Berlusconi paga Leopardi

7 giugno 2007
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(Pubblico questo pezzo già apparso su “il primo amore” il 5/06/07. La faccenda di cui Antonio Moresco parla ha suscitato anche in me una serie di riflessioni, che in alcuni punti non concordano con quelle da lui esposte. Ad esempio, non posso impedirmi di pensare neppure un istante che il principe dà con una mano quello che con l’altra ha abbondantemente preso, così come accade a tutti i plurimiliardari filantropi e agli stati ricchi che aiutano con doni i paesi che hanno in precedenza impoverito. Ma davvero non ha senso fermarsi qui. Moresco ci presenta un paradosso reale e innegabile, che risuona in modo particolarmente familiare per chi vive in Francia in questo momento. La destra, pur restando più che mai se stessa, riesce a scippare alla sinistra iniziative, temi, a volte prestigio culturale. Su questo vale davvero la pena di riflettere spregiudicatamente. A. I.)

di Antonio Moresco

Abbiamo appena letto sul quotidiano Libero che Silvio Berlusconi coprirà per intero la cifra necessaria a tradurre la parte restante dello Zibaldone in lingua inglese (100.000 euro).
Visto che questa battaglia è partita dal Primo amore non possiamo che essere contenti di questa rapida conclusione.
Per quanto mi riguarda, non ho nessuna difficoltà a ringraziare sinceramente Silvio Berlusconi per questo gesto, senza che ciò sposti di un millimetro la mia opinione generale su di lui.

Ma -detto questo e a scanso di equivoci- si impone una ricostruzione dei fatti e una scomoda riflessione.

Le cose sono andate così:
Invitato a Roma da Luigi Severi per un incontro con gli studenti all’Università, ho conosciuto -oltre a chi mi aveva invitato- Franco D’Intino che, dopo l’incontro pubblico, in una pizzeria della Garbatella, mi ha parlato della sua lunga battaglia -condotta assieme a pochi altri in Inghilterra e in Italia- per tradurre Lo zibaldone in lingua inglese e della sua frustrazione per i continui, inutili tentativi di trovare i soldi necessari a pagare le spese di traduzione. Tornato a Milano, ho parlato della cosa con gli amici del Primo amore e con altri che potevano rendere pubblica questa incredibile situazione attraverso i giornali. Con l’aiuto di Franco D’Intino, ho informato i lettori del nostro sito di questa battaglia, fornendo anche un numero di conto corrente per chi volesse prendervi parte di persona, appello ripreso poi da alcuni altri siti.
Un articolo sulla vicenda è stato immediatamente proposto -prima che a ogni altro- a un noto periodico collocato nell’area di sinistra, che però si è detto non interessato alla cosa.
Così -con la solitaria eccezione di una breve segnalazione di Nico Orengo su Tuttolibri- nessun altro dei giornali da cui ci si sarebbe aspettata attenzione per una battaglia culturale come questa ha voluto dedicare una riga all’argomento.
Massimiliano Parente (che ringrazio per l’intelligenza, la passione e la concretezza con cui si è gettato in modo determinante in questa impresa) ha proposto un articolo sull’argomento al giornale su cui scrive (Libero), che ha accettato immediatamente, dedicandovi grande spazio e trasformando la cosa in una vera e propria campagna. (In questo caso, tanto di cappello alle pagine culturali di Libero!). Dopo questo primo articolo, ce ne sono stati infatti altri sullo stesso giornale, tra cui uno firmato dal capocultura Alessandro Gnocchi. Da questa iniziale mobilitazione sono nati i successivi passaggi che hanno portato alla rapida e clamorosa conclusione che conosciamo.

Ora io, come non sono d’accordo con Silvio Berlusconi, così non sono d’accordo con le posizioni di Libero. Però lo sviluppo e l’esito di questa vicenda impongono alcune domande ormai ineludibili:

Come mai, in questi anni, neppure una battaglia così indiscutibilmente importante e onorevole riesce a trovare accoglienza nelle pagine di un giornale collocato a sinistra e i cui giornalisti si dicono attenti alla cultura mentre un giornale come Libero (giudicato “impresentabile” dai primi) ci si getta invece a capofitto? Certo, non sono così ingenuo da non capire che c’è in questo anche intelligenza giornalistica, fiuto, tempismo, scaltrezza, senso dell’utile culturale e del ritorno di immagine ecc, ma perché le pagine culturali di un giornale di sinistra -in assenza evidentemente del resto- non riescono più a dare prova neppure di altrettanta professionalità e prontezza di riflessi?

Cosa sta succedendo -e non da oggi- nel nevralgico campo culturale, un tempo fiore all’occhiello e ritenuto zona di egemonia della sinistra se persino battaglie simili e se persino Leopardi non riescono più a trovare spazio sulle pagine di uno di questi giornali, mentre domina sulle stesse un’idea spesso inconsistente e frivola della cultura e della letteratura oppure, al contrario, paludata, polverosa, castale? Come mai le pagine culturali dei giornali da cui ci si ostina ad aspettarci qualcosa sono invece così prive di lungimiranza e coraggio, così chiuse alle cose più profonde e portanti, così bloccate -né più né meno delle loro corrispettive strutture politiche di riferimento- nel gioco chiuso e miope delle inclusioni e delle esclusioni, dei target, delle quote, delle confraternite, delle cooptazioni e dei veti? Come mai sono così blindate, così gregarie rispetto allo spirito del tempo, così deboli e nello stesso tempo arroganti, così prive di prospettiva e progetto che non sia la gestione di zone e di figure funzionali e protette e dove domina la routine fine a se stessa, la mancanza di ricerca e di rischio? Credono di poter andare avanti ancora per molto così, con questa esclusione del tessuto culturale forte, scomodo e vivo? Non si rendono conto delle spazio che lasciano a chi è meno elefantiaco e bloccato di loro? Non si rendono conto che non bastano la controinformazione e le inchieste sui mali sociali per rifarsi una verginità politico-culturale, ma che bisogna avere lo stesso coraggio anche nel campo nevralgico e di proiezione di quella cosa che è stata chiamata riduttivamente “cultura”? Che non è una zona morta, separata, un target vuoto, qualcosa che ha a che fare solo con l’intrattenimento e col “tempo libero”, ma una forza dinamica e di prefigurazione della vita e del mondo, tanto più in questa epoca in cui ci troviamo di fronte a prospettive drammatiche mai conosciute prima dalla nostra specie. Non appare in tutta la sua evidenza anche dalla conclusione di questa esemplare vicenda come sia indispensabile e urgente una rigenerazione anche in questo?

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78 Responses to Berlusconi paga Leopardi

  1. effeffe il 7 giugno 2007 alle 10:43

    Pensa Andrea che Libero ha scippato a Nazione Indiana il mio post Celine Rabelais!!!
    effeffe

  2. valter binaghi il 7 giugno 2007 alle 11:45

    Fare due più due e trarre conclusioni, please.
    Repubblica, l’Espresso, sono le voci di una classe dirigente che di antagonistico e controculturale non ha più niente da molto tempo.
    La protesta del Leopardi (come la definiva Walter Binni) non può interessare a chi della ragione borghese è divenuto l’officiante.
    Certo, Berlusconi ha i suoi brutti motivi per presentarsi da mecenate delle arti (lui, inventore della televisione più becera d’Europa), ma per misurare la valorizzazione che la sinistra di governo fa della cultura basterebbe riflettere sulla sua politica scolastica.
    Invito, come già farò su “La poesia e lo spirito”, a leggere il pamphlet di Bruno Arpaia “Per una sinistra reazionaria”. Lì si trovano diverse risposte alle domande sollevate in questo post.

  3. mario d. il 7 giugno 2007 alle 11:51

    Capisco che certe battaglie, anche se apparentemente minori, alla lunga hanno il loro senso culturale (in quanto a utilità immediata non si spiegherebbe altrimenti non solo la poesia ma neppure l’astrofisica o i copisti medioevali) però non capisco la tirata di Moresco contro “i giornali di sinistra” che non hanno fatta propria la battaglia: un rifiuto di un singolo (magari un indifferente, malevolo) caporedattore non fa molto testo per estendere la critica a tutti. Inoltre effettivamente la logica giornalistica ha sue priorità (le sue leggi, anche se non condivise) –

    Io per quel che vale penso che effettivamente la notizia è molto “specialistica”; inoltre il problema vero è: come mai gli inglesi si rifiutano? sarà più un problema inglese che italiano? non sembri grossolano qusto argomento, lo faccio cercando di immaginare che una scala di priorità d iscelte e attenzioni abbia il suo motivo di “realismo giornalistico”. ma nanche esprime un relativismo: per esempio: ci saranno altre lingue in cui lo Zibaldone non è tradotto, perché non ci si batte per quelle? perché (supposizione perfida, lo so, smentibile però penasbile) non si conoscono amici della “comunity” (“cricca”?) interessati al progetto – e ai 100.000 euro tangenziali.

    E battersi anche per le traduzioni in Italiano di fondamentali romanzi indiani? o essenziali poemi africani? o islandesi? Dipenderà mica da quali passioni e da quali colpi di sponsorizzazione culturale hanno copito Marcello dell’Utri? il suo nome non mi stupirebbe se spuntasse dietro questa operazione – tanto per ammantare di cultura il fatto che lo stesso nome spuinti dietro ben altre meritevoli cose.”

