Una ricorrenza

24 maggio 2007
Pubblicato da

cielo.jpg di Walter Nardon

Rientrato dal lavoro, si era preparato qualcosa da bere e si era seduto accanto alla finestra. Guardava le case in fondo alla strada. Dopo un paio di mesi dal trasferimento, le abitudini avevano ripreso il loro corso. C’era, tuttavia, qualcosa di troppo illusorio nei pranzi cui di tanto in tanto era invitato a partecipare: qualcosa che per un po’ lo aveva aiutato, sollevandolo dalla situazione in cui si trovava, ma qualcosa che appariva, di volta in volta, senza via d’uscita. D’altra parte, solo qualche collega cercava ancora di farsi invitare (nella maggior parte dei casi, per sfuggire ai doveri di famiglia). L’incarico di rappresentanza, che aveva accettato di assolvere in via suppletiva (in attesa della nomina del titolare) estenuava ogni resistenza. Le cose stavano andando per le lunghe.
Cambiarsi per uscire di nuovo la sera cominciava a pesargli. Sentiva la mancanza del conforto conosciuto di una casa, un conforto che nell’appartamento dove viveva non poteva ritrovare. Pensava che sarebbe stato bello accontentarsi delle occasioni, di qualche compagnia di fortuna. Invece, c’era poco da fare.
Andò a cambiarsi. Doveva arrivare all’altro capo della città.
In mattinata, entrando in un negozio di alimentari, aveva incontrato una ragazza che gli aveva ricordato sua moglie. La cosa era giunta del tutto inattesa: lo stesso modo di muovere la mano per segnalarsi al commesso di turno. Ricordava quando, da ragazzo, seduto negli spazi misteriosi della drogheria (dietro al grande banco di legno), aveva pensato di fuggire con lei, la figlia del titolare. Aveva davvero un aspetto simile. Poi non se ne era fatto più nulla.
In fondo alla strada, l’agitazione si era un po’ calmata. Il viavai dei giorni precedenti si era spento. Prese a spazzolarsi la giacca.
L’operosità – fisica o psichica che sia – in uno stato di isolamento diventa una condizione abituale: la risposta a un bisogno materiale dal quale si era stati sollevati e che d’improvviso si frammenta in mille richieste; la difesa con la quale si cerca di convincersi che in qualche modo, ancora sconosciuto, si può resistere alla forza dell’abbandono.
C’era davvero poca gente sul marciapiede. In attesa dell’autobus, si fermò sotto la tettoia. Dall’altro lato della strada, una coppia spingeva un carrello del supermercato e scherzava con il proprio bambino che si era seduto dentro.
La scuola che aveva frequentato in gioventù aveva perso reputazione. Si era parlato molto, e in vario modo, di questo istituto in una delle cene cui era dovuto intervenire. Le aziende meditavano di negargli ogni finanziamento.

II

Qualche anno prima di conoscere sua moglie, una sera d’agosto, al termine di un’estate che si era rivelata particolarmente difficile, aveva dato appuntamento a una ragazza straniera. Avevano trascorso la serata abbracciati su una panchina. Erano rimasti in giro fino a notte fonda. Pur avendo voglia di ricamarvi sopra, aveva cominciato ad avvertire quasi subito la comicità involontaria dell’episodio – sapeva che il giorno dopo sarebbe dovuto entrare in ospedale. Tuttavia, lo svolgersi improvviso di quell’incontro (dopo alcuni mesi trascorsi a casa), la disponibilità di quella ragazza, ai suoi occhi rimasero per molto tempo un segno pieno di speranza. Ora la stagione della sua vita era troppo lontana perché quell’episodio potesse servirgli da esempio.
Aveva assistito personalmente allo sgombero delle case. Sapeva che nonostante le proteste dei condomini, lo sfratto sarebbe stato eseguito. Sembrava che la società immobiliare avesse trovato un accordo con il Dipartimento degli Affari Sociali per rimediare alle situazioni più difficili. Vivendo in uno dei palazzi vicini, un pomeriggio, mentre saliva le scale, si era fermato a parlare con alcuni dimostranti. Erano molto preoccupati ma – come accade in certe circostanze – manifestavano una vitalità, una fiducia nel futuro che poteva conquistare. Aveva aiutato una famiglia a trovare ricovero presso un dormitorio, almeno per il primo periodo.
Ad ogni modo non era facile riaversi. Forse non si trattava neppure di questo.
Le consuetudini urbane si mostravano ordinate, lucide e quasi del tutto sterili, rispetto a quelle di campagna. Negli ambiti in cui il mutamento è artificiale, infinitesimo, l’abitudine coglie una regolarità che tende a leggere come ripetizione, come una replica, senza possibilità di mutamento (d’altra parte, un ordine che vuole sostituirsi a quello naturale deve per forza pretendere di durare in modo indefinito). Giunti a un certo punto, a forza di ripetersi, le cose sembrano cambiare d’un tratto, decadere dal loro stato, perdere la loro funzione. Passano, senza mediazione, dall’efficenza al degrado.
Nonostante tutto, muoversi in questo intervallo diventava sempre più difficile.
Aveva comprato una rivista di costume. Seduto in autobus ne sfogliava le pagine, i servizi di moda, le donne eleganti, gli accessori, idee per occasioni speciali.

