Roth e Dylan e l’elogio del cattivo carattere

3 giugno 2007
Pubblicato da

di Nicola Lagioia

“Non sono venuto al mondo per renderle la vita facile”, ha dichiarato Philip Roth poco prima dell’uscita di Everyman a un giornalista che gli faceva notare come la conversazione appena conclusa non fosse stata un’esperienza rilassante. “E’ un grande scrittore, ma forse era meglio non incontrarlo…”, questo invece è il coro sollevatosi lo scorso aprile alla Columbia University in occasione del conferimento a Roth del Grinzane Master Award, dopo che l’autore di Pastorale americana aveva trattato la maggior parte dei presenti alla stregua di fastidiosi soprammobili parlanti limitando il discorso commemorativo per Primo Levi a qualche stralcio di una sua conversazione con lo scrittore torinese pubblicata da anni. “Ma mi state lasciando andare! Me la sono goduta nel mio modo rivoltante ancora una volta! E mi state lasciando andare!”, questo infine, qualcuno lo avrà riconosciuto, è Mickey Sabbath, forse il più scatenato tra i personaggi di Roth: inveisce contro un poliziotto che lo ha graziato dopo averlo sorpreso a pisciare sulla tomba di sua madre (la madre del poliziotto…) nonché amante adulterina di Sabbath.