  4. enrico de lea il 7 giugno 2007 alle 12:16

    il problema è che abbiamo una sinistra che, cessando di essere gramsciana, non riesce neanche ad essere modestamente salveminiana – nel vuoto pneumatico, neanche “della ragione borghese” riesce a divenire “l’officiante” – ma in fondo è il frutto di una decomposizione di vecchi gruppi e blocchi sociali – prima o poi (e la rete ne è una buona dimostrazione) se ne verrà fuori
    p.s. bruttissimo il libro di Arpaia – preferirei “L’anima dell’uomo sotto il socialismo” di Oscar Wilde, o “Socialismo liberale” di Carlo Rosselli – meglio le eresie rispetto a qualsiasi richiamo all’ordine
    p.p.s. in ogni caso Berlusconi ha un innato senso del marketing, che a sinistra (quasi) nessuno ha

  5. magda il 7 giugno 2007 alle 12:43

    In effetti da un’ottica di economia esistenziale e monetaria risulta piuttosto dispendioso, inutile e faticoso essere un Leopardi quando lo si può tranquillamente comprare.
    Dicasi anche per qualsiasi altra forma di espressione intellettuale.

  6. georgia il 7 giugno 2007 alle 13:05

    il problema leopardi-berlusconi-sinistra secondo me non è un problema culturale.
    Non è che la sinistra sia oggi ormai incapace di atti culturali autentici, e neppure quello che la destra al contrario lo sia.
    Il vero problema è che l’umanità TUTTA (destra o sinistra), in particolare in Italia , ma non solo, è diventata cieca di fronte al problema culturale, se questo NON rende in soldi sonanti e immediati. Tutto il resto non conta piu.
    Quindi è normale che l’area di sinistra non sia occupata del problema tradurre o meno lo zibaldone. Cosa grandiosa con un ritorno enorme di immagine per l’italia (cosa che, in realtà, non interessa a nessuno).
    Altrettanto normale che invece un berlusconi in discesa abbia afferrato la palla al balzo, per il lui (non tanto per la destra) il ritorno c’è eccome, è uno spot pubblicitario europeo (anche come editore, ma anche politico) che vale molto, ma molto di più di 200.000 euro.
    Va beh, … però godiamo del fatto che lo ziabaldone sarà tradotto (e speriamo venga tradotto bene, perchè è una operazione molto difficile). Io tra l’altro pensavo fosse già stato tradotto da tempo. Incredibile che abbiamo avuto un poeta (e un pensatore) nell’ottocento del calibro di leopardi e che non ci serva (come nazione) a nient’altro che a studiarne l’infinito, qualche operetta e, nei momenti di tristezza, ricordarci il bellissimo anagramma silvia/salivi.
    Va beh ma, come dico sempre io, se una nazione che ha avuto i più grandi musicisti a cui (a Pergolesi) qualcosa deve anche il grande Mozart, si è scelta un inno miserabile come l’inno di mameli qualcosa di sbagliato (nel rapporto cultura politica) ci deve essere sempre stato proprio nel nostro dna, e non è certo un problema dell’odierno centrosinistra, quindi inutile dargli addosso, in perfetta sintonia con lo sport preferito del nostro paesone addormentato ;-)
    geo

  7. valter binaghi il 7 giugno 2007 alle 13:07

    @de lea
    Brutto o bello (non sono il suo agente) il libro di Arpaia è contemporaneo, scritto dopo il diluvio. Che senso ha contrapporgli testi di tutt’altre apoca?

  8. georgia il 7 giugno 2007 alle 13:21

    effeffe lo scippo di Libero della tua traduzione è secondo me abbastanza vergognoso.
    E’ vero che quello che è in rete è coperto da colyleft e quindi chiunque può spostarlo dove vuole se ne segnala correttamente l’autore e la fonte, chiunque può dunque scippare quello che vuole, ma solo se non è a fini di lucro.
    LA RETE E’, solo perchè è generosa.
    Diffcile però pensare che un giornale che vende, riceve finanziamenti e pubblicità a pioggia sia un contenitore non-profit :-)
    E poi Libero, con la solita enfasi fastidiosa, parla di traduzione in italiano inedita (tu non hai mai usato la parola inedito) mentre invece il testo era già apparso tradotto in un numero del verri del 68. Nulla di male le traduzioni, naturalmente, si susseguono nel tempo (e non è necessario, soprattutto in rete, conoscerle tutte) perchè nulla, a differenza del testo originale, è più datato di una traduzione, ma Libero non aveva alcun diritto di schiaffare la parola inedito in neretto :-)
    Siamo un paese di cacchina illegale e con sempre due pesi e due misure … diciamocelo ;-).
    E …. i giornali invidiano la rete :-)))))))))))
    geo

  9. georgia il 7 giugno 2007 alle 13:24

    meglio le eresie rispetto a qualsiasi richiamo all’ordine

    Condivido pienamente! è la grande differenza che passa tra arte e propaganda, ma anche tra sinistra e destra :-)

  10. valter binaghi il 7 giugno 2007 alle 13:37

    @meglio le eresie rispetto a qualsiasi richiamo all’ordine

    E’ il motivo per cui la sinistra non saprà mai governare, solo amministrare: manca un concetto positivo dell’ordine, e si oscilla dal marginalismo d’accatto alla necessità burocratica. Auguri.

  11. effeffe il 7 giugno 2007 alle 13:44

    Nulla è più inedito di un edito…
    effeffe
    ps
    comunque sia, viva la rete!!! Viva Georgia! Viva Giacomo (Leopardi) e soprattutto Diderot!!

  12. tashtego il 7 giugno 2007 alle 13:45

    Centomila euro tirati fuori per pagare la traduzione di un testo, non vogliono dire né che Berlusconi è diventato un mecenate (credo che a casa sua non ci sia nemmeno un quadro degno di questo nome), né che la destra si è fatta all’improvviso un coagulo di cultura, né che i giornali de sinistra sono diventati sordi verso il “tessuto culturale forte, scomodo e vivo” (esisterà davvero?).
    Secondo me significa esattamente il contrario, cioè due cose: la prima è che si tratta di propagandare la cultura italiana all’estero, vale a dire l’italianità, vecchio ridicolo vessillo della destra, la seconda è che, se sei Berlusconi, con sole centomila euro trovi sempre un Moresco che ti aiuta a farti bello come paladino della cultura (no come i comunisti, assassini e illiberali) anche se giornalmente le tue televisioni ne fanno strame, la seppellendo quella del Paese sotto tonnellate di merda, definitivamente.

  13. franz krauspenhaar il 7 giugno 2007 alle 13:55

    Siete magnifici. Una volta tanto che Berlusconi ne azzecca una…

  14. georgia il 7 giugno 2007 alle 14:27

    qui caro tashego sbagli alla grande ma non è la prima volta ;-)
    Berlusconi ha a casa sua quadri di grandissimo valore, non dimenticare che ha derubato per poche lire grazie a previti la piccola figlia del marchese casati, comprandone la villa piena dei tesori.
    Spesso berlusconi è apparso in televisione con dietro niente po’ po’ di meno che un Canaletto. Se per te un Canaletto è un quadro non degno di questo nome … beh mi dispiace per te ;-).
    E’ vero che destra “non si è fatta all’improvviso un coagulo di cultura”, però è verissimo “che i giornali de sinistra sono diventati sordi verso il “tessuto culturale forte, scomodo e vivo””, ma non lo fa volontariamente, ma per sola incompetenza e accidia.
    Però, e questo va detto, NON tutta la sinistra, visto che moresco checchè tu ne dica è di sinistra ;-).
    Ad ogni modo il tuo commento è la prova evidente, se ce ne fosse stato bisogno, che la gran parte della sinistra è del tutto sorda alla cultura e pure se ne fa un vanto ;-)
    geo

  15. andrea inglese il 7 giugno 2007 alle 15:25

    credo che sia chiaro che il punto non è quanto berlusconi ha fatto; per me il suo gesto non cambia di un pelo il giudizio che ho su di lui; il problema è perché quel tipo di campagna pro Leopardi l’ha fatta Libero e non altri giornali? Difendere la traduzione di Leopardi, materialista e ateo, è una campagna di destra? ma il problema poi, dal mio punto di vista, è anche questo: che cosa significa che un giornale di destra ha (ammesso che sia vero) delle “ottime pagine culturali”? E ancora, davvero le non poche persone che si ritengono di sinistra, e che scrivono per giornali di destra, sulle “ottime pagine culturali”, non si pongono alcun problema? Lo fanno perché solo li trovano la vera libertà d’espressione? Lo fanno solo perché tengono famiglia, e li pagano meglio o pagano davvero?

  16. Giorgio il 7 giugno 2007 alle 15:33

    Il problema, come dice Georgia, non riguarda destra o sinistra, riguarda l’umanità tutta, e i tempi che corrono. Per questo è ancora più grave.
    Io non mi scandalizzo della conclusione. In ogni caso un’operazione del genere avrebbe richiesto un intervento “importante”, di un privato o di un ente pubblico, per cui non è tanto significativo oggi discutere Berlusconi sì-Berlusconi no: questo si può anche fare, ma è secondario rispetto alla questione.
    Che è questa: ci siamo resi conto, quando è apparso l’appello, che si trattava davvero di una delle imprese più importanti della cultura italiana da molto tempo a questa parte?
    Solo questo è il problema: perché è mancata una risposta convinta?
    Non si trattava di fare gli impegnati o i disimpegnati, in questo caso si trattava di fare semplicemente quello che persone di cultura avrebbero dovuto fare.

