di lavoro un po’ abbattuto perché il direttore di una rivista ti ha bocciato una proposta, apri la porta depresso per i motivi di cui sopra, trovi due splendide fanciulle che si stanno incastrando l’un nell’altra sul tuo letto e, non dico tutte e due, ma una su due ti sorride invitante, be’. Quando capitano queste cose, pensi che in fondo la tua non è una brutta vita.

11 Responses to Lesbosuore contro Daitarn III

  1. il buke il 7 maggio 2007 alle 12:55

    yo moroz
    stay rigby

  2. bruno il 7 maggio 2007 alle 12:57

    Finalmente Morozzi, la sua freschezza leggera, l’allegra malinconia.

  3. il buke il 7 maggio 2007 alle 12:58

    c’era bisogno di una bella tamarrata proprio qui

  4. bruno il 7 maggio 2007 alle 13:03

    Ecco spiegata la tua presenza.

  5. Paolo S il 7 maggio 2007 alle 13:17

    Wow! Mi riporta ai tempi delle gioiose partite a Renegade Nunns on Wheels… questo è l’antidoto al maschilismo retrò di Frank Miller, suppongo!

  6. véronique V il 7 maggio 2007 alle 13:38

    Mi ha fatto ridere. Perché, perché gli uomini credono spartirsi due donne nel letto? Due possibilità: 1 le donne si amano, si accarezzano : l’uomo le lascia indifferenti. L’uomo non c’entra.
    2 Oppure l’uomo impone “questo gioco” e la gelosia spunta.
    Nel triangolo amoroso, c’è sempre qualcuno che soffre.
    3 Altra questione: una donna con due uomini, perché no?
    4 Un uomo e una donna che si amano per sempre, perché no?

  7. The O.C. il 7 maggio 2007 alle 15:03

    La cosa più divertente è quando ti aspetti una lesbica pronta a triangolare e invece si presenta un maschione abituato a paraculare (in cam, in chat).

  8. cappuccetto rosso il 7 maggio 2007 alle 18:16

    La d) potrebbe essere:
    è arrivato il momento di comperarmi un letto a tre piazze!
    ;-))

  9. marco il 7 maggio 2007 alle 18:24

    Che stramaledetto geniaccio, il Moroz. Difficile trovare in altri autori agilità e immediatezza come le sue. Bravissimo, come sempre

  10. 12345 il 7 maggio 2007 alle 21:50

    Se ce la fai

    Claudio – il ragazzo con il quale condividevo l’appartamento – non riusciva a liberarsi di Alice, un’infermiera con cui era uscito per un paio di mesi. Io questa Alice non l’avevo mai vista e Claudio me ne aveva parlato pochissimo. Certe volte me la figuravo così come ci si immagina che possano essere le infermiere: infilate in un camice inamidato, i capelli legati, una leggera nota di rossetto sulle labbra e gli zoccoli ai piedi che galoppano lungo le corsie ospedaliere. Per il resto, non ne sapevo niente, sapevo solo che uscivano e che lei era un’infermiera e che si chiamava Alice e che era sui trenta e che gli telefonava tutte le sere alle sette. Poi uscivano.

    Lui la lasciò e lei parve non darsi pace. Telefonava di continuo. Rispondeva sempre lui, certe volte gridava, altre volte mi metteva in mezzo, diceva che anch’io ero stufo di tutte quelle telefonate e che la consideravo una pazza. Io non avevo ancora sentito la voce di questa Alice, non mi sarei nemmeno sognato di mettermi in mezzo e di definire pazza una persona che non conoscevo per niente.

    Una sera Claudio ed io stavamo fumando uno spinello e guardavamo la televisione. Suonò il citofono e lui disse: “Devo andare!” Prese la giacca, mi lasciò quel che restava del fumo e infilò la porta.
    Prima che uscisse gli chiesi: “Con chi te ne vai?”
    “Erika” rispose, gli occhi lucidi, la voce roca, un mezzo sogghigno a trasfigurare la sua espressione.
    “Sarebbe?”
    “Una che ho conosciuto in montagna.”
    “E l’infermiera?”
    “Lo sai” mi disse.
    “Potevi almeno darle il tempo di riprendersi!” feci.
    Rise. “Dici?”
    “Dico.”
    “Abbiamo una sola vita, lo sai? Inutile sprecarla.”
    “Bella frase” dissi, e risi anch’io.
    Lui uscì.
    Diedi un paio di tirate allo spinello, poi andai di là e cambiai canale.

