L’onda anomala

20 giugno 2007
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di Nicolò La Rocca

Prima o poi doveva succedere: l’enorme sasso lanciato nello stagno da Saviano, dopo una serie di cerchi concentrici che hanno prima allargato e poi inquinato il senso di Gomorra, ha prodotto l’onda anomala. Mi sembra che gli interventi di Pascale, di Di Consoli e di molti altri scrittori sulle pagine de “Il mattino”, fondamentalmente abbiano adottato l’imperante statuto dell’equivoco che porta, tra le altre cose, a mescolare il fenomeno Gomorra con il libro Gomorra. L’onda anomala addebita al libro le “colpe” del fenomeno. Quale sarebbe dunque il fenomeno subito (subìto, non innescato, c’è una bella differenza) da Gomorra? L’opera di Saviano, come qualsiasi libro di successo, è stata fagocitata da ciò che il filosofo Mario Perniola ha definito l’oscurantismo populistico, cioè quella reazione che si genera quando si fa passare un oggetto attraverso il setaccio delle forme della comunicazione contemporanea.
Gli articoli de “Il mattino” confondono il contenuto col contenitore; quest’ultimo è una ragnatela impermeabile filata dal ragno della comunicazione che avvolgendo libri, film, trasmissioni televisive, e tutta l’arte contemporanea, riduce ogni manifestazione di senso al canone del “già sentito”. Esso non nasce dall’ideologia, che semmai proporrebbe verità e strategie preconfezionate, pronte all’uso, ma da un insieme di credenze condivise che precedono il fatto e spesso lo annullano. “Sensologia”, così Perniola ha chiamato questa sorta di Moloch della comunicazione, un mostro capace di anestetizzare chiunque non voglia aderire al “già sentito”. C’è un imperativo categorico in tutto questo: gli oggetti non devono essere pensati ma sentiti, la lente a cui sono sottoposti non è quella delle idee, del ragionamento (seppur ingabbiato nelle ideologie-prontuario), ma quella dell’estetica. Infatti, la nostra è un’epoca sommamente estetica. Ecco, tra l’agire e il non agire si sceglie la seconda opzione; in tal modo, questo sentire estetico vira verso un fascismo comunicativo (magistralmente definito fascismo light, se non ricordo male, da Roberto Alajmo in un suo articolo) dove si può (si deve) dire tutto e il contrario di tutto sullo stesso piano e nello stesso momento, inseguendo una par condicio della verità, la quale, proprio nel momento in cui è pubblicizzata, viene ridotta a un totem vuoto. Stiamo parlando di un potente antidoto reazionario che la società utilizza con successo contro le forze che cercano di modificarla. Sicuramente Gomorra, come – ripeto – succede ai libri di successo, ha subito tutto ciò. È stato attaccato e in parte banalizzato non solo dai suoi detrattori, ma anche dai suoi fans che, aderendo ai diktat dello spettacolo, hanno cercato di farne un simbolo new age. Tuttavia, io credo che Gomorra in ultima istanza sia sopravvissuto al tentativo di essere incorporato dai meccanismi che ho descritto. Una cosa è la copertina dell’allegato del Corriere della sera (fatta, pare, senza la partecipazione diretta di Saviano), che cercava di riproporre, seppur in salsa acida, l’agiografia di stampo piperniano; un’altra i potenti capitoli del testo-Gomorra. Per fortuna, oltre ai detrattori e ai fans, esistono anche i lettori intelligenti, interessati al testo e solo al testo.
Gomorra non propone i caratteri convenzionali a cui si fa ricorso quando si narra Napoli. Nonostante lo sguardo messianico utilizzato da Saviano, nonostante lo stile rutilante che qui e là zampilla nel libro (e queste sono le mie riserve), Gomorra resta un testo osceno, che mette in scena ciò che fa di tutto per restarne fuori. Osceno perché non si limita a parlare di camorra come apparato militare ma punta il dito sui processi economici sottesi a essa; osceno perché il pastiche architettato non è soltanto una pratica postmoderna ma anche un antidoto: la narrazione fiction fa da filo conduttore ai documenti, salvandoli dalla sclerotizzazione sedativa della scrittura giornalistica. Un narratore intelligente come Pascale – lo stimo e lui lo sa bene – sbaglia quando scrive “basta con l’epica della criminalità”. Epica è la successione di fatti straordinari che riguardano gli associati alla criminalità organizzata, epica è la sua forza sociale, il controllo che riesce ad avere dei quartieri e del potere politico. Se eludiamo questa scomoda verità rischiamo di capire ben poco, di presentare, involontariamente, la camorra e la mafia come delle bande di banditi. Certo, ignorare l’epica seducente del crimine a Napoli e a Palermo, ci aiuta a rimuovere il male che è dentro di noi, ma il processo di rimozione ci porta a sofisticare le cose con tutte le conseguenze immaginabili. Non dovrebbero interessarci né le scritture pretesche, né quelle reticenti, invece. Dovremmo, per fare chiarezza, incoraggiare delle voci narranti addirittura colluse (che ovviamente non coincidono con scrittori collusi).
Quindi, Gomorra ha superato vari livelli; certo, non ha spaccato l’ultima barriera, quella che permette di cambiare lo stato delle cose, ma non credo che la responsabilità si possa addebitare al libro.
Se la città partenopea è simile a Palermo, l’altra Napoli, quella di cui parlano Andrea Di Consoli e Antonella Cilento nei loro articoli, o non esiste, oppure è confinata nelle salette ovattate dell’intellighenzia cittadina, lontana dalle dinamiche quotidiane della città. Perché nelle città meridionali se vivi agendo (se avvii un’attività commerciale, se fai il libero professionista, se, insomma, manii picciula, cioè se tocchi il denaro), prima o poi col crimine ti scontri o ti accomodi. È inevitabile. E questo contatto genera un ethos tutto meridionale, spesso di collusione, raramente di insubordinazione. I tropi generati dalle due polarità sono argomenti per la letteratura. A cui, invece, non dovrebbero interessare i cataloghi della pro loco…

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79 Responses to L’onda anomala

  1. Alessandro Morgillo il 20 giugno 2007 alle 18:55

    Tutto questo in Gomorra non c’è
     
     
    La camorra è incapacità di sublimazione. Impotenza intellettuale. Prolifera dove l’uomo fatica ad individuarsi. È pura pulsione che vive nell’indistinto della contraffazione.
     
     
    Il camorrista poi su di me non esercita alcun fascino. Non ha attributo sessuale. Solo una pistola. Appendice. Donnone greve.

  2. valter binaghi il 20 giugno 2007 alle 19:10

    @Nicolò La Rocca
    Stiamo parlando di un potente antidoto reazionario che la società utilizza con successo contro le forze che cercano di modificarla.

    Stiamo parlando di qualcosa che è accaduto non è piovuto dal cielo su autore ed editore ma che è stato prodotto dai media. E Saviano pubblica per Mondadori, non per l’Araldo di Sant’Antonio.
    Il resto è tutto vero, Nicolò, ma lasciamo stare il complottismo che non è proprio il caso. Meglio forse (nel caso dell’autore, meno dell’editore) parlare di eterogenesi dei fini?

  3. antonio p. il 20 giugno 2007 alle 19:27

    “Gomorra resta un testo osceno, che mette in scena ciò che fa di tutto per restarne fuori”. Bravo Nicolò. Qui sta l’importanza di un testo simile, qui sta anche l’importanza de “I complici”. Della mafia come apparato militare sappiamo tutto, ci sono centinaia di testi. Ci sono sceneggiati, film, c’è Provenzano che fa la ricotta. Basta. Adesso portiamo in scena la zona grigia, portiamo in scena quelli che non sparano, ma che coi mafiosi ci parlano al telefono.