  17. franz krauspenhaar il 7 giugno 2007 alle 15:48

    Caro Andrea, credo ci sia gente che scrive per giornali sia di destra che di sinistra ponendosi un solo interrogativo: riuscirò a scrivere un buon pezzo, a fare un buon servizio, a meritare i 70 euro a pezzo elargibili dopo 6/9 mesi? Altro che “tengo famiglia”.
    Qui si tratta di fare un servizio alla cultura stessa e di poter scrivere su un giornale – essendo certi prestigiosi spazi (di sinistra) già stati conquistati dagli amici degli amici.
    Io, per esempio, scrivo per il Domenicale e per Liberazione, che apprezzano il mio lavoro. Nessuno dagli stessi giornali mi ha detto nulla in contrario su questa mio essere un doppelgaenger del giornalismo. So che questa mia scelta fà storcere il naso a molti, ma credo sia anche la dimostrazione di quanto poco la politica debba entrare, a mio avviso, in una recensione libraria, o nella scelta di un autore.

  18. Beppe De Coccio il 7 giugno 2007 alle 15:53

    “che cosa significa che un giornale di destra ha (ammesso che sia vero) delle “ottime pagine culturali”?”
    il problema per me non è tanto questo – cosa c’è di strano se un giornale di destra ha delle ottime pagine culturali? può succedere, no? non capisco… – ma perché i giornali di “sinistra”, o anche quelli che un tempo si dicevano i grandi giornali borghesi, hanno delle pessime pagine di cultura, spesso ridotta, come dice moresco, a intrattenimento?

  19. francesco forlani il 7 giugno 2007 alle 16:01

    Scoop!
    Qualcuno di là ci legge. E io “ci” domando:
    perchè non ci avete scritto in redazione?
    effeffe

  20. recanati il 7 giugno 2007 alle 16:05

    sì le pagine culturali dei giornali di sinistra sono – come direbbe Dalema – indecenti… (e mi taccio su quelle degli spettacoli)

  21. tashtego il 7 giugno 2007 alle 16:15

    @magda
    un canaletto (buon pittore seriale insensibile alla luce) non si nega a nessun ricco d’europa e d’america.
    a me non piace manco un po’, ma io che c’entro?
    quello che voglio dire, approfondendo, è che la ricchezza ha generato meravigliose collezioni d’arte in molti paesi d’occidente, come la germania, l’inghilterra, la spagna, la francia, ma sopra tutto l’america, collezioni che, restate private o passate allo stato, sono diventati musei.
    ma silvio no, lui si compra cinque ville per dire solo di quelle in sardegna, costruisce volgarissimi laghi artificiali dove non c’è un filo d’acqua, se gli lecchi appena appena il culo si sfila il patè philippe e te lo regala, c’avrà pure il canaletto, ma peffavore non facciamolo passare per un mecenate.
    è ricchissimo ma non investe in cultura, non è il suo campo, non è lì che si può pavoneggiare: la sua è una cultura da alberto sordi in tutto e per tutto, è alberto sordi al potere, è la nemesi di alberto sordi, la continuazione di alberto sordi con altri mezzi, e che mezzi.
    suo scopo, quasi completato è sordizzare l’italia.
    in questo quadro che mi frega se fa tradurre lo zibaldone in inglese?

  22. antonio sensi il 7 giugno 2007 alle 16:19

    @ franz krauspenhaar
    Le darò assolutamente ragione quando lei vorrà pubblicare un pezzo elogiativo di un libro indigeribile alla destra berlusconiana (da Travaglio a Forlani, con tutto quello che ci sta in mezzo) – ma che lei evidentemente ritiene valido – e ciò le sarà concesso dalla redazione del domenicale. Altrimenti, il suo è un discorso che gira a vuoto.

  23. enrico de lea il 7 giugno 2007 alle 16:20

    @ VB

    sarà… – ho sempre preferito, prima e dopo il diluvio (ammesso che si possa parlare di diluvio), una tradizione altra, appunto, da Salvemini a Bobbio – che non ha mai avuto nostalgia della comunità originaria

    @primoamore

    splendida rivista – l’editoriale di Moresco, la sua idea di “rigenerazione”, riecheggia motivi che in Gobetti sono costanti

    (gli antichi non sono affatto di un’altra epoca: sono, lo ammettiamo o no, cmq. nostri contemporanei)

  24. effeffe il 7 giugno 2007 alle 16:23

    @antonio sensi
    mi dispiace contraddirla ma Franz ha già scritto del Travaglio del Forlani
    anche se non mi ricordo dove, nè perché

    Francesco Forlani

  25. franz krauspenhaar il 7 giugno 2007 alle 16:37

    Caro Sensi, le saprò dire. Finora ho recensito solo romanzi, e quelli che ho proposto sono stati accettati. Stia attento a non vedere solo la punta dell’iceberg, e pensi a tutti coloro che da sinistra non recensiscono Travaglio… Eh, ci pensa?
    Con stima.

  26. andrea inglese il 7 giugno 2007 alle 16:49

    Giorgio scrive:
    “ci siamo resi conto, quando è apparso l’appello, che si trattava davvero di una delle imprese più importanti della cultura italiana da molto tempo a questa parte?
    Solo questo è il problema: perché è mancata una risposta convinta?
    Non si trattava di fare gli impegnati o i disimpegnati, in questo caso si trattava di fare semplicemente quello che persone di cultura avrebbero dovuto fare.”
    Credo che abbia centrato la questione principale, come già Georgia.

    (Io vorrei anche parlare di quanto dicono Franz e Sensi, che mi sembrano cose entrambe vere. Ma in effetti è ancora un’altra faccenda da quella che il pezzo di Moresco solleva. E varrebbe forse la pena di rimanere in tema.)

  27. valter binaghi il 7 giugno 2007 alle 17:04

    @ Andrea
    Davvero le non poche persone che si ritengono di sinistra, e che scrivono per giornali di destra, sulle “ottime pagine culturali”, non si pongono alcun problema? Lo fanno perché solo li trovano la vera libertà d’espressione? Lo fanno solo perché tengono famiglia, e li pagano meglio o pagano davvero?

    Ti rispondo con quello che mi ha detto qualche tempo fa un addetto stampa, quando chiedevo se ci sono simpatie politiche vincolanti nella scelta dei libri da recensire: a destra ognuno fa come gli pare, a sinistra fanno blocco per il si o per il no. Mi sono accorto sulla mia pelle che è verissimo. Questo probabilmente significa anche che il reclutamento di collaboratori su giornali destra è più spregiudicato, a sinistra più vincolato (non tanto settario, più stile amici degli amici forse). Un’altra delle cose che mi fa auspicare la liquidazione di quel poco di sinistra che è rimasto nell’arengo culturale italiano.

  28. georgia il 7 giugno 2007 alle 17:23

    ecco …
    da zibaldone sì, zibaldone no, siamo passati a travaglio si, travaglio no.
    Scusate ma …che ci azzecca?
    Travaglio recensito da un giornale berluscozziano? Beh a berlusconi non parrebbe vero, perchè sarebbe la maniera miglore di farlo fuori e sputtanarlo il povero travaglio:-)

    Canaletto buon pittore seriale insensibile alla luce?
    O sssssignur!

    Icche la vole signora mia, con l’aria che tira anche un berlusconi può passare benissimo per un mecenate ;-)

    Caro giorgio fai una domanda imbarazzante: “Che è questa: ci siamo resi conto, quando è apparso l’appello, che si trattava davvero di una delle imprese più importanti della cultura italiana da molto tempo a questa parte?”

    Io, per me, ti posso rispondere tranquillamente e sinceramente di no. IO NON ME NE SONO RESA CONTO: io davo per scontato che una traduzione dello zibaldone esistesse già da tempo (doveva esistere) quindi le mie reazioni, al suo apparire, sono state intorpidite e lente e poi … poi l’atto di berlusconi ha spiazzato tutti (ma non è la prima volta), i *mascalzoni* vanno sempre più veloci perchè sono abituati ad avere il piede pronto per scappare, e la mano per arraffare, i mascalzati sono sempre gli altri :-).
    Noi a sinistra, per la maggior parte, siamo mascalzati e lentissimi (nel senso di riflessi lenti) troppo occupati a bubare e ad esercitare l’auto-lagna
    Ho visto, se non sbaglio, che nel centro leopardiano inglese, dove verrà fatta la traduzione, c’è anche Antonio Prete dell’università di Siena e collaboratore di Zibaldoni ed altre meraviglie. Beh che devo dire? meno male che c’è la rete a salvarci. Ho letto che una volta Moresco aveva scritto (in NI) che solo la rete ci ha permesso di vedere (e far vedere) un nuovo mondo culturale, e in effetti la rete sta facendo ripartire un mondo che era ormai zombi;-). Quindi viva la rete.
    E poi dirò una cosa scomoda, ma … sarebbe forse più preciso invece di parlare di sinistra e destra ricordarci che non è stato libero a pubblicizzare la cosa lanciata da Il primo amore, ma a massimiliano parente il quale, potrà piacere o meno (a me non piace), è anche lui un uomo della rete, quindi … sempre la rete c’è di mezzo!.
    Ringraziamola e teniamocela stretta :-) e berlsuconi paghi che va benissimo, in fondo è l’unica cosa buona che ha fatto da quand è sceso in campo, riconosciamogliela … basta che non voglia tradurlo lui lo zibaldone perchè sarebbe anche capace di provarci ;-).
    Alla mondadori c’era pure una collana berlusconi, (con un erasmo da rotterdam tutto chiosato dal cavaliere;-), non so che fine abbia poi fatto.
    geo