    A mezzanotte squillò il telefono. Io ero ancora sveglio e stavo prendendo le misure di una delle pareti della mia camera. Avevo intenzione di comprare un porta-scarpe. Ma il metro mi sfuggiva dalle mani, i numeri accanto alle tacche sembravano tutti troppo uguali o troppo assurdi, non riuscivo a connettere, ero avulso dal territorio razionale. Il fumo, naturalmente. E altro.
    Risposi: “Sì?”
    “Sono Alice.”
    “Sei Alice” feci, ed ero proprio fuso.
    Attimo di esitazione. La sentivo respirare. “Scusami per l’ora. Cercavo Claudio.”
    “Che è uscito” dissi.
    “Uscito?”
    “Si dice così, no? quando uno apre la porta, scende le scale e sparisce per qualche ora.”
    “Sai dov’è andato?”
    “No.”
    “E l’ora… l’ora in cui potrebbe tornare?”
    “A patto che torni!”
    “Capisco.” Fece un’altra pausa. “Con chi è uscito?” chiese poi tutto d’un fiato.
    “Non saprei. E’ un tizio riservato!”
    “Dormivi? Ti ho svegliato?”
    “Non dormivo. Stavo prendendo le misure.”
    “Cosa?”
    “Ho qui un metro e con questo metro sto misurando una parete. Devo comprare un porta-scarpe.”
    “Ah!” fece. “Prendi sempre le misure a quest’ora?”
    “Che ti frega?!”
    “Scusami” disse in un soffio, e mise giù.
    “Che ti frega!?” ripetei al silenzio dell’apparecchio.

    Poi mi misi a scopare a terra. Avevo urtato il tavolo della cucina e il posacenere era caduto a terra. I mozziconi si erano sparsi ovunque, ma il posacenere non s’era rotto.
    E fu con la scopa in mano che dovetti rispondere nuovamente al telefono.
    “Sono tua madre” disse mia madre.
    Era un pezzo che non la sentivo e neanche me la ricordavo, specie in quel momento, con tutta quella cenere che stavo tentando di raccogliere con la paletta, ma la cenere non stava ferma, sono proprio un sacco le cose che si muovono quando non dovrebbero.
    Dissi: “Ciao.”
    “Sorpresa!” fece lei. Ed aveva un tono come di ferro in combustione, rovente, logoro di fiamme. “Ti ricordi di me?”
    “Che domande!” esclamai. No, non me la ricordavo. Le madri è meglio che uno se le dimentichi, dopo un po’. Assurdo frequentare madri, dopo i trenta, soprattutto perché è rimasto poco e niente da dire. Gli scontri son finiti. Non restano che sospensioni sentimentali, tempi dell’inespresso, fraseologie chiuse in luoghi comuni dentro routine dentro banalità monocordi e sfrondate di contesti.
    “Non ti fai mai sentire. Mai che alzi un telefono.”
    “L’ho alzato adesso” ribattei.
    “Che carattere. Pensi mai al tuo brutto carattere? I modi che hai.”
    “I modi sono questi, quelli di sempre.” Assurdo pensare al proprio carattere, una seccatura: Chi sono e Dove vado e Perché faccio così anziché cosà e Ha senso questo mio vivere???? Dimenticarsi di se stessi, come ci si dimentica delle infermiere ed attaccare col resto, con la montagna, o fottersene, bene faceva Claudio, male tutti gli altri.
    “Ti ricordi che hai un padre, almeno? Vuoi che te lo passi?”
    Domeniche allo stadio, quelle mi vengono in mente, e mio padre che urla: “Vai!” al tizio lanciato a rete, e le imprecazioni o le esultanze, quando mi sollevava all’altezza del suo alito che sapeva di tutto tranne che di qualcosa di gradevole, e strillava: “Gooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooool!!!!”
    “No, ma salutamelo tanto” dico.
    “Che fai sabato?”
    “Ma’: l’hai vista l’ora?”
    “Che vuoi dire!?” e mette giù dopo un mezzo insulto poco materno.
    Niente. Mi ci andava un caffè.

    Preparati il caffè. Siedi in sala da pranzo e guarda nel cucinino. Sul fornello sta fischiando una caffettiera. S’alza una verticale di vapore. E’ una nuvola. Densa, avvolge. Poi si disunisce: qua uno strappo di vapore, lì una spirale, sotto un vortice, sul fornello una macchinetta che s’agita e sputa liquame scuro e bollente. Puoi arrivarci. Il Padre Fumo ancora te lo permette. Puoi girare la manopola, chiudere il gas, fermarti al centro di un cucinino che non è al centro di niente e sentirti parimenti in mezzo a tutto. O stai solo cercando quel fulcro d’umori e sensazioni che non ha fattezze di entità fisica ma solo l’astratta consistenza di un regno immaginario? Regno dove ti stai perdendo, intossicato dalla cannabis, proprio mentre s’ode l’esclamativo squillare del telefono.