Philip Roth è arrivato a 74 anni complicando la vita a chiunque abbia avuto a che fare con lui oltre le pagine stampate. E se il carattere difficile dei suoi personaggi gli ha assicurato un posto d’onore nella letteratura americana del secondo Novecento, il suo carattere difficile, la scontrosa, intransigente accoglienza che riserva a chi cerca di intervistarlo o di blandirlo con l’immancabile strumento adulatorio del travisamento poetico, lo ha aiutato a invecchiare conservando egoismo e personalità, tutto ciò che insomma contribuisce a fecondare una categoria umana sempre più a rischio: l’individuo. Non è annegato nell’alcol come Fitzgerald. Non ha lasciato che la propria riserva aurea si trasformasse in uno strumento di rovina come Capote con la high society. Non è stato sfiorato dalla tentazione messianica dell’invisibilità come Salinger e Pynchon. Solo la sua fede nei limiti umani, una fede senza sbocchi escatologici fuori da un feroce amore per la mortalità in tutte le sue forme, soltanto questo probabilmente gli ha consentito di non restare vittima del rise and fall in salsa cristica che l’occidente utilizza da tempo come trono e patibolo per la fama.
Il primo libro di Roth è del ’59. Soltanto tre anni dopo esordirà su vinile un altro personaggio destinato a diventare un’icona a stelle e strisce, di ceppo ebraico come Roth, e come lui dotato di un carattere autarchico e per niente conciliante. Si tratta di Bob Dylan, appena tornato a suonare in Italia e riportato in libreria da Feltrinelli con Tarantula, suo primo e unico romanzo, ritradotto e commentato in una nuova edizione. E d’accordo, si tratta di un libro pressoché illeggibile, uno spericolato tentativo di convertire alla propria cifra William Blake, cut-up burroughsiano e Friedrich Nietzsche, un’impresa superiore alle forze del menestrello di Duluth. Ma come dire… certi fallimenti (purché molto fragorosi e altrettanto personali) meritano molta più attenzione dei piccoli trionfi di chi ha l’epigonismo come bussola.
“Il successo è l’altra faccia della persecuzione…”, diceva sconsolato Pasolini in una trasmissione televisiva di tanti anni fa. Sia Roth che Dylan sono stati però talmente fedeli all’ideologia della propria individualità artistica da intuire che sputare sulla fama rischiava di essere a sua volta l’altra faccia del narcisismo da celebrity skin: un’assicurazione sulla futura prevedibilità. Riuscire nell’impresa di essere se stessi conservandosi vivi vuol dire tutelare, senza ammaestrarlo, il patrimonio di contraddittorietà proprio di ogni essere umano. E per questo un cattivo carattere è fondamentale. Il risultato è una salvifica inafferrabilità. Ecco Dylan che canta “We are the World” dietro l’innocuo carrozzone di Usa for Africa. Ma eccolo offendere i folk-addicted con la provvidenziale “svolta elettrica” di Newport ed eccolo, anni dopo, spiazzare i fan sabotando le proprie canzoni, smembrate da arrangiamenti vocali in bilico tra ridicolo e sublime. Ed ecco Philip Roth: riceve tutto impettito il premio Pulitzer… Ma eccolo brutalizzare un giornalista che gli ha dato del “jewish writer” ed eccolo dichiarare, lui che ha insegnato a Princeton: “sarebbe meraviglioso stabilire una moratoria sulle discussioni letterarie, e se si chiudessero i dipartimenti di letteratura, se i critici fossero banditi”.
Il cattivo carattere salva se stessi, ma non è detto che rispetto al mondo non risenta del trascorrere del tempo. Dylan e Roth, oltre a quella di un enorme talento, hanno avuto la fortuna di vivere in un paese e in un periodo storico capaci di far fiorire grandi individualità sul territorio del middlebrow. Anche l’arte ci ha guadagnato. Difficile immaginare Alex Portnoy o lo Svedese o Coleman Silk al di là della cortina di ferro, come è difficile che fuori dal narcisistico eppure miracolosamente disordinato fervore delle sottoculture giovanili potesse nascere un capolavoro come Blonde on Blonde. E però, se l’arte è una buona cartina di tornasole per capire dove va il mondo, stiamo forse parlando di un’epoca in declino.
Prendiamo Everyman, l’ultimo romanzo di Roth. Non la sua prova migliore, ma non è questo il punto. Nel libro come al solito trionfa l’individualismo del suo protagonista – imperfetto, rancoroso, ansioso di dare e ricevere amore e nefandezze, in viaggio come tutti verso la morte ma capace di fare della propria identità duramente guadagnata sul campo una grande lezione di etica. Si è detto che questo romanzo, nella sua icastica secchezza, è un compendio del Roth-pensiero. Tuttavia, a differenza dei libri precedenti, qui non è la sfrenata potenza vitalistica della scrittura a comporre “fisicamente” un’idea di mondo ma il contrario: una precedente idea di mondo sottomette la scrittura al suo statuto. Trattasi, per la prima volta nel caso di Roth, di romanzo a tesi, così come per la prima volta il protagonista principale di un suo libro non ha un nome. Quanto basta a far pensare che Everyman (consapevole o meno Roth) non sia tanto la carta costituzionale dell’universo del suo autore ma un dignitosissimo, toccante congedo, attuato proprio in virtù del fattto che questa poetica riceve in qualche modo una codificazione. Analogamente, Modern Times, l’ultimo album di Dylan, è un pregevole esercizio di inattualità. Il suo ascolto rigenera, ma non si fa tutt’uno con lo zeitgeist come a suo tempo Highway 61. E anche le canzoni storpiate, e il ventennale neverending tour… più che sistemi per sconvolgere il proprio tempo sono eroici tentativi di ipnotizzarlo, salvando il loro fautore da un’epoca in cui tenersi un’identità comincia a diventare un esercizio disperato. Dylan e Roth insomma ce l’hanno fatta. Ma chi nell’89 non aveva ancora vent’anni? Ecco, questo il problema, questo un motivo ulteriore per scavare nel loro enorme patrimonio. Al di qua e al di là delle pagine stampate e dei cd, qual è lo spazio per l’individuo in una società che, più che cercare un interprete a cui fare ponti d’oro o un eretico da perseguitare per più di cinque minuti, è soprattutto interessata a raccontare in automatico se stessa attraverso i media, lo spettacolo, il teatro della politica e della religione – non un’intelligenza collettiva come volevano le anime belle all’alba del XXI secolo, ma un’infallibile maccina acefala per la gestione del potere? Un Mickey Sabbath è ancora possibile, ad esempio? E il cattivo carattere, da solo, può bastare?

[precedentemente pubblicato sul “manifesto”]

41 Responses to Roth e Dylan e l’elogio del cattivo carattere

  1. Barbara il 3 giugno 2007 alle 11:17

    A me Everyman è piaciuto poco poco (e Roth è uno dei miei autori preferiti.)
    Soprattutto perchè mi ha dato come l’impressione che Roth non avesse nessuna voglia di scriverlo, e quindi si è ripetuto in modo quasi meccanico, anche se il tema avrebbe dovuto invece suscitare forti emozioni.
    Ecco, a me manco una..
    Non sapevo poi del suo caratteraccio, seppure leggendo di Sabbath magari potevo immaginarlo..:o)

  2. Alessandro Morgillo il 3 giugno 2007 alle 13:39

    Cattivo carattere? La verità è che a Philip Roth gli prude. Non riesce più a godere della fica e i vecchini dei ceci non gli hanno ancora concesso il Premio Nobel.  Sarà una congiura? Riuscirà a vedere il cambio della guardia? Un giorno qualcuno eroico piscerà sulla sua tomba? Qualcuno si farà sbattere sulla sua lapide?
     