  4. girolamo il 20 giugno 2007 alle 19:52

    Io vivo a Ferrara, ai bordi estremi dell’Emilia. La camorra non è affar mio, né dei miei concittadini, che non brillano per senso civico (sono mediamente italiani medi): mettono i soldi nelle finanziarie, frequentano gli outlet che proliferano come funghi, differenziano poco e male (anche grazie all’amministrazione comunale che ci mette del suo) i rifiuti, che tanto non ci sono problemi. Abbiamo un po’ di fabriche che uccidono tanto quanto marghera e Mantova, ma non si parla di scorie radioattive. Però capita che una finanziaria estense venga scoperta essere una “lavanderia” della camorra, e il ferrarese comincia ad essere inquieto. Ecco, grazie a Gomorra io riesco a spiegargli che i rifiuti che NON asediano una città che pure ricicla male, gli outlet e le finanziarie che NON si avvantaggiano degli alberi nel Campo dei Miracoli, ecc. HANNO a che fare con le discariche campane, con gli omicidi a Casale, con l’eroina di Scampia. Che, insomma, la camorra si combatte anche qui. Che il sistema è Italia, e non Scampia o Secondigliano. Che le discariche radioattive della Campania si eliminano se i rifiuti radioattivi NON vengono stoccati nel nord-est e poi spediti a sud (possibile che i tir carichi di rifiuti sull’Autosole in direzione nord-sud li veda solo io?), ma bonificati QUI. Tutto questo, prima di Gomorra, era duro spiegarlo, e per farlo dovevi elencare libri su libri, alcuni anche non facili da leggere (testi di economia, di sociologia, ecc.). Possibile che uno scrittore napoletano che vuol bene alla sua città questo non lo capisca: che Gomorra NON è un fenomeno locale, e che facendo di Napoli l’emblema dell’Italia aiuta l’Italia a combattere per Napoli?

  5. bruno esposito il 20 giugno 2007 alle 21:28

    Girolamo, un applauso non basta. Meriti una hola. Grazie.

  6. Carlo il 20 giugno 2007 alle 21:44

    La digressione è nata come lettera di nobiltà della narrativa socialeggiante: digressioni fa Disraeli nella Sybil, dove mette a frutto la sua esperienza di politico, digressioni disordinatissime fa Sue nei Misteri di Parigi, stupende digressioni (prima fra tutte quella sulle fogne di Parigi) fa Hugo nei Miserabili. Tutti modelli che Saviano sembra avere presenti più che Stajano e la Cederna, o tutta una serie di scrittori-giornalisti di scuola anglosassone nei cui lavori mancano intenti letterarii. Solo, Saviano non sembra essere in grado di inventare quanto, proprio, di rielaborare quello che ha appreso dai giornali, dai libri e dalle carte processuali; ed è proprio nel riproporre, con tensione espressionistica più che con ‘passione civile’, questi materiali preassunti la sua più grande abilità. Non ha grandissima tempra di narratore, se non per quanto riguarda i singoli episodii, che tinteggia con paste acerrime, pari a un piccolo, valoroso Guerrazzi guappone, mentre l’organizzazione del testo come una ‘nebulosa’ di diversi fatti ricorda assai il Mastriani sociale dei Misteri di Napoli. Insomma, è come se il materiale digressivo si fosse portato via una fetta consistente del romanzo, sbilanciandolo verso qualcosa che sembra per larghi tratti un saggio e non è. Detto altrimenti, è il romanzo di un romanziere che ha colto nella violenza camorristica un fatto letterario – e lo sforzo di documentazione ha una sua economia persino nell’estetica di questo genere narrativo. Il risultato cade così tra il “barocco” di Gadda o Manganelli e un film di Pasquale Squitieri, fotografia sgranata, crasso, lutulento, splancnico (riconosce l’autore stesso, ma con civetteria, di essere “sporco dentro”). Il romanzo (il romanzo-saggio, il romanzo-inchiesta…) ha avuto senz’altro effetti benefici, spronando le stesse autorità a mobilitarsi; ma quello che più mi ha colpito è, alla fin fine, l’urgenza espressiva puramente ormonale, la jattanza, la vana pompa – tutte cose che, a differenza di qualche malcapitato in rete che ha avuto l’imprudenza di dirsene allergico, io non condanno affatto. Anzi! Ho un’invidia blu. Il respiro, sapete. Quel macinare parole una più grossa dell’altra, ora quell’anfanare a secco frasi a mitraglia, ora quell’imbastire frasoni zeppi di tecnicismi – un modo di scrivere che saprà anche di destrorso, ma così invidiabile, per me, che sono un cane morto!

  7. Nicolò La Rocca il 20 giugno 2007 alle 22:24

    @Girolamo
    Verissimo quello che dici.
    Al sud però c’è un vissuto permeato dalla criminalità, anche quando apparentemente è lontana dalla propria esperienza, almeno da quella diretta. E, guarda, se in parte comprendo l’inerzia che caratterizza i tuoi cittadini rispetto a questi problemi (in fondo loro vanno avanti, possono anche far finta di non vedere, possono accontentarsi di essere ipocriti), stento veramente a capire come un autore meridionale possa eludere questo vissuto, possa dire che ci si debba occupare dell’altra Napoli. Quale? La maggior parte delle persone che conosco in Sicilia ovviamente non hanno contatti con la mafia. Alcuni non “maniamu picciuli” e quindi non sanno neanche che faccia abbia la mafia. Però, anche questi ultimi non hanno il vissuto dei tuoi concittadini, perché sguazzano coattivamente nello stesso brodo dei criminali, ci affogano o imparano a nuotare. Vanno al cinema, chiedono un certificato al comune, stanno in mezzo al traffico, vanno all’ufficio di collocamento (non ho idea di come si chiami oggi), aprono il rubinetto dell’acqua e non trovano l’acqua, emigrano a Milano perché non vogliono diventare amici degli amici, e sempre imprimono alla loro esistenza una direzione decisa dal crimine e non da loro. D’accordo, non possiamo stare tutti quanti impegnati a raccontare i nessi e le vicende del crimine, ma non dovremmo neanche eludere il vissuto comune. Certo, si può abbandonare la tastiera e sistemarsi dietro il bancone della pro loco. Certo, si può abbandonare il mondo che ci gira intorno per occuparsi delle proprie manie più intime, dei propri tic, delle pose sperimentate. Ma a questo punto sarebbe meglio avviare una fabbrica di bomboniere. Sarebbe sicuramente più redditizio.

  8. Nicolò La Rocca il 20 giugno 2007 alle 22:27

    @Antonio
    Poi Napolitano ci ha ascoltati? Manderà gli amministratori scandinavi che abbiamo rischiesto per la Regione Siciliana e per tutte le amminstrazioni locali?

  9. antonio p. il 20 giugno 2007 alle 22:30

    Macché, nemmeno mi ha risposto. Che maleducato.

  10. girolamo il 20 giugno 2007 alle 23:27

    @ Niccolò

    Ricorda che io vengo da una città che quanto a cmorra non ha da invidiare (si fa per dire) nulla a Napoli, se non la sudditanza storica ieri alla camorra, e oggi alla ‘ndrangheta. Il mio è un discorso strabico, con l’occhio “sbagliato” guardo altrove, cioè alla mia terra.

    @ Bruno

    Niente ola, grazie. (Finora) sono riuscito a metter giù, della mia terra, mezzo capitolo di un romanzo, un racconto, un necrologio e una recensione. E ho quasi vent’anni più di Saviano, e gli stessi (credo) di Sergio Rubini: come dire, posso fare di meglio. Quindi devo.

  11. girolamo il 20 giugno 2007 alle 23:46

    Dimenticavo (avrei voluto poter…)
    che, dibattito dopo dibattito, c’è sempre chi tira in ballo le strategie editoriali che su Gomorra (signora mia sapesse). E ogni volta giù a rispondere che, numeri alla mano, Gomorra aveva una bassa tiratura di partenza (meno dei miei libri, figuriamoci), che dopo il tam tam in rete (documentabile, documentato) le librerie sono rimaste scoperte e le ristampe tardavano (tra l’altro nel periodo estivo, in cui i libri vendono): insomma, prima che l’editore capisse cos’aveva tra le mani era stato fatto (involontariamente, per scarsa lungimiranza) di tutto per bruciare Gomorra.
    Poi il dibattito riparte, dopo qualche tempo, e puntuale c’è sempre chi ammicca: “eh, ma le strategie editoriali che… (signora mia sapesse)”.
    Diffamate, diffamate: qualcosa resterà.

