Il commercio

11 giugno 2007
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dscf0796.JPG di Andrea Inglese

« Non ne posso più. Datemi il mio resto. »
Non li guardavo in faccia. Non mi guardavano in faccia. Per un lungo istante nessuno aveva una faccia.

La storia durava ormai da diversi anni. Era iniziata in modo confuso e rapido, come quando nell’agguato le ombre immobili si staccano dai muri e si fanno veloci ed ostili. Ma non c’era stato nessun vero agguato. Io mi ero mosso per primo. Nessun agguato. Anzi, si erano inizialmente spaventati, rompendo il loro cerchio, ognuno concentrato di colpo sulla possibile via di fuga, poi speranzosi mi si assieparono intorno, da bravi cialtroni. E cominciarono a prendere tempo. Anch’io d’altra parte presi il tempo: il loro. Era un gioco d’astuzia: prendersi tempo a vicenda, magari calcolando che a qualcuno non sarebbe, ad un certo punto, più bastato. Ma chi di loro poteva avere l’audacia, per compiere un tale calcolo? Non erano zotici, e in fondo neppure cialtroni. Questo no. Ma erano abbastanza pericolosi. E mai mi guardavano in faccia. Ed io neppure, per dispetto. E in quella penombra di torsi, di mani e braccia agitate, di piedi strisciati nella polvere, avanzavamo e indietreggiavamo, come un’onda.

Il calcolo, dato come complesso, era stato riesaminato sotto una luce semplificante. Ma in seguito, assumendo qualcuno una prospettiva complessa, erano emerse inesplorate difficoltà. Quanto allo scambio, esso appariva ineluttabile come le faccende più semplici, quelle fisiologiche. Io ero intenzionato a comprare. Poco, ma in continuazione. Ad intervalli irregolari, che dovevano lasciare il venditore nell’incertezza costante, permettendogli spesso di immaginare che l’ultimo acquisto era ormai quello definitivo e che io, ormai sazio, appagato, o semplicemente rovinato economicamente, e per ciò stesso impossibilitato a continuare quel mio commercio, avrei abbandonato per sempre quella piazza, o comunque quei dintorni, contando sul fatto che nessuno mi conosceva, e che potevo sembrare uno straniero, giunto in città solo per affari. Ma poiché nessuno si era guardato in faccia, difficile era indovinare chi di noi fosse il forestiero e chi l’autoctono. Era forse una ritrosia saggia. Una condivisa precauzione. Un rifiuto di sottolineare quelle particolarità etniche, che subito possono portare allo scatenamento della noia. Ma loro improvvisavano risposte, abborracciavano soluzioni sghembe. Questo risultava chiaro. Cialtroni, non fino in fondo, certo. E questo era forse il maggiore problema.

