Le elezioni di Palermo sono state a Medellin

24 maggio 2007
Pubblicato da

di Riccardo Orioles

Non credo che i brogli elettorali siano stati decisivi nella vittoria di Cammarata su Orlando, a Palermo. Personalmente, li valuto attorno al cinque per cento: un piccolo partito (ma un partito) che fa parte a pieno titolo della maggioranza. Non mi scandalizzo neanche eccessivamente dell’uso di questi metodi da parte dei notabili che qui esercitano il ruolo di classe politica: è un uso tradizionale (già Ottaviano pagava gli elettori) e fa parte, nel terzo mondo, delle regole del gioco.

Il fatto è che la Sicilia non è più terzo mondo, e non lo è più da molto tempo. La stessa signora che innocentemente, all’uscita del segno, sorride con aria d’intesa al galoppino, stasera farà zapping fra i canali di Sky, la cui antenna si erge fiera dal suo balcone (per pagare l’abbonamento, qualche mese fa, una donna prostituì la figlia adolescente). Secondo uno studio dell’università, a Palermo il novanta per cento dei bambini fra gli otto e i quattordici anni ha in telefonino. Fra qualche anno voteranno anche loro, e venderanno tranquillamente il loro voto in cambio di un telefonino nuovo. Sia il primo che il secondo telefonino sono prodotti all’estero, sono commercializzati da gigantesche (e incontrollabili) holding finanziarie italiane, e arrivano fino al bambino palermitano grazie ai finanziamenti di Roma, di Bruxelles, di Berlino, di Sidney e naturalmente di Cosa Nostra. Il bambino palermitano infatti non produce niente – nè telefonini nè altro – nè produce niente la sua famiglia. Che però, dal punto di vista consumistico, è perfettamente integrata nell’Occidente.

Ecco: le elezioni di Palermo non sono state a Palermo ma a Islamabad, a Medellin, in una qualunque metropoli dell’ex Terzo Mondo: che però, nel sistema che vige ora (e che non ha ancora un nome: gli regaleremo provvisoriamente una maiuscola e lo chiameremo Sistema) è perfettamente integrato nell’Occidente. Le “elezioni”, la “democrazia” e le altre etichette storiche dell’Ottocento qui sono simboleggiate da meccanismi di vario genere (la guerra di clan, l’attentato, la compravendita del voto) modellati sulle tradizioni locali. Esistevano, certamente, anche delle tradizioni democratiche – in senso vero – anche qui: ma non appartenevano alla classe dirigente bensì alla sua controparte popolare. Discioltasi questa, almeno politicamente, nel vasto e massificante calderone dell’egemonia post-industriale, resta la compresenza di forme arbitrariamente “democratiche” (”vai a votare”) e sostanze coerentemente “fasciste” (”se ti opponi ti ammazzo”).

Pasolini, molti anni fa, diceva alcune cose antipatiche sul fascismo. Distingueva il fascismo-fascista, quello storico, che però non riusciva a distruggere (in quanto elitario, in fondo) la cultura profonda delle classi popolari; e il fascismo-postfascista, quello contemporaneo a lui, che invece riusciva a penetrarvi grazie alla massificazione, al conformismo, al consumo e insomma a un’egemonia totalizzante dei valori che prima erano considerati (in vetero-linguaggio) “borghesi”.

Mi sembra che il discorso di Pasolini sia perfettamente valido, qui in Sicilia, per la mafia. Quella di prima (la mafia-mafiosa, quella che ammazzava Falcone) non era affatto egemonica, non era assolutamente “popolare” e suscitava opposizioni. Quella di ora, che non ammazza i Falcone ma impedisce “politicamente” che ne sorga uno, invece è perfettamente integrata nel sistema, si basa sugli stessi valori, esercita (almeno in alcuni momenti) un’egemonia. E merita dunque le sue maiuscole: il Sistema Mafioso.

Il commerciante palermitano – ad esempio – non è “mafioso”. E perché mai dovrebbe esserlo? Anche nel vecchio fascismo il commerciante romano mica era “fascista”: alle adunate del sabato ci andava, quando ci andava, malvolentieri. Però gli conveniva che il negozietto ebreo, che gli faceva concorrenza, fosse tolto di mezzo. Oggi al commerciante di Palermo (Palermo centro, non periferia) conviene che ci sia la pena di morte, a pagamento, contro la microcriminalità. I ragazzi di Addio Pizzo hanno tentato per due anni di seguito di convincere i commercianti palermitani a dire semplicemente “io sono contro il pizzo”. Ne hanno convinto circa duecento, su circa diecimila. Questo spiega, fra le altre cose, il voto palermitano: sia la sconfitta “politica” di Orlando (che poi, tecnicamente, è stata un’avanzata notevole in termini di voti) che la vittoria politica, stavolta senza virgolette, del partito del vendo-il-voto. Non se ne esce coi vecchi riti, con le manifestazioni generiche e con le celebrazioni. A Falcone non basta essere ricordato.