  12. valter binaghi il 21 giugno 2007 alle 00:01

    Girolamo è un falsario professionale: prima (e altrove) mi dà del cameriere di Ratzinger, qui mi attribuisce malignità e dietrologie. Nessuna dietrologia: ho detto solo che Mondadori ha un ufficio stampa, anche se lo si tira in ballo solo quando fa comodo (per Dan Brown). Aggiungo: uno scrittore che preferisce vendere 5 mila copie che 50.000 non è un puro, è un deficiente. Quindi dov’è la malignità? Se uno ha un libro potenzialmente esplosivo si fa in modo (se se ne anno i mezzi) di farlo vedere. Ma quello che non si deve fare è trattare Saviano come un essere umano, no, lui è puro e mitico. Salvifico al contatto: finisce che poi ci crederanno anche i camorristio. Illuministi dei miei coglioni, voi questo lo state preparando per il martirio; riportatelo all’editoria, che è più logico e umano.

  13. alcor il 21 giugno 2007 alle 00:24

    Quella di Carlo, qui sopra, è la prima recensione interessante a Gomorra che abbia letto finora.
    A parte la civetteria del cane morto, che adotterei volentieri per me.

  14. gianni biondillo il 21 giugno 2007 alle 00:31

    “martirio”, comunque venga tirata in ballo, è una parola che non voglio MAI leggere, quando si parla di Roberto, ve ne prego. E scusate la strizzata di palle.

  15. Christian Frascella il 21 giugno 2007 alle 00:33

    ‘Gomorra’ è un libro importante. Un libro che resta. Noi passiamo, intendo, lui resta. Fra vent’anni, fra trenta. Lo leggeranno sempre. Lo criticheranno, male, malissimo, sempre. Ma ai più piacerà. E’ un libro che dà notizie: ai suoi contemporanei e ai posteri su com’è, com’era e – temo – come sarà rimasto un certo mondo intollerabile. Sarà il ‘forever young’ delle nostre Lettere.
    E’ questo che i tronfi stroncatori del libro non sopportano: che abbia un respiro totale, che dentro ci sia tutto l’Uomo, il suo Luogo e il suo Tempo.
    A certa gente dà fastidio che altri anziché loro abbiano saputo dare testimonianza dell’epoca in cui hanno vissuto, si sentono chiusi in ‘quei librì lì’ e, gonfi di ego come sono, ci stanno ovviamente stretti. Per partito preso. Per l’ansia che provoca l’invidia.

  16. Luigi il 21 giugno 2007 alle 01:01

    Dunque la situazione è questa. Un gruppo di scrittori, diversi per calibratura letteraria e per età, propone la possibilità che dopo il grande successo emotivo e mediatico di Gomorra, Napoli possa essere ri-pensata sotto altre prospettive che non siano esclusivamente quelle del dato criminale e dello stile da denuncia.
    Altri, scrittori e non, gridano al tradimento insinuando che ci sia in atto un tentativo, per invidia e per logiche di competizione, di delegittimare il fenomeno Saviano.
    Certo questo è il segno che Napoli è viva, è carne che si muove e che sfugge, e ogni scrittore che l’acchiappa ha bisogno di credere che quella morsa sia una verità più ampia delle sue mani, perché tutta la fatica impiegata ha bisogno di essere ripagata.
    E certo, che Napoli sia viva a dispetto delle marce funebri spesso suonate per lassismo sulle prime pagine e nei tg nazionali, è cosa che accogliamo con gioia. Non c’è città in Italia, forse in Europa, che provochi con tutta virulenza il bisogno di contenerla e intuirla.
    Ma questo dato della vitalità appare secondario, e non fa che rendere ancora più attuale la famosa profezia di Mao: “Grande la confusione sotto il cielo, quindi la situazione è eccellente”.
    Perché la verità è che non si capisce di cosa si stia discutendo, se di letteratura o di camorra tout court. Perché se stiamo discutendo di letteratura, allora è una discussione estiva tutto sommato gradevole ma nulla più. Soprattutto per chi scrive. Perché la letteratura, se è tale, è libertà. Libertà assoluta, persino di fronte a se stessa, e ogni scrittore risponde al solo Dio che è in lui, per giustificare che orizzonte decide di osservare e che lingua decide di utilizzare. Non c’è nessun comandamento che obblighi uno scrittore a seguire un’andatura anziché un’altra, e se lo fa, per pigrizia, per piaggeria intellettuale, per comodità economica, ne risponde al falso Dio che si porta dentro. Per cui ogni scrittore vada per la sua strada, prima e dopo Gomorra, come ha fatto a suo tempo Saviano stesso. Perché sono tutte prospettive che in una vera civiltà letteraria devono convivere orizzontalmente, sullo stesso piano, senza scadere nell’agone di un contenzioso inesistente. Perché a ben guardare convivono nella città stessa, che è ancora quella di La Capria come è fortemente quella di Saviano, che ha le stimmate di un sud arcaico alla Di Consoli così come è attraversato dalle visioni telluriche di De Santis. Pensare che solo una di queste prospettive sia fondante e le altre accessorie o meno che futili, è sufficientemente fuorviante. Come è fuorviante, ca va san dir, il solito ritornello che uno scrittore napoletano debba far rientrare la città nelle sue pagine. Lo farà, se e quando vorrà. Soprattutto se chiederà essa di entrare e di stemperarsi nel suo sguardo.
    Un vero scrittore tutte queste cose però le sa; forse qualcuno ha bisogno di ricordarlo perché è una dure lotta quella di scrivere. E c’è bisogno di riprendere fiato, prima di tornare all’apnea delle parole. Perché, ricordiamolo, è lì che si apre e si chiude tutto. Il resto sono voci. Il resto sono teorie che si preparano a freddo per riempire il vuoto tra una pagina e l’altra, o per qualcuno per riempire le pagine di vuoti.
    Ma in questo dialogo polifonico non si sono prodotti solo scrittori, ma anche scriventi, facitori di cultura, bloggers, giornalisti e accademici. E si è volutamente creato l’equivoco di far slittare il punto focale dal libro Gomorra al fenomeno Camorra. Con l’implicita rivendicazione che non amare quel libro, significa sposare quella logica criminale. Qui c’è la falsità volutamente propagandata da quegli imbonitori che non hanno ancora prodotto nulla di memorabile e si accodano al fenomeno Saviano, cercando di viverne la scia luminosa e nella speranza di beneficiare di chissà cosa. A cui sembra possibile imitare il best seller imbastendo paginette di trita retorica sulle periferie e sul disagio. Insomma, verrebbe da dire, che i peggiori nemici di Saviano sono i suoi improvvisi amici e sostenitori, che ne succhiano il sangue espressivo nella speranza di riportare colore sulla loro pagina mai troppo bianca.
    Ma siccome questa cosa della contrapposizione è una scemenza. Siccome lo stesso Saviano ha più volte ricordato che Gomorra è un romanzo – è anche un romanzo – fatto di cronaca spicciola quanto di immaginazione visionaria e berlo come fonte rivelatrice di verità inestirpabili è una scemenza; siccome se è un romanzo può essere giudicato anche secondo categorie estetiche e il riempirsi la bocca di etica con la e maiuscola è da scemi; e siccome è ancora più da scemi, per rafforzare quest’idea di impegno, accostare Saviano a Pasolini ignorando volutamente le tante differenze, nel bene e nel male. Siccome pensare il mondo per categorie rigide non ha mai prodotto alcunché, e questo dividerlo poi in bene e male se ha prodotto qualcosa è sempre stato fanatismi ridicoli e discepoli di un Dio minore. E siccome soprattutto si tratta niente più che di polemiche vecchie: letteratura impegnata e no (discussione che dopo i furori Sartre-Camus ha solo da perdere), la Ortese e l’estetica del brutto vs La Capria e la bella giornata, realismo e anti-realismo. Con l’aggiunta, questa si nuova, del mondo digitale che si contrappone con forza al vecchio e istituzionale mondo cartaceo. Peccato solo che sbagli i toni, e che al pari di quello si organizzi in logge chiuse dominate dal furore dell’appartenenza al medesimo verbo. Siccome questo, allora viva anche la libertà del lettore che sceglie quale scrittura amare.

