Claudia Mancini

21 maggio 2007
Pubblicato da

di Giorgio Fontana

Una cosa non le era sfuggita, in mezzo al solito caos di particolari inutili (le dita fra le dita, la luce che calava, un odore di torta). Da qualche tempo, la madre le aveva messo un televisore davanti al letto. Era sempre acceso e doveva farle compagnia. Impedirle di sentirsi sola, anche quando lo era: ma in realtà sortiva appena l’effetto opposto, quello di un altro rumore subacqueo. L’ennesima prova che lei esisteva.
In fondo la malattia non si riduceva che a questo: a un problema di percezione. Lo sfondo diventava l’elemento rilevante. Uno specchio in cui vederti così com’eri, schiacciata nel letto, condannata alle bollicine nel bicchiere. Alla polvere sul comodino. Mentre tutto il resto, tutto l’importante scivolava via.
Ma una cosa, ora, non le era sfuggita.
La ragazza era stata trovata giù sul marciapiede. Sotto il balcone di casa. Era appena tornata dall’università. Il collo si era rotto nell’impatto. Il video si bloccò su una bionda con gli occhiali, magrettina, il volto sporcato di nei.
La voce disse che si chiamava Claudia Mancini.
Questo è banale, pensò lei buttando le coperte sopra la spalla. Questo è banale e dovrebbe significare qualcosa se fosse un segno, ma i segni non esistono, esistono solo i particolari, l’odore di torta, le dita fra le dita, il ronzio della luce. Quindi non ha senso.
Sua madre entrò nella stanza, con un sorriso breve.
«Come va, amore?», chiese.
«Insomma.»
«Vuoi qualcosa? Dell’acqua?»
«No, grazie.»
«Una fetta di torta.»
«Non ho fame.»
«Devi sforzarti. Altrimenti ti si chiude lo stomaco.»
«Lo so, ma non ho fame.»
«Una fettina piccola.»
«No.»
«Ma lo sai che il dottore…»
«Ti dico di no, cazzo!»
Sua madre si passò le mani nei capelli.
«Scusa», disse Claudia a bassa voce.
«Non ti devi scusare.» Si sedette sul letto. Claudia spostò la gamba destra per farla accomodare meglio. «Sei tanto stanca, figlia mia. Ma guarda come sei bella. È talmente un… peccato che…»
«Lo so, ma non riesco a…»
«Stai tranquilla.»
«È che davvero non — ci riesco.»
«Tranquilla», ripeté la madre. «Non ti preoccupare. È un periodo. Ci vuole solo del tempo. Un po’ di tempo, e ti prometto che ne uscirai fuori.» Poi allargò ancora il suo sorriso, le carezzò i capelli. «Lo sai quanto ti voglio bene, vero?»
«Sì», disse Claudia. Sentì un bacio atterrare sui suoi occhi chiusi, e poi più nulla: solo di nuovo il ronzio della televisione, l’odore di torta, e Claudia Mancini che era morta a due chilometri da lei.

La sera, anche se non lo voleva, mise il portatile sulle ginocchia e andò su internet a cercare informazioni. Ormai erano tre settimane che viveva a letto. Era cominciata con una crisi di panico, mentre leggeva in biblioteca. La prima cosa che le aveva chiesto il dottore era stata: descrivimi come ti senti. Lei rispose che l’immagine più vicina — ma ancora distante infinite miglia di violenza — era quella di trovarsi in uno sgabuzzino vuoto. Da sola. Di colpo. Per ore. Finché qualcuno non fa scivolare un bigliettino sotto la porta, come una lingua bianca.
«E cosa ci sarebbe scritto sul bigliettino?», aveva chiesto il dottore.
Claudia consultò i siti dei quotidiani più importanti, ma non c’era nessun articolo. La notizia doveva essere stata trasmessa solo a livello locale. Trovò qualche ragguaglio e una manciata di informazioni che già sapeva. Ventisei anni, impiegata, Via Pascoli eccetera. Un tragico evento, le periferie eccetera.
Claudia chiuse il portatile e rimase a sentirne il caldo e il ronzio sul grembo. I suoi genitori russavano. Si passò una mano sulla fronte e la trovò fredda. Non mangiava nulla da tre giorni. Sapeva che non avrebbe dormito. C’era una logica implacabile nella malattia, tutta una serie di assiomi. Scostò il portatile e prese il blocco che teneva sul comodino, sopra tre libri e una scatola di fazzoletti. Stappò la penna rossa con la bocca e sputò il cappuccio a lato, le labbra che tremavano. Scrisse:

CLAUDIA MANCINI
CLAUDIA MANCINI
CLAUDIA MANCINI

RESTER
PERCHÉ??
RESTERAI QUI PER SEMPRE

Poi ripose il blocco, spense la luce, si sdraiò fino ad essere (enumerò) soltanto una scheggia sommersa dalla lana, un corpo qualunque, un oggetto, una piega del lenzuolo, le bollicine nel bicchiere, l’odore di torta del corridoio, le dita fra le dita.

Il mattino dopo chiese alla madre di comprare il giornale della provincia. Mentre la aspettava cercò di riaprire il libro davanti al quale tutto era iniziato — quel giorno in biblioteca, il giorno in cui era svenuta. Era una specie di sfida. Credeva che finendolo la sua malattia si sarebbe dissolta. Le riuscì solo di sfogliarlo. Era un grosso mattone sull’uso dei colori nella scuola fiamminga. Pensò al punto in cui era arrivata con la tesi di dottorato. Tutto le si sfaceva in testa. Mesi di lavoro le apparivano incredibilmente poco importanti, di fronte alla speranza di avere appetito.
La madre rientrò in una nube di fretta e sorrisi. Le posò il giornale sul letto e disse che fuori era una bellissima giornata. Claudia alzò gli occhi e si sporse un po’ dalla finestra.
«Ho incrociato Marco e Federica», disse la madre mettendo qualcosa nell’armadio. «Mi hanno chiesto come stavi. Credo vogliano passare a trovarti. Ti farà bene. Devi vedere della gente, è il primo passo per tirarti un po’ fuori.» Si asciugò il sudore dal collo, sempre sorridendo. Quanto doveva essere terribile, mostrare sempre tenerezza. «Ti preparo un tè», disse.
Claudia guardò giù e vide: tre magrebini che si lavavano a un idrante, un bambino mano nella mano del padre, dei ragazzi in cerchio, un’auto gialla. La madre se ne andò parlottando fra sé, quasi a segnalare che la sua presenza era sempre vigile.
Claudia graffiò il materasso. La lingua le pesava in bocca. Sentì i tremiti spargersi sul corpo come insetti. Lo sapeva. Cominciava sempre così. I muscoli dell’addome si contrassero come un pugno. Viveva eternamente con il mal di stomaco, ma in quei momenti era come se un pugnale la stesse per trafiggere e lei dovesse opporre resistenza — flettersi, curvarsi come una parentesi, come una danzatrice o una baccante, esame di letteratura greca, ricordi?, portare due dita su un capello e poi strapparlo, e sentire gli occhi oltre il bordo delle ciglia, quasi stessero cadendo, tutto il mondo felice e lei in uno sgabuzzino, il colore dell’acqua, il verde delle matite, il tremito alle labbra, e già stava per bruciare un urlo, quando si ricordò del giornale.

