Dal carcere di Bacau (3)

31 maggio 2007
Pubblicato da

tigreforestdi Helena Janeczek

Pare che sia sempre lo stesso viaggio che mi tocca fare: quando, appena raggiunti i diciott’anni, scappai da mia padre che dopo la morte di Ceauşescu mi aveva mandato a chiedere soldi e rubare in case e macchine a Praga, a Brno, persino in Slovacchia e Jugoslavia. Quando braccato da voi sbirri italiani ero stato così stupido da andare fino a Plopana per vedere mia madre davanti a quella cosa che prima non c’era, il televisore a colori, sola e troppo sbronza per alzarsi, riconoscermi e venirmi ad abbracciare, quando cercai le tombe di mio padre e mia sorella Mariana, quando lì davanti non vidi altro che la bambina tunisina che implorava Madre di Dio, Madre di Dio, fammi la grazia, non lasciarmi tornare a casa a mani vuote.
E l’ultima che vi ho già detto.
La prima volta avevamo paura che qualcosa potesse andare storto, ma eravamo esausti, esausti anche di paura, eravamo ragazzi e bambini e reagivamo col sonno alla paura, fino a Budapest dormivamo.
Eravamo arrivati, ma eravamo persi. Il pullman ci aveva scaricati in periferia e ci rendemmo conto di non sapere dove andare, di non conoscere nessuna parola in ungherese tranne la frase che nostro padre ci aveva inculcato, “prego, signori, un po’ di pane” e non ricordarci bene nemmeno quella. Ci attaccammo alle costole di una famiglia di Targu-Mures, erano ungheresi, andavano dai parenti di Budapest, avevano borse e cartoni che ci offrimmo di aiutarli a trasportare, non erano entusiasti della nostra insistenza, ma ci fecero salire sull’autobus con loro. Ci insegnarono quanto ci occorreva: “állomás” e “állomásszotat” e “buszmegállo”. Avremmo dovuto farci rinfrescare anche la frase per chiedere soldi, Mariana non voleva, Adrian le disse che era completamente scema a vergognarsi davanti a dei gage, poi anche lui chiese soltanto se “concert” in ungherese si diceva uguale.
“Koncert”, rispose il padre accentuando la pronuncia, preciso e schifato, e non aggiunse altro.
Nessuno di loro sembrava saperne niente e questo prima ci esaltava e poi ci preoccupava. Se la notizia non fosse stata vera, se fosse stata solo una voce, o peggio, se il concerto fosse già passato, se avessimo affrontato tutto il lungo viaggio per ritornare indietro con due spiccioli ungheresi e una menzogna da raccontare a nostro padre, a nostro padre che ci avrebbe picchiati a sangue accusandoci di aver speso i suoi soldi, ma meglio botte, una volta in più o in meno, che un’infamia simile, una simile vergogna. Ci guardammo, ci vedemmo con gli occhi dei tizi di Targu-Mures che avevano sistemato su due posti liberi, a distanza, i loro bambini e ora parlavano fra loro in ungherese. Eravamo spaventosamente sporchi e dimagriti, Mihai aveva delle occhiaie da gufo nere intorno agli occhi neri, dimostrava tre anni, tre anni e mezzo.
Fui io che dalla finestra poi lo vidi: un primo manifesto, un gruppo di figure colorate disposte in girotondo su uno sfondo nero, poi un altro uguale, e infine uno enorme, tutto nero, con la scritta “Queen”.
“Scendete qui”, dissero ad un tratto, come un ordine, gli adulti di Targu-Mures.
Quando scendemmo, senza sapere dove eravamo, senza sapere perché avevamo obbedito lasciandoci sbolognare dalle nostre uniche guide, quando li vedemmo fissarci ancora con facce vacue dal bus che ripartiva, ci accorgemmo soltanto dopo qualche minuto che oltre alla fermata c’era il fiume, il Danubio.
Non avevamo mai visto un fiume così largo, pareva incredibile che potesse scorrere in mezzo a una città, non avevamo mai visto né potuto immaginare una città così grande, così ricca e bella. Avremmo dovuto chiedere “állomásszotat”, “alla stazione”, perché era alle stazioni che dovevamo appostarci a mendicare, avremmo dovuto cercare altri zingari, sperando di capirci con il nostro scarso romani, ma non ci pensavamo lontanamente. Attraversammo un ponte, ci fermammo a guardare giù nell’acqua, era torbida e marrone, ci sputammo dentro, continuammo ad andare verso il più sfarzoso e grande degli edifici che avevamo visto dall’altra sponda, eravamo a Budapest, eravamo persi.