III

Negli ultimi mesi si era sentita meglio. Le settimane si erano aperte sotto un’altra luce. Le lezioni, gli insegnamenti erano diventati una necessità sostenibile, dalla quale era possibile perfino trarre qualche profitto, per quella minima parte che la poteva riguardare. Ora comprendeva meglio l’ambiente in cui era stata spedita: un posto privo di novità, di interesse. Un mondo regolare. Tutto quel che la circondava mostrava l’arrendevolezza in mezzo alla quale si chiudeva una stagione della sua vita. I pochi giorni che ancora la separavano dall’interruzione invernale restavano solo una formalità. La scuola, a ben vedere, era finita.
Aveva scritto a un suo compagno di corso che sarebbe dovuta tornare a casa per il fine settimana e che non avrebbero potuto vedersi come concordato. Così, aveva preso il tram ed era tornata in città. Si era fatta un regalo, una catenina di poco conto che portava al collo. L’aveva comprata da un ambulante.
Non aveva affatto voglia di andare a verificare la situazione familiare. Per questo si era fermata in un bar, aveva ordinato un cappuccino e si era messa a guardare dalla finestra. Aveva voglia di pensare a se stessa, di mettere alla prova i propri desideri. Nel vento che si era alzato gli stivali andavano benissimo. Non riusciva a capire per quale ragione gli anniversari potessero riguardare tanto intimamente gli altri, quelli che non ne erano coinvolti, quasi che tutti dovessero trarre vantaggio dall’apparenza durevole di qualcosa.
Aprì la borsa e si mise a osservare una foto delle vacanze che aveva scattato con due amiche. Loro tre, in spiaggia, con un grande maglione addosso.
Guardandosi attorno, scorgeva l’esigenza di mettere ordine, di formarsi uno scenario, un ambiente. Vedeva i ragazzi fermarsi davanti alle vetrine, entrare nel negozio di fronte, chiacchierare.
Prese in mano un’altra foto. Aveva comprato un cappello che al suo amico era piaciuto subito. Era stato bello restare con lui.
Fra le altre cose, negli ultimi tempi era anche tornata a impegnarsi nella corsa. Aveva vinto qualche gara, ricevuto alcune menzioni. Avrebbe voluto fermarsi in giro ancora un po’, ma si riconosceva ancora un’autonomia limitata.
Aveva bisogno di passare del tempo con qualcuno.
Pagò il conto e uscì.

IV

Nel breve cerchio che descriveva la sua vita, le donne con le quali poteva dire di aver contatti abituali (per ragioni familiari o professionali) erano le seguenti:
1) La sua segretaria. Bionda, alta, come lui non più giovane, ma di aspetto piacente. Tenuto conto sia delle varie questioni lavorative, sia delle possibili occasioni di dialogo, le sue conversazioni quotidiane con lei non superavano i venti minuti. Nubile, indipendente, con un paio di legami alle spalle non regolari e ormai del tutto conclusi, trascorreva il suo tempo libero in campagna, dalla madre, o nelle attività del circolo di pittura, dove aveva conosciuto alcune amiche con le quali talvolta girava per seguire le mostre in qualche città vicina. Una volta l’aveva anche avvicinata.
2) L’infermiera che si prendeva cura di suo padre. Di origine straniera, era molto premurosa, dettagliata nei resoconti che gli faceva ogni volta che si recava in clinica. Si era rivelata una conversatrice non comune. Anche per questo le telefonava ogni settimana. Dopo aver passato molti anni in corsia, ora che i figli erano cresciuti, aveva chiesto di lavorare part-time. Persona di grande equilibrio, era sposata con un agente di commercio.
3) L’esercente dell’edicola che incontrava ogni mattina quando comprava il giornale. Solare, con un ottimismo esigente, complicato (contrappuntato da un senso del concreto che lo aveva sfrondato da ogni eccesso, rendendolo però quasi impraticabile), sembrava emergere dalle contraddizioni con una riconquistata fiducia nella vita, una condizione che sapeva confortare ogni amarezza. Aveva perso il marito diversi anni prima.
4) La direttrice della sezione gare e appalti, che lavorava nell’ufficio accanto al suo. Donna di eleganza composta, dimessa.
5) La padrona di casa, che vedeva solo una volta al mese e con la quale sarebbe stato difficile avviare qualsiasi genere di discorso.
Quando, per la prima volta, a tre anni dalla morte di sua moglie, si era trovato sopra pensiero a stendere questo catalogo (quasi per gioco) era rimasto molto amareggiato. Era quel che restava di un desiderio che cercava di riconoscere senza compiangersi. Un desiderio cui avrebbe voluto rispondere.
Le vecchie case sotto il cornicione mostravano una striscia più scura, dalla quale le imposte si distinguevano, sbiadite, lasciando intendere una concretezza sicura, affidabile.
Secondo la direttrice della scuola, nonostante i progressi, sua figlia stava ancora attraversando un periodo di difficoltà. Nell’ultima lettera che gli aveva inviato sperava che in qualche modo l’interesse per l’apprendimento potesse uscirne rinvigorito.