    Se gli svedesi non hanno goduto di Boris Vian perché dovrebbero godere di Philip Roth? Ci vorrebbe un’inversione di tendenza! Antonio D’Orrico non ci dormirà la notte. Sono anni che se lo sgrilletta.

  3. Chapuce il 3 giugno 2007 alle 13:58

    ‘Riuscire nell’impresa di essere se stessi conservandosi vivi vuol dire tutelare, senza ammaestrarlo, il patrimonio di contraddittorietà proprio di ogni essere umano. E per questo un cattivo carattere è fondamentale. Il risultato è una salvifica inafferrabilità.’

    sono pienamente d’accordo con questo estratto!

    solo, al posto di cattivo carattere – che dà l’idea di insito già dalla nascita – metterei “carattere impermeabile”, come quello del pelo.
    La scorza sotto ben indurita!

  4. valter binaghi il 3 giugno 2007 alle 15:11

    @ Morgillo
    C’è qualcos’altro che hai da venderci oltre alla straripante esibizione del tuo vitalismo tardo adolescenziale? Per te il mondo si divide in:
    – i giovani
    – quelli che rimpiangono di non esserlo più

    Everyman è la morte che mastica amaro. Senza essere un fan di Roth, a me è piaciuto assai.
    Quanto a cattivo carattere, se vi pare antipatico Dylan informatevi un po’ su Lou Reed.

  5. Alessandro Morgillo il 3 giugno 2007 alle 15:43

    @ Binaghi

    Per me il mondo si divide in chi ha le palle e chi sta aggrappato su quelle altrui.

  6. Luminamenti il 3 giugno 2007 alle 16:32

    Roth è simpaticissimo! e mangia con gusto! gli piace sopratutto la pasta con i broccoli fritti!

    Quando la grana degli eventi rispecchiava più da presso l’immutabilità del mondo, l’individuo era l’unità di misura dell’esperienza ad esso adeguata. L’esperienza era secolare. Mentre al culmine del suo tempo si attingevano conoscenza della vita e sazietà. Nella Zivilisation, invece, il giorno diventa estrema misura di vita, il resto è un sovrappiù. All’interno di esso si colloca l’unica esperienza creduta! Tutto si svolge ed esiste solo sotto la luce dei suoi riflettori! Eppure anche nel guizzo di luce a cui il mondo è legato, colpisce per un momento l’oscurità.
    E mentre nel lampo la scena sembra illuminarsi a festa e ciò che si vede si vede per un attimo, nella dimensione dell’ombra rientrano tutte le misure del tempo. Presente, passato e futuro si stipano nell’ambito della notte che diventa per qualcuno ancora, il paradigma del tempo…
    Quello che nell’ombra rimane, contiene nella sua smisurata angustia l’universo intero. Solo allora, si potrà dire che chi ha vissuto un giorno di vera luce ha vissuto una vita intera! Vivi il tuo giorno, dunque…senza sipario…Ama per oggi, intanto. Dormi? Sei morto. Ti svegli? Sei rinato, allelulia. Rinascerai per ventimila, forse trentamila volte. La pace sia con te.

  7. hce il 3 giugno 2007 alle 16:38

    Time present and time past Are both perhaps present in time future…

  8. Alessandro Morgillo il 3 giugno 2007 alle 17:16

    Philip Roth ha trascorso la sua esistenza a lesbicare. Ha l’umorismo e l’epicità di una camionista del New Jersey.

  9. valter binaghi il 3 giugno 2007 alle 17:33

    @ Morgillo
    Vedo. Per te avere le palle significa essere una pugnetta qualsiasi che pretende di stroncare l’autore di “Sinfonia pastorale”.
    Preferisco gli eunuchi di buon gusto.

  10. Luminamenti il 3 giugno 2007 alle 18:09

    Riferirò.

  11. Barbara il 3 giugno 2007 alle 18:43

    @Morgillo
    Ehm, che per caso sei parente a Iannozzi ?
    Così, per dire..:o)
    Perchè mi sembra che tutti e due emettiate giudizi come asciate..

  12. Valentina il 3 giugno 2007 alle 19:51

    ps,
    meglio chi ha le palle!