Il pomeriggio andò dal dottore, come ogni mercoledì e venerdì. Riceveva in una stanza a tre palazzi di distanza dal suo. La madre aveva trovato quello più vicino per non farla camminare troppo. Claudia pensava che quelle sedute non servissero a molto, ma forse erano la parvenza di una via giusta. Un buon proposito, qualcosa da rispettare, prima di scivolare via. Era importante segnare delle tappe.
Nella sala d’attesa, furono solo grani di polvere e la carta patinata della rivista, e il colore del ficus beniamino — meno verde, meno intenso di quanto ricordasse. Poi entrò.
«Claudia», disse l’uomo dietro la scrivania.
«Dottor Fresi», disse lei. Si sedette sulla poltrona.
«Come va oggi?»
«Male.»
«Credi di essere migliorata rispetto a settimana scorsa?»
«No.»
«Peggiorata?»
«No.»
Il dottore annuì.
«Cos’hai fatto questo weekend?»
«Sono stata a casa a guardare la parete. Ogni cinque ore circa ho avuto un attacco, sempre con la stessa sensazione. Quella di non avere più vie d’uscita. Di credere che non potrò mai più sentirmi bene, o felice, o anche solo realizzata.» Strinse le labbra. Voleva essere molto precisa, perché aveva una domanda da fare, ed è sempre bene mostrarsi lucidi prima di fare domande. «Di nuovo, ho seguito il suo metodo. Mi sono imposta di pensare che tutto questo fosse irrazionale. E ho cercato di indagarne le cause. Ma non ho trovato niente. La mia testa è spaccata in due. C’è una parte che mi dice di smetterla con i capricci. E l’altra che… be’, è chiusa in uno sgabuzzino.» Fece una pausa. «Per dormire, ho preso cinque pastiglie a notte.»
Il dottore scrisse una riga sul foglio. Rumore sottile come di un accendino grattato, qualcosa che sfuma, e poi il morbido dei braccioli, e la finestra sul cielo azzurro.
«Come al solito, insomma», aggiunse Claudia con un sorriso.
«Ho capito», disse il dottor Fresi. Annuì un paio di volte fra sé, come a capire che peso dare a quel silenzio, e alle parole successive. «Vedi, io credo che…»
«Dottore?»
«Sì?»
«Le devo fare una domanda.»
«Prego.»
«Anzi, due domande.»
«Certo. Dimmi pure.»
«Ecco… Lei pensa che il suicidio sia moralmente sbagliato?»
Il dottore alzò appena le sopracciglia, come a voler scansare dalla fronte il peso di quelle parole — le solite, sempre le stesse parole, sempre e solo gente che non voleva più vivere.
«Claudia», cominciò.
«Aspetti. Le ho già spiegato che l’idea di morire, al momento, è una cosa che trovo molto attraente. Quando dico che vorrei morire è perché davvero non vedo altre soluzioni disponibili. Non è vigliaccheria, ma eliminazione delle alternative.» Si fermò un istante. «Lo so che è un pensiero stupido e che ne abbiamo parlato a lungo. Ma è così.»
«D’accordo.»
«Ma ora le chiedo solo di rispondermi con sincerità. Non voglio una benedizione. Non si preoccupi. Voglio un’opinione distaccata, ecco tutto.»
Il dottore sospirò.
«In tutta onestà», disse, «credo che il problema sia impostato male. Il suicidio è una cosa terribile, ma non va giudicata moralmente.»
«Quindi non è sbagliato
«Non in quel senso. Ma è sbagliato in un senso molto più importante.»
«E quale?»
«Il rispetto verso se stessi. E il coraggio di vivere.»
«Perché dovrebbe essere coraggioso vivere?»
«Be’, perché —»
«E perché essere vivi è meglio che essere morti?»
«Aspetta un secondo.»
«Sì.»
«Innanzitutto, essere vivi è meglio che essere morti, perché se sei morto non hai più alcuna possibilità. Può sembrare banale, e anzi lo è. È la banalità più assoluta. Ma è così.»
«È un rimprovero?»
«In che senso, un rimprovero?»
«Lasci stare.»
Il dottore fece una smorfia.
«Non capisco», disse. «Cerco solo di capire.»
«Lo so. È il suo mestiere.»
«Il mestiere di tutti.»
Claudia annuì. Finora, era stato come si aspettava. Prese qualche secondo per valutare di che colore era, precisamente, la parete di fronte a lei: panna? bianco latte?
«Vorrei passare alla seconda domanda», disse poi.
«Certo.»
«È una domanda più difficile.»
«Ti ascolto.»
Claudia respirò a fondo col naso. Sentì un tremito lieve partirle dalla caviglia, lo stomaco tendersi ancora di più, la solita nausea amplificarsi in gola. Non doveva crollare ora. Sapeva che stavolta non ci sarebbe stata alcuna risposta, perché la domanda non aveva il minimo senso: ma era necessario porla. Così aveva deciso. Gli eventi non nascono mai dal nulla. Si preparano nel tempo, si sedimentano come strati geologici, finché d’improvviso qualcosa esplode.
Il dottore la guardava.
Claudia aprì la bocca.