Che io fossi solo e loro molti, li rendeva eccessivamente fiduciosi e sicuri di loro stessi. Ma come sempre succede in questi casi, il vantaggio, nonostante le apparenze, era tutto e palesemente dalla mia parte. La mia debolezza, il mio agire incerto, il mostrare una scarsa volontà, un piano non chiaro in mente, tutti questi aspetti ritardavano la loro azione definitiva: la liquidazione violenta del debito, l’annichilimento del creditore. Ma se loro ritardavano l’azione, io l’acceleravo, l’anticipavo di continuo, guadagnavo margini sempre maggiori di manovra, ampliavo il loro ritardo nei miei confronti. Dapprima comprai una mappa del quartiere. Loro la conoscevano a memoria, ma non ne avevano un esemplare materiale. Cominciai con questa concessione: «Facciamo come se io l’avessi effettivamente comprata questa mappa. Essa è infatti nelle vostre teste.» Furono soddisfatti della mia proposta. Li costrinsi però ad ammettere che nessuno di loro, singolarmente, era in grado di riprodurre per esteso e compiutamente l’intera dislocazione del quartiere. Ma ognuno era convinto di poter apportare l’evocazione specifica di una parte – una scalinata, un interrato, una porta – che nessuno degli altri avrebbe potuto ricordare o addirittura conoscere. Ci accordammo sul prezzo. Lasciai che mi convincessero che la mappa aveva dei costi aggiuntivi per il fatto stesso di essere dispersa tra diversi e molteplici portatori. Inoltre, dovendo io ricorrere al loro lavoro di rimemorazione, verbalizzazione e riproduzione grafica, per sommaria che fosse quest’ultima, il prezzo saliva in modo incontrollato. Avevo un’unica soluzione per strozzare questa salita esponenziale dei costi: proporre un pagamento forfetario immediato e in contanti. Non lo feci. E loro mi credettero fesso. S’ingagliardirono e, appena io proposi di pagare a rate, giunsero a proporre un prezzo spropositato. Accettai. Si guardarono tra loro soddisfatti. Io guardai il mio riflesso nel rettangolo di una finestra. Anch’io soddisfatto. Ma molto più di loro. Essi pensavano di aver concluso, e d’intascarsi la prima lauta rata. Io sapevo che il pezzo migliore veniva ora. «Non ho con me contanti. Fatemi credito dissi, almeno per la prima rata.» Dovettero accettare, caricandomi però di costi ulteriori il prezzo finale della mappa. Accettai di buon grado. Anche perché ora si apriva una vasta e incerta zona di diritto privato: chi, tra me e loro, era il creditore, e chi il debitore? E inoltre chi ci aveva guadagnato nello scambio e chi ci aveva perso? E davvero si poteva ancora parlare di guadagno e di perdita, di affare e di fregatura? Oppure nulla si poteva dire, se non al momento della definitiva chiusura dell’acquisto, quando l’ultima moneta fosse stata sborsata al venditore e l’oggetto definitivamente entrato in possesso del compratore. Ma quando ciò sarebbe avvenuto? Su questo sia io che loro rimanemmo vaghi. Introducendo così, più o meno inconsapevolmente, un ulteriore grado di vaghezza nei nostri rispettivi destini.

Nel frattempo m’installai in una vecchia stanza libera. L’affitto era molto basso e di favore, poiché l’affittuaria era la zia di uno di loro, di uno dei venditori. Di un portatore della mappa. Le giornate erano lunghe e noiose, ma si mangiava assai bene nella trattoria situata accanto alla casa dove abitavo. Prendevo sempre il menu fisso, anche la sera. Il proprietario chiudeva un occhio per me, in quanto era un fratello di un altro di loro. Di un altro portatore della mappa. Poi, quasi ogni notte, c’era la puntata al night “Alta Marea”. Il proprietario, un tipo poco raccomandabile con il cranio rasato e lo sguardo vitreo, fin dal mio primo ingresso dimezzò solo per me i prezzi della consumazioni. Scoprii alla fine il perché. Era lo zio di un altro portatore della mappa.Ovunque mi muovessi nel quartiere, malgrado fosse vasto e labirintico, incappavo sempre in qualche parente, amico o amante di qualcuno di loro. Questo rendeva la mia vita più facile e il mio soggiorno dalla durata incerta estremamente conveniente sotto molti punti di vista: economico, certo, ma anche umano, affettivo. Mi ero ad esempio infatuato di Milena, una ragazza del night. Non era la più bella, ma di gran lunga la più attenta e sensibile. Inoltre, spesso mi si concedeva senza richiedere alcun compenso, ma mai al di fuori degli orari di lavoro. E questo rendeva ancora più preziosi i nostri incontri.

Ma con che soldi pagavo io questa mia vita nel quartiere? Certo, una vita ricca di favori, di doni, di sconti, ma comunque mai libera del tutto dalle necessità dello scambio economico. Con quali soldi pagavo io, già in debito, in fortissimo debito per l’acquisto di una mappa, che per altro non mi era stata ancora consegnata? (Una mappa, lo voglio ricordare, la cui consegna troppi elementi concorrevano a ritardare indefinitamente.) Con quali soldi, allora? I soldi me li guadagnavo sul posto, come magazziniere, imbianchino, amministratore di condominio. In realtà mi era facile trovare lavoro, e quindi anche cambiarlo. La rete solidale che i portatori della mappa avevano tessuto intorno alla mia persona mi garantiva una piena occupazione. Non solo, quindi, coprivo le spese di sostentamento, ma anche mettevo soldi da parte in vista del grande acquisto, la mappa. Era ovviamente una lotta contro il tempo. Loro avevano tutto l’interesse che io mi arricchissi, che lavorassi sodo e risparmiassi, fino a cumulare quella ingente somma di denaro che avrebbe colmato il debito e avrebbe fatto il loro definitivo benessere. Io d’altra parte mi familiarizzavo, giorno dopo giorno, mese dopo mese, con quello stesso quartiere di cui volevo acquistare la mappa. Il quartiere s’introduceva in me progressivamente, dettagliandosi e articolandosi. Si colmavano col tempo buchi sempre maggiori. Mi ero ormai impossessato dello schema stradale, dalle poche grandi arterie ai molteplici vicoletti. Sapevo a memoria tutti gli edifici e i loro rispettivi portoni. Negli ultimi tempi, decisi di annettermi definitivamente anche le finestre. Poi sarebbe venuto il momento della scale, dei ballatoi e dei cortili. Da tempo governavo sugli edifici pubblici e gli esercizi commerciali.

