Aspettando Burri (prima parte)

18 giugno 2007
Pubblicato da

di Christian Raimo

Se è vero che la mia adolescenza, la mia distesa post-adolescenza e tutta la mia formazione come quella dei miei coetanei sia stata vissuta sotto il segno – limpido e ineluttabile – del disincanto, è vero anche che tra l’inverno e la primavera del 2007 mi resi conto, in modo così lucido da non essere nemmeno preoccupato, che la mia capacità di trovare bello un qualunque elemento del mondo circostante si stava riducendo a livelli patologici.
Negli anni avevo metabolizzato molte cose: la disillusione per le battaglie politiche, il fatalismo per il disastro della scuola e dell’università (ossia il posto dove avevo passato i 9/10 della mia vita), l’incredulità per qualsiasi parola che venisse spacciata per “verità”, l’annoiata indifferenza per le molteplici apparizioni del “nuovo”… Avevo certo considerato che questa forma di sfiducia progressiva fosse anche un sinonimo di realismo, e quindi di maturazione personale. Intanto, per essere sincero, diffidavo di ogni persona che mi venisse a raccontare o – peggio – a proporre alcunché in modo entusiastico. Non mi appassionavo, ok, a nulla.
Cosa mi accadeva? Mi stavo semplicemente deprimendo? Mi ero contagiato con quella forma di malattia sociale che viene in genere rubricata – a seconda della stagione delle inchieste dei settimanali – sotto il nome di anedonia, ennui, anaffettività, coolness…? Secondo me no, stavo solo compiendo inconsapevolmente un processo di auto-mitridizzazione. Ogni giorno, inondato da milioni di stimoli esterni che chiedevano la mia attenzione, il mio coinvolgimento, la mia fascinazione, rispondevo vaccinandomi da me. Di fronte a quel processo avvenuto nella società italiana, invasivo dagli anni ’80 in poi, che si potrebbe definire “l’estetizzazione pervasiva del reale”, sviluppavo – come moltissimi – un apparato di anticorpi. Cercavo di rimanere ironico, leggero, scettico, immune, senza dover sprofondare nel cinismo o nell’isolazionismo mentale. Il risultato però è che a all’inizio dello scorso anno mi ritrovavo con una percezione estetica raggelata.
Non che fossi diventato insensibile o ottuso, tutt’altro. Se c’era qualcosa a cui i miei studi di scienze umane erano serviti, se un esito avevano prodotto le migliaia di ore passate davanti a uno schermo grande o piccolo che fosse, se avevo appreso una minima disciplina dai lunghi pomeriggi trascorsi con sedicenti amici (annoiati altrettanto quanto me) a discettare su questo o quel libro o questo e quell’album o su questo o quel film, era proprio una straordinaria, impressionante competenza nell’individuare una qualità estetica in qualsiasi insignificante prodotto culturale che venisse incontro ai miei occhi. Eppure, per dirla spicciamente, non sentivo più cosa era bello o cos’era brutto. O meglio: eppure niente più mi commuoveva veramente, niente più mi respingeva veramente.

È una mattinata dell’eterna primavera, umida e grassa, italiana quella in cui convinco due miei amici a partire all’alba – un’alba poi differita – per andare a vedere la Collezione Burri, a Città di Castello.
Da Burri, a Città di Castello, se si va, si va apposta, si decide di andare. Non c’è una diversa possibilità: se si vuole conoscere la sua opera, non è possibile prescindere dal modo in cui lui, l’autore, ha deciso che noi, il pubblico, vedessimo le sue opere. Qui. Perché Città di Castello è certo il luogo dove Alberto Burri è nato e cresciuto ed è tornato a vivere in vecchiaia, ma anche perché – e in molti sensi – Burri è Città di Castello.
Non è prevista una riduzione, dunque, non è stato contemplato uno sconto, una versione parziale per spettatori pigri e approssimativi. Di Burri e della sua arte non ci si fa un’idea vaga, un’impressione, così come è abbastanza inutile – capirò perché – comprarsi cataloghi aggiornati, monografie, riproduzioni, poster. Non c’è nemmeno da aspettare un’occasione privilegiata, un anniversario, un revival in cui “riscoprirlo”. Se si vuole conoscerlo, basta una mattina di un lunedì o di un martedì qualunque. Occorre prendere la macchina, il treno, farsi duecento, seicento chilometri, per ritrovarsi verso le dieci e mezzo di mattina in un piccolo piazzale con i parcheggi in strisce blu a 70 centesimi all’ora, circondati da mezzo stormo di piccioni spaesati. In questa cittadina che (nonostante certi interventi da assessori alla cultura in vena di improvvisati restyling) non si è ricostruita ad uso turistico come una copia vivente dell’immaginario medieval-cinquentesco umbro-toscano. Città di Castello è, è rimasta, una città feriale, si direbbe periferica, e quieta. Dove le indicazioni per il Duomo o per la Collezione Burri si perdono tra quelle per il mobilificio Mazzoni e quello del Centro Estetico Crisalide.
Forse per questa ragione Burri ha anche deciso di lasciare, e ordinare, qui il lavoro di una vita. A Palazzo Albizzini le opere – datate dal ’48 all’83 – esponibili nelle stanze; negli immensi spazi degli ex-Seccatoi (un paio di chilometri fuori, tornando verso la statale) i cicli momumentali realizzati dagli anni ’80 in avanti.