  17. luminamenti il 21 giugno 2007 alle 08:25

    L’analisi di Carlo è quella che trovo più precisa, fedele, oltre che ben detta.
    Solo un’altra osservazione. Se il Moloch della comunicazione anestetizza tutto o cmq coloro che non vogliono aderire al già sentito, non vedo come si possa definire la nostra epoca come sommamente estetica. Conosco la tesi contro la comunicazione di perniola e condivido il bersaglio, però non penso proprio che la nostra epoca sia sommamente estetica. Lo è solo apparentemente.

  18. sodoma il giovane il 21 giugno 2007 alle 08:43

    L’analisi di Carlo è la solita stronzata di chi ha lit tous les livres, cita questo e quello, ma sbaglia ad impostare la questione base come qui il fatto che Gomorra non è un romanzo in senso stretto e NON vuole esserlo. E non importa se l’autore usa o meno e in che modo usi il termine per il suo libro. Dopodicché mi scuso per aver contribuito a continuare la discussione nei soliti, noiosissimi binari dei letterati, mentre giustamente la Rocca pone l’accento su questioni assai più scomode e brucianti

  19. girolamo il 21 giugno 2007 alle 09:57

    Binaghi, non è che ogni volta che scrivo ho in mente te. Fatti un giro tra i post e gli articoli su Gomorra, e vedrai che l’insinuazione c’è. Per inciso, non mi rivolgevo a te, visto che condivido la tua condivisione del post di Brugnatelli. Io sarò un falsario di professione e un illuminista dei tuoi coglioni, ma tu quanto a coda di paglia…

  20. véronique vergé il 21 giugno 2007 alle 10:32

    Non voglio immischiarmi e parlare di cosa che non conosco. Ho letto Gomorra che ho trovato in una libreria a Bordeaux, ho letto il libro consigliato da NI e durante le prime pagine, avevo gli occhi sbarrati. La paura non mi ha lasciato. E’ un libro essentiale, che rende la camorra concreta, non c’entra il film, la visione che potevo avere, artificiale.
    E’ un libro che supera il reportage. Ho in prestito il libro di Laetizia Battiglia con foto violente, in nero e bianco. Una donna molto corragiosa.

  21. AB il 21 giugno 2007 alle 10:52

    Propongo un breve silenzio stampa su Napoli.
    Leggendo le polemiche del debole mercato editoriale italiano pro o contro Roberto Saviano capisco che forse la mia città sia ridotta così perché sanguisughe a tutti i livelli, dai politici fino agli intellettuali da salotto con la grave complicità dei cittadini, ne succhiano ogni energia, ne sfruttano il marchio, il resto non importa ad alcuno.
    Una città che viene bene in tv, fa vendere copie di libri e giornali, suggerisce articoloni che danno visibilità e infatti ne stiamo parlando.
    E poi?
    Resta una città sommersa da chiacchiere seppur colte più che da spazzatura puzzolente.
    Intanto molti di noi emigrano. E poi?
    Annarita (una napoletana emigrata)

    PS scusate la durezza e per inciso Gomorra mi è piaciuto soprattutto per come è scritto alla faccia delle polemiche sul contenuto. Prima di tutto è Letteratura no?

  22. The O.C. il 21 giugno 2007 alle 10:59

    @ab
    Il domandone.

  23. Filippo Rosso il 21 giugno 2007 alle 12:52

    Si parla di oscurantismo populistico, ma credo che per Gomorra e qualsiasi altro bestseller di denuncia sia più adatto parlare di intellettualizzazione della realtà – perchè i lettori di Saviano frequentano università, affollano bar e teatri, e molti di loro immagino non abitano a Secondigliano (si legga l’articolo di Lello Voce “L’emergenza è di tutti…” che mostra come Saviano, forse, si trova su un palco più grande del suo talento di attore, e ha la forza di riportare Gomorra alla sua dimensione primaria di libro): dunque se questi sono i lettori, e questa la società, questi sono gli effetti sociali preventivabili e, anche questo è noto, sono più trascinanti di qualunque personalità. E ci mancherebbe che facessimo un torto a Saviano per quanto ha scritto.

    Ha ragione Pascale quando propone ‘nuovi abiti mentali’: prima di tutto per uno scrittore. Nuovi abiti mentali può significare anche solo semplicemente liberarsi di qualunque automatismo atto a misurare la dignità di un’opera in base alla sua presenza sul ‘sottosuolo’. Il rischio di piombare in una nuova epoca dell’impegno incondizionato è sempre forte. Il conformismo di ammassare consensi unici sul filone narrativo realistico è in agguato.

    Prendendo spunto dalle parole di Siciliano (nella premessa al fascicolo per i 50 anni di Nuovi Argomenti), credo che quanto di ‘politico’ possa rappresentare la letteratura adesso, sia sostanzialmente la sua libertà di essere. Quindi anche essere voce fuori sincrono, penso per esempio a Kavafis. O addirittura essere la voce sbagliata. Anche in un territorio in cui si avverta comunemente il bisogno di reagire all’ “emergenza”.

  24. Alessandro Morgillo il 21 giugno 2007 alle 13:23

    Christian Frascella
    Mentre scrivevi ti tiravi una raspa? Pare che da Perniola in giù lo sport nazionale dei maschietti italiani sia farsi le seghe. Scopiamo poco e male. Grafomani gettiamo fiumi di seme. Il giornalismo epico di Saviano sarà solo storia dell’editoria.

    E’ questo che i tronfi stroncatori del libro non sopportano: che abbia un respiro totale, che dentro ci sia tutto l’Uomo, il suo Luogo e il suo Tempo.
    Cos’è, un libro di fantascienza? La storia non ci insegna nulla? Cerchiamo di moderare i toni. Parliamo di cose serie. Quali sono gli autori italiani del secolo scorso che hanno davvero lasciato una traccia?

  25. Alessandro Morgillo il 21 giugno 2007 alle 13:34

    Scusi, Signora AB. A parte Gomorra, di solito quali libri di letteratura legge? Sono tutto orecchi. Prenderò nota.

  26. Alessandro Morgillo il 21 giugno 2007 alle 13:55

    Dominati dalla trasversalità della teologia italica, oggi inconsapevoli ci nutriamo solo di letteratura emotiva. Smettiamola di illuderci che le nostre emozioni, stereotipate, standardizzate, siano razionali e reali. Anche la presunta obbiettività verghiana non fa altro che creare un’ondata ipertrofica di emozionalità romantica che sclerotizza l’uomo in un facile e pretestuoso primitivismo etico. L’Italia la smetta di guardarsi il buco del culo allo specchio.

  27. Edoardo Brugnatelli il 21 giugno 2007 alle 14:11

    Alessandro, vedo che non abbiamo preso la medicazione stamattina

  28. Alessandro Morgillo il 21 giugno 2007 alle 14:24

    Nessuna medicazione. Questo paese avrebbe bisogno di furenti. Quelli che sono protetti dalle costituzioni altrui. Quando scrissero la nostra si leccavano la passera. A settembre mi levo dai coglioni. Delle vostre inutili chiacchiere non sentirò neanche l’eco. Già oggi faccio fatica in Italia a sintonizzarmi coi fantasmi che la popolano. Morti viventi. Per inettitudine.

  29. gianni biondillo il 21 giugno 2007 alle 14:34

    Wow! Un vero maschione!

  30. Edoardo Brugnatelli il 21 giugno 2007 alle 14:42

    Alessandro, per la medicazione fa’ niente, cerchiamo di non dimenticarcene domatina ok?
    Adesso prendi un bel respiro e comincia a ripetere con me lentamente e respirando a fondo:

    Dentro, fuori.
    Profondo, lento.
    Calma, agio.
    Sorrido, lascio andare.
    Momento presente, momento meraviglioso.