  13. Reginaldaderodriguez il 4 giugno 2007 alle 12:37

    resta il fatto che Dylan è Dylan e Roth è Roth
    con rispettive palle e caratterini annessi!

  14. The O.C. il 4 giugno 2007 alle 14:26

    Li conosci vecchi i camionisti del New Jersey, eh?

  15. Alessandro Morgillo il 4 giugno 2007 alle 15:27

    No. Conosco una ex-camionista del New Jersey che gestisce a Firenze una trattoria con la sua compagna livornese. A sentire il pastore maremmano, Philip Roth è solo una vecchia lesbica che si sgrilletta a manetta.

  16. Christian Frascella il 4 giugno 2007 alle 15:34

    La simmetria Roth-Dylan è pari solo alla simmetria Lagioia-Buoni Libri. Precaria.

  17. Pier Luigi il 4 giugno 2007 alle 17:11

    Allora: Sinfonia pastorale è di Andrè Gide. Poi, se volete continuare a parlare di Philip Roth, il suo romanzo è: Pastorale americana: un immenso capolavoro la cui grandezza gioca con Underworld di De Lillo. Ma senza fare il solito gioco dei soliti noti con i soliti titoli, vorrei aggiungere che Lagioia ha segnalato Sabbath (il teatro di Sabbath) che è il più disturbante, vero, rissoso, preciso, aberrante quadro dell’animo unamo – informe.
    Andate, e leggete.

  18. daniele il 4 giugno 2007 alle 17:41

    Grazie Nicola. Mi è piaciuto leggerti in questo articolo.

    C’è qualche sdentato poi qui sotto tra i commentatori che ride tra i denti.

  19. valter binaghi il 4 giugno 2007 alle 18:02

    Mi scuso per il lapsus, più da capra che da pastore.

  20. Alessandro Morgillo il 4 giugno 2007 alle 20:19

    Nicola Lagioia ha sbrodolato una lunga sequenza di immagini pretestuose su Philip Roth. Bob Dylan poi sta a Roth come Nico, la chanteuse dei Velvet Underground, sta a Caterina Caselli.

    Sì. Sinfonia Pastorale è di André Gide. Opera sicuramente nota all’autore di Pastorale Americana. Romanzo in cui Roth prolisso lesbica per ore sui riccioli biondi di Seymour Levov, come fosse una Barbie, mentre la povera Merry resta balbuziente, senza raggiungere mai l’orgasmo liberatorio della protagonista di Zabriskie Point di Antonioni. Personaggi che spariscono nel nulla. Vicende bruscamente interrotte. Salti temporali come buchi neri. Centinaia di interminabile seghe da asciugare. Centocinquanta pagine sarebbero state più che sufficienti per un romanzo che sul ’68 getta lo stesso sguardo di Susanna Tamaro in Va’ dove ti porta il cuore.

  21. daniele il 4 giugno 2007 alle 22:02

    ma che è, il festival della sentenza?

  22. valter binaghi il 4 giugno 2007 alle 23:28

    A questo punto, Morgillo, aspettiamo un romanzo epocale. Da te.

  23. Diana il 5 giugno 2007 alle 07:25

    @Daniele:
    tra uomini è così, si azzuffano per niente!

  24. daniele il 5 giugno 2007 alle 12:16

    non è un fatto di genere credo. ogni dibattito pubblico ospita sempre un narcisista intellettuale particolarmente loquace gonfio di sentenze e giudizi pomposi come insostenibili. è una delle maschere della commedia “dell’arte”.

  25. Alessandro Morgillo il 5 giugno 2007 alle 12:39

    @ daniele

    Guarda che Nicola Lagioia si è messo in pompa magna a sciorinare cose insostenibili. Non io.
    Sentenziare poi vuol dire tutto e niente. In italiano può essere declinato in diverse accezioni.
    Quanto alla commedia dell’arte… Che dire? Tu saresti lo spettatore stuprato?
    Perché non mi comunichi, nel tuo stile, la grandezza di Philip Roth, invece di stare qui a sputare livoroso come una damina?

  26. The O.C. from herzog il 5 giugno 2007 alle 13:44

    @nicola se ci sei batti un colpo

    “Fare tutte le cose che fa un uomo senza scrupoli mentre si continua a rimanere una persona seria. Terribilmente seria”.

  27. daniele il 5 giugno 2007 alle 14:57

    Nicola ha detto la sua.
    Tu non dici nulla, per di più con arroganza.
    Saluti.