Ma facciamo un passo indietro; e prima di cercare di descrivervi quella per me è stata l’esperienza di vedere Burri, come appunto si va a rintracciare qualcosa che si è perduto, devo raccontarvi perché e come avevo deciso di andarci.
Un paio di mesi prima mi aveva cercato più volte al telefono un’addetta della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma. Diceva di conoscermi, di aver letto i miei libri, di stimarmi, mi voleva proporre una collaborazione, e mi chiedeva se potevamo prenderci un caffè per parlarne. Come ho detto, diffido degli entusiasmi e dei progetti in genere, così mi feci spiegare al telefono. In sostanza, voleva chiedermi un favore, di scrivere una presentazione della GNAM per il prossimo numero di una rivista dell’AMACI (che sta per Associazione dei Musei d’Arte Contemporanea Italiani), in cui a ogni scrittore contattato era stato assegnato uno dei musei appartenenti alla rete museale. Purtroppo, ci tenne subito a sottolineare, non ci sarebbe stato un compenso. Le dissi di no, schietto. E, lo volli mettere in chiaro, per tre motivi. Il primo, che di arte contemporanea non ne sapevo più di un qualunque persona che aveva nella sua rubrica del telefono. Il secondo, che la promessa che mi ero fatto soltanto qualche ora prima era quella di non accettare nessun lavoro, poco impegnativo che fosse, se questo non fosse stato considerato appunto un lavoro, cioè – etimologicamente – “una prestazione a pagamento”. Soldi, che ci tenni a chiarire, non sono un extra-bonus, ma sono il segno tangibile della professionalità: ossia servono, come in questo caso, quando per poter scrivere qualcosa di decente, dovrei spendere del tempo, giornate di tempo, per acquisire quel minimo di competenza per non sembrare un dilettante allo sbaraglio che spara peregrini giudizi sul mondo. Il terzo, che mi dispiaceva di sembrare scortese, saccente, irritante, ingrato, ma anche volendo passare sopra i primi due motivi, mi ero anche ripromesso di fare un favore a qualcuno soltanto nel caso quel qualcuno fosse un mio amico, e – con tutta la gentilezza del mondo – lei non era una mia amica.
Mi rendevo conto che mi serviva rendere esplicite queste ragioni più a me stesso che a chi stava dall’altro lato del telefono. Ma lei aveva ascoltato con attenzione, e replicò. Mi ribatté che quello che mi stava chiedendo non era un saggio critico, ma soltanto un brevissimo scritto, anche una pagina, qualche cartella, scritta senza alcuna pretesa di esaustività o di rigore, ma soltanto “con la mia sensibilità”. Rispetto al compenso, è vero, si sentiva imbarazzata a chiedere le cose gratis, ma i soldi della GNAM erano pochi; anche lei, mi disse, lavorava con un contratto aleatorio e gassoso, e – diversamente da quello che pensavo – anche nel mondo dell’arte, come in quello dell’editoria che mi era familiare, si viveva un tempo di vacche magre. E da ultimo, mi disse, certamente, non era una mia amica, e mi stava chiedendo appunto solo un appuntamento per un caffè.
Il mio successivo giro di replica perplessa era già minato dal fatto che avevo due caffè davanti ed ero seduto al bar della Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea. Avevo ormai trasformato il mio no in una questione di principio sul lavoro culturale in Italia, anche se non sapevo se lei fosse l’interlocutore adatto, o solo uno sparring partner decisamente combattivo. Le stavo sottoponendo una questione per me determinante: quella della professionalità. La prendevo alla larga, non per divagare ma per mostrare come per me fosse ampio il quadro da tener presente.
Io vorrei che in questo paese, le obiettavo, le professionalità fossero tenute distinte e valutate per quello che sono. In questo caso, io non sono un critico d’arte e la mia sensibilità non basta, perché lei si rivolge a me? Questo, insistevo, è il contagio, nefasto e invisibile, del berlusconismo. Della possibilità, appunto, che un palazzinaro/imprenditore televisivo/presidente di squadra di calcio, senza alcun senso delle istituzioni e senza nessuna esperienza politica, si ritrovi alla guida di una nazione di 57 milioni di persone, confondendo Remo e Romolo, dilagando in uscite razziste ad ogni consesso, oppure parlando un inglese fantozziano coi premier stranieri… Lo stesso vale, mi infervoravo un po’, per le migliaia di persone che se ne fregano delle professionalità e – con un’incompetenza spacciata per freschezza o con una faccia di culo spacciata per determinazione – escludono d’amblais la questione della professionalità. Dall’ultima delle veline che pretende di essere attrice al primo dei sindaci che si autoproclama scrittore.
Sapeva ascoltarmi e mi accompagnò a farmi un giro della galleria. Mi parlò di come lo spazio della GNAM fosse poco e in questo modo, le tele erano soffocate nell’esposizione e che un gran numero di pezzi giaceva da anni negli scantinati, di come su un museo pubblico del genere, con una tale potenzialità, non si investisse con una politica mirata, lasciandolo a se stesso, con pochi fondi e una progettualità tutta da definire, mi lasciò vagare tra le stanze che ormai le erano più familiari di casa propria, ma che – mi disse in alcuni casi – le provocano, a seconda dei giorni, dell’umore, ancora una scossa: la Crocifissione di Guttuso, Watery Paths di Pollock, le opere di De Chirico, dall’Autoritratto nello studio di Parigi a Ettore e Andromaca… Mi stava vicino, lasciandomi vagare, rispondeva alle domande inadeguate che le rivolgevo, fin quando io rallentai nella sala dove c’erano Twombly, uno dei Blu di Klein, i Metalli di Lo Savio, fino a fermarmi, come paralizzato di fronte a un’apparizione assolutamente sproporzionata alla mia attenzione. Il grande rosso di Burri. Di punto in bianco, quasi un agguato, mi ero sentito colpito in faccia, con protervia, senza protezione, come avessi incontrato per caso un energumeno sconosciuto per strada che mi avesse dato una spinta, senza nessuna spiegazione. La plastica rossa sciolta, scura e densa, che lasciava in alto sulla destra della tela enorme un cratere, un buco nero, una ferita immarginabile, si rivolgeva a qualcosa di me che improvvisamente andava aldilà del tour distratto all’interno della GNAM, del pezzo di una cartella che avrei dovuto scrivere, e – dovevo ammettere – della stessa quotidiana, morbida, noiosa mattina in cui non ero riuscito a essere tanto netto sulle mie posizioni da aver accettato il caffè eccetera. Guardai la mia accompagnatrice, e non capii se mi aveva teso un’imboscata, fatto sta che dopo vari minuti in cui mi avvicinavo e mi allontanavo da Il grande rosso, accettai la sua richiesta.

Nei giorni successivi tornai e tornai da solo alla GNAM: passando per la Flaminia diretto in ufficio, nella pausa prima di un appuntamento, o semplicemente apposta. La scusa era quella di documentarmi, di girarmi con calma le sale vuote, e di chiacchierare con le varie persone che lì lavoravano per scrivere un pezzo quasi sindacale sulle carenze delle politiche culturali in Italia. Dovevo scrivere una breve presentazione? Avrei riportato, non con “la mia sensibilità” ma con la mia deontologia, le idee di chi ne sapeva più di me.
Nei fatti però non intervistai nessuno. Entravo nella Galleria, cincischiavo due minuti, e mi affrettavo per andare da Burri. Dopo aver praticamente corso per le stanze, dopo aver guardato con la coda dell’occhio tutto il resto, mi piazzavo lì. Seduto, in piedi, infastidito se altri mi passavano accanto e non sostassero davanti quanto secondo me era il minimo necessario. Non vi fa paura, gli volevo chiedere, quest’irreversibilità immobile del processo di combustione? Non vi prende un gancio allo stomaco a guardare il buco nero in mezzo a questa sovrabbondante quantità di materia bruciata?
Mi comprai La teoria dei colori di Goethe e Le osservazioni sui colori di Wittgenstein, e entro la data di scadenza scrissi la presentazione che mi avevano chiesto. Ne venne fuori un racconto intitolato Acromatopsia di quattro pagine in cui uno studente dell’Accademia delle Belle Arti, in perenne bolletta, ostile al mondo, tossicodipendente, passa le sue giornate di rota vagabondando per i musei pubblici in cui entra gratis, e non fidandosi più di nessun essere umano parla ai quadri.
Lo mandai a chi di dovere, e il giorno dopo la ragazza mi telefonò ringraziandomi. Era commossa, mi disse, il mio racconto le era rimasto dentro, le aveva messo i brividi, e la stessa cosa era accaduta alla sua supervisora, e alle altre persone della GNAM a cui l’aveva fatto leggere. Le risposi appena: ero impacciato, anche perché in un certo senso sapevo che il merito era solo parzialmente mio, e quel che avevo scritto era un semplice tentativo di traduzione emotiva. Balbuziente, zoppo.
Sarebbe finita lì senonché qualche giorno dopo l’addetta e poi la supervisora mi cercarono ancora al telefono. Dovevano parlarmi, ma preferivano farlo di persona, erano imbarazzate. Non capivo. Potevano almeno accennarmi? No, preferivano parlarne di persona. Cos’era successo? Il mio racconto non andava più bene? Non era niente di grave…
No, mi dissero dopo insistenze, il fatto è che il suo racconto è perfetto, a me è piaciuto tantissimo ma. Ma? Ma l’ha letto anche il comitato della rivista e la presidentessa della GNAM e c’è… c’è questo tema della droga che… niente… non gli sembra pertinente… volevano qualcosa… per la presentazione della galleria… qualcosa di più positivo…
Mi vennero in mente immediatamente tutti quegli artisti, diventati iconici, costituzionali direi dell’arte contemporanea, per cui l’eroina – con il suo immaginario di distruzione e vuoto, di tensione fatua verso una felicità improvvisata – era stata essenziale nella stessa creazione di una sensibilità artistica… da Modigliani a Basquiat, da Schifano a Damien Hirst… Ora, questa donna, presidentessa della GNAM, ergo massima esperta di arte contemporanea in Italia, che razza di ipocrisia stava mettendo in scena? Perché – dal mio punto di vista – mi stavano troncando sul nascere l’unica possibilità di accesso a una dimensione esistenziale dell’arte che avevo sperimentato da anni a questa arte? Perché, in un modo così cortese da non poter essere controbattuto, mi dicevano di censurare tutto quello che riguardava la disperazione, la nudità, la vitalità, la trascendenza che un quadro finalmente mi poteva comunicare?

60 Responses to Aspettando Burri (prima parte)

  1. mario il 18 giugno 2007 alle 19:18

    perché non capiscono un cazzo. Guardi, le dica che un povero ignorante come me dopo aver letto il racconto e averlo fatto leggere agli inquilini altrettanto ignoranti si è andato a vedere questo Burri, questo grande rosso. Che noi ci abbiamo visto dentro. Ci siamo rimasti mezz’ora davanti. La ringraziamo tutti.

  2. mario il 18 giugno 2007 alle 19:20

    un’altra cosa: lei scrive come io penso Dio guardi.

  3. Chapuce il 18 giugno 2007 alle 21:02

    il finale lascia una sospensione che fa pensare…
    quanto può essere pericolosa una nudità.