Passarono due giorni. Claudia aveva tenuto i ritagli nascosti con sé fra le coperte. Li aveva stretti fra le mani come un fiore, e aveva dormito come mai negli ultimi tempi. Al buio cercava quel nome con le dita: sapeva a memoria che si trovava lì, fra le parole giovane e , anni 27. Ce n’era anche un altro, poco prima di ragazza semplice, dicono gli amici, generosa, sempre sorridente. A furia di toccarli, pensò di averli segnati con un piccolo solco, e quel piccolo solco significava amore.
Il terzo giorno sua madre le disse che non sarebbe rientrata fino alle quattro. Le lasciò un vassoio con del pollo freddo accanto al letto, e una bottiglietta d’acqua, e un panino all’olio, e la pastiglia nel centro di un piattino, lievemente più opaca dello sfondo. Claudia annuì a tutto.
Poco più tardi si alzò dal letto e si vestì. Era una sensazione strana, vestirsi senza essere obbligata a farlo. Insieme agli abiti le parve di rimettersi addosso la vita normale: questo poteva essere un progresso, il dottore sarebbe stato d’accordo: una nuova forma di terapia. Claudia cercò di concentrarsi nuovamente sulle sue crisi. Non voleva guarire in quel modo così stupido. Ebbe quasi subito un conato di vomito, e lo percepì come un successo.
Poi uscì per strada. Lo Xanax dava a quell’estate un nitore invernale, sbiancava l’intero paesaggio. Claudia avanzava a fatica, con una mano sullo stomaco e un foglietto nell’altra. Prese un autobus. La città era uno sfondo più intenso di quello che si aspettava, uno specchio ancor più brulicante del suo vuoto. Orecchini a stella. Un neo in mezzo alla fronte, come un buco. Odore di sigaretta. Sciarpe arcobaleno. La Marcia alla turca. E il terrore di incontrare qualcuno che conosceva. Giustificare la sua scomparsa, mascherare la malattia con un sorriso strappato. Fu solo quando vide la fermata che capì di avercela fatta.
Scese in fretta. Guardò sul suo foglietto. La casa non doveva essere distante. Ricordava benissimo la forma del palazzo alla televisione. La tonalità fra il rosa e l’arancio. Davanti alla porta d’ingresso c’era ancora una coccarda di lutto. Molte imposte chiuse.
Claudia si avvicinò. La porta era aperta. Non c’era nessun portiere. Controllò i nomi del pianterreno, poi si diede della stupida: doveva essere per forza più in alto. Decise di cominciare dal terzo, e trovò subito la targhetta che voleva. Seconda porta a sinistra. Era stato facile.
Si ravviò i capelli, suonò il campanello, e attese. Il pianerottolo era vuoto e puzzava di minestra sui vestiti. Per un istante Claudia si sentì ancora più perduta di quanto le fosse mai capitato. Un grano di sabbia nel fondo di una clessidra, dove nessuno l’avrebbe mai salvata. Appoggiò una mano contro lo stipite. Era un momento importante nella sua vita, stava facendo una cosa e la stava facendo da sola.
Poi una voce rispose.
«Chi è?»
Era una voce di donna, una voce vestita di garze nere. Claudia si riscosse.
«Buongiorno, signora.»
«Chi è?», ripeté la voce.
«Sono qui per parlare», disse Claudia.
«Cosa vuole?»
«Parlare.»
«Parlare di che?»
«Di Claudia, signora.»
Il silenzio durò una decina di secondi, ma Claudia percepì che quello non era uno spazio vuoto: era un’onda che si stava riempiendo lentamente, prima di spezzarsi contro il legno della porta.
«Basta!», gridò la voce. «Dovete lasciarmi in pace
Claudia non disse niente.
«Mia figlia non si è uccisa! Ha capito? Non si è uccisa!»
Claudia non disse niente.
«Era una persona felice. Le volevano tutti bene. Voleva bene ai suoi genitori. Non si sarebbe mai uccisa, capisce? Mai
«Sono dell’assistenza sociale», biascicò Claudia alla porta. Ma quello che avrebbe voluto dire era: Anch’io mi chiamo Claudia Mancini. Oppure: Tutti vorremmo ucciderci, e non tutti ci riescono. Oppure ancora: Posso barattare questo dolore con il suo?
La voce della porta andò in mille pezzi, un mosaico di singhiozzi e parole grattate sulla gola: «Non m’interessa!», si contorse. «Non voglio sentirne più di storie come questa! Mia figlia non si è uccisa, ha capito? Ha capito
Claudia sentì i muscoli dello stomaco che si rilasciavano. Conosceva quella sensazione. Le rare volte che aveva provato sollievo, quei minuscoli istanti dove la malattia le era sembrata soltanto un brutto scherzo. Una cosa che si poteva soffiare via. Immediatamente dopo si sentiva ricadere nel buio, ma non ora. Ora aveva solo voglia di respirare quell’aria umida, quell’odore di minestra.
Dall’altro lato della porta la voce scoppiò in lacrime. Claudia respirò lentamente e con decisione. Sentì la luce del ballatoio attraverso il maglione, come se si stesse facendo strada fra i buchi. Sentì la sua trasparenza e il suo calore. La voce piangeva e prendeva la porta a calci. Non si è uccisa! Non si è uccisa! Al piano di sopra ci fu il rumore di una chiave che gira, un bisbiglio sgranato. L’ascensore cigolò. I particolari tornavano al loro posto come uccelli al nido. C’era l’idea di un peso che si sposta, di una colpa rimessa.
Tutto poteva essere ignorato, ora.
Claudia si staccò dallo stipite e sorrise.