Se ne esce – ad esempio – sviluppando le lotte dei senzacasa e chiedendo che siano dati a loro i palazzi sequestrati ai mafiosi. Ma chi lo fa? Pochi benemeriti, come Abbagnato o Umberto Santino, sempre più ignorati dai media e sempre meno presenti nei convegni ufficiali. Sono le lotte dei poveri (i senzacasa, le cooperative contadine di Libera siciliane e calabresi, ecc.) quelle che fanno più paura al Sistema. Su esse bisogna puntare al massimo, generalizzarle, sostenerle, avere una politica di alleanze (dai “moderati” agli “estremisti”, senza puzze al naso) basata su di esse; e sviluppare una battaglia di comunicazione (giornali, tv, internet: nel nostro piccolo Casablanca, Sanlibero, TeleJato) senza la quale nessuna battaglia può essere generalizzata. Licausi, Radio Aut e Pio La Torre non sono dei nomi storici, sono semplicemente le cose da fare ora.

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da: La Catena di San Libero 23 maggio 2007 n. 353

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27 Responses to Le elezioni di Palermo sono state a Medellin

  1. Mario Ardenti il 24 maggio 2007 alle 10:02

    Molto apprezzato il tono calmo e realistico di questa nota, che a mio avviso si colloca correttamente fuori da una romantica/inutile visione di buoni e cattivi, ed evita ancora correttamente truculenze emozionali. Le realtà consolidate sono sovente “spiacevoli” ma sempre hanno dietro una storia seria che le motiva, e solo altrettante serietà e radici possono favorire un cambiamento di direzione.
    E concedimi il dubbio che le lotte che tu citi possano essere risolutive: io penso che solo da una rinnovata e forte identità statuale possano derivare mutazioni, e l’esempio giovanile dell’altro giono in questa direzione può fare sperare.
    Un saluto
    Mario

  2. enrico de lea il 24 maggio 2007 alle 11:53

    concordo (da sempre) e
    (di)spero sempre di più

  3. The O.C. il 24 maggio 2007 alle 13:15

    “La sconfitta ‘politica’ di Orlando (che poi, tecnicamente, è stata un’avanzata notevole in termini di voti)”.

    Orlando e Galasso. Quelli che accusavano Falcone di nascondere le prove nel cassetto. Ma se furono e sono così tanto professionisti dell’antimafia com’è che avanzano senza vincere? Mistero dalemone.

  4. Nicolò La Rocca il 24 maggio 2007 alle 16:38

    “Quella di prima (la mafia-mafiosa, quella che ammazzava Falcone) non era affatto egemonica, non era assolutamente “popolare” e suscitava opposizioni”.

    Ma dove??? Ma quando??? Non me ne sono mai accorto.

  5. luca intona il 24 maggio 2007 alle 16:59

    Sul “popolare”, Nicolò, sono d’accordo con te. Anzi. Il sostegno popolare le ha consentito di governare.

    Sul fatto, però, che suscitava opposizioni, non vi è dubbio. Suscitava opposizioni interne, proprio perché non era egemonica. Le “famiglie” rivaleggiavano tra di loro ed erano molto rumorose (cosa che la mafia di oggi non può permettersi più). Suscitava opposizioni esterne all’associazione: lo Stato era presente, molto presente (tanto che le stragi servirono a stroncare l’azione dello stato) e riusciva a incidere, ma su un sistema mafioso che era ancora immaturo e molto differente da quello di oggi, organizzato, maturo, laureato, che non suscita più opposizione perché del sistema (così come ci ricordano le ultime indagini e Grasso stesso) ne fa parte a pieno titolo.

  6. missy il 24 maggio 2007 alle 17:33

    Nonostante la lodevole dose di equilibrio, ci sono molti fraintendimenti in questo pezzo.
    Il più lampante, è quello sottolineato da Niccolò.
    Il secondo, quello su Orlando, al quel non affiderei il cane per fare la pipì. Ho conosciuto alcuni aspetti “umani” della sua gestione e sicuramente m’è sembrato di vedere la vecchia DC, con un forte impegno di restyling di immagine.
    Il terzo, rilanciato da Luca Intona: non credo che si possa dire che una strage sia manifestazione dell’interesse (stroncato) dello Stato, quanto invece il suo stesso fallimento. Sinceramente.
    Il quarto, il ritratto sul ragazzino palermitano, che mi sembra sia comune a tutti i ragazzini del mondo, se è così. Il che è persino più preoccupante.