  4. sergio garufi il 19 giugno 2007 alle 02:17

    ho l’impressione che ci sia un fil rouge che tiene insieme tante riflessioni recenti: la tua a proposito del divieto di associare il tema della tossicodipendenza all’arte, quella di zizek sulla “censura pedagogica” delle poste americane che tolsero la sigaretta alle immagini di pollock sui francobolli, fino alla discussione sul linguaggio elementare dei media che proposi in un post di qualche mese fa. la parola chiave è “mitridatizzare”, l’obiettivo è quello di rendere innocua ogni esperienza in modo che risultino tutte comprensibili e tollerabili, che non lacerino la nostra fragile coscienza. Il prodotto di tutto ciò è un mondo privato delle sue componenti nocive o pericolose. zizek ne fa un lungo elenco: la politica come mera amministrazione, il caffè decaffeinato, i dolci sugar free, la birra senza alcol, il sesso virtuale, le bombe intelligenti, la vincita al superenalotto. un’esistenza spogliata del dolore e della fatica, come passare dall’immacolata concezione al christus triumphans. in questo senso burri (e con lui tutta la grande arte del novecento) per me rappresenta invece l’ostinato rifiuto di questa spettralizzazione dell’io, la rivendicazione che la passione è anzitutto un “patire”, e che senza passione non c’è vita.

  5. Fausto il 19 giugno 2007 alle 09:12

    dovresti essere contento invece, Raimo. Ti hanno censurato, lo sai. Lo potrai dire da adesso in poi. Hai fatto bene a farcelo sapere.

  6. andrea barbieri il 19 giugno 2007 alle 10:06

    Ch strano effetto fa leggere questa cosa Garufi: “in questo senso burri (e con lui tutta la grande arte del novecento) per me rappresenta invece l’ostinato rifiuto di questa spettralizzazione dell’io, la rivendicazione che la passione è anzitutto un “patire”, e che senza passione non c’è vita.”
    Tu che non risparmiava colpi ad alcuni scrittori che mettono corpo e passione in quello che scrivono, ma guarda che trasformazione. Forse è perché quando si parla del passato è più facile fare i passionali.

    Comuque sia questo pezzo NON parla del grande rosso di Burri se non per tre righe, parla di altre cose*, e allo stesso tempo si prende un titolo che non è suo. E poi, dobbiamo tornare a Burri, oggi non si fanno altre cose, non è una consolazione questo voltarsi indietro?, ci manca solo che ci mettiamo a piangere davanti ai quadri…

    *in fondo che dice?, che l’arte puo scuotere dal torpore e che l’istituzione ha deluso il giovane artista. Direi che siamo abbondantemente nel banale, no?

  7. Andy il 19 giugno 2007 alle 10:52

    … e lo so Barbieri, ma da qualche secolo a questa parte la letteratura è come si dice una cosa non la banalità o originalità dei temi (pensa a Giulietta e Romeo…). Quindi…

  8. andrea barbieri il 19 giugno 2007 alle 11:08

    Giulietta e Romeo un cavolo, una resistenza contro le istituzione dell’arte dovrebbe essere il pane quotidiano*. Questa è la base, poi si cerca il nuovo.

    *Per es. Strade blu nella recente logica di avvicinare il popolo bue all’arte contemporanea tramite linguaggio e spiegazioni regressive pubblica un libro di Bonami che avrei tirato nel caminetto.

  9. elena rosa il 19 giugno 2007 alle 11:25

    l’arte è sopravvissuta alla chiesa riuscirà benissimo a sopravvivere agli intrighi di funzionari addetti e vocianti.
    credo che sia nella sua natura mimetizzarsi, lavora sull’apparizione delle forme, delle ombre, è il riflesso inspiegabile e quasi improvvisato che ci fa solo uscire dalla caverna.
    l’arte è anche una cosa bassissima di soldi, il soldo diventa paradossalmente una scommessa sul suo valore. ne ha quasi bisogno.
    è tutta impastata di uomini, a me piace anche per questo.
    p.s l’arte contemporanea è viva davvero, legata a un suo osso trasversale da scoprire. bisogna prendere treni e aerei e andarla a prendere.

  10. gianni biondillo il 19 giugno 2007 alle 11:26

    A me il libro di Bonami non mi è affatto dispiaciuto. Capiti da subito gli intenti, quindi non pretendendo nulla di più, fa il suo sporco lavoro così come vorrei facessero molti libri (che non fanno) di questo tipo. (e devo dire che ho trovato persino liberatorio che qualcuno ridesse di Jo Pomodoro e di “artisti ufficiali” italici vari). Critico solo un’assenza di apparato iconografico. Io, in fondo, conoscevo gli artisti di cui si parla, ma il lettore “non avezzo”?

  11. andrea barbieri il 19 giugno 2007 alle 11:50

    Quello di Bonami è il populismo come attrezzo nella critica d’arte. Così esistono due Bonami, quello che scrive per il catalogo della Biennale cose incomprensibili, aria fritta, e quello che cerca il tono per il popolo bue. Peccato che in nessuno dei due casi si parli davvero di arte. Con questo non voglio dire che oggi i Francesco Arcangeli, i cercatori, quelli che davvero mediano col pubblico, non esistono più. Esistono certamente persone capaci e acutissime, solo che Strade Blu non pubblica loro, pubblica il direttore di una delle più brutte e inutili Biennali della storia.
    Ma forse in Italia ci meritiamo questo, come meritiamo il magnate francese che compra gli spazi espositivi di Venezia per esporre la sua orribile collezione.

  12. gianni biondillo il 19 giugno 2007 alle 12:02

    ecco, magari, se vuoi, di François Pinault possiamo parlarne…

  13. andrea barbieri il 19 giugno 2007 alle 12:07

    Guarda che bisognerebbe parlare anche di Bonami, sono facce dello stesso fenomeno: livellamento sul basso, mancanza di ricerca e business-art.

  14. elena rosa il 19 giugno 2007 alle 12:11

    la biennale di bonami ha scomposto un pezzo di caos, e all’arsenale il padiglione di hou hanru resta un frastuono incredibile sbarcato in laguna.
    oggi tutto deve essere utile. ma l’arte non è utile.
    nella collezione pinault ci sono alcuni lavori di roberto cuoghi che solo quelli valgono il viaggio sul vaporetto.
    chi è il popolo bue?

  15. tashtego il 19 giugno 2007 alle 12:31

    meglio non andare a città di castello a vedere burri di lunedì, perché il museo è chiuso.

  16. The O.C. il 19 giugno 2007 alle 12:53

    Eppure in questo ventennio non c’è stato niente di più invasivo e onnipresente delle battaglie politiche; la scuola – intesa come studenti – ha funzionato e funziona molto meglio dell’università, e in molti casi sfugge alle stereotipizzazioni giornalistiche; le ‘verità’ sono tornate di moda, a cominciare dalle identità. Il nuovo annoia ma il vecchio tira. Forse dovremmo analizzare meglio le mutazioni impercettibili dei Novanta, e il loro coagularsi indistinto negli Ottanta.

  17. tashtego il 19 giugno 2007 alle 12:55

    @elena rosa
    il popolo bue sono io.

  18. alcor il 19 giugno 2007 alle 12:56

    “per cui l’eroina – con il suo immaginario di distruzione e vuoto, di tensione fatua verso una felicità improvvisata – era stata essenziale nella stessa creazione di una sensibilità artistica… da Modigliani a Basquiat, da Schifano a Damien Hirst…”

    C’è ancora un sacco di romanticismo baudelairiano in queste parole.
    Non sarà che è stata la sensibilità che ha portato alcuni all’alcool, all’eroina, all’oppio, al fracassarsi in auto, alla perdita?

  19. andrea barbieri il 19 giugno 2007 alle 13:34

    Il popolo bue è come certa Istituzione vede delle persone intelligenti che hanno il torto (per loro) di non essere addetti ai lavori, non essere scaltri trovaimmagini cool.
    Così gli propinano cose che dire becere è fare un immenso complimento, essere generosissimi. Solo per chi pensa che la gente per le strade sia un popolo bue può accoglierla col post-pop.
    Una precisazione, la collezione del magnate francese ha opere di CHIUNQUE: dato che si fa business-art è infatti importante cautelarsi, avere già qualche azione che magari crescerà, avere agganci veloci per comprare quando servirà, quando il dow Jones di tizio o caio diventerà turgida.