Questo ponte quanto era più lungo di quanto avessimo pensato, quanto era più grande questa cosa verso la quale avanzavamo, questa che ci era sembrata già immensa dall’altra riva e ora, a ogni passo, si ingigantiva? Che cos’era? Una cupola rossa al centro, altissima, e a fianco due campanili, piccole punte come quelle che ci sono sulle torri e anche torri in alto, a lato, finestre che dovevano essere migliaia, balconi, archi, scaloni ed entrate, che cos’era? Chiesa o castello, troppo grande, no, non si capiva, e avvicinandoci prendemmo un po’ paura, perché Adrian si mise a dire che dentro doveva abitarci qualcuno di almeno così potente come il nostro Conducator, e in tutte le stanze quindi stavano i suoi soldati, e forse dietro ad ogni finestra c’era qualcuno col mitra pronto a sparare.
“Torniamo indietro, torniamo indietro”, fece Mariana, ma ormai eravamo quasi arrivati e vedevamo che davanti alla porta c’erano un po’ di sbirri ma anche moltissimi ragazzi che non sembravano per nulla spaventati, anzi agitavano le braccia e gridavano, gridavano “Queen, Queen, Queen, Queen”.
Corremmo. Correvamo dietro ad Adrian che era subito scattato, Mariana teneva alzata la gonna e tirava dietro Mihai con l’altra mano, li superai, superai anche mio fratello e più forte correvo, più sentivo come facendomi un male cane stava morendo la mia mano, mi prese una tale rabbia da infilarmi fra gli ungheresi a gomitate, non accadde nulla, erano troppo impegnati ad agitarsi e gridare, nel varco che avevo aperto i miei fratelli riuscirono ad entrare, eravamo in mezzo a ragazzi e ragazze profumate in jeans e magliette aderenti con scritto “Queen”, e allora Adrian li vide, li vide uscire dalla porta centrale del palazzo e anche lui gridava, Mariana prese in braccio Mihai e gridava, erano i quattro al centro vestiti da pagliacci e uno con ricci lunghi da pecora non tosata, ma quello in mezzo con i capelli e i baffi neri nonostante la maglietta gialla ci somigliava, “Freddie, Freddie”, urlavano le ragazze, urlavano qualcosa come “ui lov iu” e allora io feci due passi in avanti, più avanti di tutti loro, sollevai e aprii con sforzo e dolore la mia mano e mentre vedevo che gli sbirri ungheresi erano pronti a cacciarmi, fissai dritto in faccia quello coi baffi neri e come molte volte avevamo fatto insieme lungo la strada, cominciai a cantare. “Ui uil, ui uil rock ju!”
“Ui uil, ui uil rock ju!” risposero Adrian e Mariana avvicinandosi pure loro, e allora cantarono tutti i ragazzi ungheresi, e quello con i baffi rise scoprendo denti così sporgenti e brutti come poteva averli anche uno zingaro rumeno, disse qualcosa mentre distaccandosi dagli altri ci venne incontro con passi quasi danzati, ci disse frasi che non capivamo, ma anche con gli occhi ora rideva, noi continuavamo a cantare e io a tendere la mano, gli ungheresi avevano smesso di cantare, gridavano a ritmo “Freddie, Freddie”, le ragazze con voci acutissime strillavano, e lui fermandosi davanti a me fece un inchino e un applauso e una carezza sulla mia testa arruffata. Schioccò le dita e una donna bionda e bianca come un’icona venne a dargli qualcosa che mi mise nella mano. Era un biglietto verde di denaro, uno solo, era un tesoro, non sapevamo riconoscerlo, ma capivamo.
Piangevo. Non avevo pianto quanto mi era stata sfracellata la mano destra, non avevo pianto durante il viaggio, ora piangevo senza rumore e i miei fratelli dietro non mi vedevano, non mi vedevano i ragazzi e le ragazze ungheresi, solo Freddie, vedevo soltanto Freddie, anche se mi guardavano pure la bionda e gli altri Queen e quelli con loro che erano più di dieci e gli sbirri che non sapevano ancora cosa fare, ma io piangevo solo per Freddie Mercury e per il sorriso che nei suoi denti sporgenti continuava a trattenere.
“Grazie, grazie, che Dio ti benedica, che la Madre di Dio ti benedica, ripeteva Mariana, mulţumesc, mulţumesc, mulţumiri.
Era sbagliato. Gli ungheresi smisero di gridare. Ci guardavano adesso, muti. Era un silenzio che conoscevamo e che non durava. Una delle ragazze sbottò urlando nella loro lingua che non capivamo, ma capivamo il tono e capivamo “zigany”. Chiusi la mano, strinsi il pugno, strinsi forte, sentii il biglietto accortacciarsi al centro del male lancinante della mia mano, mi voltai, Adrian non fece caso alla mia faccia bagnata, sussurrò “via!”. Non ci riuscivo. Guardavo i mitra degli sbirri ungheresi, guardavo Freddie che non sorrideva più, lo guardai negli occhi, negli occhi da femmina intimoriti che conoscevo, lo aspettavo.