  7. bruno il 24 maggio 2007 alle 18:56

    E’ sempre un piacere masochistico leggere Orioles e la sua Catena. Forse un po’ troppo pessimista, stavolta.
    Riccardo, il 42 % di Rita Borsellino alle regionali dello scorso anno non può essere ignorato nel tuo discorso. Quella parte di Sicilia, poco manca alla metà, che l’ha votata rappresenta il riscatto del tuo ( e mio, sono terrone quanto te ) popolo. Parti da Libera, parti da Fava, da Grasso, dai movimenti, parti da chi vuoi ma non dimenticare di caricare a bordo quel 42 %, prima di partire.

  8. Nicolò La Rocca il 24 maggio 2007 alle 20:12

    Lo Stato non era presente. Non lottava. C’erano poche individualità, che lottavano. Mi ricordo la gente che si lamentava di Falcone, che non ne poteva più di tutte quelle sirene. Le stragi non servirono a stroncare l’azione dello stato, ma a “rinforzarla”: vai a vedere le vicende criminali di molti politici e amministratori(di destra e di sinistra) di oggi. E il sistema mafioso non era così diverso da quello di oggi. Almeno visto da un a piccola cittadina nella quale io vivevo e nella quale torno di tanto in tanto. Attenzione con ‘sta storia dei boss laureati. Io sono il primo a dire che la mafia di oggi è molto borghese, molto da ceto medio, va bene, però non dimentichiamoci che non si tratta di semplice malaffare occidentale, c’è il mastice della violenza.

  9. Nicolò La Rocca il 24 maggio 2007 alle 20:15

    Forse un articolo sulla mafia di oggi si dovrebbe intitolare: “Io so e NON ho le prove”. Al contrario dei processi descritti da Saviano, l’intima solidarietà stato-mafia sta tutta in quel NON. Avere le prove sarebbe un’aporia.

  10. Nicolò La Rocca il 24 maggio 2007 alle 20:20

    Mafia: solidarietà di Rita Borsellino a cronista dell’Ansa, Lirio Abbate

    Palermo, 22 maggio 2007. “Solidarietà e stima al giornalista dell’Ansa Lirio Abbate”. Le esprime in una nota, l’esponente dell’Unione Rita Borsellino. “Le minacce al cronista di giudiziaria e il piano delle cosche scoperto dagli inquirenti per liberarsi di lui, dimostrano quanto l’informazione rappresenti uno strumento importante nella lotta alla mafia e alla cultura mafiosa. Ad Abbate, tutta la mia solidarietà politica e personale e l’incoraggiamento ad andare avanti nel suo lavoro”.

    Dal sito di Rita Borsellino

  11. Nicolò La Rocca il 24 maggio 2007 alle 20:23

    Macchina blindata e due uomini di scorta. I “picciotti” della cosca mafiosa di Brancaccio non hanno gradito il libro “I complici” scritto dai giornalisti Lirio Abbate e Peter Gomez su “tutti gli uomini di Provenzano da Corleone al Parlamento”. E, nelle ultime settimane, hanno inviato inequivocabili segnali che hanno indotto il comitato per l’ordine e la sicurezza ad assegnare una tutela a Lirio Abbate, il giornalista dell’Ansa che vive a Palermo. Una telefonata intercettata e soprattutto un bigliettino lasciato sotto il tergicristallo dell’auto del giornalista pochi minuti dopo il suo rientro a casa hanno fatto ritenere alla polizia che Abbate fosse seguito. Poi un’ultima minaccia su una foto lasciata sotto il portone dell’Ansa.

  12. Luminamenti il 24 maggio 2007 alle 21:41

    Come Palermitano, direi che sono d’accordo con Nicolò La Rocca.

  13. Vs Anonimo il 24 maggio 2007 alle 23:54

    …bambini che discutono l’esistenza di dio (minuscola volontaria) o il minimalismo storico (rivoluto).

    E così che si svilisce tutto, parlando di mafia fra un aperitivo vecchio stampo e uno finger food.

    Vs A.

