In via Barbaroux, ovvero dei limiti della scrittura

13 giugno 2007
Pubblicato da

di Demetrio Paolin

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A Torino, dal mio ufficio ho un luogo privilegiato d’osservazione. Riesco a vedere l’incrocio tra corso Siccardi e via Barbaroux. Così certe volte, soprattutto nelle giornate in cui piove, mi metto alla finestra, e aspetto.
Immancabile arriva.
Vedo comparire un pedone che attraversa – ha solitamente un piccolo ombrello di quelli che stanno in una borsetta o in una 24ore – e forse sta venendo qui nel mio ufficio oppure si deve infilare in via Barbaroux. Cammina svelto sulle strisce pedonali e non guarda se arrivano le macchine. Attraversa la strada – i sensi di marcia di corso Siccardi sono divisi da un piccolo giardino, nella parte delimitata da via Barbaroux e via Cernaia, poi corso Siccardi diventa corso Galileo, quindi un’altra storia – e di solito nell’atto dell’attraversamento succede questo.
Lui, inteso come pedone, passa. L’automobilista frena e si ferma. Ma corso Siccardi, a partire da via Bertola fino in via della Consolata, dove sfocia come un piccolo fiumiciattolo, è lastricato di porfido. Il porfido è scivoloso con la pioggia. Succede semplicemente questo: una macchina sopraggiunta dopo l’altra, che si è bloccata per dare la precedenza al pedone che frettolosamente ha attraversato senza guardare, non si ferma. Sicuramente il conducente distratto – in città si è distratti, la musica, la monotonia di prima seconda prima fermi semaforo stop precedenza – ha pestato il pedale del freno, ma le ruote sul porfido scivoloso non hanno avuto il giusto attrito e l’autovettura tampona l’altra.
Ecco, io sento crock. Certe volte se la velocità è sostenuta, sento anche il crick dei vetri. Prima di questo percepisco lo stridio della gomma dei pneumatici sul bagnato. Una specie di sibilo, mi dico ecco. Ecco.
E guardo. C’è il tipo, il pedone con l’ombrello leggermente spostato indietro rispetto alla sua figura che va avanti, con il passo spedito che è quasi arrivato dall’altra parte.
La macchina che gli sta davanti ferma sull’orlo delle strisce pedonali (variante: se la macchina è molto vicina, il pedone è girato verso l’autista dell’auto e sta imprecando).
L’altra automobile è lì quasi in contatto, il conducente ha schiacciato sul pedale, ma è inutile la macchina continua la traiettoria come certe biglie che il prof di fisica ci faceva spingere su un piano perfettamente levigato per spiegarci cosa è l’attrito.
Quest’attimo mi piace.
Io sono di circa tre metri sopra le loro teste, e leggermente spostato verso destra. Ho visto tutto, l’ho visto chiaramente da subito, perché a forza di guardare si sa come andrà la cosa. Dalla densità di traffico che c’è, dalla frequenza della pioggia, alle camminate frettolose delle persone a piedi. Qualche cosa nella testa elabora una specie di previsione, niente di profetico per carità, più che altro una lettura di quello che sta accadendo, che fa dire: mo’ succede.
Poi si sente il crock e il crick, ma il momento esatto dell’impatto no. Quello non lo senti né lo vedi.
Non lo puoi scrivere: puoi scrivere il momento precedente e quello successivo. Il leggero rinculo della macchina di dietro, puoi vedere il colpo della frusta che subisce il conducente dell’auto davanti, ma l’impatto in sé, quello non lo puoi dire.
Puoi scrivere tutto quello che precede e che succede a un fatto, ma il fatto in sé: lo scontro tra due autovetture, non puoi. Puoi far diventare d’ambra il momento immediatamente precedente o quello successivo, ma non lo scontro. Non ci riesci a scriverlo (o forse non riesco).

Queste cose le ragionavo guardando il famoso film di Cronenberg, Crash, tratto dall’altro famoso libro di Ballard. Mi dicevo: beh il film lo può fare, può mostrare lo scontro, l’atto dello scontro, ma il libro no, il libro non lo mostra. Paradossalmente il fatto che non lo potesse mostrare dava al libro un fascino e una potenza che la pellicola non aveva.
In Crash, il libro, la mia impressione era di trovarmi davanti a un atto erotico. La prosa di Ballard mostrava “il prima” e “il dopo” del contatto. Li metteva in quel tempo eternamente presente che Keats descriveva nei versi dell’Ode all’Urna Greca.