  29. georgia il 7 giugno 2007 alle 17:29

    il problema caro binaghi è che oggi forse a sinistra sono, al momento, culturalmente un po’ loffi, ma l’intelligenza è al momento concentrata a sinistra, a destra è veramente un po’ carente. Forse non era così nel passato … ma come è stato uno sbaglio silenziare il pensiero passato di destra (quello che valeva naturalmente) oggi sarebbe altrettant sbagliato auspicare l’eliminazione del poco di sinistra rimasto, prima di tutto perchè non è poco, e poi perchè è eccellente, semmai qualcuno dovrebbe fornirgli una colossale sveglia, perchè non si sentano così sicuri che la cultura possa sopravvivere anche senza iniziativa, sforzo, sudore, studi, fatica, e una buona dose di eresia ecc. ecc. … altro che richiamo all’ordine ;-)
    geo

  30. missy il 7 giugno 2007 alle 17:43

    Non avrei mai immaginato che Lo Zibaldone non fosse stato ancora tradotto in Inglese. Questo post merita attenzione anche perché svela l’incredibile ed abissale nostro ritardo nella divulgazione del nostro patrimonio d’eccellenza.
    Per quanto riguarda poi la sinistra e la cultura, basta ricordare che il nostro Ministro alla Cultura è Rutelli (quello che è venuto dopo Melandri).
    L’iniziativa di Berlusconi credo sia solo fiuto negli affari. Ha visto che si stava sollevando un caso, ha preso 100mila e li ha investiti. E penso anche che attivi una buona campagna pubblicitaria nei paesi destinatari. Per una volta tanto, facciamogli fare il suo mestiere, del resto.
    Mi sconforta di più aver appreso che nessun giornale “intellettuale” se ne sia curato prima. Certe cose sono “morali” anche senza le 100mila.
    TESH: non ti preoccupare, a me hanno rubato questa settimana 2 progetti x musei. E’ un po’ come le tartarughe in via di estinzione: devi ovulare più volte, per avere più possibilità di sopravvivenza.

  31. missy il 7 giugno 2007 alle 18:20

    ops, non TAHS ma la tartarughina si rivolgeva a EFFE!!

  32. bruno il 7 giugno 2007 alle 18:20

    La questione si pone male se si vuole entrare nel merito. Berlusconi, uomo profondamente di destra, che sponsorizza una meritoria operazione culturale. Dov’è il dramma ? Perchè non fermarci lì, magari anche un po’ imbarazzati, ma realisti ?
    Alzi la mano chi non farebbe pubblicare i proprio scritti da Mondadori, qui, subito, senza condizioni.
    Che facciamo, entriamo nel merito se sia giusto o meno farsi pubblicare da un’azienda di proprietà di un fascista ?
    O pensiamo che è giusto farsi pubblicare da una grande azienda editoriale, che ci permette, anche qui meritoriamente, di esprimerci liberamente ?

  33. georgia il 7 giugno 2007 alle 18:26

    @missy io preferisco come ministro della cultura un non-intellettuale.
    Se diventasse ministro della cultura un grande filosofo o un grande scrittore secondo me sarebbe un gran casino in democrazia. quindi meglio sempre un politico e, alla cultura, è quasi meglio che sia quasi incolto, mi basta sia un buon amministratore dei vari enti.
    La cultura NON si fa con il minculpop si fa il più lontano possible da lì.
    Anzi secondo non ci dovrebbe neppure essere il ministero della cultura è un ossimoro.
    geo

  34. The O.C. il 7 giugno 2007 alle 19:14

    Il fine giustifica i mezzi. Che sia Libero poco importa, avete rubato la scena alle vestali e agli scarpari della ‘sprovincializzazione’ (tipo Piperno o Marco Polo Della Valle). Questo conta. Però Moresco non scopre l’America. Qui ce la cantiamo da almeno due anni sull’‘egemonia’ che, maldestramente, per un ritardo, o per mancanza d’idee, è finita nelle mani della belletristica radical-conservatrice, liberale e cattocentrica, che poi vai a capire se vuol dire ancora ‘destra’. E certe volte a leggere di gender studies e cultural maiestatis, di postdupalle e giovani raccontini e revival avanguardisti, ti piglia il magone sulle sinistre miste. Ci vorrebbero più organizzazione e disciplina. Quella “coscienza gioiosa”. Forse c’è già, ma non è “controllabile” e “documentabile”. Lo sarà. Intanto cappero. Cultura, guerre e meno tasse. I neoborg piacciono. I neoborg vendono. Esportano pure. Sono utopisti spicci al netto di prosciutto sugli occhi. Guardano indietro tenendo avanti. Tendono oltre l’ideologia capitalista (nella ideologia capitalista). Ma non sono rose, né fioriranno. Il pensiero neoborg, con il suo speculare quanto sprovveduto vuoto liberal, è privo di scuola, galleggia liquido nel mare della tranquillità redditizia. Mentre il Foglio si diverte a recensire l’ultima lirica del Poeta Bondi, l’istruzione repubblicana sprofonda, scompare l’idea di lavoro, e l’università ‘na smorfia amorfa, male che vada tecnoloide. Leopardi sapeva tutto. Ha ragione chi dice che non basta qualche inchiesta tra giornalismo e narrativa per riguadagnare le posizioni perdute. Non basta il manifesto. Mettiamoci anche Repubblica e il gruppo l’Espresso. Bisogna ridare sfogo ai sotterranei dov’è dimenticato il romanzo dei giorni nostri. Qui su NI abbiamo un cervello pensante. L’interfaccia più evoluta e fattibile del web. Provate a oltrepassare il settarismo e le rendite intellettuali; ingaggiate una battaglia redazionale. Ve ne saremo grati vita cultural durante.

  35. Blackjack il 7 giugno 2007 alle 19:26

    Lo so che è un argomento tabù da queste parti, quasi come i Patek Philippe, ma una domanda mi sorge spontanea: Tash, ma se il Berlusconi ti sta tanto sui maroni, perché non ti sei cercato una casa editrice di sinistra invece di contribuire, col tuo piccolo apporto, ad aumentare per l’ennesima volta le sue già ricchissime entrate?

    Siamo alle solite e ha ragione Krauspenhaar: anche quando ne combina una giusta è pesantemente contestato.

    Ma ‘sti centomila non potevano, che ne so, cacciarli quelli delle Coop, o Unipol e Monte Paschi? Un sacco di gente in meno col mal di pancia…

    Blackjack

    PS: la battuta sul Canaletto è divertentissima.

  36. missy il 7 giugno 2007 alle 19:38

    Georgia ti posso assicurare che finchè io non fossi tornata in Italia, credevo che per “fare” cultura (scusami la tipologia di espressione, ..è tanto per capirsi) bastasse relazionare con colleghi, o almeno con persone che lavorano nel mio campo.
    Invece, qui in Italia, devo spiegare agli amministratori che dici tu, agli assessori politici che dici tu, per esempio quanto importante sia fare il catalogo di qeul museo, oppure dire che Lisippo era uno sculture importante e perchè bisognerebbe esser in quel convegno, etc.
    Ti posso assicurare che io vivo in mezzo a questa gente dalla mattina alla sera, e ti giuro che non è affatto facile.
    Non chiedo il filosofo o il grande critico d’arte (che odierei), ma almeno qualcuno cui non bisogna ripetere l’abc a pappagallo, e poi ti guarda e ti dice: “si, missy, tutto ok, non ho capito niente, dimmi solo i numeri”.
    E i “numeri”, per un politico, non sono i visitatori (che sarebbe già qualcosa): sono gli elettori. Quante e quali persone è previsto ci lavorino dentro, così che lui faccia il suo bel proclama nei giornali. Magari scritto da un altro, perchè dell’argomento non sa proprio un accidenti, avendo fatto appunto solo il politico.

  37. Beppe De Coccio il 7 giugno 2007 alle 19:47

    sì, vabbè: però gli inglesi non c’hanno mica pagato perché traducessimo shakespeare! (oppure sì, ma non m’avete detto niente per mangiarvi tutto in pizzeria?) E’ possibile che in tutto il mondo di lingua inglese non ci sia un dipartimento di studi romanzi, o un consorzio di dipartimenti, che si metta – anche in vari anni, decenni: si sa come funzionano ste cose – a tradurre lo zibaldone??
    Questo non è un problema nostro, della nostra cultura, della sinistra o della destra: è un problema dell’accademia anglosassone!
    Il nostro problema (sottolineato da moresco e dai commenti di giorgio/georgia/andreaing) è il silenzio della sinistra su una simile iniziativa.
    Certo, direte voi, ma se cominciamo a parlare di silenzi della sinistra, facciamo notte… (e sì, parlo da uomo ferito)

  38. georgia il 7 giugno 2007 alle 20:06

    Prima di tutto gli inglesi non traducono molto a differenza di noi.
    Al massimo traducon quello che gli somiglia o che rende parecchio.
    Ad esempio un film italiano doppiato è rarissimo, al massimo sottotitolato.