  14. antonio p. il 25 maggio 2007 alle 13:03

    “Mi ricordo la gente che si lamentava di Falcone, che non ne poteva più di tutte quelle sirene” (Nicolò La Rocca)
    Infatti.
    A Palermo, negli anni ’80/’90, il clima era questo:
    http://www.xantology.com/2006/11/28/gentilmente-le-stragi-in-periferia-io-sto-guardando-la-tv/

  15. Nicolò La Rocca il 25 maggio 2007 alle 13:25

    @Antonio.
    Azz, Antonio, questa lettera è devastante. Uno dei pochi reperti di quegli anni che si possono analizzare (perché la schifosa adesione all’ethos criminale della gggente di allora e di quella di oggi non lascia tracce, le parole sono bolle di sapone). Adesso me la immagino all’ennesimo anniversario dell’attentato di Falcone, magari con le figlie che a scuola scrivono il temino sulla legalità, o a sfilare per le vie del centro con la candela in mano, oppure allo spasimo http://www.palermoweb.com/cittadelsole/monumenti/chiesa_spasimo.htm ad assistere alle declamazioni forbite di qualche intellettuale… Insomma, cose così.

  16. luca intona il 25 maggio 2007 alle 13:53

    @Nicolo

    “Io sono il primo a dire che la mafia di oggi è molto borghese, molto da ceto medio, va bene, però non dimentichiamoci che non si tratta di semplice malaffare occidentale, c’è il mastice della violenza.”

    E io non ho escluso questo. Ma è vero e innegabile che il livello di azione della mafia è diverso. E questo rende più difficile il contrasto.

    Per quanto riguarda le stragi di mafia. L’azione dello stato, dopo, è stata una reazione (a caldo). Non ha segnato l’inizio dell’impegno antimafia. Quello era preesistente. Anche se è vero che era limitato a un ristretto pool di intervento e repressione. Su questo sono d’accordo. Ma questo dipende anche da un altro fattore: quello che io chiamo il “tetto”. Fino a che punto riesce a spingersi realmente la lotta antimafia? Quanti sono i livelli intoccabili, oggi come ieri?

  17. nobilebastardo il 25 maggio 2007 alle 17:34

    Questa generalizzazione che fai nel tuo articolo mi sembra superficiale e ti porta a conclusioni sbagliate.
    E citare Pasolini a sproposito non aiuta.
    Punto prima perchè la mafia terrorista è stata quella dei Corleonesi,pastori,contadini,figli della sicilia povera. Quindi e’ stata la mafia più popolare che esista,più becera ,più violenta,se vogliamo primitiva.la tradizione mafiosa siciliana invece è di origine feudale-nobiliare e ha la sua forza proprio nella capacità di essere invisibile,braccio armato solo se necessario,altrimenti strumento di violenza organizzata e istituzionalizzata.L mafia corleonese è stata più dannosa ,ha ucciso,ma la mafia esiste ed forte quando non uccide.Ogni morte e ogni morte eccellente rivela perchè il segreto mafioso e pone il potere politico di fronte alla paura della gente.L’immaginario della mafia come antistato è una comodità che non possiamo permetterci.
    la mafia è appendice dello stato,è nel suo dna da tempo e aspira perennemente a modificarne le strutture non come un virus,ma come un organismo che si evolve.
    Quando affermi che Palermo è il Terzo Mondo integrato nell’occidente solo perchè terreno del mercato compii l’ennesima aberrazione.
    Palermo non è il terzo mondo,Palermo è l’italia ed un organo del paese.
    Come Napoli e come Milano.La mafia è in ogni cellula del corpo paese e ogni organo ha diverse funzioni,un diverso ruolo nei flussi di denaro,di potere,di gestione del sistema italia.
    Telefonini o no,antenna di sky o no,queste sono chiacchiere da bar.
    Come è una chiacchiera del peggior bar affermare che un presunto 5% di voti imbrogliati sia un male relativo,un piccolo partito.
    Dovevi forse parlare del ricatto mafioso che è talmente affondato nel animo dei palermitani da cancellare l’idea di ogni speranza e cambiamente ,fino a farsi Ragione e Normalità del vivere.
    E ancora mi vergogno di quello che ho letto quando sento dire che il bambino palermitano non produce niente.
    Il bambino palermitano non esiste.Esite il figlio di una palermo bene che andrà all’università e si farà i cazzi suoi.
    Esiste il figlio di un’altra palermo che produrrà manodopera a basso costo,forza lavoro criminale,merce umana a basso costo.
    La sua miseria,la sua ignoranza,la sua reale e umanissima schiavitù servirà un domani a confermare i suoi oppressori,a rafforzarne il potere,a costituire quella massa di elettori che non conosco libertà,di voto,di vivere,di scelta democratica.

  18. nobilebastardo il 25 maggio 2007 alle 17:37

    e questo è quello che serve a questo sistema.Chi consuma e guadagna sulla testa di un sistema marcio,chi nuota in questa marcenza,chi ci affoga e fa il lavoro sporco.