    Ci sentiamo già meglio vero?

  31. Alessandro Morgillo il 21 giugno 2007 alle 14:55

    No. Se fai così mi eccito…
    Vado a farmi un’ora di tappetino.
    Quanto alla medicazone… Non sono stato punto da nessun insetto. E non mi brucia nessun orifizio. Quindi?

  32. Riccardo Illuminamenti il 21 giugno 2007 alle 15:12

    Beh Morgillo, tu ti farai le raspe. Io no. Gli scrittori italiani molto, ma Saviano credo di no, anzi ha la fama del contrario, pare facciano la fila per incontrarlo. E se fosse così, ossia che tutti pipparoli avete riempito troppe brocche e avete le mani troppo melmose?

  33. Alessandro Morgillo il 21 giugno 2007 alle 15:19

    Fanno la fila per incontrrarlo? Padre Pio nulla al confronto! E adesso, se non ti dispiace, il tuo solo cognome mi fa afa. Il tappetino mi aspetta.

  34. Christian Frascella il 21 giugno 2007 alle 15:30

    Morgillo, sei la vaffanculità della vita.

  35. Melquìades il 21 giugno 2007 alle 15:41

    La vogliamo finire con questo circo?
    un pò di serietà, l’argomento la richiede!
    grazie

  36. zerbini2002@yahoo.it il 21 giugno 2007 alle 15:43

    @girolamo

    Girolamo (immagino che sta per Savonarola !!!!) abito a Ferrara come te, abbiamo grosso modo la stessa età e lo stesso modo di pensare. Concordo appieno quanto tu hai scritto. In tutto e per tutto.
    Alessandra

  37. girolamo il 21 giugno 2007 alle 15:56

    @ alessandra

    Savonarola da vivo era uno tutto chiacchiere e distintivo, all’atto pratico: a Ferrara se lo ricordano come un santo giusto perché è andato altrove a dar prova di quanto valeva. Io ambirei a una lunga vecchiaia, pazienza se dimenticato dai contemporanei: meglio bruciarsi che spegnersi lentamente, a parte Giordano Bruno, non m’è mai piaciuta.

  38. valter binaghi il 21 giugno 2007 alle 16:28

    @girolamo
    Scusa, ma visti i precedenti…
    Comunque un colpo basso a testa ce lo siamo tirati.
    Adesso, per me potrebbe pure finire qui.
    Poi quando ci si incontra sul serio, potresti scoprire che l’odore di acido fenico non si sente tanto….

  39. luminamenti il 21 giugno 2007 alle 17:19

    Beh, mi sono sentito meglio stamattina ascoltando a Palazzo Steri il prof di letteratura italiana Giorgio Ficara, ascoltando la sua relazione su Critica del romanzo all’interno del convegno “I Labirinti del nuovo millennio, Scrittori europei a confronto”. Ne è valsa la pena, solo per sentirlo esprimere con competenza sull’altissimo valore narrativo di Gomorra. Ho gioito per Saviano.
    Consiglierei una riflessione sul suo libro “Stile Novecento”, Marsilio 2007.
    Mi sento meno solo.

  40. sodoma il vecchio il 21 giugno 2007 alle 18:01

    Morgie,tesoro, sono tanto ma tanto felice per te che hai lasciato la tua città di napoli così poco cool,pop e gay e ora te ne vai persino all’estero a seguire il tuo way of life di recchia postmoderna. Ma se di tutto questo non te ne fotte un cazzo,allora perché insisti a scrivere qui. O speri letteralmente che ti si incula qualche camorrista?

  41. Edoardo Brugnatelli il 21 giugno 2007 alle 18:10

    Ehi vecchio sodoma! Ma l’antirabbica non te la dovevano fare qualche settimana fa?
    Su su, calmati un momento, che puliamo tutta questa brutta bava schiumosa dalla bocca…
    Ecco… Così…
    Bravissimo!!!
    Ora cuccia da bravo

  42. luminamenti il 21 giugno 2007 alle 18:12

    Non sono d’accordo con Binaghi. Penso con Deleuze che bisogna concepire la salute come letteratura, come scrittura, inventare un popolo che manca. Inventare un popolo spetta alla funzione fabulatrice. Mi sembra che Gomorra sia riuscito al di là delle intenzioni di Roberto a muoversi in tal senso. Me ne accorgo anche leggendo alcuni commenti su NI. L’effetto prodotto da Gomorra è il divenire stesso dello scrittore. La letteratura è sopratutto una concatenazione collettiva di enunciazione. Quando si arriva a questo livello si può essere abbastanza soddisfatti. Il senso di responsabilità, per dirla con Hans Jonas, investe il romanzo come genere letterario, investe il romanziere che fa della sua letteratura un delirio, una possibilità di vita, anche se è sempre una minoranza. Perché la parola possa infettarsi e infettare a sua volta l’intera città degli uomini, è indispensabile che la vita individuale dello scrittore converga in quella grande ferita che lo abita. Nel linguaggio di Saviano vi sono espressioni iperboliche che oltrepassano condizioni e circostanze di effettuazione, come una musica che va al di là delle circostanze in cui la si suona e dell’esecuzione che se ne fa. La letteratura si situa sul versante dell’incompiutezza e dell’informe, come ha detto Gombrowicz. In Gomorra la sintassi che compone le frasi, e che ne fa una totalità capace di ritornare su di sé, tende a sparire liberando una frase asintattica infinita, che si distende o germoglia come intervalli spazio-temporali. Di qui l’effetto dirompente che produce. E’ fisiologico e connaturale all’immaginario che Saviano e Gomorra siano elevati a simbolo.
    Simbolo sacro perché ha profanato un mondo. Avrei molto da scrivere sulla dialettica sacro-profano che esce da Gomorra, adesso non ho tempo.
    Ricordo solo che sacro significa separato.

  43. zerbini2002@yahoo.it il 21 giugno 2007 alle 18:23

    @girolamo

    Savonarola lasciò Ferrara disgustato dalla corruzione e decadenza dei costumi. E fu considerato dall’ordine papale un “eretico”. Per poi finire impiccato e bruciato per le sue idee in Piazza della Signoria a Firenze e le sue ceneri vennero sparse in Arno.
    Piuttosto che di Giordano Bruno, mi soffermerei ad un politico-scrittore a lui contemporaneo ed oppositore: Niccolò Macchiavelli.
    Savonarola dava enerme fiducia nel popolo poichè affermava che era la parte più sana della società.
    Anche io ambirei ad una lunghissima vecchiaia……e non mi interesserebbe se venissi dimenticata da tanti…..meglio pochi ma buoni e sono più che certa che tu hai persone che sanno apprezzarti per come sei e per quello che sei

  44. valter binaghi il 21 giugno 2007 alle 18:30

    Una cosa semplice semplice: libro e amplificazione mediatica sono due linguaggi diversi, media diversi, messaggi impliciti diversi. Obbediscono a dinamiche differenti. Il primo crea un punto di vista individuale e un’orgoglio dell’interpretazione, il secondo condivisione di un simbolo, partecipazione estetica o mistica. Non c’è agire politico senza entrambi: tashtego diceva sotto che l’emozione da sola è di destra. E’ rude, come spesso fa lui, ma non superficiale. Applicatelo qui ed ecco che cosa volevo dire.