Il problema vero però era un altro e me ne resi conto tardi, ormai già da tempo coinvolto nella mia fraudolenta memorizzazione: dove avrei potuto fermarmi, senza perderci? Mi spiego. La loro mappa collettiva quanto era dettagliata e precisa, che cosa includeva ed escludeva? Avrebbe mai potuto la mia, costruita individualmente, eguagliare la loro? Ciò che di più importante, decisivo, prezioso il quartiere custodiva non era forse lasciato all’interno, negli appartamenti, sotto i lavelli, gli armadi, negli angoli bui e polverosi, in qualche vecchio soprabito con la fodera sdrucita? Nelle botti delle cantine? Nei fondi di solaio e di sottotetto? Certo, avevano agito anche loro furbescamente, facendo arretrare il baricentro del quartiere, la sua realtà più profonda verso l’interno, verso il fondo, nell’ombra, negli angoli, dentro le botti. Avevano con pazienza organizzato questo trasferimento, sotto i miei occhi, ogni giorno, spolpando come sciacalli la carogna del quartiere, di cui ora non mi rimaneva che lo scheletro, una magra impalcatura, un disegno astratto di strade, immobili, varchi, scale, prati, e poco altro. Anzi, non avevano trasferito niente, si erano tenuti tutto, fin dall’inizio, avevano organizzato il loro quartiere in modo che presentasse una visibile e variopinta facciata all’esterno, anche tangibile, certo, fatta di marciapiedi asfaltati, gradini di pietra, ringhiere di metallo. Mi avevano imbobinato dentro quello scheletro, quella carcassa, talmente ingombrante che mai si sarebbe pensato che altrove, sparpagliato in tanta minutaglia, in residui, magari soli in impronte d’unto o di fango, giaceva il cuore pulsante del quartiere, interamente sottratto ai miei sguardi, ai mie passi, alle mie abitudini.

Andai alla rotonda, nell’ora più animata del pomeriggio. Alzai le mani in alto, ben tese, feci gli occhi cattivi. Gridai.
« Non ne posso più. Datemi il mio resto. »
Va bene, non ci guardavamo in faccia. In questo pomeriggio di senza faccia, però, io non smettevo di gridare.
«Vi siete tenuti la parte migliore del quartiere, il fiore del quartiere, la quintessenza, e mi avete lasciato una scatola vuota, un teschio, un muffito carapace. Bene! Ingozzatevi. Vi resti tra le unghie, portatevelo con voi sottoterra. Ma io pagai molto cara la mia mappa, anche se non ho per ora saldato il conto, e voglio indietro almeno il mio resto. Per quello che mi avete dato, ho pagato ben di più. Esageratamente di più.» La matematica era il mio forte. Almeno questo. Mi avevano infinocchiato commercialmente, ma matematicamente li avevo in pugno. Non si scomposero. A turno qualcuno prese la parola. A ricostruire il loro melenso discorso, esso suona pressappoco così:

«Stavamo noi venendo a dirti qualcosa, mio caro. Ti siamo grati, innanzitutto. Ma adesso basta. Siamo stanchi della tua autocrazia, di vivere nella tua orbita, di giocare alle comparse in un lungo dramma dove tu regni protagonista incontrastato. Certo, ti sei meritato tutto. E tutto ti abbiamo dato. Ma ora è tempo di conti e di separazioni. Prima che tu arrivassi, con la tua strana, arrogante richiesta, il quartiere non esisteva. Noi abitavamo sparse propaggini di una città che disordinatamente ci aveva allontanato, ognuno per proprio conto, secondo una traiettoria imprevedibile. Ci percepivamo come un’accozzaglia di vagabondi che isolatamente, a caso, si erano ritrovati gli uni a ridosso degli altri, con pianerottoli che comunicavano, strade comuni, piazzette. Ma nulla di tutto questo si teneva. Tutto fluttuava di continuo, pronto a strapparsi, a rotolare via, a disperdersi in nuovi rivoli. Ti abbiamo usato, è vero. Abbiamo costruito il quartiere intorno a te. Ma ti abbiamo anche riverito. Sei stato il centro del quartiere per tutto questo tempo, il suo padrone assoluto. Lo hai forgiato passo dopo passo. Ogni tua parola è divenuta aneddoto, targa, storia cittadina. L’intreccio famigliare che ha costituito la tua rete di sicurezza, qui, è nata per te. Ci siamo inventati legami di fratellanza, di sangue, matrimoniali. Tu eri l’inconsapevole avo, il terribile e potente progenitore. Noi tutti tuoi servili discendenti. Ora però ci stai mangiando il sangue. La tua insaziabile avidità reclama ancora di più, l’impossibile. Sogni come un paranoico che un tesoro nascosto abiti nei nostri miseri ripostigli, quando abiti nella dimora più bella, che intorno a te abbiamo costruita, la dimora di una società che non esisteva, di una quotidiana comunicazione che era un’infantile utopia. E non ti basta. Vuoi oggi il tuo resto. Vuoi chiudere l’affare. Eccoti tre euro e venti centesimi. È il costo del biglietto per raggiungere il centro città.»

Il loro discorso mi aveva in effetti colto di sorpresa. Non era così che avevo visto le cose. Per niente. Avevo tutt’altre idee in testa. Ma su questo avevano ragione, volevo chiudere l’affare. Ero esausto. Mi misi a riflettere in fretta. Calcolai, con grandi scorciatoie, e in modo approssimativo. Tante le voci, e di conseguenza tante le cifre. Stranamente i mie conti concordavano con i loro. Certo, ci sarà stato un margine di errore, ma non era il momento di andare tanto per il sottile. Mi calmai di colpo, afferrai i soldi che mi avevano teso, e mi congedai con queste parole: «Non ho capito nulla di quanto mi avete detto. E non mi fido troppo dei vostri discorsi capziosi, sappiatelo! Ma se voi siete stanchi – questo almeno mi è sembrato di afferrare – lo sono anch’io. Quindi mi prendo il mio resto. È quanto, anche secondo i miei calcoli, mi spetta, e vi saluto. Cercate di essere più franchi, in futuro. Più con i piedi per terra, e meno capziosi. Addio.»

(Questo racconto è uscito sul n°8 di SUD)

(Foto A Inglese)

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6 Responses to Il commercio

  1. mario il 11 giugno 2007 alle 10:57

    posso dire porca miseria?

  2. Chapuce il 11 giugno 2007 alle 13:51

    l’aggettivo – capzioso – rende molto bene!

    sto cercando di capire cosa è raffigurato in foto, una figura che si fa mangiare le mani – da due grifoni? deve essere molto coraggiosa!

    sarei cusiosa di sapere dove si trova!

  3. andrea inglese il 11 giugno 2007 alle 16:00

    se CI clicchi sopra i grifoni s’ingrandiscono; quello in mezzo dev’essere tipo jesus, alle prese con un suo commercio infero ; il tutto incontrato per via a Pitigliano (toscana);

  4. diamonds il 11 giugno 2007 alle 17:40

    solidissima costruzione di un negoziato relativo all’ineffabile.Difficile non rimanere scossi da una lettura che ti insegna più cose di nove corsi di marketing superiore(facendoti giocare a mosca cieca)

  5. Chapuce il 12 giugno 2007 alle 15:36

    @Andrea,
    sei molto bravo a cogliere i particolari, quelli che seducono lo sguardo.
    il tuo occhio è acuto ed esigente.
    bello scatto!
    spero ne seguiranno ancora, per il piacere dei miei occhi.
    ciao

  6. andrea inglese il 12 giugno 2007 alle 17:07

    più che altro mi piace ritrarre jesus come un superoe alle prese con superproblemi (al posto della calzamaglia una tunica, al posto di Goblin, un grifone, al posto della ragnatela, una moltiplicazione di pesci)



indiani