“Thank you, little gypsies”, disse piano, salutando con un cenno del capo.
Cominciammo a scappare. Mentre correvo, ripetevo nella mia testa le parole che mi aveva lasciato, dovevo ripeterle fino a quando non trovavo qualcuno che me le spiegava, dovevo ripeterle per continuare a scappare, per non far arrivare alla testa quel che avevo capito allora, quando piangevo, quando pensavo che gli sbirri ungheresi forse mi avrebbero sparato, quando forse lo desideravo, quando capivo che avrei voluto diventare Freddie Mercury, perché se lui era riuscito, chiunque al mondo ci poteva provare, ma io no: perché era tardi, perché ero uno storpio, un bambino di sette anni con la destra fracellata.
Il resto non importa. Trovammo degli zingari ungheresi. C’era anche qualcuno che capiva il rumeno. Ci chiesero dove avevamo preso quei soldi, raccontammo, non ci credevano, capivamo che la loro invidia alla meglio poteva essere placata se noi eravamo docili lasciandoci fregare, giurammo che era tutto vero, per provarlo farfugliai ad alta voce “Thank you, little gypsies”.
“Grazie, piccoli zingari”.
I nostri soldi se li prese l’uomo vecchio che aveva tradotto quella frase. Aveva molti denti d’oro, era rispettato, era stato in America prima della guerra. Cinquanta dollari. Era grazie a lui che per quei soldi ci diedero qualcosa, venti biglietti ungheresi. Per noi potevano bastare. Ci fecero mangiare e dormire, ci accompagnarono al pullman per Oradea. A Oradea cambiammo i venti biglietti ungheresi con trenta biglietti rumeni, anche questa volta ci avevano fregati, ma ne tirammo fuori uno solo per farci portare fino a Bacau.
Tornammo a Plopana camminando sulla strada, vicino a un albero sotterrammo quattro biglietti, facemmo un segno nella corteccia, il resto lo consegnammo a nostro padre, era molto più di quanto si aspettava, non gliene fregava niente di come avessimo avuto quel denaro, la sera ci benedisse e ci sbronzammo tutti insieme.
So tutto su Freddie Mercury, conosco tutti i suoi dischi. A Imperia, con l’infermiere, guardavamo i video dei suoi concerti prima di scopare. Gli piaceva perché era frocio. Fa impazzire i froci perché credono che era come loro. Non è vero, Freddie si è scopato sia uomini che donne, più uomini, d’accordo, ma che vuol dire, anch’io andavo con più uomini che donne, ma come lui non sopportavo che mi dicessero “sei questo, sei quello” e non sopportavo limiti a quello che avrei dovuto desiderare. Non potevo diventare Freddie Mercury, ma potevo ancora cercare i soldi per strafarmi e per strafare, potevo ancora cercare di chiavarmi il mondo intero.
Sapevate che i suoi genitori provenivano dall’India come i miei antenati? Vedete che siamo uguali, quasi uguali. Entrambi figli della razza ariana. L’unica differenza è che se fossi stato come lui, se tutti i giorni avessi potuto scegliere fra fighe e cazzi, allora non avrei – lo credo, lo giuro- mai dovuto mettere le mani addosso ai bambini. Tutto qui. Non starei qua dentro ora, non sarebbe morta Hagere Kilani.
Da allora ci sono voluti tredici anni perché voi, poveri stronzi, voi piccoli sbirri italiani che non credete a una parola di quel che vi ho raccontato, finalmente siete riusciti a fermarmi. Ma va bene così, non mi aspettavo altro, e sono morto, ve l’ho detto, sono morto da allora. Anche Freddie è morto, lo sapete. E invece non sapete, come non so nemmeno io, se siete davvero tornati in questo carcere rumeno e state per rientrare per l’ultima notte all’Hotel Moldova, o se tutto questo è un incubo che entra nelle vostre notti da quando vi è toccato riaprire il processo, da quando si è ucciso il mio infermiere, o e soltanto il sogno ricorrente che ancora una volta mi ha svegliato, per cui mi trovo solo nella mia cella da cui non conto di uscire vivo, ma sono qui, adesso, e sono vivo, sono purtroppo ancora vivo e devo cercare di dormire, devo dormire, e voi adesso andate via, andate via, vi prego, e lasciatemi in pace.