    @Beppe hai portato proprio un esempio non tanto valido … shakespeare da sempre RENDE, i traduttori prendono una ercentuale sui biglietti, quindi c’è la gara a tradurre shakespeare e forse anche pirandello e goldoni.
    Mentre lo zibaldone di Leopardi dopo duecento anni o ce lo traduciamo noi oppure l’europa (che sarà prevalentemente di lingua inglese) non ne sospetterà neppure l’esistenza ;-).
    Poi naturalmene in inghilterra esiste un centro leopardiano (il link me lo ha dato la splendida fuska) ed è appunto lì che verrà tradotto, come accadde a goethe a suo tempo in italia dove l’opera completa fu tradotta tutta anche in italiano ma anche (se non solo) con il finanziamento tedesco (non ne sono sicura ma lo ipotizzo).
    Cosa credete che servano i centri di italianistica all’estero? Io credo anche a finanziare le traduzioni di italiani all’estero … solo che anche quelli funzionano come tutto il resto da noi e quindi … e poi va detto che le traduzioni spesso sono pessime perchè il traduttore è scelto in base a criteri che non sono certo il merito … tanto per cambiare.
    Forse il pimo amore ha dato il via perche si veda un altro mondo anche nelle traduzioni dei grandi, scavalcando gli istituti di italianistica all’estero.
    geo

  39. Giuseppe Iannozzi il 7 giugno 2007 alle 20:08

    Berlusconi finanzia la traduzione del Leopardi?
    Bene.
    Anzi, molto bene.

    Sempre a lamentarsi.

    La sinistra non esiste, non più. E’ diventata un buco nero in un x-files, un oggetto terrestre non indentificabile.
    La sinistra italiana non esiste più da anni e anni. Nessuno più se la ricorda.
    Chi è rimasto? Fidel, Putin, Chavez? Dei dittatori di cui il mondo può fare a meno.

  40. Giuseppe Iannozzi il 7 giugno 2007 alle 20:09

    “identificabile”

  41. georgia il 7 giugno 2007 alle 20:56

    iannozzi le cazzate vanno dette in bacheca ;-)
    geo

  42. Beppe De Coccio il 7 giugno 2007 alle 21:56

    georgia, sull’esempio di shakespeare: certo, lo so. Era per amor di sintesi e di battuta, pe’ capisse insomma. Però il discorso non cambia: nel senso che i dipartimenti di anglistica da noi s’imbarcano nelle traduzioni critiche di cose assurdissime che leggeranno in 4 cristidispecialisti, oscuri saggi di puttaneggiamento elisabbetiano, carteggi tra i domestici di artisti minori vittoriani, e cose così. Che ben vengano, ci mancherebbe: finchè si da lavoro a dei giovani va tutto bene. E’ che solo mi stupisco che tra uk e usa, i dipartimenti loro (non nostri!) non siano riusciti a metterci mano per conto loro.
    Ma forse si aprirebbe un lungo discorso sull’egemonia culturale e accademica, e non c’ho voglia (se ce l’avete voi, vi ascolto).
    Interessante la cosa di Goethe che non sapevo, se qualcuno sa di più parli o taccia per sempre.
    (mettiamola così: tra letterature minori, come quella italiana o tedesca, bisogna aiutarsi…)

  43. franz krauspenhaar il 8 giugno 2007 alle 02:01

    Io, a quest’ora de la noche, col sentimento nuevo (in realtà sempre il solito) che mi fa calda la vida, vi dico che Missy, la nostra cara Missy of Sicily (e ho detto tutto) è come Mussolini per Leo Longanesi: ha sempre ragione.
    O quasi…
    :-)

  44. sitting targets il 8 giugno 2007 alle 02:50

    longanesi non capisce mai un cazzo (benito mussolini).

  45. […] news su Nazione Indiana a cura di Andrea Inglese che riprende Antonio Moresco su Il primo amore: Berlusconi sponsorizza 100.000 euro per la traduzione dello Zibaldone in english; a sinistra sono […]

  46. Carlo il 8 giugno 2007 alle 18:42

    Moresco: “Quello che manca sono i soldi per ripagare almeno in parte il lavoro di anni dei traduttori. E dire che la cifra da coprire non sarebbe neppure alta rispetto all’enormità dell’impresa (100.000 euro).”

    Non capisco: se come dice Moresco il volume consterà di 2.300 pagine, equivalendo normalmente 1 pagina a meno di 2 cartelle, vorrà dire che i traduttori verranno pagati a più di 200 € x cartella?!?!

  47. Enrico Cerquiglini il 8 giugno 2007 alle 18:45

    Per Pasolini in swahili o kiswahili potremo contare ancora sul Miliardario ridens?

    Enrico

  48. franz krauspenhaar il 8 giugno 2007 alle 22:23

    Speriamo. Tra gli africani pare che Bokassa sia morto.

  49. Carlo il 8 giugno 2007 alle 23:45

    Scusate, ma non mi quadra. L’edizione prevista è di 2.300 pagine, ossia la metà esatta dell’edizione Pacella 1991, ripresa da Damiani nel Meridiano Mondadori. Ciò significa che i traduttori pensano di sfrondare massicciamente l’apparato critico (e giustamente, poiché il pubblico inglese colto non ha bisogno di minuzie che lo studioso inglese si leggerà cosciienziosamente in lingua originale), e quindi la curatela non peserà molto suò bilancio.

    Poi, nell’appello di Moresco sta scritto: “Per ora alcuni fondi vengono dal CNSL e dalla Fondazione Cassamarca (Treviso). Verrà richiesto l’intervento del M.A.E.E. (fondo per traduzioni). Sono in corso trattative con l’Ambasciata d’Italia a Londra e con altre istituzioni.” Un po’ di lira insomma c’è già, e altra è in corso.

    Ancora: nel progetto Zibaldone poi, come si ricava dal sito dell’Università di Birmingham, “Leopardi Centre will offer at least one bursary worth up to £6,000 p.a. for a period of up to three years.” E cioè sono previsti almeno 18.000 € per un ricercatore inglese che lavorerà appunto sulla traduzione, guidato dai titolari del progetto. Non so se la borsa di studio è stata già assegnata, ma in ogni caso non valeva/varrebbe la pena di versare la cifra nelle tasche dei traduttori titolari?

    Infine, la casa editrice, da quanto s’è capito, non sborserà un centesimo: come mai? Guardando nel sito i libri che stanno uscendo, è inverosimile che quei titoli siano pagati da enti esterni o dall’autore italiano stesso.
    http://www.italian.ucla.edu/lpil/lpil.html

    L’appello, i 100.000 ecc.: non si tratterà mica di una melodrammatizzazione?

  50. Antonio Moresco il 9 giugno 2007 alle 15:42

    Ringrazio Andrea Inglese e gli amici e frequentatori di Nazione Indiana per avere ripreso il mio pezzo e il mio allarme e per avere – nei commenti – discusso con serietà della cosa. solo alcuni interventi e alcune precisazioni mi sono sembrati incomprensibili e assurdi. Qualcuno ci tiene a ricordarmi che Berlusconi non è un bravo ragazzo. Come se io pensassi e dicessi questo, come se non lo sapessi e non lo avessi scritto più volte in modo inequivocabile.
    A chi avanza dubbi sulla cifra complessiva, rimando allo scritto di Franco D’Intino sul Primo amore.
    A che mi accusa di avere contribuito (stupidamente o addirittura intenzionalmente) a far brillare Berlusconi rispondo solo che io, nel mio piccolo, ho contribuito semmai a far brillare Leopardi e lo Zibaldone, che non mi sembra un’impresa disonorevole, e che non è colpa mia se ci sono stati una simile miopia e un simile disinteresse dall’altra parte (come risulta con chiarezza dalla ricostruzione dei fatti). Il mio intento è semmai di contribuire ad aprire una riflessione profonda sullo stato della cultura in Italia, per innescare un ripensamento e un contromovimento.
    Grazie ancora a tutti, Antonio Moresco

  51. Un traduttore il 9 giugno 2007 alle 17:47

    100.000 EURO PER UN MILIONE DI PAROLE: IN iNGHILTERRA non CONTANno a cartelle? I nostri colleghi inglesi sono svantaggiati rispetto a noi, perché mediamente un testo di 100 righe italiano dà 70 righe di testo inglese, e viceversa.

    Ho visto su google il crriculum di D’Intino, che è professore universitario. Normalmente gli accademici hanno parecchi fondi interni da cui attingere per pagare varie cose, tra cui le traduzioni.

    Non mi convince (o forse sono solo invidioso)

    Un traduttore

  52. franz krauspenhaar il 9 giugno 2007 alle 19:54

    Caro Blackjack, dire che Tash avrebbe dovuto cercarsi una casa editrice di sinistra è ingiusto. Mondadori ha dato fiducia al suo bellissimo libro, e le scelte editoriali di Mondadori prescindono dal suo “padrone”. Altrimenti, davvero, dovremmo dire che siccome il mondo occidentale fa schifo noi non dobbiamo dirci appartenenti al mondo occidentale. PIù o meno.