Heard melodies are sweet, but those unheard
Are sweeter; therefore, ye soft pipes, play on;
Not to the sensual ear, but, more endear’d,
Pipe to the spirit ditties of no tone:
Fair youth, beneath the trees, thou canst not leave
Thy song, nor ever can those trees be bare;
Bold Lover, never, never canst thou kiss,
Though winning near the goal—yet, do not grieve;
She cannot fade, though thou hast not thy bliss,
For ever wilt thou love, and she be fair!

Nel libro l’incidente è vissuto allo stesso modo. Una sospensione di tempo, prima e dopo, che lascia come stupiti: dà l’illusione che ogni cosa possa ancora succedere.
Il film invece mostra, in maniera pornografica, il contatto, lo scontro. Lo mostra nei minimi dettagli e questo finisce per impoverire lo sguardo. La scrittura è più povera, menomata rispetto all’immagine in movimento, e perciò è più potente.
Ho provato questa medesima sensazione di fastidio vedendo The Passion di Gibson. In questo caso il film era mosso dal desiderio di mostrare totalmente una sofferenza. Si voleva mostrare il dolore totalmente: ecco perciò le frustrate, riprese una a una, il chiodo piantato, etc etc… Anche in quel caso ho avuto una fastidiosa impressione di pornografia: ostensione gratuita del dolore, della sofferenza.
Mi sembra, quindi, di ragionare intorno a un limite e il limite è quello della rappresentabilità del dolore, della sofferenza. Il cinema la mostra, ma ne fa ostentazione che ti respinge. Ci sarebbe quindi da ragionare se un libro può non tanto dire (ogni cosa è dicibile, in quanto è possibile nominarla) quanto far provare dolore.
Può la scrittura far sentire il dolore a chi legge? Può dare una esperienza sensoriale del male?

Torniamo in via Barbaroux. Ore 12.30 di un lunedì di mezzo giugno.
Questa volta il punto di vista non è sopraelevato, ma a altezza d’uomo.
Esco dal portone, pronto per andare a mangiare qualcosa. Quando sono fuori guardo alla mia sinistra. Si vede appena uno spicchio di corso Siccardi. Guardo e vedo una ragazza, che conosco tra l’altro, con il telefonino in mano, sta attraversando. Mi rendo conto che lei si sta spostando leggermente dal lato della strada verso il centro della stessa – via Barbaroux è piccola, a senso unico –, non s’avvede che sta sopraggiungendo una macchina. La velocità della macchina è minima, perché ha appena svoltato a destra.
La traiettoria non può che essere quella. La ragazza al telefonino incoccia con la macchina.
Ecco, io ho l’impressione che il suo corpo si faccia elastico, ho come l’impressione – io non ho dato un urlo niente, ho solamente guardato –, che il corpo della ragazza aderisca in maniera perfetta, come una serie di pezzi d’incastro, alla forma del cofano.
Questo mi dico avviene perché il colpo subito è minimo, data la velocità della macchina, la sollecitazione subita dalle ossa è tale che la loro elasticità non è messa alla prova. Prova ne sia che un momento dopo, le membra della giovane saltano via e lei ritorna in piedi (lo scontro è stato proprio leggero visto che neppure è finita in terra).
Il fatto produce in me un’immagine armoniosa, flessuosa. Mentre i miei occhi registrano questo, mi viene in mente che la ragazza è simile al giunco schietto (Pur. I), che si piega all’onda e non si rompe.
Eppure lei dice: ahia. Cioè la ragazza ha provato dolore, deve averlo provato sennò non avrebbe detto ahia. Ha avuto un’esperienza di dolore che io non posso condividere con lei né con nessuno delle persone che stanno, ora, leggendo queste righe.
Io sono stato teste del suo dolore, perché ho visto tutta la dinamica, quindi so come sono andati i fatti, e perché ho sentito lei lamentarsi, quando ha detto ahia.
Nonostante questo, chi mi legge non sente niente. Io stesso che ho visto non ho sentito niente, anzi l’impressione che io ho avuto è stata l’opposta a quella di dolore: ho avuto una sensazione di flessuosità, di aderenza delle forme.
Ovviamente sincerato che non si fosse fatta niente, me sono andato a mangiare.
Poniamo il caso che invece di andarmene io la raggiunga.
“Hai male?”
“Un po’, ma niente di che”.
“Dove?”
“Qui…” e mi indica il fianco sinistro dove è avvenuto l’impatto.
“Che male è?” le chiedo.
“Come che male è? È una botta”.
“Sì, ma sapresti dirmi che tipo di male è, sapresti descrivermelo a parole?”
“È una botta”.
“No, non hai capito. Io vorrei sentire il male che tu provi”
“Beh, allora dovresti farti investire”.