    Risposi. La solita parola di sei lettere modulata su di un interrogativo.
    “Scusa” disse. “Sono Alice.”
    “Non è tornato” feci, la voce strana, come l’eco di un tonfo; qualcuno che cadeva; rumore, dispersione.
    “No?”
    “E in realtà, Alice, Claudio non tornerà per niente, stanotte.” Avevo la luce della sala da pranzo alle spalle. In stanza da letto –dove mi trovavo- era spenta. Così non c’erano molti contorni netti, lì in giro, solo io con l’apparecchio in mano, la scena oscurata di un letto e poi di un altro letto e, sulla parete, la mia ombra in movimento.
    “Si vede con un’altra?” chiese, il tono morbido e afflitto nel cuore esteso della notte.
    “Mi dispiace, sì, esce con un’altra.” L’ombra del mio gomito tracciò un angolo retto quasi preciso sul muro. “Le cose stanno così, Alice.”
    Udii una specie di singhiozzo trattenuto, poi la comunicazione scivolò nel segnale di muto e l’angolo retto sul muro scomparve.

    Di là girai un’altra canna. Ci misi una ventina di minuti. In TV trasmettevano una puntata di una vecchissima serie: La famiglia Bradford. L’episodio trattava del figlio più piccolo che non sapeva decidersi se imparare a nuotare o no. L’acqua lo attirava ma, allo stesso tempo, ne aveva paura. Pare che un suo amichetto, qualche tempo prima, fosse morto annegato. La faccenda lo aveva traumatizzato.
    Accesi la canna. Diedi un colpo di tosse.
    Il ragazzino era sulla spiaggia e i suoi compagni di vacanza lo chiamavano dall’acqua. Gli dicevano di tuffarsi.
    Mentre stava per prendere una decisione, attaccarono con uno spot pubblicitario.

    Andai in bagno. Poggiai la canna sul lavandino. Mi sfilai la maglietta e aprii il cesto della biancheria sporca. Dalla tasca posteriore di un jeans di Claudio vidi sbucare un foglietto. Lo presi. C’era scritto un numero telefonico e, sotto di questo, il nome Alice.

    Tornai di là col foglietto in una mano e la canna nell’altra. Poi mi spostai in camera e composi il numero.
    Rispose al terzo squillo. “Sì?”
    “Sono l’amico di Claudio.”
    “Ciao!” Era stupita, ma la voce viaggiava su frequenze roche, come di chi avesse smesso di piangere da poco.
    “Ho trovato il tuo numero” dissi. “Volevo sapere se va tutto bene. Se ce la fai.”
    “Ce la faccio!” disse e la sentii ridere.
    Ascoltai un vociare in sottofondo.
    Chiesi: “Guardi la TV?”
    “Sì. Un telefilm di qualche tempo fa.”
    “La famiglia Bradford?”
    “Sì! Come…”
    “Lo stavo guardando anch’io. E’ ricominciato?”
    “Proprio mentre squillava il telefono.”
    “Che fa il ragazzino?”
    “Il ragazzino? Lui” –rise- “lui si è appena tuffato.”
    Inspirai una lunga boccata. Poi dissi qualcosa e qualcos’altro ancora, lei rispose e rispose ancora e c’era quel programma in sottofondo e la mia ombra sul muro ed io tentavo di figurarmi la scena che stavo vivendo come dal di fuori, come se stessi dietro ad una telecamera e avessi scelto l’inquadratura adatta.
    “Non so nemmeno il tuo nome!” disse lei ad un certo punto.
    “Cosa?”
    “Non vuoi dirmi come ti chiami?”
    Ci pensai su. Dissi: “Posso ritelefonarti dopo?”
    “Perché? Che succede?”
    Misi giù molto delicatamente. Qualcuno –dalla sponda opposta- stava gridando il mio nome. Allungai un braccio. Lo ritrassi. Allungai l’altro. E così via, in rapida successione, una bracciata dopo l’altra.

  11. mazinger il 15 maggio 2007 alle 20:37

    Grande..ma che idea ti è venuta Morozzi?!! lesbosuore contro Daitarn 3..sei pazzo,però bello



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