    E basta con gli attacchi ad Antonio Moresco! Ha fatto qualcosa di più che meritorio, che sarà ricordato a lungo. Si rispetti chi si batte per migliorarci (coi suoi mezzi, con le sue idee seppure non sempre condivisibili) la vita.

  53. alcor il 10 giugno 2007 alle 04:44

    Cos’è un centro di italianistica all’estero?

  54. Hamlet il 10 giugno 2007 alle 18:31

    qui ci mangiano, e non solo sui centomila: la casa editrice che non tira fuori un dollaro darà ai compari almeno il 5% sulle vendite, che farà un bel gruzzoletto postumo, sulle spalle pardon la gobba del conte.
    Il Berlusca fa come Andreotti coi gruppuscoli del 68: li lascia blaterare, e poi ci ricava. Parola di

  55. MarioB. il 10 giugno 2007 alle 20:04

    Ma quella cosa lì che ha fatto Alì Berlù non si chiama ritorno d’immagine?
    Nulla di nuovo sotto il sole.

    Giulio II voleva il Michelagnolo, a far freschi, perché era un grand’intenditore d’Arte o perché il Buonarroti era il meglio sul mercato?
    Così ci faceva fare bella figura, a lui, con le sue pitture e le sue sculture!
    O no?!

    E Pierpont Morgan che fu il più gran pirata della finanza non fondò la Pierpont Morgan Library?

    MarioB.

  56. Carlo il 10 giugno 2007 alle 23:23

    D’Intino: “Il c.c. indicato da Il Primo amore per sostenere la traduzione inglese dello Zibaldone ha avuto una piccola ma significativa impennata dopo che Berlusconi ha deciso di finanziare il progetto: benvengano ulteriori sottoscrizioni. Per tradurre e curare l’opera rapidamente saranno necessari più soldi di quelli chiesti… Siamo partiti con pochi soldi (15.000 € dal Centro Nazionale di Studi Leopardiani)… Qualcosa è venuto dalla Fondazione Cassamarca di Treviso.”

    Tutto sommato, si viaggia dunque verso i 150.000 €.
    NB: la Fondazione Cassamarca (che stanzia annualmente 1.300.000 € per iniziative culturali) finanzia le edizioni Da Ponte già nel suo complesso, come si evince da http://www.fondazionecassamarca.it alla voce Progetti culturali, USA (Il gran capo della fondazione è l’on. Dino De Poli, eletto deputato nel 1968).

    Per parte mia, m’impegno a versare i 1.OOO € della scommessa con Luminamenti (cfr. il post Vollschläger) a Il primo amore, sempre che la Redazione di NI sia d’accordo e io la perda.

  57. Carlo il 11 giugno 2007 alle 01:46

    Leggendo il curriculum, mi son fatto l’idea che Berlusconi abbia preso una sbandata come già per Apicella:

    Nato a Roma, ha conseguito la laurea alla “Sapienza” e il dottorato di ricerca a Roma Tre. Emigrato due volte, è stato docente di letteratura italiana in Olanda (Universiteit van Amsterdam) e in Inghilterra (University of Birmingham), poi ricercatore all’Università di Perugia, ed è finalmente approdato, come professore associato di Letteratura italiana contemporanea, alla Facoltà di Studi orientali.
    Un poco esperto di generi autobiografici ( L’autobiografia moderna. Storia forme problemi , 2a ed. Bulzoni, Roma 1998, ecc.) e di romanticismo europeo, la sua passion predominante è Giacomo Leopardi. Ne ha curato l’edizione critica degli Scritti e frammenti autobiografici (Salerno editrice, Roma 1995) e le traduzioni dai Poeti greci e latini (ivi, 1999), cui si aggiungono una ventina di saggi, mai raccolti in volume, e altri mai pubblicati (“In quella letteratura antiscritturale, il solo modo di pubblicare i propri componimenti, era il cantarli esso, o insegnarli ad altri che li cantassero. […] Queste furono per più secoli le edizioni de’ greci […] Noi ridiamo di quell’antico modo di pubblicazione; forse quegli antichi riderebbero assai del nostro”).
    Incapace di canto, ha scritto e pubblicato, ahimé, anche su Pirandello ( L’antro della bestia. Le ‘Novelle per un anno’ di L. Pirandello , Sciascia, Caltanissetta 1992), sulla letteratura nella stampa ottocentesca italiana (Franco Angeli, Milano 1990, 1996), sulla ricezione della letteratura italiana novecentesca all’estero ( Il Novecento italiano oltrefrontiera , in Il Novecento. Scenari di fine secolo , Milano, Garzanti, 2001), e su alcuni degli autori che ama e/o odia (Defoe, Rousseau, Goethe, Alfieri, Sade, Wordsworth, Coleridge, Novalis, F. Schlegel, Stendhal, ecc.). Su altri ha più opportunamente taciuto.
    E’ ossessionato dalle figure di Faust e Mefistofele, che – notano i suoi studenti – vede ovunque, come dimostra la postfazione a La confessione di un figlio del secolo di Alfred de Musset, da lui curata per l’editore Fazi (Roma 2003). Per anni è andato a caccia del Male in letteratura per redigere la relativa voce, di poche pagine, del Dizionario tematico di prossima pubblicazione presso la UTET.
    E’ condirettore della collana di ‘testi e studi leopardiani’ presso Marsilio, e direttore del «Leopardi Centre», istituito a Birmingham nel 1998 con il patrocinio del Centro Nazionale di Studi Leopardiani di Recanati.
    Tra i promotori della traduzione in inglese dello Zibaldone di pensieri (Toronto U.P.), sta lavorando da lungo tempo all’edizione critica dei leopardiani Volgarizzamenti di prose morali ( “da altra parte, i libri composti, come sono quasi tutti i moderni, frettolosamente, e rimoti da qualunque perfezione; ancorché sieno celebrati per qualche tempo, non possono mancar di perire in breve”).
    Concorda con Montaigne che “Les premieres et universelles raisons sont de difficile perscrutation”, e che “Rien de noble ne se faict sans hazard”.

  58. Carlo il 11 giugno 2007 alle 12:30

    C’era da aspettarselo: il plenipotenziaro della Cassamarca Fond., Di Poli, fu deputato dc al carro di Rumor, mentre il suo braccio destro in Fond., Pavan, fu senatore dc al carro di Bisaglia: delfini della balena!

  59. Lorenzo Galbiati il 11 giugno 2007 alle 21:46

    Il punto, da non dimenticare, è anche che ci vogliono i soldi per fare certe cose, e lui li ha. E occupa tutta l’editoria anche per questo. Chi scrive, almeno, eviti di rinforzare il monopolio, se ha possibilità di scelta.

  60. franz krauspenhaar il 11 giugno 2007 alle 23:26

    Tranquillo che appena Mondadori mi offre un contratto milionario mando tutto affanculo per l’anima di Leopardi.
    O no?…

  61. Carlo il 12 giugno 2007 alle 00:44

    “Lo Zibaldone è composto all’incirca da un milione di parole. Il costo totale è dunque, a seconda che si usino le tariffe per traduttori professionisti e specializzati inglesi o americane, di 70.000 sterline (circa 100.000 €), o di 150.000 $ (circa 120.000 €).”

    Troppi circa: ammesso e non concesso, il costo sarebbe dunque di 0,10 € a parola in England e di 0,12 € in USA. Stante che una cartella di 2.000 battute (compresi gli spazi) consta mediamente di 400 parole, la tariffa risulterebbe di 40/48 € a cartella! Siamo seri, e stiamo sui 30/32 €. E attenzione: il traduttore, ovviamente inglese, a questa cifra sarà un vero professionista, capace di dare il prodotto pressoché finito.

    D’Intino afferma che la traduzione avverrà sull’edizione critica del Pacella, uscita da Garzanti nel 1991, dove il testo è compreso in 2 voll. di complessive 2.600 pp., mentre il terzo vol. è dedicato all’apparato critico. Per quanto si allarghi la pagina e si rimpicciolisca il carattere, è inverosimile che il testo in inglese risulti meno di 1.700 pp., ed essendo previste 2.300 pp. complessive, l’apparato critico in inglese non supererà le 600 pp., che sono la metà dell’apparato del Pacella. In una parola, la curatela inglese consisterà in un riassunto/selezione dell’apparato critico dell’edizione italiana.

    Ora, sentiamo D’Intino: “Ma la traduzione non è tutto, anzi. Ogni pagina va lette attentamente e confrontata con l’originale. I problemi si discutono con i traduttori, che riscrivono e perfezionano. Poi si rilegge, e così via. Per i concetti difficili bisogna cercare in dizionari d’epoca. Poi bisogna uniformare gli stili, mettersi d’accordo sulla punteggiatura, la sintassi, ecc. Poi ci sono le migliaia di citazioni in tutte le lingue: italiano, latino, greco, francese, inglese, spagnolo, ebraico. Ognuna dev’essere identificata, si deve rintracciare in biblioteca il testo in inglese, o, alla peggio, tradurre. Dovremo pensare alle note esplicative per un pubblico anglosassone: opere, personaggi, concetti. Scrivere testi, introduzioni, mappe che orientino il lettore. Gli indici. Un lavoro enorme, che spaventa. L’ideale sarebbe un research assistant. Stiamo già provando a fare domanda per un grant alla British Academy. Se non va dovremo arrangiarci e pagare qualcuno, se si può, oppure, per risparmiare, farlo noi. Ci aspettano anni duri. Ma ce la faremo. È una promessa.”