  28. franz krauspenhaar il 5 giugno 2007 alle 15:44

    Se mi consentite, Pastorale americana è uno dei romanzi più brutti e noiosi che abbia avuto la ventura di leggere. Roth ha scritto veramente di meglio, secondo me. E comunque, mi piace il paragone di Morgillo: Nico =Caterina Caselli – Roth=Dylan. Senza nulla togliere al bell’articolo.

  29. Paolo S il 5 giugno 2007 alle 18:01

    Proviamo a concentrarci sulle domande finali di Nicola:

    “Al di qua e al di là delle pagine stampate e dei cd, qual è lo spazio per l’individuo in una società che, più che cercare un interprete a cui fare ponti d’oro o un eretico da perseguitare per più di cinque minuti, è soprattutto interessata a raccontare in automatico se stessa attraverso i media, lo spettacolo, il teatro della politica e della religione – non un’intelligenza collettiva come volevano le anime belle all’alba del XXI secolo, ma un’infallibile maccina acefala per la gestione del potere? Un Mickey Sabbath è ancora possibile, ad esempio? E il cattivo carattere, da solo, può bastare?”

    Come se il cattivo carattere fosse necessario ma addirittura non sufficiente per reggiungere l’individualità, di fronte al sistema acefalo e massificante dei media. L’individuo fuori dai media non mi sembra che abbia granché da guadagnare, dal proprio cattivo carattere. E Luminamenti, che descrive Roth fuori dai media, lo definisce simpaticissimo. Convergenza interessante, che rimette in gioco una serie di considerazioni su pubblico/privato ecc ecc.

  30. The O.C. il 5 giugno 2007 alle 19:11

    Daniele, che ti sei alzato storto? Saluti a te.

  31. sentenza il 5 giugno 2007 alle 19:50

    Daniele ha l’occhio lungo.

  32. Pier Luigi il 5 giugno 2007 alle 19:55

    Allora: Pastorale Americana, lo ripeto perchè non ci si confonda come già capitato con un altro romanzo, solo per assonanza, e non è melodia americana, non è tabulatura americana… basta vedere un po’ più su. Perchè se uno lo ha letto (sempre legittimo il giudizio, anche se non è piaciuto) difficilmente se lo toglie dalla testa. Ad ogni modo.
    Pastorale è uno dei più grandi esempi di romanzo epico degli ultimi anni, insieme ad Underworld di De Lillo e Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay di M.Chabon. Per i dovuti riferimenti rimando a due saggi: Massimo Fusillo “Fra epica e romanzo” e Thomas Pavel “Il romanzo alla ricerca di se stesso”; entrambi sull’enciclopedia del romanzo Einaudi, secondo volume.
    Ritengo più importante soffermarmi su due parti, fondamentali, per affermare la grandezza di P.A. che se ha qualche punto debole è solo la lunga, troppo lunga descrizione della lavorazione dei guanti; ma anche lei è funzionale alla compattezza del romanzo, alla sua architettura, e, cosa più importante, per affermare il suo climax.
    Sì, climax, che come in tutti gli altri corposi romanzi di Roth (Il complotto, e soprattutto lo straordinario Sabbath) cresce cresce cresce diventando insostenibile e sfiancante, ma è sempre funzionale ripeto, perchè quando si ha il botto, il momento pirotecnico la soddisfazione è massima e lo spettacolo è abbagliante. Mi riferisco a quando, nel bel mezzo di P.A., dopo una lunga, interminabile dettagliata descrizione della vita opere pensieri considerazioni lavoro casa al mare matrimonio con la reginetta dello Svedese si arriva al punto della telefonata con il fratello Jerry che genera il crollo, la caduta, la consapevolezza del paradiso perduto, sempre che di paradiso si possa parlare quando poi tutta la vita che credevi si rivolta e si sfracella facendoti rivedere tutto quello dietro di te dalla specola della frattura.
    Il crollo, la caduta, l’intera scoperta di ideali ridotti a frattaglia e illusione ha senso solo dopo che si è meticolosamente costruito un romanzo, un’opera che ha la stessa complessità, e le stesse lungaggini della vita, e di metà secolo di Storia. E la vita è quella di Levov, way of life noiosissimo, troppo lucidato. Le crepe, però, come sappiamo, ci sono sempre, dietro ogni cosa. E ha senso scoprirle, addentrarsi solo se si è ammirata la magnificenza oppure ci si è annoiati mortalmente per tanta perfezione. Il punto è questo: P.A. è una cattedrale che vertiginosamente cresce, va fino al cielo, è magnifica; ma poi le vengono inferti colpi mortali, pochi e buoni, poco alla volta. Ma alla fine crolla.
    Roth è maestro in questo, e capisco chi dopo aver letto Everyman sia rimasto deluso: forse si aspettava digressioni e LESBICATE (come qualcuno sopra le ha definite). Ma Everyman, che non pochi hanno giustapposto a La morte di Ivan Ilic, ha un legame strettissimo con P.A., infatti già dalle prime pagine N.Zuckerman (per niente scatenato) rivede dopo anni lo Svedese e ricorda il racconto lungo di Tolstoj. In quel caso pronuncia alcune parole che solo il primo mattone dell’intero romanzo: “la vita dello Svedese, per quanto ne sapevo io, era stata molto semplice e molto comune, e perciò bellissima, perfettamente americana”.
    A pronunciarle è N.Z. che è P.Roth, scrittore dentro lo scrittore. Questo è il secondo punto fondamentale, capitale di Pastorale Americana (nel caso qualcuno rievochi sinfonie o ouverture).
    Lo scrittore N.Z., P.R. (come tantissimi altri) ha le proprie convinzioni, la propria visione. In fin dei conti è un comune essere umano che se decide che una cosa sia buona è buona se cattiva… E come qualsiasi essere umano si aggrappa a ricordi e prime sensazioni che ne determinano il giudizio per tutta la vita. E lui è convinto che la vita di Levov sia perfetta, incantevole, magnifica, senza crepe. Levov era il suo eroe. Levov gli aveva detto “il basket è un’altra cosa, Skip”. È il suo, personale eroe a dirgli queste cose. Ma si sbagliava, e di grosso. Perché anche dietro chi idolatriamo o crediamo lustro e divino si nascondono abissi. La complessità della vita. La caduta. Il paradiso perduto.
    E anche uno scrittore abituato a maneggiare personaggi scopre che gli uomini, la vita sono un’altra cosa.
    Sempre.