  19. bruno il 25 maggio 2007 alle 18:10

    A me sembra che abbiate detto quasi le stesse cose.
    Il problema di chi combatte le mafie è spesso l’incapacità di coaugularsi intorno a un unico obiettivo. Pare quasi che l’aver citato Pasolini o le antenne di Sky metta fuori gioco la lotta che Orioles conduce da molto tempo, in perfetta solitudine, rischiando di suo.
    Le due analisi, profonde e precise, non cambiano la sostanza finale del discorso : loro sono più forti ma non per questo noi stiamo a guardare.

  20. nobilebastardo il 25 maggio 2007 alle 21:05

    non credo siano le stesse.
    Lo sono nel loro nucleo essenziale.
    Ammiro il lavoro di Orioles e ovviamente ogni critica è umile,sentita,volta al costruire.

  21. missy il 25 maggio 2007 alle 22:18

    nobilebastardo ha detto cose laceranti e vere: “Palermo è l’Italia e un organo del Paese”

  22. Nicolò La Rocca il 25 maggio 2007 alle 22:29

    Sottoscrivo le cose dette da Nobilebastardo.

  23. nobilebastardo il 26 maggio 2007 alle 02:02

    Felice di essere stao capito.

  24. Luminamenti il 26 maggio 2007 alle 06:24

    sono d’accordo anche io con nobilebastardo

  25. bruno il 26 maggio 2007 alle 10:52

    Questo è il punto della questione : divergere, dissentire, ma non prendere le distanze l’uno dall’altro. Mi fa piacere che nobile apprezzi il lavoro di Orioles, che seguo con attenzione da alcuni mesi e mi sforzo di divulgare in rete. Come mi fa piacere leggere analisi attente come quella che ha pubblicato qui. Come dice spesso Saviano, la parola è l’unica arma che abbiamo per lottare ed è l’arma più forte che esista.
    Ieri sera sono stato in una cooperativa sociale del centro storico di Napoli, Canto Libre, messa su dal musicista e poeta Massimo Mollo, che mi piace citare qui. Si è parlato dell’enorme energia che attraversa Napoli in questo momento di crisi drammatica e del potenziale di lotta esistente. Tutti eravamo d’accordo sul fatto che siamo in tanti, che c’è volontà di resistere, che possiamo anche vincere. Il problema è che non sappiamo come.

  26. nobilebastardo il 26 maggio 2007 alle 12:10

    Con la legge principalmente.
    E non parlo solamente della sua decisa applicazione o dell’uso delle forze dell’ordine.
    Questi sono elementi essenziali nella lotta alla mafia ma non sufficenti.
    E’ necessario anche che la legge sia plasmata in strutture e procedimenti funzionali alla lotta contro la mafia,che si produca in modo da essere modellata sul fenomeno mafioso.

    Appalti,flussi di denaro,gestioni societarie,concorsi,assunzioni.
    Trasparenza,controllo dello Stato,tolleranza zero con forme d’infiltrazione e di convivenza mafiosa.Per le imprese Certificazioni,carte in regola,mani pulite.Tagliare fuori la mafia dai processi produttivi del paese.
    Rilegarla a fenomeno criminale.
    Leggi ad personam per la mafia,leggi speciali come quelle fortemente volute da La Torre Falcone e Borsellino.Che snelliscono i processi,che apliano i poteri dei magistrati,che oltrepassano l’idea fascista del “delinquente” e fanno propria un’altra idea,della mafia come acqua sporca che filtra nel corpo sociale,lo irriga di se e ne raccoglie i frutti.

    E poi c’è il potere enorme della parola,della parola ad alta voce,della parola che è cosa piccola e semplice eppure capace di rivelare la verità,svegliare,riportare alla ragione,educare.

    Le parole di Saviano ne sono esempio grandioso.
    Lo sono le parole del sindaco di Gela Rosario Crocetta,di Giuseppe Lumia,di Don Ciotti e di tutti quelli che danno un lucido esempio di lotta reale e decisa a costo della propria libertà, per la propria e la nostra libertà.

  27. bruno il 26 maggio 2007 alle 13:24

    D’accordo, come non condividere ? Ma la rete non riesce a formarsi, troppi buchi, troppo sfaldata. Bisognerebbe riuscire a uscire ognuno dal proprio isolamento o autoisolamento e coordinare la lotta unendo le forse e saltando gli steccati ideologici, la barriere invisibili delle differenze. Forse mancano i leader. Sta di fatto che si sta sprecando un potenziale enorme e si sta perdendo troppo tempo.



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