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7 Responses to Claudia Mancini

  1. véronique V il 21 maggio 2007 alle 08:12

    Questo racconto mi ha fatto pensare al libro Zoo di Isabella Santa Croce: ambiente chiuso, afa, angoscia, voglia di morire, follia nella famiglia, asfissia, rivolta.
    Questo racconto risuscita disagio e momenti di “naufragio”.

  2. stefano-san il 21 maggio 2007 alle 08:25

    Pulito, curatissimo, e i personaggi prendono forma e vita in pochi tratti. Bravo Fontana.

    Un saluto a Raos.

  3. Marco il 21 maggio 2007 alle 12:02

    Bellissimo racconto. Che c’entra la Santacroce?? Non bestemmiate.

  4. Andrea Raos il 21 maggio 2007 alle 12:06

    OT: ciao Stefano, il pezzo che mi avevi mandato esce giovedì. Scusa il ritardo.

    Andrea

  5. véronique V il 21 maggio 2007 alle 13:40

    @ Marco

    Sto nervosa, ho bevuto troppo caffè.
    Santocroce è una scrittrice di talento e una magnifica donna;
    Mi spiego: l’universo chiuso propio alla crisi di panico: soffocamento, sensazione di morte. Il personaggio di Zoo si sottopone all’incesto e all’odio dalla madre. Dopo la morte del padre, le due donne si affrontano fino alla morte. La madre spinge la figlia nelle scale; la figlia cade e rimane paralizzata, alla mercé della madre.
    Ma la figlia diventa il boia della madre.
    Ho visto delle somiglianze:
    1 Una coppia di donne: madre-figlia
    2 Amore soffocando- odio
    3 Voglia di morire
    4 Scrittura con tensione.
    Marco, hai letto Zoo ?

  6. The O.C. il 21 maggio 2007 alle 14:46

    Dialoghi rapidi e abbastanza filmici, la storia un po’ appannata.

  7. véronique V il 21 maggio 2007 alle 15:55

    PS: Signalo l’uscita (24 maggio) de V.M.18/ Le spietate ninfette (Isabella Santacroce).
    Ammiro molto l’autrice per il suo talento sovversivo, il carisma e la bellezza.
    Ma la bellezza non deve fare dimenticare un talento originale.
    E’ una donna che supera molti scrittori maschi…



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