    Dal che si deduce che:
    1- D’Intino pensa a un gruppetto di giovanotti/traduttori alle prime armi, che forniscono un testo tutto da rivedere ma comunque incassano la tariffa piena.
    2- fa passare normali operazioni di un traduttore serio (consultare i dizionari dell’epoca, controllare le versioni inglesi di testi citati in altre lingue ecc.) come operazioni suppletive fuori tariffa
    3- finge di dover affrontare un lavoro di ricerca sulle fonti che in realtà è già stato fatto dal Pacella
    4- prospetta, dopo l’incasso dei 100.000 €, l’assunzione di un assistente (oltre ai traduttori e ai curatori) con relativa richiesta di borsa di studio
    5- e lamenta, lamenta…

    Berlusconi + Centro Studi di Recanati + Cassamarca + sottoscrizione attuale = 130.000 € = 80.000 € ai traduttori + 50.000 € ai curatori = basta & avanza.

    Resta da chiarire il ruolo delle edizioni Da Ponte.

  62. georgia il 12 giugno 2007 alle 01:28

    Cos’è un centro di italianistica all’estero?

    Devo aver sbagliato il termine burocratico, scusa :-) Come si chiamano alcor, Istituti di italinistica, istituti di cultura italiana?
    So solo che la carica di direttore è politica (dipende dal ministero degli esteri) ad esempio de michelis fece la nirenstein direttore dell’istituto di tel aviv, in ungheria so che era direttore montefoschi, a londra barrotta, a stoccarda acanfora, ecc. insomma c’è un istituto in ogni paese con un direttore, o no?
    Fra i loro compiti c’è anche quello di tradurre gli italiani e farli circolare o no?
    geo

  63. Blackjack il 12 giugno 2007 alle 11:17

    Krauspenhaar; scrivi: “Caro Blackjack, dire che Tash avrebbe dovuto cercarsi una casa editrice di sinistra è ingiusto. Mondadori ha dato fiducia al suo bellissimo libro, e le scelte editoriali di Mondadori prescindono dal suo “padrone”. Altrimenti, davvero, dovremmo dire che siccome il mondo occidentale fa schifo noi non dobbiamo dirci appartenenti al mondo occidentale. PIù o meno.”

    Sono pienamente d’accordo con quanto sostieni a parte un piccolo dettaglio: la coerenza. Null’altro che angoli di visione e di coerenza.
    Per il resto l’unica cosa che posso dire è: ti auguro che il tuo prossimo libro sia pubblicato da Mondadori e venda almeno 500.000 copie. Non avrei nulla da ridire.

    Blackjack

  64. georgia il 12 giugno 2007 alle 11:48

    io trovo non solo legittimo ma doveso pubblicare con mondadori, se se ne presenta l’occasione (per i giornali l’ho già detto è una cosa un po’ diversa ma ogni caso è un caso a sè, e non a caso se io mi sono pentita di quanto scrissi qui a proposito di berardinelli che ormai leggo regolarmente, purtroppo sul folgio), però trovo che non si debbano mai avere due pesi e due misure nel senso che la tigna in testa agli altri non può diventare automaticamente forfora solo perchè è nella mia di testa ;-) e viceversa naturalmente
    geo

  65. Carlo il 12 giugno 2007 alle 14:41

    Il programma della Da Ponte (ricavato in rete): una biblioteca di traduzioni inglesi di cento tra i piú significativi titoli di autori che hanno avuto finora in Nord America solo un’attenzione parziale come Pietro Aretino, Cesare Beccaria, Giacomo Leopardi, Paolo Mantegazza, Carlo Goldoni, Leone Ebreo, Norberto Bobbio, Benedetto Croce, Antonio Pigafetta, Amerigo Vespucci, Remo Bodei, Luciano Cafiero, Alessandro Manzoni, Matilde Serao, Giordano Bruno, Leon Battista Alberti, l’Abate Galliani, Edmondo de Amicis, Vittorio Alfieri, Carmelo Bene, Tommaso Campanella, e tre volumi di poesia italiana dal Duecento ai giorni nostri, curati direttamente dagli stessi direttori Ballerini e Ciavolella. (Finora è uscito il volume n° 1, Il ricettario dell’Artusi.)

    Dalle dichiarazioni di D’Intino, traspare che dalla Da Ponte non viene una lira: ma com’è possibile varare una tanta collana (100 titoli!) senza nulla pagare?! In realtà dalla statuto dalla Fondazione Cassamarca emerge che i finanziamenti ci sono eccome… Oppure mettiamola così: se Cassamarca finanzia poco lo Zibaldone (ma quanto poco?), cosa sarà mai del povero Mantegazza?! I traduttori del Mantegazza che faranno? lanceranno un appello sperando che…? cosa?

    In ogni caso, qualche raschiatura di barile dev’esserci, se i due direttori di collana, Ballarini e Ciavolella, secondo la dichiarazione di D’Intino “Vengono apposta da Los Angeles, e ci vediamo tutti a Perugia, dove si decide un piano d’azione” (aereo + soggiorno)

  66. alcor il 12 giugno 2007 alle 17:22

    @georgia

    Ho capito.
    Se sono gli istituti di cultura non credo che loro compito sia di far tradurre gli autori italiani, quanto, più genericamente, di sostenere e far circolare la cultura italiana, tutta.
    Non so a chi spetti sostenere traduzioni di nostri autori, forse noi non abbiamo neppure i fondi per farlo. Alcuni paesi hanno enti appositi, ma anche loro sostengono col contagocce e i soldi vanno di solito alla casa editrice.
    In questo caso non so, sarà bravo questo D’Intino? E soprattutto, chi saranno i traduttori? E poi, i traduttori, al plurale? Quante mani?
    Da quel che dice condivido le perplessità di Carlo.
    Sostenere che la traduzione non è tutto, se davvero si vuol far conoscere un autore al vasto pubblico, visto che gli italianisti inglesi lo leggono in italiano, è azzardato. Se è pessima, o anche solo mediocre, sarà un incomprensibile mattone. Se è fatta da molti, l’azzardo proprio di ogni traduzione sarà un azzardo al quadrato.

    E poi questo è veramente comico:

    “Ogni pagina va lette attentamente e confrontata con l’originale. I problemi si discutono con i traduttori, che riscrivono e perfezionano. Poi si rilegge, e così via.”

    C’è sia dell’ovvio che del demenziale.

  67. Carlo il 12 giugno 2007 alle 20:18

    Penso ci sia un equivoco: un conto sono gli istituti di cultura, un altro i dipartimenti di italianistica. Ballarini e Ciavolella insegnano al dept. di italianistica dell’UCLA, Los Angeles (da cui non vengono certo i soldi per la collanona).

  68. Carlo il 13 giugno 2007 alle 10:07

    La casa editrice della collana è la University of Toronto Press http://www.utppublishing.com/pubstore/

    Esistono traduzioni parziali dello Zibaldone in inglese: bisogna valutare però che la metà esatta dello Zibaldone tratta questioni di lingua e stile, ed è la parte tralasciata nelle tradd. parziali. Essenziale per lo studioso, questa metà incide molto meno sull’immagine/conoscenza del Leopardi che può farsi un lettore colto anglofono. La diffusione del Leopardi non dipende insomma dalla traduzione completa dello Zibaldone.

    Tra i membri del Primo Amore c’è Carla Benedetti, una valente italianista: perché non si pronuncia? In fin dei conti l’appello, pur scritto da Moresco, è firmato da tutto Il Primo Amore.

  69. Miku il 13 giugno 2007 alle 10:32

    Ma che ci sia del marcio in Cassamarca, o che la traduzione vada condotta sull’originale – anche se il senso di quelle parole sembra: manovalanza e ghost-translators stenderanno la loro versione, poi saremo noi a darvi uno sguardo -: hanno trovato i soldi, a gogò, facciano adesso il lavoro. Poi lo si giudicherà. Del resto, solo chi fa sbaglia.

  70. georgia il 13 giugno 2007 alle 11:29

    ALCOR
    Se sono gli istituti di cultura non credo che loro compito sia di far tradurre gli autori italiani, quanto, più genericamente, di sostenere e far circolare la cultura italiana, tutta

    GEO
    Scusa ma in cosa consisterebbe la differenza?
    Voglio dire come fai a far conoscere la letteratura taliana e a farla circolare se NON la traduci? Quindi il lor compito è anche quello di promuovere traduzioni. Tra l’altro i soli nobel vinti da italiani sono stati quelli di autori ampiamente tradotti soprattutto in inglese, meglio se anche in svedese ;-).

  71. alcor il 13 giugno 2007 alle 14:34

    Allora dirò come la penso in generale e senza battute su una traduzione che immagino si voglia esemplare. Lo faccio qui perché mi sembra meno OT.