  20. andrea barbieri il 19 giugno 2007 alle 13:36

    …turgido…

    Insomma il popolo bue siamo -per loro- tutti noi….

  21. andrea barbieri il 19 giugno 2007 alle 13:40

    Faccio infine notare che l’espressione
    “la biennale di bonami ha scomposto un pezzo di caos”
    non ha significato se non in chiave ironica dato che il caos è per natura già scomposto. Come dire, insomma, la biennale di Bonami ha illuminato la luce di una lampadina.

  22. Francesca E. Magni il 19 giugno 2007 alle 13:45

    Questa personale mancanza di permeabilita’ del reale (piu’ reale che artistico) l’ho provata anch’io (anni fa) con gli alberi in fiore che non mi dicevano piu’ assolutamente nulla (niente feste giapponesi) e mi capita a volte anche adesso, domenica a Porto Ceresio un posto che so che e’ uno dei miei (che mi potrebbe straziare) e invece no, le forme dei monti, il lago, i colori non penetrano, restano li’ fuori e io capisco che sono belli, ma non lo sento. Pero’ mi succede piu’ con il paesaggio che con un’opera d’arte, li’ lo shock avviene sempre (Burri anche da video e’ impressionante chissa’ dal vivo). Forse e’ per questo che amo Miro’, perche’ non mi lascia mai di qua, mi fa sempre passare dall’altra parte.

    A proposito di questo ti mando una mia poesiola che potrei chiamare “ottusita’ ”:

    Sempre più nello sforzo
    di entrare in me stessa
    cercando quello scatto di interruttore
    quella chiave
    o superficie oltre la quale respirare.
    Uno schiaffo forse
    per strappare le orecchie, un risveglio, uno sbadiglio.
    Un dire “Ecco”
    un sentire, brivido, scarica,
    passaggio.
    Esserci molto vicina.

    fem

    @biondillo: manca l’iconografia, ma ho cercato Burri in rete e dal primo sito che ho trovato mi sono subito scaricata l’immagine del “grande legno”

    @discorso droga: troppo lungo, ci vuole un post appost. Bellissimo Acromatopsia
    Idem per il discorso dei professionisti e dei principianti………….
    Infine consiglio “Colore” di Philip Ball, BUR

  23. tashtego il 19 giugno 2007 alle 13:58

    sempre capita che qualcuno si incazzi come un puma per l’ultima biennale.
    sempre si dice ah! che schifo!
    sovente ci si dimostra animosi verso il rapporto arte – denaro e si disce ha! che schifo! l’arte è diventata tutta un business! (come se gli artisti campassero d’aria e non desiderassero, pure loro, di farsi la casa, la macchina, la barchetta, oltre che ardere del sacro fuoco dell’arte, certo).
    sovente si dimostra di avere dell’arte un’idea liceale, insomma.
    l’unica vera lotta che ciascuno di noi deve assolutamente fare è quella contro il liceale che è in lui.
    ui.

  24. elena rosa il 19 giugno 2007 alle 14:22

    ma il mercato dell’arte esiste da quando l’arte ha iniziato la sua vita complessa e spericolata. fossilizzarsi su questo aspetto è fuorviante, fa perdere molto.
    per me il punto di partenza è caravaggio che dipinse dentro le chiese mentre galileo dovette giurare in piazza e dire che si era sbagliato e noi eravamo il centro dell’universo intero. caravaggio invece tira dritto e con le sue ombre ci resta nelle chiese. eppure dice le stesse cose, la sua pittura sembra quasi un’equazione matematica. capovolge l’universo e lo mette lì piccolo sulla faccia di matteo.
    la chiesa è stata un’istituzione feroce, e trafficona. altra storia: gli scrovegni non erano nè santi nè eroi (per fortuna).
    e nemmeno bonami lo è. e certo bene interpreta un’arte fatta di corporazioni correnti e sporchi giochi sotto banco. ma certe cose le azzecca.
    l’arte fa i conti col mondo scomposto di adesso, quella biennale era senza muri la dittatura dello spettatore. entrò chiunque come a un mercato.
    chi te lo dice che il caos non si scompone.
    che è un gioco di parole lo so anch’io.
    ma le certezze non hanno nessuna seggiola. e viva così!

  25. andrea barbieri il 19 giugno 2007 alle 15:24

    Premesso che qui si parla non dell’ultima biennale ma della cinquantesima (15.6.2003) il cui direttore fu Bonami. Premesso ancora che qui più che lottare col liceale bisognerebbe lottare efficacemente contro il trombone che qualcuno si porta dentro come i personaggi di de Chirico le rovine greche.
    Premesso anche che mi capita spesso di sentire il mantra che gli artisti hanno sempre fatto compromessi, non vivono d’aria ecc ecc, mantra che mi fa tornare in mente il capitolato che firmò al suo committente religioso El Greco prima di dipingere La sepoltura del Conte di Orgaz e così darci uno dei più grandi capolavori artistici di sempre, impressionante visione assolutamente libera, eversiva (perché la differenza è questa, il mercato una volta c’era ma l’ispirazione riusciva a vincerlo comunque).
    Premesso altresì che le cose che Bonami ci propina sono di una vecchiezza, di una pochezza artistica impressionante, perfettamente fungibili una con l’altra, dimostrando genialità negativa nello svuotare, nell’azzerare qualsiasi possibilità di espressione artistica quando quell’espressione artistica potrebbe dare tanto alle persone comuni, ai non graduati, a quelli che devono semplicemente e difficilmente vivere.
    Premesso infine che le opere di Roberto Cuoghi non riescono a uscire dal solco – evidentemente dotato di una forza attrattiva invincibile – del già visto, già fatto, persino già ironizzato. Premesso tutto questo non rimane granché da dire.

  26. elena rosa il 19 giugno 2007 alle 15:40

    io non ho più tempo. devo andare.
    volevo solo dire che illuminare la luce di una lampadina è una bella immagine. ho pensato a quelle cose senza senso che si fanno.
    e poi volevo solo chiederti quali sono gli artisti contemporanei che ami di più. ne bastano due.
    l’ultima biennale a me ha impressionato per la malinconia infinita. questo sguardo americano che si muove come un bisonte, e a tratti sembra quasi buono.
    forse sono scivolata fuori tema. forse sì.

  27. andrea barbieri il 19 giugno 2007 alle 17:06

    Il primo è sicuramente William Kentridge. Per il secondo artista vorrei lasciare il posto a un disegnatore senza definirlo. Così ne farei entrare diversi, a seconda del punto che hanno raggiunto. Sarebbero sicuramente anche autori di fumetto (il fumetto ha il pregio di continuare e cercare intorno alla figura, facendo tesoro di tutti i linguaggi, informale compreso, e non è vampirizzato dal business). Infatti per primo penso che farei sedere l’autore di “Siberia” Nicolaj Maslov. Il suo disegno è davvero acuto, e, nonostante il realismo, è profondamente sentito, ricco emotivamente. Sì, l’irregolare Maslov è un ottimo artista. Anche qui come in Kentridge il medium è “narrativo”, per analizzarlo ci vorrebbe la passionale e tecnica Rosalind Krauss.
    Ci siamo già lasciati Bonami o il post pop luccicante a mille miglia.