fine

(qui la seconda parte)

7 Responses to Dal carcere di Bacau (3)

  1. Dal carcere di Bacau (2) | Nazione Indiana il 31 maggio 2007 alle 13:14

    […] prima parte qui) (e qui la […]

  2. Chapuce il 31 maggio 2007 alle 18:02

    Quando è possibile sentirti leggere, Helena?
    Grazie per queste testimonianze che
    raschiano un grido sul cuore.

  3. helena janeczek il 31 maggio 2007 alle 20:54

    L’ho letto una volta, a Jerago con Orago, rendendomi conto di quanto era lungo e ora non so…Se mi capita di leggere da qualche parte penso ci sarà una segnalazione sul sito.

    Grazie anche a the O.C. who reads the Old Padania…

  4. mariano3 il 1 giugno 2007 alle 03:50

    La Play The Lab, presenta Tigri di carta, il primo Serial-Movie nato per internet, la cui storia si svilupperà grazie alla partecipazione degli utenti che potranno aderire in qualità di autori o attori.
    http://www.playthelab.it
    Parte il primo Serial Movie per internet. I protagonisti sarnno Rocco
    Papaleo e Alessandro Haber. Girato interamente in Chroma Key. Il Progetto
    prevede anche la partecipazione del pubblico (in qualità di attore o
    sceneggiatore) e sarà visibile su http://www.playthelab.it Riuscirà internet a
    prendere il posto della tv ???
    Ciao a tutti ragazzi!!

  5. The O.C. il 1 giugno 2007 alle 10:58

    Helena, fatti vedere più spesso, ok?

  6. helena janeczek il 2 giugno 2007 alle 09:20

    Ci provo, O.C…

  7. così&come il 2 giugno 2007 alle 13:49

    grazie helena.
    la troppo rara parte femminile di NI è grande!
    c&c



indiani