  45. diamonds il 21 giugno 2007 alle 19:00

    così come i riformisti adorano bagnarsi la bocca con riforme da procrastinarsi a dopo le feste,spesso gli intellettuali,di solito citando Sciascia,amano dire che la salvezza di una società passa attraverso la scuola senza meglio specificare.Noi che vogliamo spacciarci per radicali(lasciando da parte il partito di Pannella che sul punto è fermo almeno da venti giri)auspichiamo che Gomorra,insieme ad altri testi poco rassicuranti,nella pratica venga imposto come materia rilevante di studio ed esercizio di senso critico nelle ore dedicate alla narrativa in scuole di ogni ordine e grado indipendentemente dal fatto che forse uno stile orientato al postmoderno non giovi alla causa e un finale debole e cinematografico faccia propendere al pensiero che forse si sarebbe potuta escogitare una chiusa migliore.Ho finito

  46. girolamo il 21 giugno 2007 alle 19:02

    @ alessandra

    “Bruciato per le sue idee” è una versione agiografica. In realtà governò malissimo, pedendo rapidamente il consenso acquisito con la sua spiritualità, promise più volte di sottoporsi al giudizio di dio (camminando sui carboni) o annunciando un prossimo segno ceto della benevolenza divina, senza che l’uno o l’altro evento avessero ad accadere: insomma, il prototipo dell’unto del signore. Infatti Machiavelli, come sempre, aveva ragione. Ecco, diversamente da Saviano, il frate ferrarese si è nutrito di un ego ipertrofico a cui pretendeva di adattare gli altri (riduzione dell’altro al medesimo, direbbero i filosofi del Novecento): per lui l’altro è sempre un alter-ego. Saviano riesce invece a passare attraverso almeno tre diversi registri narrativi, fondendo l’io del cronista nella comunione dell’esperienza (il tu impersonale) fino all’impersonalità senza soggetto (il taglio noir della descrizione fenomenica). Non è un monologo, è una polifonia nella quale l’io non troneggia su alcunché, ma nondimeno c’è: come soggetto che non impone, ma è determinato dal punto di vista assunto sul reale.

  47. The O.C. il 21 giugno 2007 alle 20:41

    @diamonds

    prima di sparare sulla croce rossa, cioè sulle condizioni della scuola italiana, puoi farti un giro per controllare come stanno davvero le cose.
    Al di là dei notizioni tipo mano in culo ai professori e sbullonatori vari. Senti a me, so’ storielle, e le potremmo tranquillamente lasciare ai nostri severi ma poco oggettivi grandi quotidiani.

    Noi, in 1h, Gomorra l’abbiamo letto e commentato. In 2h i ragazzi si sono addirittura presi la briga di recensire l’altro racconto breve di Saviano, quello uscito con i “Corti” del Corriere della Sera.

    Il problema è che se parli di Camorra e Napoli e miserie sotto gli occhi di tutti, anche dei più ‘innocenti’, i ragazzi seguono, ci stanno al gioco. Ma se punti su Dante o Manzoni iniziano i dolori.

    Questo per dire che va bene portare in classe la via italiana al new journalism, viva l’attualità e il nostro dimenticato Novecento. Ma lo scopo dell’istruzione non può essere mica solo questo. Va bene il metodo, ma i ‘valori’ culturali?

    Se no poi è logico che alla maturità scelgono tutti il testo breve giornalistico, ma non si accorgono che la traccia su Dante, a quanto pare, era sbagliata. Ci voleva il buon Mariotti.

    Gli studenti no, mica se li ricordano i canti della Commedia in terza liceo. Anzi, si lamentano pure col ministero. Però, come al solito, non si parla di errori, orrori e soprattutto di contenuti. Meglio lamentarsi, mammamia quant’era difficile la traccia di quest’anno, non è ‘ggiusto professò.

  48. luminamenti il 21 giugno 2007 alle 20:45

    Beh, io insegno fenomenologie delle emozioni e questa storia che l’emozione da sola è di destra è una cosa assolutamente priva di qualsiasi fondamento persino inconsiderabile come vago e approssimativo protopensiero. Non credo valga neanche la pena di articolarci su un minimo di pensiero di opposizione.

  49. Alessandro Morgillo il 21 giugno 2007 alle 20:51

    Saviano non ha raccontato agli italiani quale valenza simbolica abbia Padre Pio nel codice linguistico malavitoso. Quanto teologica sia la filosofia del camorrista, sempre con la mistica del santino e la superstizione del cornetto. Quanto forte sia il sentimento religioso con cui ogni gesto acquista una valenza rituale. Quanto sacra sia la famiglia che struttura questa organizzazione parastatale. Quanto la Chiesa sia collusa finanziariamente con gli affari della camorra.

  50. Alessandro Morgillo il 21 giugno 2007 alle 20:59

    sodoma il vecchio
    Quello di farsi inculare da un camorrista è il desiderio inconscio di qualcun altro. Non mio. Insisto. Il malavitoso su di me non esercita alcun fascino. Non ha attributo sessuale. Donnone greve. Interessante sarebbe testimoniare le pratiche erotiche clandestine dei camorristi. Castrati alla nascita. Con una sola ambizione. Diventare la Sofia Loren del rione.

  51. The O.C. il 21 giugno 2007 alle 20:59

    Vabbé, Morgillo, e che è? Saviano non è mica la NASA!

  52. luminamenti il 21 giugno 2007 alle 21:01

    Caro Alessandro, ogni libro è sempre incompleto. Ora vogliamo dare la colpa a Saviano perchè non ha incluso tutto lo scibile umano sul tema camorra? Ma dai…
    E cmq Padre Pio mi sembra sia frequentato (ipocritamente e falsamente) anche altrove. E sono certi modi – quasi tutti – di frequentarlo che sono molto discutibili (sono buono), mentre Padre Pio è (incolpevolemente) Altro. Un Mistico, una persona che sapeva pregare. Vuoi vedere quanto sia autentica la fede di una persona e di che fede si tratta? Scopri, indaga, cerca di conoscere come prega!

  53. Alessandro Morgillo il 21 giugno 2007 alle 21:23

    The O.C.
    No. Saviano ha visto troppi film. In televisione. Non sul grande schermo. La sua è solo la rappresentazione di una realtà che non sonda.

    The O.C.
    Il Frate di Pietralcina mi fa afa.

  54. tashtego il 21 giugno 2007 alle 23:07

    “Non credo valga neanche la pena di articolarci su un minimo di pensiero di opposizione.”
    meno male.

  55. AB il 21 giugno 2007 alle 23:37

    Signor Morgillo, mi chiede quali libri di Letteratura leggo oltre Gomorra. Ecco, ha scelto la persona sbagliata per questa domanda, troppi perché lei possa prendere nota. Anche se è un provocatore vorrei tranquillizzarla. Mi entusiasmo molto per gli scrittori che scopro io meno per quelli troppo chiacchierati. Gomorra l’ho letto in una pausa tra clamori mediatici e ho trovato una buona scrittura per un esordiente. Poi ognuno vede Napoli in un modo diverso ma sono in silenzio stampa sulla città e non posso dire altro.

  56. luminamenti il 21 giugno 2007 alle 23:52

    Tastehgo sei diventato di destra?

  57. Marco Saya il 22 giugno 2007 alle 10:03

    Il libro l’ho letto e mi è piaciuto. Forse dovremmo fare qualche considerazione su chi amministra la città, non mi sembra che Bassolino abbia fatto o stia facendo del proprio meglio. anzi!.

  58. Riccardo Illuminamenti il 22 giugno 2007 alle 11:44

    Morgillo non sai niente e parli (da vecchio cultore di fosforo) Saviano ha visto troppa tv? Durante a faida era sempre primo sui posti degli agguati. Mentre tu eri lì pipparolo a casa tua. Padre Pio? I cornetti? C’è un intero capitolo sulla religiosità ma si vede che lsei offuscato dall’invidia il libro non l’ha letto proprio. Difetto di tutti gl intellettualini (aspiranti) che odiano i libri divenuti troppo…di massa….Saviano è difeso dal vescovo Nogaro uo dei vescovi più coraggiosi d’Italia, proprio perchè scrive articoli contro la corruzione ecclesiastica. Se non sai frato minor, taci.

  59. The O.C. il 22 giugno 2007 alle 12:12

    Non è chiaro se qui si commenta Saviano e l’onda anomala o l’altrettanto anomalo Morgillo.

  60. alcor il 22 giugno 2007 alle 12:33

    Su 59 commenti, 12 più o meno di insulti, il 20%.
    Non è poco il 20 %, spalma un gentile tocco di inciviltà sulle nostre vite.