  28. wovoka il 19 giugno 2007 alle 20:00

    Caro Andrea, io penso che converrebbe distinguere più nettamente il discorso sociologico da quello estetico. In altre parole, il “sistema” dell’arte contemporanea (ed in special modo quello che pilota i maggiori finanziamenti pubblici) non andrebbe giudicato ben fondato oppure marcio soltanto in relazione alla circostanza che esso accolga o meno (oppure non abbastanza) i nostri beniamini. E’ chiaro che una certa quota di popolazione si sente “ben servita” dal sistema attuale, e non ritiene di doversi dare la pena di studiare come esso funzioni, né se il modo in cui esso si è storicamente configurato stia effettivamente nutrendo oppure soffocando la creatività generale. Penso che questi “soddisfatti” non vadano molestati nei loro godimenti e nelle loro illuminazioni, mentre si potrebbe spingere a fondo una critica, anche filosofica, nei confronti delle retoriche continuamente riprodotte da questo sistema (del quale Bonami rappresenta un nodo abbastanza emblematico.) Anche la tua critica, in fondo, rientra nella posta convenzionale del gioco, cioè nel mito della determinazione della “Vera Arte”, come pure il racconto (assai gradevole) di Raimo, che non degna di uno sguardo svariati autori prima dell’incontro numinoso con la stessa. Ma giocare a far cozzare, magari violentemente, le diverse disposizioni estetiche (ed il loro immancabile seguito di snobismi e proiezioni incrociate) prima di aver chiarito a sufficienza che cosa sia una disposizione estetica, ovvero in quali condizioni essa si formi, e come queste condizioni siano legate al complesso della problematica sociale, significa dare tacitamente per scontate un bel po’ di cose, troppe temo. D’altra parte non penso più che una simile critica possa essere portata avanti dagli scrittori, che sono in effetti dei “critici” naturali: chi meglio di loro può esplicitare in maniera eloquente e suggestiva quella matassa di complesse (ancorché vaghe) proiezioni che si genera nell’incontro riuscito con un’opera d’arte? Penso che non ci sia molto da sperare che l’acume che essi dimostrano nel decostruire, p.es., le retoriche della politica possa venire utilizzato nei confronti delle retoriche di quest’altro “sistema di potere”, che può cooptare a bassissimo prezzo intere legioni di professionisti della comunicazione (indicativi, e secondo me abbastanza sinistri, gli stessi titoli dei corsi offerti da istituzioni come lo IULM).
    Il cozzo tra le tue disposizioni estetiche e quelle di coloro che spesso ti trovi a contestare in fondo non è molto misterioso: tu hai dalla tua le armi del connoisseur, la competenza che deriva da una frequentazione lunga, appassionata e precoce. Però altri, più distanti dal campo, possono lecitamente preferire delle superfici più vuote e (se vogliamo) più “passive” rispetto alla propria pressione “proiettiva”. Mentre non ha senso sospettare che uno menta quando descrive certe mirabolanti esperienze (tanto più distintive quanto meno l’oggetto risulta “popolare”) bisognerebbe invece soffermarsi sulle pretese cognitive che si cerca di dare a queste esperienze, rinvenibili anche nella fantasia davvero ricorrente in maniera ossessiva, di ritrovarsi ad essere l’unico desto entro un’orribile folla di anestetizzati. Il termine “cognitivo” mi sembra centrale: mentre un piacere del corpo rimane privato quanto la degustazione di un vino eccelso e costosissimo, verso la quale possiamo alzare le spalle ostentando austerità e mire superiori, una privazione cognitiva viene avvertita immancabilmente come ottusità e minorazione, ovvero come appartenenza ad una casta inferiore, ed è chiaro che tale percezione rappresenta una leva eccellente per inoculare un bisogno di elevazione, che ci verrà prontamente mediato.

  29. alcor il 19 giugno 2007 alle 20:27

    ciao wowo

  30. andrea barbieri il 20 giugno 2007 alle 00:33

    Wovo, tu le chiami “disposizioni estetiche” ma così le fai diventare per forza qualcosa di normativo, invece sono pensieri che gattonano. Ho profondamente bisogno di provarli col prossimo, perché può darsi benissimo che non veda certe cose che altri vedono (con Igort mi capitava in continuazione). L’arte è anche un’occasione per ritrovarsi a parlare di qualcosa, e siccome questo qualcosa è fatto di invenzione può generare tanti discorsi, ma non infiniti, perché penso che qualcosa possiamo scambiarci, e possiamo collaudare quello che sentiamo portandolo nella vita. Ho passato quattro anni con una persona che sa pochissimo, eppure dotata di un’intelligenza, uno sguardo spogliato dalle imposizioni, dai luoghi comuni degli “intellettuali”, uno sguardo che non è separato dalla vita. Ecco, ho sempre ascoltato questa persona che non sa niente e capisce un sacco di cose, pensando che capisce davvero molto più di me e più facilmente. Quindi non conta niente essere un conoscitore, bisogna soltanto essere intelligenti, dare credito all’espressione che una persona per qualche strano motivo ci mette davanti, guardare con gli occhi di chi deve vivere, non chiudersi in un gioco di ruolo dove si è l”intellettuale”. Sicuramente usciranno giudizi diversi, l’opera colpisce in modo diverso le persone, ma un discorso tra queste persone non solo è possibile, ma è arricchente. Se noi pensiamo che prima di parlare occorre una teoria per stabilire cosa è regolare e cosa no, perché lo diciamo e così via, davvero ci svuotiamo, non possiamo arricchirci, non possiamo scambiarci nulla.

  31. elena rosa il 20 giugno 2007 alle 01:38

    perché non vanno molestati? le cose che non vanno sono da dire senza tanti e troppi giri di parole.
    c’è un sistema che non va bene, c’è un’arte impacchettata che sa di naftalina? si può cambiare, è il bello della democrazia. (e così mi sono infilata nella banalità più lineare che mi potesse capitare).

    kentridge è bravo. nei suoi lavori la luce entra, è quasi abbagliante in certi bianchi che si animano. c’è sempre un bianco aperto nei suoi disegni.
    (a me tra i fumettisti piace rymond pettibon, all’inizio mi ero innamorata delle sue onde).
    il post pop luccicante può avere dentro la narrazione. può raccontare storie, anche lui, e anche terribili.
    prenderò siberia dell’irregolare maslov.

  32. tashtego il 20 giugno 2007 alle 08:28

    pettibon non è un fumettista.

  33. wovoka il 20 giugno 2007 alle 09:37

    1. Non voglio toglierti nessuna di queste cose, Andrea, ma queste dinamiche intrise di innamoramento non possono essere semplicemente proiettate su di un piano generale (o “normativo”, se vuoi) senza operare delle terribili discriminazioni, senza trasformarsi in una sorta di autoritarismo affettivo. Guarda come arrivi subito a farne una questione di intelligenza: ne consegue che chi non mostri la tua stessa “apertura” o “sensibilità” vada considerato uno stupido. Ma tanto l’apertura quanto la sensibilità sono sempre altamente selettive e adattative, finemente orientate e calibrate dalle esperienze che abbiamo vissuto, l’esito delle quali è proprio questa capacità di vedere e sentire ciò che vedono e sentono altri, ma non tutti gli altri, questo è evidente, soltanto coloro ai quali ci siamo in qualche modo resi abbastanza “affini”. Ecco quindi che l’esito “cognitivo” dell’esperienza di Raimo davanti a Burri, cioè il suo tentativo di esplicitare i possibili sensi di una profonda emozione, ti potrà sembrare un nulla, una banalità, ed ogni articolazione che interferisca con il tuo tipo di esperienza nei confronti dell’arte uno schermo, un “luogo comune” intellettuale, uno svuotamento. E’ evidente come l’assolutizzazione, l’universalizzazione di esperienze particolari, individuali e di gruppo, rappresenti il tentativo fondamentale, la postura normale, la posta in gioco di tutte le contese artistiche e poetiche, e continuerà ad avere i suoi vinti e suoi vincitori, ad appassionare il pubblico ed a produrre cose in grado di perdurare (almeno per un po’…). Forse però l’inedito affollamento che ci troviamo a sperimentare attraverso Internet spingerà la massa dei perdenti ad escogitare delle modalità differenti, che ancora però non si vedono (ciò che si vede finora sono semplici repliche nel piccolo delle modalità dominanti) e forse neppure ci sono.

    2. Ciao Alcor :-)

  34. elena rosa il 20 giugno 2007 alle 09:42

    sì infatti è un violoncellista che nuota sulle onde: è un disegnatore che fa entrare anche il fumetto nei suoi lavori. i suoi lavori sono appesi alle pareti. ai muri.

  35. andrea barbieri il 20 giugno 2007 alle 11:07

    Wovo secondo me hai delle buone intenzioni ma si traducono nel decidere cosa è regolare e cosa no, insomma cosa si può dire. Mentre con Elena Rosa è già nato un discorso: Pettibon ha aperto la porta e ha chiesto di Maslov. Quando i discorsi riescono a intrecciarsi tra loro vanno molto più in alto, uno fa da tutore all’altro, e Pettibon è perfetto perché anche lui che ha prodotto fumetti, poi ha tentato qualcos’altro partendo da quelli. Pettibon è uno che ha spostato il limite di ciò che si può tentare. Dentro qusto discorso Kentridge ci mostra le immagini germogliate dalla Coscienza di Zeno, dalla similitudine pazzesca e bellissima tra Trieste e Johannesburg.
    Tutto questo non è soltanto girovagare, è anche cercare.
    Bonami ormai è centomila miglia indietro, col magnate francese attaccato a una gamba, sembrano due reduci sbandati.