Credo che questa sia la soglia dove s’arresta.
Se io devo comunicare al lettore una mia esperienza di dolore: devo farmi aguzzino verso di lui. Per comunicargli il mio dolore io dovrei in un certo senso infliggergli la mia stessa pena. Mi torna alla mente un brano di Jean Amery che parlando della tortura e di chi tenta di raccontare la tortura arrivare a sostenere che esisteva uno iato incolmabile nella rappresentazione scritta della tortura, ovvero che nessuno poteva provare quel dolore.
Penso che sia normale esperienza.
Io posso descrivere una persona che viene messa in ginocchio, a cui le braccia vengono legate dietro la schiena con una corda ben stretta sui polsi. Posso anche dire che la corda è fissata a una carrucola che a sua volta è fermata a un gancio sul soffitto. Continuo raccontando di un uomo, un altro, che tira la corda, sollevando la vittima fino a che per causa/grazia della forza di gravità, le braccia si slogano, le articolazioni saltano…
Perché il mio lettore senta questo, però, perché provi effettivamente il dolore, io dovrei condurlo in una camera e fargli vivere tutta la trafila.
La scrittura, lungi dal creare mondi ed esplorare abissi, è qualcosa di superficiale. È qualcosa di così povero che anche i nostri stessi cinque sensi, pur ingannatori, sono più certi (siamo sicuri che l’azzurro che vediamo e l’azzurro che scriviamo siano medesimi?).
Eppure continuiamo costantemente a tornare alla scrittura, forse perché rimane l’unica possibilità, strenua, per dire di noi e di ciò che ci circonda.

12 Responses to In via Barbaroux, ovvero dei limiti della scrittura

  1. Caino il 13 giugno 2007 alle 14:41

    è interessante, ma non sono d’accordo sulla presunta povertà.
    c’è un fattore fondamentale, che io definirei tuttalpiù ricchezza, ed è la possibilità di suscitare emozioni e sensazioni senza la stimolazione dirette. questa è potenza e non un limite.
    ballard, in tutta la sua fisicità, si appella soprattutto alla mente umana in Crash. “fa il giro lungo”.
    mette le cose sul fisico per arrivare all’intelletto.
    c’è anche il fatto che se ti dico che farsi squarciare lo stomaco è come staccarsi una pellicina dalle unghie di 3 metri quadrati, tutto quell’attrito e quel dolore e il bruciore che si sposta in lunghezza ed altezza, come limone negli occhi, sto usando il tuo cervello e non il tuo tatto. e probabilmente la cosa ti fa pure sorridere, la pellicina, ma prova anche a pensare al tuo ombelico per terra.
    prova anche a pensare al polline, la polvere, il vento e tutto il resto che tocca i tuoi polmoni, i reni, e che non passa “da dentro”, ma direttamente, da fuori. dal buco.
    forse ora stai facendo “ssss”, per il dolore.
    a questo punto bisogna vedere un’altra cosa.
    il cervello è insensibile, l’unico organo umano con questo dono, ma ti assicuro che se lo sai prendere a calci da dentro fa più male di un cazzotto in bocca.
    c’è anche che posso assicurarti che che non c’è nulla che non possa essere ignorato, quando accade agli altri.
    mentre la lettura accade sempre e solo a se stessi. dentro pochi cm quadrati.

    e che poi il cinema sappia fare delle pessime trasposizioni, anche con ottimi registi, è un dato certo.
    ma non siamo qui a parlare di questo, o no?

  2. elena rosa il 13 giugno 2007 alle 16:45

    beh ma il superficiale rivela, porta su, la pelle contiene già tutto il mondo, anche quello dentro.
    e anche la scrittura è così, è piena di cellule che fanno il loro corso, trasmettitori che ne trasmettono altri e tu non puoi sapere quali sono, si muovono, vanno, portano a un altro dolore, è diverso certo, ma c’è sempre un altro dolore.
    secondo me le parole hanno gli occhi.