  61. D il 22 giugno 2007 alle 15:59

    Ciò che è peggio, è il fatto che invece di parlare:
    1) di Saviano in quanto scrittore e/o giornalista;
    2) della camorra in quanto fenomeno sociale più o meno letterariamente rappresentabile;
    molti degli interventi sembrano rimandare a stolide ripicche di corridoio da sottobosco e dietro le quinte letterario. In tutto ciò Saviano e/o la camorra e tutte le aure (po)etiche del caso, sono solo strumenti di una microretorica volta a ferire l’interlocutore. Il problema essenziale, come ha ben sottolineato l’intervento di Luigi (che, ovviamente, in questo contumelioso furore, nessuno s’è filato manco di striscio), è la pluralità delle concezioni che si possono avere di un oggetto. Si potrebbe quasi citare il concetto alla base dell’antica filosofia indiana che ogni espressione di parere (ed ogni forma di inquadramento letterario) è una darçana perfettamente legittima dal suo punto di vista; si potrebbe dire, con la Cambridge-Oxford philosophy, che ogni inquadramento letterario, è un blik, una prospettiva. Si potrebbe citare Carl Schmitt, che, pur da filosofo para-nazista, ha paradossalmente formulato l’unico principio di tolleranza che potrebbe consentire all’uomo di sopravvivere al prossimo ciclo di catastrofi, l’idea di iustus hostis, per cui l’avversario non è un insetto da coventrizzare col Raid, ma si costituisce come avversario per un suo ordine interno perfettamente consistente e legittimo. Si potrebbero dire tante cose. Ma la piccola élite di quartiere, o di provincia, o di quello che è, è troppo occupata a fare a cazzotti (e magari a smaniare di maniare picciula) per imbastire un ragionamento…

  62. luminamenti il 22 giugno 2007 alle 15:59

    Cara Alcor, è il prezzo che si paga per la democrazia e il libero accesso.

  63. Alessandro Morgillo il 22 giugno 2007 alle 16:07

    No. Non sono invidioso di Saviano. Ho letto Gomorra. Non i suoi articoli. All’Espresso preferisco Vanity Fair. Senza l’assolutismo oppressivo della visione teologica dell’esistenza che schiaccia l’individuo non può esistere la camorra. Le organizzazioni criminali le si combatte dissacrandole negli strumenti gnoseologici ed emotivi, su cui si fondano, senza mai subirne il fascino. Ai lavandini a forma di conchiglia dei boss preferisco le tazze dell’Ikea.

    Che ci sia un vescovo che lo difenda ma che le gerarchie ecclesiastiche in realtà si comportino secondo una struttura di potere molto simile a quella criminale, significa che Saviano non connette l’operatività mafiosa nelle sue consonanze con quella vaticana. Questo paese morirà cattolico. La sua condanna. L’alter Christus sarà vittima di una struttura di potere che strumentalizza la credenza popolare.

  64. Alessandro Morgillo il 22 giugno 2007 alle 16:33

    In Italia il regime nazional-popolare è consenziente. Quasi patrimonio collettivo. Come la criminalità organizzata. Appena qualcuno canta fuori dal coro arrivano i profeti della rivelazione. Il successo di un libro non è benedetto dallo Spirito Santo. L’inconscio collettivo è tendenzialmente stupido. Si alimenta di piccole, meschine rappresentazioni. La memoria poi gioca sempre brutti scherzi. Il bello se ne va, i traumi restano.

    Saviano non opera una vera destrutturazione della camorra, in quanto il libro è legato a un solipsismo romantico che concepisce unicamente l’eroe come strumento salvifico della società, molto più complessa. Da evertire cambiando le strutture fondanti l’agire italico, paludato in un atavico clientelismo (egoismo) da clan familiare, santificato dall’unzione cattolica. Solo sradicandoci da questa perversa emotività potremmo operare sulla materia sociale ed economica, fondando un effettivo agire liberale. Non credo comunque sia ambizione diffusa dell’intellighenzia italica.

  65. The O.C. il 22 giugno 2007 alle 16:35

    Sinceramente alle tazze dell’Ikea preferisco i lavandini a forma di conchiglia dei boss.

  66. Alessandro Morgillo il 22 giugno 2007 alle 16:42

    Invece di fare le denunce, facciamo la Riforma. La finanza vaticana e quella mafiosa in Italia fanno afa. Il paese è a rischio desertificazione. Umana.

    Forse qualcosa di nuovo sotto il sole? Nei paesi sudamericani e in quelli africani le chiese protestanti nascono come funghi. Saranno loro ispirate dallo Spirito Santo?

  67. alcor il 22 giugno 2007 alle 17:40

    @ lumina

    :–)))

  68. zerbini2002@yahoo.it il 22 giugno 2007 alle 17:53

    @ girolamo

    Concordo con te quanto hai scritto. Il compito del giornalista è quello di informare, di infiltrarsi se necessario nel fenomeno che vuole analizzare e studiarlo dall’interno.
    Esistono ancora giornalisti di questo tipo e Roberto Saviano è uno di quelli che ha deciso di descrivere dall’interno il fenomeno “sistema” in Campania, di descrivere la camorra.
    Ho regalato una copia del libro ad alcuni miei studenti che lo hanno apprezzato moltissimo, increduli nell’apprendere cosa può succedere in una parte della nostra Italia. Di come stanno effettivamente le cose.
    Mi piacerebbe approfondire l’argomento. Ma effettivamente qui si parla poco di Saviano……peccato perchè NI è da anni che la conosco e l’ho sempre considerata una Comunità fatta e concepita da persone intelligenti.
    Ma quando si sparano volgarità gratuite, davvero non le sopporto.
    Credo cmq che continuerò a scrivere quello che penso, ma se vuoi (volete) potete contattarmi anche tramite mail.

  69. andrea b. il 22 giugno 2007 alle 18:22

    il malavitoso non esercita su di te un fascino, esercita un potere, il che è ben diverso, ben più complicato e un attimo più serio..
    E quando si tratta di fenomeni del genere, non solo bisogna parlarne e discuterne, ma un attimo capire, “affrontando spregiudicatamente la realtà” …qui si tratta di comprendere e raccontare, a giudicare poi sono tutti bravi, a sviscerare matasse con lo sguardo ossessivo dello scrittore, che come tutti è essere umano, non è cosa che si vede tutti i giorni in italia, di conseguenza sembra che il contenuto, il racconto, la denuncia passi in secondo piano e sale a galla tutta la feccia di critiche inutili e meschine, maliziose ed ignoranti, non so perchè mi viene in mente orson welles che nella ricotta di pasolini da “regista” a domanda del giornalista “che cosa ne pensa della società italiana?” risponde: “IL popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d’europa”….

  70. Alessandro Morgillo il 22 giugno 2007 alle 22:39

    Qualcuno dica ad Orson Welles che l’Italia non ha mai avuto una dimensione borghese

    Andrea, un apostolo della camorra per esercitare su di me il suo magistero dovrebbe prima riuscire ad instaurare con me una relazione.  La vedo dura. Non è riuscito ad avere potestà su di me neanche Cristo. Non voglio essere salvato.  Vivo nell’illecito. Senza grazia.
     

  71. andrea b. il 23 giugno 2007 alle 14:35

    …mhm, capisco…

  72. Felice Muolo il 23 giugno 2007 alle 18:00

    Vi consiglio di leggere COMPLANARE PUTTA e CRISTO NON SI CORICA di Felice Muolo, Edizioni IL FILO

  73. ciro pellegrino il 23 giugno 2007 alle 23:33

    Per quanto mi riguarda, tante riserve su Gomorra. Una su tutte: non c’è il rapporto tra camorra e politica. E mi dispiace: la camorra non è solo ciccio ‘o stuorto o pasquale ‘o malamente. Ma anche l’Onorevole Dottore, il Medico Luminare, il Docente Chiarissimo e il Monsignore Eminentissimo.