V

Carissima,
Scusa se ti scrivo un messaggio in fretta, ma ho poco tempo. Ho molte cose da dirti. Soprattutto, avrei voglia di parlarti. Sono tornata a casa malvolentieri, anche perché sai bene che mi sarei dovuta incontrare con lui (te ne ho già parlato, le cose stanno andando benissimo). Sono tornata perché c’era l’anniversario, c’era tutta la famiglia. Appena arrivata sono dovuta andare in clinica a trovare il nonno e a portargli dell’altra biancheria, in quel quartiere così fuori mano (per poi doverci tornare il giorno dopo). Ho perso mezza giornata, mentre avevo ben altro da fare. Cerca di capirmi, mi spiace per lui perché gli voglio bene, ma d’altra parte non riconosce più le persone. Papà ormai è difficile da classificare. Non dice niente, ma credo che abbia ripreso a frequentare la sua segretaria. Aveva fatto dei tentativi qualche mese fa, ma ora sono certa che le cose sono andate oltre. D’accordo, è nel suo diritto, ma mi fa un po’ pena. Tutto quel suo discutere, le banalità che è costretto a dire (costretto da cosa, poi?). Ha rotto un po’ le scatole con la scuola, sulla quale riconosco che ha ragione, ma sostanzialmente mi ha lasciata andare. Ho promesso che studierò quello che mi interessa (del resto, giunta a questo punto, è l’unica cosa che ho intenzione di fare).
In generale, il fine settimana è stato deprimente e mi ha salvata soltanto l’idea di poter andarmene al più presto. (Sono sincera: mi ha salvata soprattutto il pensiero di lui).
Dovrei dirti tutto – sta davvero andando per il meglio – ma te lo dirò la prossima volta (ti anticipo solo che ne ho alcune buone da raccontarti). Insomma, sono fiduciosa.
Ti abbraccio e ti bacio,
Tua L.

VI

Il giardino intorno alla clinica era poco curato, i sentieri ricoperti di foglie, con qualche zolla rovesciata. Camminò fino in fondo e si fermò davanti alla siepe, vicino all’altalena. Fra un tetto e l’altro, oltre le piante, poteva seguire la linea della collina. Erano arrivate la madre e la zia di sua moglie: il più, dunque, era fatto. Si vedevano ormai molto di rado. Due o tre volte l’anno, fingendo di dover affrontare qualche trasferta, faceva un piccolo giro e si fermava per qualche ora dalla suocera. Abitava in una casa di campagna. Pur avendo un’altra figlia, che le aveva dato tre nipoti (spesso ospiti in quella casa) non aveva superato la morte della figlia maggiore. Di conseguenza, non era facile parlarle. Sua sorella, nubile, di un anno più anziana di lei, dopo essere andata in pensione lavorava come volontaria in un istituto del quartiere.
Avevano mangiato il dolce tutti assieme, con suo padre e l’infermiera. Poi le due avevano dato appuntamento alla nipote per un tè da prendere in centro, per informarsi sulle ultime novità. Volevano che raccontasse loro dei suoi progetti.
Tredici anni prima, di ritorno da un viaggio in Alsazia, aveva chiesto a sua moglie se le sarebbe piaciuto trasferirsi in un’altra città. Aveva ricevuto un’offerta di lavoro e sembrava gli si fosse aperta una nuova possibilità di carriera. La piccola stava finendo la scuola materna, non ci sarebbero stati problemi. Ripensava al viaggio che avevano fatto in treno, le ore che avevano perso in una stazione sperduta, oltre frontiera. Ripensava a come il tutto si era svolto in seguito. C’era qualcosa in lei che sapeva sempre cogliere il nodo di una situazione, un’attenzione vivace, esercitata; qualcosa legato, forse, alla sua giovinezza. La rivedeva burlarsi di lui nel bagno rosa di quel loro viaggio.
Con il lavoro dell’oblio, dell’immaginazione, si modella pian piano il nucleo di un fenomeno al quale la memoria ritorna, di volta in volta, in modo più o meno volontario. Ormai lo sapeva bene. I numerosi tentativi esteriori, convenzionali di istituire il ricordo, di fermarlo senza voler riflettere su di esso, questi tentativi che rappresentavano la devozione familiare alla memoria (ma che certo non ne erano il monumento) sembravano col tempo sempre più pesanti, da parte di tutti. Pur trovandoli ancora necessari, questi tentativi gli apparivano come il lavoro di chi, invece di fare qualcosa che appartenga allo stesso ordine nel quale si è formata e si forma la vita, continui a lavare le ossa per renderle più bianche.
Era inutile continuare a illudersi.