  36. wovoka il 20 giugno 2007 alle 18:34

    Beh, non dovrebbe affatto tradursi nel decidere cosa si può dire, ma se così sembra ne prendo atto (che quest’idea stenti ad “attecchire” ormai è assodato).
    Un saluto e alla prossima.

  37. Anthony il 21 giugno 2007 alle 17:28

    bravo Andrea che hai citato Arcangeli, ma sei troppo generoso, rispondi a chi ti chiede dammi due nomi?

  38. elena rosa il 21 giugno 2007 alle 18:28

    dico altri due nomi che forse ti piacciono, rischio: martin kippenberger e francis alys. il primo fa scivolare il colore, lo fa anche colare, e lo usa così bene che sembra che ogni cosa stia per morire. è ironico, e anche verso il sistema.
    franis alys è giocoso, popolare in un certo senso ma non pop, e poi c’è questa cosa di un belga che va a vivere a città del messico e le opere filtrano ogni cosa. disegna, fa delle animazioni lente, molto lente, e in mezzo ci entra l’amarezza.
    la similitudine bellissima tra johannesburg e trieste m’ha fatto pensare a tutto quello che può nascere dalle città che in un modo loro, anche diverso, sono, o sono state legate.

    (ringrazio andrea barbieri).

  39. sitting targets il 22 giugno 2007 alle 21:14

    wowoka una bella incazzatura no, eh?

  40. wovoka il 23 giugno 2007 alle 07:59

    Non credo che sarebbe utile, ho un vago interesse a continuare il dialogo, per quanto stentato.

  41. andrea barbieri il 24 giugno 2007 alle 01:38

    Elena rosa, sei molto carina. Non frequento più tanto la rete, guardo poco la posta, sono diventato un po’ un orso, quindi ti ringrazio solo ora. Francis Alys non lo conosco, mentre Kippenberger mi sembra cosi bello. Burri è perfetto, è come Glenn Gould, anche quando passa a cose non solo formalmente perfette ma anche con una tonalità drammatica, dalla combustioni al cretto, gli resta quel qualcosa di classico, di finito fino in fondo. Solo come fai a confrontarti con Burri?, nessuno può avere il suo talento per il colore e la forma, si può solo goderne in modo assoluto. Invece Kippenberger ha sempre qualcosa di imperfetto, di umano, anche se le sue intuizioni sono grandi. E’ sicuramente un maestro, e se Burri è Gould, Kippenberger sarebbe Richter. Burri ti porta all’estasi, contempli e esci da te per la bellezza, perché tutto è accordato perfettamente, mai un colore elementare né una forma elementare, tutto lavorato senza che si veda, intonato, vibrante, ogni elemento messo a sistema col resto (tanto che non contavano nemmeno le dimensioni, pochi centimetri o metri erano belli allo stesso modo). Però un pittore così non può avere eredi, è paralizzante. Kippenberger invece può innescare altri artisti, con le sue invenzioni e la sua drammaticità che non se ne va mai, nemmeno quando i soggetti sembrano giochi postmoderni. Anche il colore che potrebbe essere allegro ha qualcosa del dramma. Infatti poi la sua vita è andata così.
    ciao

  42. wovoka il 24 giugno 2007 alle 09:17

    Sembra proprio che l’ambito artistico funga da zona di rifugio e ripopolamento per atteggiamenti devozionali ormai espulsi da altri altri ambiti. Credo che sentimentalismi quali “nessuno può avere il suo talento per il colore e la forma” siano insostenibili da qualsiasi punto di vista (che non sia quello dell’innamorato o del fanatico), quanto al “tutto è accordato perfettamente, mai un colore elementare né una forma elementare, tutto lavorato senza che si veda, intonato, vibrante, ogni elemento messo a sistema col resto” mi sembra un frammento di retorica da catalogo particolarmente inadatto al caso di Burri, dove la collaborazione con il caso (o, se suona più fascinoso, il caos) è evidente, sebbene guidata da una solida artigianalità ed intellettualmente legittimata dal lavoro dei suoi precursori storici.

  43. andrea barbieri il 24 giugno 2007 alle 11:38

    Vabe’, ovviamente confermo tutte le mie frasi.
    Wovoca, vedo che riprendi l’atteggiamento da tribunale della regolarità dei discorsi, in base a regole tutte tue.
    Discutere sulla regolarità dei discorsi è una cosa che non mi interessa, fortunatamente abbiamo davanti le cose di cui parliamo, quindi quello che mi interessa è che le parole facciano la spola tra noi e le cose, in modo da capire se diciamo puttanate, ingenuità, verità.
    Oltretuttutto il giudice che sta seduto al tuo tribunale è disattento perché dopo che ho scritto “E poi, dobbiamo tornare a Burri, oggi non si fanno altre cose, non è una consolazione questo voltarsi indietro?” mi attribuisce degli atteggiamenti “devozionali” verso Burri, curioso no? Questo è proprio il motivo per cui inFernet mi ha stufato: è più facile trovare un interlocutore tra le persone “non graduate” che nella bolgia degli “intellettuli” della rete.

    Se ancora vogliamo guardare alla regolarità dei tuoi discorsi, tu prima lanci l’idea del “caso” nella pittura, poi però dici che il caso “collabora” con la “solida artigianalità”. Buffo anche questo, infatti o il caso (che addirittura chiami caos) è caso, o è strumento, ma allora smette di essere caso. Infatti il caso nella pittura è una grande favola. Nessuno dipinge a caso, casomai va per tentativi, ma poi il tentativo lo valuta in base alla sua idea di forma. Pollock che è diventato chissà per quale motivo l’icona del pittore che agisce a casaccio col suo dripping, in realtà parla di “contatto col quadro”, solo grazie a quel contatto, quella concentrazione forsennata su ciò che si deve dipingere arriverà un buon risultato. Ma possiamo ricordare anche i lanci di vernice o lo straccio di Bacon. Erano fasi della sua pittura, la fase successiva portava spesso a distruggere il quadro perché la forma non arrivava. Il caso non esiste, esiste soltanto la ricerca di strumenti, di “pennelli” nuovi, e un lavoro sodo e una critica spietata verso quello che si fa.
    Poi col tempo si impara, si domano anche gli strumenti più inconsueti come appunto uno straccio premuto sul colore fresco, o la famosa lametta di Breccia, ma quella è abilità, il contrario dell’apparente caso, ed è anche pericolosa, perché un pittore abile passa facilmente a essere un pittore che fa cose poco sentite, un passo indietro insomma.

    Ricordiamo infine che Burri ha sentito una vocazione prepotente verso la pittura che gli ha fatto abbandonare la medicina al ritorno dal campo di concentramento di Hereford, Burri allora aveva allora 31 anni. C’è davvero qualcosa dell’innamorato in questa decisione di vita così recisa. Burri in un certo senso è stato un “romantico”. E si buttò nel mondo della pittura sapendo ben poco, ma con un’apertura – e un talento – che lo portarono a diventare uno dei più grandi maestri del novecento.

  44. wovoka il 24 giugno 2007 alle 16:16

    Non capisco proprio la connotazione tribunalizia che attribuisci ai miei rilievi (mica ti multo, o ti inderdico) e neppure il tentativo di addossare le mie posizioni su quelle, stereotipate, di chi “non capisce” l’arte moderna. Ma “collaborare con il caso” non significa affatto “dipingere a caso”. Pollock collaborava con il caso in quanto non si metteva certo a determinare la posizione esatta di ogni goccia e sbavatura, ma lavorava ad un livello differente, sulle coordinazioni motorie che gli consentivano di mantenere complessivamente tutti questi elementi “a sistema”, strutturandone mirabilmente le componenti caotiche (che pure forniscono un contributo importante all’effetto finale proprio per la connotazione da “linguaggio primario” – cioè affiorante dalle oscurità dell’incoscio, invece che da una premeditazione tecnica – che esse forniscono.)