  3. Chapuce il 13 giugno 2007 alle 18:03

    “Può la scrittura far sentire il dolore a chi legge? Può dare una esperienza sensoriale del male?”

    io credo di si.
    Le parole scritte possono trasmettere, e molto.
    Certo sarà un dolore immaginato, nei dettagli e nelle pieghe, non vissuto…
    però comunque percepito, anche in modo soggettivo.
    Ognuno ha la sua soglia di dolore.

  4. Stefano Calosso il 13 giugno 2007 alle 20:50

    Al contrario…

    Il potere “evocativo” della parola è l’anestetico perfetto.
    Leggere il dolore e lo spasmo attutisce un poco il nostro, quotidiano. E si scrive, fortunatamente, per il medesimo motivo.

  5. missy il 13 giugno 2007 alle 23:30

    Credo che il mondo paradossale di Demetrio voglia dire molto di più.
    Personalmente, però, so che la scrittura può far provare anche un dolore mai esistito.

  6. MarioB. il 13 giugno 2007 alle 23:43

    Secondo me, o Demetrio,
    tu ci hai fatto un racconto da ècole du regard, per cui lo stile tuo,
    qui, è giocoforza freddo, visivo, distaccato, lontano dalle emozioni tue e degli altri,
    tu non ci vuoi trasmettere emozioni, nè farci giocar tanto sul linguaggio,
    tu qui fai del cinema verità o della fotografia in bianco e nero, campi lunghi.
    Eh, lo so, tu ci hai fatto un discorso ben fatto, tu dici:
    “Continuo raccontando di un uomo, un altro, che tira la corda, sollevando la vittima fino a che per causa/grazia della forza di gravità, le braccia si slogano, le articolazioni saltano…”
    Già, però hai fatto una “descrizione” distaccata e nemmeno particolareggiata, come se l’uomo appeso fosse un salame o un peso di piombo.
    E’ solo una questione di stile, con cui dico parole e le scelgo e le allineo e le intingo e le mescolo;
    e ti dico che questo tuo stile mi piace, però ho dei dubbi se nel parlar del dolore non si possa essere più profondi, vicini, aderenti, empatici
    senza essere pornografici.
    Le possibilità sono tante.
    ciau
    MarioB.

  7. véronique vergé il 14 giugno 2007 alle 08:03

    La scrittura non è povertà; al contrario trae la sua ricchezza dal implicito. Nel cavo accade l’urto. Non si puo “mirare” il nodo del dolore fisico. Sade descrive nei dettagli la macchina infernale della tortura sessuale, ma la scrittura diventa quasi mistica, lontana della rappresentazione reale. Invece l’immagine presenta il dolore dal esterno, senza distenza; voyeurismo che turba.
    Non ho voluto vedere “la passion du Christ”, perché il dolore esposoto dal esterno mi rende ammalata.
    Parlo di dolore fisico ; il dolore mentale riguarda appunto la scrittura.
    PS ho amato il pezzo perché affronta un’ esperienza originale.