VII

A partire dalla fine di marzo l’Amministrazione aveva provveduto a risistemare l’arredo urbano. La strada era tornata libera per quasi l’intera ampiezza. Sui marciapiedi, in corrispondenza delle fermate, erano apparse le nuove tettoie in legno e vetro. Era andato a ritirare il diploma che lei aveva ricevuto vincendo un concorso. L’aveva fatto incorniciare. Sapeva che sarebbe arrivata verso mezzogiorno.
In realtà, per guadagnare tempo lei aveva pranzato in treno, mangiando quello che si era portata, ma si era accorta di essere in anticipo. Così, uscita dalla stazione, aveva preso a camminare verso casa. Aveva voglia di tornare nel bar dove era stata altre volte, di scrivere qualche parola sul suo diario. Si era rimessa la collana che aveva comprato per ricordare il primo mese di frequentazione con lui (prima di partire, gli aveva regalato il lavoro che aveva presentato a fine trimestre nella prova di Educazione artistica). Aveva comprato una cravatta per suo padre. Tutto sommato, stava andando bene.
L’attenzione per gli anniversari riserva sempre delle sorprese. Sembra ormai che la memoria in occasione della ricorrenza del mese e del giorno in cui i fenomeni sono accaduti, possa esercitarsi in misura specifica, come se non si riuscisse più a cogliere questi fenomeni dai loro effetti; a riconoscerli, nella loro portata, dai risultati che hanno prodotto (quanto resta della loro veste quotidiana). Ci si illude, o quasi, che i maggiori impieghi della memoria si riducano a questa funzione specializzata.
Lungo la strada, si era fermata al cimitero. Aveva rimesso a posto i fiori, dato un po’ d’acqua; poi aveva scritto qualcosa su un biglietto (alcune righe), lo aveva avvolto in un pezzo di stoffa e lo aveva infilato in un vaso, vicino alla lapide.
Tornando a casa, aveva pensato che sua figlia avrebbe gradito qualche nota più vivace nell’ambiente, così si era fermato dal fioraio e aveva comperato una pianta. Una di quelle comuni, cui aveva subito tolto ciò che la poteva far sembrare nuova. In mattinata, si era fatto consigliare e le aveva comprato anche una giacca.
La ristrutturazione delle case era stata fermata da una delle tante vertenze urbanistiche. Le pareti di legno erano rimaste l’unico ingombro lungo la via. Si era fermato davanti al cantiere in cerca di qualche novità, qualche modifica. Fra i pannelli si vedevano le macchine spente, gli attrezzi posati da una parte. Grazie a una fortunata intermediazione la scuola aveva ricevuto un ulteriore finanziamento. Tuttavia, sapeva bene che entro breve, con ogni probabilità, avrebbe chiuso. Sapeva di aver fatto qualcosa di inutile, ma negli ultimi tempi questi gesti estemporanei, senza futuro, gli erano sembrati parte del proprio dovere. Pensava a sua moglie, la rivedeva in campagna. Ciò che lo riguardava stava riprendendo una dimensione concreta, come se le cose credute potessero pian piano riacquistare sostanza.
Mentre camminava sul marciapiede, con in mano la pianta e sotto braccio il diploma incorniciato, vedeva davanti a sé i profili regolari delle coperture, le grondaie di zinco, o di rame, le imposte ferme sul muro.
Per non dare troppo nell’occhio, vicino alle fermate moderava il passo.

One Response to Una ricorrenza

  1. Beatrice il 26 maggio 2007 alle 12:41

    quanto i simboli
    siano parte integrante di noi
    si evince dal testo

    ciao Max



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