  45. andrea barbieri il 24 giugno 2007 alle 21:50

    A parte che collaborare col caso mi sembra un’espressione buona per Bonami in versione populista, bisognerà pur ammettere allora che anche un acquarellista usa il caso, anche uno con una matita che fa gli sporchini, anche uno col carboncino, col pastello, con le terre, l’inchiostro, i colori a olio, la ceramica ecc ecc. Non siamo dei, la materia se ne va sempre un po’ dove vuole…

  46. sergio garufi il 25 giugno 2007 alle 00:15

    “collaborare con il caso” non significa affatto “dipingere a caso”

    un discorso simile si potrebbe fare per daniel spoerri, di cui è da poco terminata una bella mostra al pecci di prato (intitolata “non per caso”).

  47. wovoka il 25 giugno 2007 alle 08:51

    Convengo che la collaborazione con il caso sia, a diversi livelli, un fenomeno comune e in una certa misura ineliminabile, questo però non implica che si tratti di un’ovvietà da lasciar cadere sullo sfondo. Credo bisognerebbe invece sottolineare come piccolissime variazioni possono avere effetti devastanti su di una figurazione soggetta ad interpretazione fisiognomica (laddove tutto il nostro apparato cognitivo converge in una potentissima “estrazione di senso” filogeneticamente determinata) mentre in opere che si reggono su equilibri di tipo differente ampie variazioni possono lasciarne sostanzialmente immutato l’effetto. E così è, evidentemente, anche per tante opere di Burri, Grande Rosso compreso: possiamo considerare essenziale la posizione del cratere, il colore, la natura delle superfici, la configurazione di massima delle pieghe, ma non certo le loro minute disposizioni reciproche, che rimarrebbero sostanzialmente “equivalenti” entro una grande molteplicità di trasformazioni. Ma la cosa curiosa è come ricerche artistiche onorevoli, tracciabili, sostanzialmente comprensibili e persino fruttuosamente – anche se generalmente solo su di un piano personale – imitabili (anche se in scala generalmente ridotta) possano venire mummificate in “assoluti” chiaramente insostenibili. Che in tale direzione possano spingere le esigenze di affermazione degli stessi artisti (o eredi) e sodali non costituisce mistero: la lotta è sempre stata aspra, aldilà di tutte le rappresentazioni per il pubblico, e i “cadaveri” degli sconfitti non vengono mostrati, dato che la loro condanna è proprio a non essere mai esistiti. Ma vi sono delle complicità interne, cioè annidate nel corpo, che rendono certi “transfert di divinizzazione” inspiegabilmente facili, ed è su queste complicità che penso non si sia ancora scavato abbastanza.

  48. andrea barbieri il 25 giugno 2007 alle 09:23

    “Collaborare con il caso” a mio parere è un’espressione che non significa nulla. Un artista deve possedere abilità coi suoi pennelli. Possono essere pennelli di martora, pennelli elettronici, pennelli che lanciano vernice, pennelli che utilizzano oggetti trovati per strada, pennelli di fiamma ossidrica, pennelli di caolino, pennelli di filo incandescente che taglia il poliuretano ecc ecc. L’abilità è tutto, e si può ottenere lavorando sodo, ragionando su quello che si fa, cercando.
    Il “caso” si utilizzava in certa musica che nessuno ascolta più.

  49. andrea barbieri il 25 giugno 2007 alle 10:08

    Mentre noi carabattoloni conduciamo questa sterile discussione da antiquari, c’è chi produce bellezza senza. A Forte Prenestino c’erano dei piatti di plastica utilizzati per chissà cosa, sono diventati opere d’arte grazie alla mano di chissà chi.

  50. andrea barbieri il 25 giugno 2007 alle 10:08

    …senza troppe ciance…

  51. wovoka il 25 giugno 2007 alle 11:41

    Per me non si tratta affatto di chiacchiere da antiquari, né vedo come il ragionare sui procedimenti artistici possa interferire distruttivamente con l’attività dei “creatori di bellezza”. Quindi non le capisco queste tue reazioni. Collaborare con il caso non significa affatto “nulla”, denota invece abbastanza bene una certa modalità di controllo parziale (e quindi di abbandono parziale) nei confronti delle forme con le quali si va interagendo. Ma se preferisci avvolgere tutte queste problematiche nella carta dorata di una mitologica “creazione artistica” io non ho niente da obiettare: seguiamo semplicemente dei percorsi differenti.

  52. andrea barbieri il 25 giugno 2007 alle 13:40

    Ma noi non stiamo ragionando sui procedimenti artistici, noi ci mettiamo la tonaca da intellettuali e bavardiamo. Ragionare sui procedimenti artistici significa avere sottomano le cose, essere operativi.
    E poi scusa, fai accusa continue di “irregolarità dei discorsi”, ora sarei colpevole di “”avvolgere tutto nella carta dorata di una mitologica “creazione artistica””… suvvia, non vedi che ogni post cerco di far atterrare discorsi che buffamente stanno a km da terra. Dico che bisogna lavorare sodo e tu rispondi che faccio la mitologia della creazione artistica… e allora fa’ e pensa quel che ti pare, qui mi pare che ci sia poco da scambiarsi – e ti assicuro che tutte le persone brave che conosco lavorano come matti per ottenere un’abilità con gli strumenti più indomabili, loro non telefonano al “caso” per chiedergli una collaborazione!
    Tra l’altro hai allestito questo tribunale tutto dedicato a me quando Raimo ha scritto cose discutibilissime e tu stai lì a dire che sono interessanti… persino Burri che fa i giochi di parole, il nero non è nero. Ma per favore!, gli rovescerei una boccia waterman nero sulla camicia bianca da scrittore per dimostrargli che ogni nero è composto di colori… Tsk!

  53. wovoka il 25 giugno 2007 alle 14:56

    Non ho allestito un tribunale, ho rilevato una differenza e ho provato ad approfondirne la natura attraverso il confronto – nei limiti comunicativi di uno spazio come questo. La differenza si è dimostrata piuttosto profonda, e quindi per me interessante. Niente di più, nessuna sentenza finale da emettere. Considerato il fastidio che questo confronto ti ha procurato, eviterò in futuro di riferirmi direttamente a quanto scrivi, cercando di mantenermi su un piano più generale. Ti saluto cordialmente.

  54. andrea barbieri il 25 giugno 2007 alle 21:40

    Ti darei un tuzzo!
    Non ti nascondere dietro questo formalismo, di’ chiaramente chi ti fa schifo e chi no, chi può tirare la carretta dell’arte e chi la manda nel fosso… su su

  55. elena rosa il 26 giugno 2007 alle 00:34

    secondo me un’opera la puoi anche aprire col bisturi ma resta anche un incontro. e più c’entra l’amore più lo sguardo diventa tagliente esigente per niente sdolcinato e lontano dalle lacrime. ma c’entra l’amore.
    p.s: richter mi piace molto. per un po’ di tempo guardavo in continuazione le sue orchidee così vere che sembrano quelle delle vetrine dei parrucchieri. mi hanno portato loro al suo duomo di milano, bianco e nero, sfumato, sfuocato, una cartolina quasi buia. un duomo galleggiante, imprendibile, ma richter dice che sfuoca per far combaciare le parti, per farle toccare. e poi dice io sono un surrealista.
    si contraddice cambia direzione e resta dentro le linee. le riempie di colore.
    p.s: la cosa più bella su pollock l’ho sentita da kounellis (e io non ho un rapporto proprio facile con l’arte povera), ha detto: “pollock è un pittore ballerino che ha cambiato l’anima di un’intera nazione”. e poi ha fatto un gesto con la mano.
    gli artisti sono un po’ esagerati ma quella volta sembrava vero.