  8. alessandra gallo il 14 giugno 2007 alle 17:23

    Caro Demetrio,

    Non amo portare le unghie lunghe tutto il tempo.
    Ci sono però dei periodi in cui sono particolarmente rilassata e mi viene voglia di curarle e lasciarle crescere.
    Come quella volta, che avevo diciannove anni e studiavo per la maturità. Intervallavo brevi periodi di studio a limature seguite da acetone e smalto bianco. E poi mezz’ora di Pascoli, e poi acetone e limatura e smalto rosso, e poi mezz’ora di Leopardi, e ancora acetone e limatura e smalto argentato. D’accordo, ero a un passo dall’esaurimento, lo ammetto. Però m’erano venute unghie dure e perfette da manicure.
    Ecco, Demetrio, ora, una di quelle unghie è tua.
    Sta sul pollice della mano destra.
    Non credo, avendoti conosciuto di persona una volta, che tu possa amare lo smalto, ma è lo stesso: hai una bellissima unghia sul pollice della mano destra, lunga quasi un centimetro, spessa, dura e arrotondata e senza smalto.
    E adesso io ti mando a scuola.
    Non perché penso che tu sia un ignorante, ma perché ti voglio lì, come mio lettore.
    Ti voglio in un’aula dalle pareti gialle incorniciate agli angoli da ragnatele sottili, nel buio di una giornata piovosa come quella di oggi.
    Voglio che tu accenda la luce al neon sopra la cattedra.
    Le altre puoi lasciarle spente.
    Non aprire le finestre, per favore, che c’è corrente, e fa anche un po’ freddo, perché sei uscito in t-shirt e senza maglia della salute a proteggerti la pancia.
    Accendi solo quella luce, quella sopra la cattedra, ignora la puzza di piedi che c’è, e vai alla lavagna.
    Nel vassoietto di acciaio, avvitato sul bordo inferiore della cornice di legno, trovi un solo moncone di gesso.
    E’ così corto che fai fatica a tenerlo in mano.
    Il vassoietto è pieno di polvere: ti sporchi l’indice e il pollice e anche un po’ il medio di bianco, e lo spazio sotto la tua unghia ne raccoglie una quantità notevole.
    Tenendo il gesso fra pollice e indice scuoti la mano e una nuvoletta bianca si solleva tronfia a incipriarti mezzo busto.
    Se ne posa anche sulla lavagna: ci passi la nocca del mignolo e sulla superficie fredda rimane il segno del tuo passaggio.
    Ti viene da sorridere all’idea, ma è un attimo, perché ora non c’è tempo.
    Ora devi scrivere una frase alla lavagna.
    Devi farlo in lettere tonde e chiare. Scrivila tre volte.
    Prenditi tutto il tempo che ti serve, ma scrivi come si deve: “siamo carne e fiato”.
    Sì, lo so, è un verso di una canzone della Nannini, ma serve allo scopo.
    Scrivi, Demetrio, scrivi. Scrivi anche se la polvere ti fa tossire, scrivi:
    “siamo carne e fiato”
    “siamo carne e fiato”
    “siamo carne e fiato”
    E ora stammi bene a sentire.
    Hai ancora il gesso in mano, ma lo devi posare e ti devi allontanare di un passo dalla lavagna. NON ti pulire la mano sui jeans, sopporta, per piacere, la fastidiosa sensazione della polvere di gesso sulle dita e, soprattutto, sotto quell’unghia.
    Adesso è ora.
    Torna vicino alla lavagna e prendi bene la mira.
    Devi immaginare di tracciare una linea obliqua che tagli le tre scritte dalla prima “s” all’ultima “o”.
    Devi farlo senza esitazioni.
    Una cosa veloce, netta.
    Devi farlo con la tua unghia.
    Con la tua bellissima e durissima unghia del pollice che avevi curato con tanto amore, un tratto unico, deciso e veloce chrrrrrrrrrrrsss.
    Beh’, se ti sono venuti i brividi come sono venuti a me solo immaginando la scena, forse la parola è davvero potente.
    Baci.
    Alessandra

  9. alessandra gallo il 14 giugno 2007 alle 17:46

    Be’ o beh be’ o beh scegli tu, ti ho lasciato aperte entrambe le possibilità. Ora vado a preparare la cena. ‘gnorante che sono.

  10. Effe il 15 giugno 2007 alle 10:24

    la prima è una citazione è inevitabile, è come se me l’avessi chiesta:

    O poeta é um fingidor.
    Finge tão completamente
    Que chega a fingir que é dor
    A dor que deveras sente.

    E os que lêem o que escreve,
    Na dor lida sentem bem,
    Não as duas que ele teve,
    Mas só a que eles não têm.

    E assim nas calhas de roda
    Gira, a entreter a razão,
    Esse comboio de corda
    Que se chama coração.

    E poi, questo voglio dirti, ma da tempo, da altre occasioni, da altre tue frasi, perché qui è in gioco un ragionamento lungo, un rovello nel tempo, una filosofia, forse una vita: mi stupisco (e me ne stupsco proprio perché viene da te) per questa sfiducia nella parola.
    Lo ripeto.
    Sfiducia nella parola.
    E’ questo?

  11. demetrio il 15 giugno 2007 alle 11:03

    effe è una ammissione di povertà della scrittura, o almeno di debolezza e di limite. Sfiducia no, la sfiducia mi porterebbe all’abbandono. Il mio è solo un ragionamento su lo strumento del mio *mestiere*. Io ho discusso sull’atto dello scrivere e non sulla parola. Rispetto a Pessoa e quella poesia tu sai già quanto sia distante della mia *filosofia* di scrittura.

    d.

  12. […] La mezza giornata di uno scrutatore Approda su Nazione Indiana il nostro Paolin (scrittore slimitato), qui alle prese con il tema dei limiti della scrittura. […]



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