    Primo, la casa editrice.
    Solitamente una casa editrice non universitaria fa i conti. I conti possono sembrare anche una brutta cosa, ma, se la casa editrice è seria, tra i conti c’è anche l’investimento, in risorse prima di tutto umane, che devono rendere dal punto di vista del profitto culturale e perciò, si spera, economico.
    La scelta del curatore e dei traduttori sarà la migliore “possibile”perchè è evidente che se sceglierò un curatore di fama non usurpata e un traduttore di vaglia ed esperienza, la possibilità che curatela e traduzione siano eccellenti, aumenta.
    Una casa editrice universitaria è spesso (non sempre, ovvio) anche una casa editrice che tende a pubblicare opere che non avrebbero altrimenti circolazione fuori dai circuiti accademici, per tanti motivi.

    E’ vero che le university press inglesi e americane sono più forti e migliori delle case editrici che pubblicano lavori accademici qui da noi, ma questa caratteristica ce l’hanno anche loro.
    Inoltre, di solito, le university press e le case editrici che pubblicano a pagamento (fondi CNR o altro) hanno una circolazione che rimane limitata a un certo ambiente e con grande difficoltà raggiungeranno quel pubblico vasto che si auspicherebbe per Leopardi, a quel che mi è dato capire da quello che ho letto qui.

    Il traduttore.

    La “voce” di un autore viene penalizzata da una traduzione a più mani.
    Se si decide in partenza che il lavoro di traduzione debba essere pesantemente rivisto, si punta a una traduzione “editoriale” sulla quale io ho moltissimi dubbi.
    Inoltre, se un traduttore di vaglia subisce interventi invasivi, rompe.
    Se ci sono traduttori che accettano in partenza interventi così massicci come pare siano disposti a subire quelli di cui si parla qui, vuol dire che non sono quei traduttori d’eccellenza dei quali forse ci sarebbe la necessità per un lavoro del genere.

    Qui c’è un conto sul quale si invita a versare del denaro, perciò penso che sia legittimo chiedersi se vale la pena versare quel denaro.

    Con questo non voglio dire che il lavoro sarà mal fatto, lungi da me, ma visto che di fatto sono invitata anch’io a sostenerlo economicamente, mi pare di avere anche il diritto di sapere nei dettagli chi e cosa sosterrò.

    Io la vedo così.

    Quanto ai traduttori “fanciulli” (nell’altro thread) lo dicevo nel senso che forse si può intuire da quanto ho detto sopra. Non ha a che vedere con l’età, anche se dubito che una traduzione del Leopardi possa essere fatta senza una notevole esperienza sia traduttoria che filologica, che viene ANCHE col lavoro e perciò col tempo e l’applicazione.

    Quanto poi al tema istituti di cultura, ho detto che non credo che sia loro compito perché non mi risulta che abbiano fondi dedicati a questo scopo. E ribadisco: “non mi risulta” non è = a non lo so per certo. Semplicemente non mi risulta.

    E adesso vi lascio.

  72. Carlo il 13 giugno 2007 alle 18:15

    La borsa di studio di 3 anni (6.000 € annuali) inclusa nel Progetto Zibaldone, la necessità di una figura intermedia tra curatori e traduttori quale il Research Assistent, ma soprattutto questo passaggio di D’Intino: “la traduzione non è tutto, anzi. Ogni pagina va lette attentamente e confrontata con l’originale. I problemi si discutono con i traduttori, che riscrivono e perfezionano. Poi si rilegge, e così via. Per i concetti difficili bisogna cercare in dizionari d’epoca. Poi bisogna uniformare gli stili, mettersi d’accordo sulla punteggiatura, la sintassi, ecc.”, non lasciano dubbi: si pensa a un gruppo di traduttori approssimativi (per età e/o inesperienza) capaci di fornire una traduzione all’ingrosso, su cui interverranno poi dei super-traduttori (i curatori stessi?) che leggono attentamente confrontando con l’originale, chiamano i traduttori che, previa tirata d’orecchie, rifanno la traduzione stessa, la quale verrà risottoposta ai super-traduttori che così via… 40/48 € a cartella sono il compenso di traduttore + super-traduttore, o del solo traduttore? Ché in questo secondo caso la cartella lievita.

    L’edizione del Pacella esime i curatori inglesi dal ricercare le fonti, dai riscontri ecc. (un lavoro senza prezzo che il Pacella s’è sobbarcato e che i curatori inglesi dovranno solo sintetizzare).

    Normalmente le case editrici universitarie vivono di finanziamenti dell’università: possibile che tra docenti inglesi e italiani non si sia riusciti a finanziare la cosa? e possibile che ai curatori non vada una percentuale sulla vendita?

    Insomma, trasparenza!

  73. georgia il 13 giugno 2007 alle 20:29

    Io fossi in voi mi calmerei, la traduzione secondo me sarà fatta abbastanza bene perchè sarà sotto gli occhi di moltissimi.
    Io sinceramente non ce lo vedo un solo traduttore, da solo soletto, a portare avanti oggi un lavoro del genere.

    Ai curatori una percentuale delle vendite?
    Non ci farebbero certo guadagni folli ;-), gli varrà più come prestigio semmai (enorme direi).

    Meno male che giuseppe pacella, che aveva tutti i titoli e maestri giusti, si è sobbarcato di un simile lavoro, di ridare una edizione critica moderna allo zibaldone, ci mancherebbe anche che non ci fosse stata nelle nostre università, cosa volevi che lo facessero gli inglesi :-)?
    Ad ogni modo se tradurranno introduzione e apparati critici di giuseppe pacella è chiaro che pacella (e gli eredi), avrà diritto ai diritti, ma non credo che ci sarà poi tanto da guadagnare.
    A proposito, ma la splendida (e costosissima) edizione garzanti curata dal pacella l’hanno poi ristampata? Io temo di no.
    geo

  74. Carlo il 14 giugno 2007 alle 10:13

    Sottoscrivendo, si esprime già la convinzione che la traduzione sarà buona. Parimenti, è inessenziale che i traduttori siano uno (come Schefer per la traduzione francese) o molti.
    Le perplessità sorgono dal modo in cui è stata impostata la campagna di sottoscrizione: invece di esporre in dettaglio la situazione finanziaria e indicare il costo globale complessivo previsto, si è lasciato tutto nel vago, col risultato che, ottenuti i 100.000 €, invece di chiudere la campagna, la si è rilanciata ripetendo il lamento (emblematico come chiude D’Intino: “L’ideale sarebbe un research assistant. Stiamo già provando a fare domanda per un grant alla British Academy. Se non va dovremo arrangiarci e pagare qualcuno, se si può, oppure, per risparmiare, farlo noi. Ci aspettano anni duri. Ma ce la faremo. È una promessa”.)
    Di certo abbiamo i 15.000 € del Centro di Recanati e i 100.000 € di Berlusconi. E Cassamarca, che finanzia tutta la collana Da Ponte (e ha un budget di 1.300.000 € annui), quanto ha dato? E quali sono le condizioni contrattuali con l’University off Toronto Press?
    Nella collana Da Ponte è già uscito nel 2004 il ricettario di Artusi, Science in the Kitchen and the Art of Eating Well, p. 653, $ 27, e ne saranno usciti altri. Bene, queste traduzioni, chi le ha pagate? e chi pagherà ad es. la traduzione della Fisiologia dell’amore del povero Mantegazza?

    Quanto a geo, oltre a Pacella, Damiani ha fatto un’edizione critica (5.000 pp. complessive) per i Meridiani Mondadori nel 1998: i curatori inglesi dovranno solo ridurre di moltissimo gli apparati, facendo una sintesi di Pacella e Damiani, senza pagare nessuno.
    E una percentuale del 5% su un libro di 50 € dà 2,5 € a libro.

  75. georgia il 14 giugno 2007 alle 21:32

    L’edizione di damiani usa, per 9 decimi (e forse più) quella del pacella che certo avrà usato a sua volta quella del Flora, gia uscita, tra l’altro, nei meridiani (classici) in due volumi per quasi 4000 pagine finissime (molto più fini dei meridiani odierni), che a sua volta avrà usato quella di carducci e poi naturalmente la bibliografia mondiale sullo zibaldone è sterminata :-)
    Scusa che ci sarebbe di male se a londra usassero tutti ‘sti apparati?
    Se invece si limiteranno a tradurre è un altro discorso.
    Danno il 5% ai curatori di un’opera tradotta?
    fate i nomi di questi curatori.
    Ad ogni modo il pacella costava trecentomila lire (o più di 150 euro) e naturalmente non era tradotta :-)
    geo

  76. georgia il 14 giugno 2007 alle 21:35

    naturalmente la sterlina vale di più dell’euro e quasi tutto in inghilterra costa più che nel campo euro, penso anche le traduzioni, quindi cerca di calcolare in sterline ;-)

  77. Carlo il 15 giugno 2007 alle 01:42

    Qui da più parti sono sorte parecchie perplessità, che poi si sono articolate in domande precise, che aspettano precise risposte. Non dico che le risposte siano ineludibili: per eluderle basta tacere. Ma a metà thread è intervenuto Moresco, autore dell’articolo postato. Ecco, almeno da Moresco e dal postante Inglese è legittimo esigere qualcosa, e doveroso concederlo.

  78. Hamlet il 16 giugno 2007 alle 18:12

    qui c’è fumus traductionis
    e crimen subscriptionis



indiani