  56. wovoka il 26 giugno 2007 alle 21:17

    Non prenderla come un’implicita accusa alla tua condotta, ma non riuscirei a fare quanto mi chiedi. Qualche anno fa denunciavo anch’io in rete che il “re è nudo”, raccogliendo pure qualche adesione. Poi mi sono accorto che altri lo avevano già fatto da tempo, e con autorevolezza, competenza e visibilità grandemente superiori – senza riuscire peraltro a smuovere un bel nulla. Questo mi ha indirizzato ad approfondire il passaggio critico fra lato “personale” e lato “sociale” del fenomeno artistico, un confine che mostra oggi una complessità quasi frattale (ma è solo una metafora per indicare una compenetrazione sottile e complicatissima). Al termine di questo percorso, non ho certo abbandonato il campo, ma ho lasciato decisamente da parte l’espressione di gusti e disgusti, in ragione dell’ambivalenza che emerge in pressoché ogni aspetto del fenomeno: ora non vedo più artisti buoni e curatori maligni, ma soltanto storie complicate che hanno determinato delle logiche di campo che vengono ampiamente sottaciute, forse perché anche gli artisti meno favoriti hanno pur sempre interesse al mantenimento di qualche segretuccio, ovvero alla salvaguardia di quel feticismo (sapientemente coltivato, specie attraverso l’irregimentazione e la limitazione dell’offerta) che assicura la sopravvivenza economica all’attuale gioco. Forse in campo propriamente artistico sarò anche diventato troppo ecumenico, ma sono portato a riconoscere legittimità a qualsiasi ricerca, senza preclusioni di sorta, ma ripulendo sul nascere il continuo ricrescere (certo, a diversi livelli di sofisticazione) di interessate mitologie. Ti dirò per esempio che una denuncia come quella portata avanti dalla Benedetti nei confronti di quel tal magnate francese mi è sembrata giusta ma parziale in quanto tesa più ad una riassegnazione dei posti e redistribuzione dei dividendi che non ad una chiarificazione radicale sulla natura dei giochi (è la mia vecchia critica, totalmente inascoltata, al programma anti-restaurazione: quella di non essere riusciti neppure a portarsi fino al punto verso il quale Bourdieu aveva già ampiamente spianato la strada). E lo si vede anche dal carattere convenzionale e legittimante di alcuni articoli sull’arte pubblicati dal pur complessivamente pregevole “Primo Amore”. Concludendo, non mi interessa far trionfare il buon gusto, o il sano impegno, o la “Vera Arte”, ma portare l’analisi fino in fondo. Non che senta questo come una mia missione, semplicemente è in questa direzione che si sono orientati i miei interessi teorici. Ciao

  57. lucio il 26 giugno 2007 alle 21:24

    Caro wovoka, trovo interessantissime le cose che hai scritto qui e nella seconda parte su Burri, e vorrei dire che le condivido tutte anche se c’è qualcosa che non combacia con quanto ricordo di una mostra di Burri al Palazzo delle Esposizioni di Roma (nel ’97?). Ti chiedo quindi,gentilmente, di aiutarmi a chiarire. O a ricordare meglio?
    Insomma chiedo aiuto, perché anche a me “tutto è accordato perfettamente, mai un colore elementare né una forma elementare, tutto lavorato senza che si veda, intonato, vibrante, ogni elemento messo a sistema col resto” sembra un frammento di retorica da catalogo, eppure ricordo che davanti ad alcune opere allora in mostra, ho pensato qualcosa di simile, specialmente sugli elementi messi a sistema col resto, e sull’intonazione. Anzi bestemmio, se non si fosse trattato di uno dei più importanti rappresentanti dell’informale, avrei parlato proprio di rigore formale (ripeto solo per determinate opere).
    Certo ricordo bene le combustioni, dai sacchi ai legni alle plastiche, e ricordo i cretti e tutte le opere in cui la componente casuale ha molta importanza. Nelle combustioni, per quanto si possa seguire un progetto, i fogli di plastica si sciolgono davanti alla fiamma ossidrica, avvolgendosi e fondendosi in direzioni e formazioni impensabili, i buchi si allargano in un attimo “a dismisura”; e nei cretti le colate di colore e vinavil si seccano fino a screpolarsi, formando delle ragnatele assolutamente imprevedibili.
    Ma in quella mostra c’erano anche molte opere degli anni settanta e ottanta, cellotex e grandi tele più o meno monocromi, opere in cui il colore era piatto e copriva la tela con geometriche campiture. Pensai ad una semplificazione, ad un assemblare più pacato e ordinato che Burri nel tempo era andato operando sulla sua stessa opera. E in parte ad un accomodamento nel suo ultimo operare, una sorta di “Burri pulito e ordinato”. Pensai a qualcosa che forse oggi si potrebbe anche legare a quanto hai scritto tu “come ricerche artistiche onorevoli, tracciabili, sostanzialmente comprensibili e persino fruttuosamente – anche se generalmente solo su di un piano personale – imitabili (anche se in scala generalmente ridotta) possano venire mummificate in “assoluti” chiaramente insostenibili”.
    Allora direi che Burri è giustamente legato alle combustioni e ai cretti, ma ha lasciato anche delle opere in cui ben poco è affidato al caso, nelle quali mi sembra naturale trovare una disposizione più ordinata di forme e colori, a volte una giustapposizione di piani e volumi, meglio, superfici (specialmente nei cellotex); ecco, davanti ad alcune di queste opere ho veramente pensato all’intonazione e che “ogni elemento (è) messo a sistema col resto”.
    Grazie dell’attenzione e scusa la lungaggine, che vuoi, ancora mi appassiono a qualcosa.
    L’informale ordinato?

  58. andrea barbieri il 27 giugno 2007 alle 12:41

    Plin plon, pubblicità

    Segnalo che presso il sexy shop “Sogni segreti” di Riccione, tra le novità troverete la linea brasiliana di costumi da cameriera e infermiera, nonché – novità assoluta! – la linea italiana di costumi da intellettuale. Potrete finalmente realizzare succosi giochi di ruolo con le/i vostri partners ambientandoli in scenari di discussioni sull’arte. Provate l’appagante sensazione di fustigare arbitrariamente le frasi della/del partner o di calpestarle con pungenti, vertiginosi tacchi a spillo. Indossando il costume da intellettuale avrete potere assoluto sulle parole, farete lìbito lìcito, a chiaro vantaggio della libido personale.

    Costume due pezzi da critico cinematografico: 65 euro
    Costume intero da critico o storico dell’arte: 105 euro
    Costume da letterato con perizoma abbinato: 84 euro

    Tutti immediatamente disponibili in una vasta gamma di colori

  59. wovoka il 27 giugno 2007 alle 13:08

    Va bene Andrea, mandami quello da 105 euro, pago con paypal.

    @Lucio: questioni interessanti quelle che poni, appena trovo un momento di quiete ti rispondo. Un saluto e grazie delle gentili parole.

  60. wovoka il 27 giugno 2007 alle 20:29

    Sul principio, l’opposizione che hai posto tra “informale” e “rigore formale” mi sembrava poter condurre a qualche osservazione delimitabile, invece il tentativo di precisare i due termini mi ha fatto ricadere nella complessità delle narrative che tentano di dare un senso unitario (e talvolta una definizione quasi scientifica – penso soprattutto a Menna) ad una stagione artistica evidentemente ricchissima ma anche contraddittoria: contraddizione fra il voler “distruggere” l’arte ed il riuscire a “mungerla” in maniera spettacolosa, o fra l’irrazionalismo (dell’inconscio, del gesto e della materia) e l’intellettualismo iper-cosciente che sottende il mito della creazione di “nuovi linguaggi” – il tutto complicato da aleggianti ironie e comprensibili opportunismi. Allontanandomi da questo ginepraio per specialisti, attenendomi a ciò che posso cogliere (con tutti i miei limiti) oppure inventare nelle opere stesse, suppongo che il senso di “intonazione”, di “lavorato”, di “messo a sistema” che tu e Andrea avete colto nei lavori di Burri sia proprio quanto deriva dall’abilità che egli ha saputo sviluppare all’interno di coordinate culturali “date”, cioè il risultato dell’applicazione del suo talento all’interno di uno “spazio dei possibili” inventato da altri, entro il quale egli ha saputo esplorare una nicchia nuova che gli rimarrà per sempre (si fa per dire) legata. “Rigore formale” è un altro termine piuttosto abusato, legato alla sbronza semiotica di quel periodo, che alla fine non sa indicare molto più che una certa uniformità ed austerità nei mezzi espressivi, che sappiano suggerire al critico l’esistenza di una rudimentale sintassi (o almeno di un “trade-mark”) che gli faciliti le incombenze classificatorie. Nell’uso reale quasi una specie di complimento, per sottolineare che l’artista non si perde in divagazioni inutili, o in orpelli di basso effetto (tipicamente “volgari”) qualcosa insomma che non mi sembra collidere poi troppo con l’ideologia dell’informale. O meglio, collide soltanto se si prendono questi concetti molto sul serio, e io attualmente ritengo che non sia il caso di farlo. Ciao, e scusa per l’inadeguatezza.



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