  33. Lorenzo Galbiati il 5 giugno 2007 alle 20:42

    Un altro articolo su Dylan, ma quand’è che vi dedicate a Springsteen, che vale molto di più e ha pure un bel carattere?

  34. Alessandro Morgillo il 5 giugno 2007 alle 23:17

    @ Pier Luigi

    Più che dal bacio paterno, la figlia dello svedese sarebbe stata sconvolta dal colpo di rullante di Like a Rolling Stone di Bob Dylan. Sarebbe finita nella Factory a canticchiare i pezzi di Lou Reed. Obesa e balbuziente. Di famiglia ricca. Perfetta. Forse si sarebbe convertita allo giainismo solo dopo aver sparato ad Andy Warhol. Altra storia. Meno epica. Dall’intrepido respiro lirico.

  35. Alessandro Morgillo il 5 giugno 2007 alle 23:20

    Al giainismo…

  36. alanina il 6 giugno 2007 alle 11:12

    Laddove Pastorale Americana l’ho letto e mi è piaciuto e avrei detto che me lo ricordavo e concordo in generale con quanto dice Pier Luigi, ho perso qualunque memoria di questa telefonata col fratello jerry che rappresenterebbe il “botto” del romanzo.
    riaffermo che la lettura è veramente esperienza curiosa e soggettiva, o mi deprimo?

  37. The O.C. il 6 giugno 2007 alle 11:14

    Sentenza, dalle mie parti si dice “mettiti le biciclette”.

  38. alcor il 6 giugno 2007 alle 22:47

    Ho apprezzato il commento di Pier Luigi, anche se Pastorale americana non ha lasciato dentro di me alcun ricordo e solo leggendo il commento mi tornava in mente. Ma non può essere un giudizio, solo una profonda estraneità.

  39. Rosikator... il 7 giugno 2007 alle 19:44

    “Bob Dylan poi sta a Roth come Nico, la chanteuse dei Velvet Underground, sta a Caterina Caselli…”

    Morgillo, Morgillo…
    se ti rode il culo:
    dillo!

  40. Alessandro Morgillo il 8 giugno 2007 alle 02:17

    zzz zzz zzz zzz zzz zzz zzz zzz zzz zzz zzz zzz zzz zzz zzz

  41. sitting targets il 8 giugno 2007 alle 02:39

    l’unica cosa che accomuna dylan e roth è che sono due stronzi fatti e finiti. nico mi ricorda fidenco. la caselli chi è, quella dell’arcilesbo?



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