  74. Giambattista il 24 giugno 2007 alle 01:05

    Caro Roberto Saviano,
    scrivo a te perchè ti sei guadagnato la mia stima con i tuoi articoli e con il tuo libro. Forse ti farà piacere sapere (o magari lo sai anche) che circa un secolo fa un docente socialista, promotore tra l’altro di una collana di scritti di Marx, Engels, Lassalle per l’edizioni Avanti! fu protagonista, insieme a pochi altri socialisti come lui, di una lotta senza quartiere contro la camorra. Come vedi cambiano gli uomini, le facce, ma la storia si ripete. Dopo essere stata devastata dal laurismo, svenduta e malgovernata dalla Dc, dopo i tentativi dal fiato corto, finiti peraltro malissimo, del rinascimento napoletano della prima era Bassolino, in piena e montante globalizzazione, Napoli ritorna agli onori (si fa per dire) delle cronache nazionali con i recenti e sempre più spettacolari omicidi che si contendono, a gara, le prime pagine dei giornali, con i milioni di tonnellate di rifiuti per le strade, al tal punto da regalare al commissario speciale Bertolaso la possibilità di vestire i panni dell’eroe. Roba da non credere. Hai ragione: la camorra ha piantato radici sempre più profonde e ramificate nell’imprenditoria e nella politica, dispone di un patrimonio immobiliare incalcolabile, impone le sue tasse e distribuisce lavoro al posto dello stato. Ma proviamo, per un attimo, e sono certo che sarai d’accordo con me, come peraltro si evince da certe tue pagine, a chiederci perchè tutto questo è potuto accadere. La prima risposta, quasi banale, ma non poi così scontata se ci si pensa bene, è per lo stato di disfacimento del vecchio sistema politico, accompagnato dalla nascita di gruppi di potere clientelari che hanno preso il posto degli altrettanto clientelari partiti di antica tradizione. Questo però ha imposto regole da far west, mentre i partiti tradizionali, quanto meno, gestivano (male e con sprechi inauditi) pur sempre all’interno delle regole dello stato. E qui ci sarebbe da fare tutto un discorso sulla mancata attuazione della costituzione e sul significato che assume, oggi più che mai, la difesa di certi principi di fronte agli attacchi alla costituzione, provenienti, si badi bene, non solo da destra, ma anche, a quanto pare, dai nuovi rampolli del futuro partito democratico. Ma non è il luogo adatto per parlarne. Di fronte a questo vuoto della politica, colmato da queste sempre più sanguinarie e ciniche compagnie di ventura, sentire le giaculatorie delle istituzioni a ogni morto ammazzato a Napoli, come più in generale nel Sud d’Italia, che si chiudono tutte con il solito inno alla legalità e con la richiesta di più ordine (sì, proprio come quello che si chiedette a Genova in quell’afoso luglio del 2001), diventa sempre più insopportabile a tutti noi, che non viviamo a Napoli, non oso immaginare cosa possano pensare i napoletani che poco o nulla hanno a che fare con la camorra (ovvero sia la maggioranza della popolazione). Per non parlare del vedere in tv il volto disperato del commissario addetto allo smaltimento dei rifiuti che invoca san gennaro anzichè il coinvolgimento diretto del governo, e per non dire infine delle ridicole prediche del cardinale che dispone di impiantare sulle soglie delle chiese dei cestini dove gli accoltellatori pentiti possano andare a deporre le loro armi insanguinate. Non sono tra i fautori della politica sopra ogni cosa, anzi credo che la politica, oggi più che mai, sia davvero il rifugio delle canaglie. Ma è il caso di dirlo, l’unico modo che potrebbe non dico interrompere ma quantomeno scalfire lo strapotere della camorra, in questo momento, è proprio la politica, insieme alla mobilitazione democratica della gente: è nell’assenza di sedi dove si elaborano le proposte, dove si controllano le rappresentanze, che prosperano questi gruppi criminali o terroristici che dir si voglia, insomma dove non si respira la democrazia. Alla democrazia, dopo tangentopoli e il crollo della partitocrazia, si è invece sostituito il regime dei governatori, e a Napoli ne sapete qualcosa ormai da tempo. Ed un segnale forte a tal proposito, a livello nazionale, per poi dirigerlo a livello locale, dovrebbe iniziare a darlo l’attuale governo, modificando quell’obrobrio di legge elettorale che prevede addirittura la designazione preventiva degli eletti da parte delle segreterie dei partiti, escludendo la gente comune dalla possibilità di decidere alcunchè. Ma siccome anche io come te sono meridionale per guardare al paese e alla speranza di democrazia mi viene di guardare al Mezzogiorno d’Italia. Qui ai guasti antichi si sono aggiunti quelli nuovi, a quelli della partitocrazia si sono sovrapposti quelli della democrazia senza partiti, a meno di una svolta decisiva da parte delle menti più avvertite e, possibilmente, più giovani di quella sinistra che finora è rimasta sostanzialmente a guardare. Non bastano più gli esempi eroici, che siano Gramsci, Vittorini, Pasolini, Sciascia o Falcone. Adesso è il momento di metterci dentro le mani, di iniziare a darci dentro con una pala di idee concrete, che siano alternativa al moderatismo da strapazzo e alla disponibilità al compromesso di questa sinistra che dice di rappresentarci, ma che, per quanto mi riguarda (ma credo che sarai d’accordo con me), non ci rappresenta affatto. Anche limitatamente a questo, si dovrebbe guardare al passato per prendere esempio e innervare di contenuti moderni e nuovi certi progetti, ancorchè falliti. Nel 48 in occasione di quel fatale 18 aprile che aprì la strada al trentennio di strapotere democristiano , proprio per provare ad opporsi a qualcosa che si presagiva letale per il paese, un gruppo di personalità della sinistra diedero vita al cosiddetto Fronte democratico del Mezzogiorno, che si inseriva nel contesto più generale di quel famoso Fronte popolare che aveva come emblema elettorale il volto di Garibaldi. Tra queste personalità ricorderei due nomi su tutti, uno comunista, Giorgio Amendola, e l’altro socialista, Francesco De Martino. Si trattò del primo e unico grande movimento democratico di massa che il Sud e le isole abbiano conosciuto nella loro storia, che guidò movimenti di lotta costati la vita a decine di sindacalisti e di braccianti e operai uccisi dalla polizia, che creò circoli culturali, riviste, insomma che mise in circolo idee democratiche e grandi speranze. La storia non si ripete uguale ma ricordarne gli esempi, scoprirne i protagonisti, può permettere di riproporre, di alimentare culture, stimolare idealità, suggerire nuovi modelli di lotta politica. Sarebbe bene che noi giovani, almeno quelli di noi che ci credono, ma anche le forze politiche di sinistra, almeno quelle che si sentono eredi o comunque vicine a certe forme di lotta e di proposta politica (diciamo quella parte che è disposta ancora a credere nella validità della costituzione e quelle sinistre sparse che hanno voglia di dare un contributo che non sia di mera contestazione) riscoprissero e valorizzassero di nuovo quella grande pagina della nostra storia del meridione, accantonando una volta per tutte le rivalità e le piccole beghe di bottega. Oltretutto, questa proposta di un cartello della sinistra democratica del Mezzogiorno, avrebbe perfino più chances di riuscire e andare in porto di quella del Fronte del ’48, visto che allora il movimento fallì per colpa della divisione tra socialisti e comunisti a seguito dei fatti di Ungheria del ’56, mentre stavolta non c’è più l’Urss a dividere,ma ci sarebbe l’Europa che potrebbe, invece, unire.
    Spero che tu possa trovare il tempo di rispondermi e magari di iniziare insieme un confronto su questi temi, nel frattempo ti saluto e ti rinnovo ancora la mia stima per i tuoi scritti. Molti cari saluti,
    Giambattista

  75. The O.C. il 24 giugno 2007 alle 10:49

    Caro Giambattista,
    sul meridionalismo tieni abbastanza ragione, anche se dalle mie parti non andiamo oltre il club med del professor Cassano. Sulla nuova sinistra garibaldina ci penserei due volte visto che stiamo (state) per consegnare il PD a quelli che definisci ‘moderati’. Eppure al sud qualche altra esperienza di ‘lotta e di governo’ ci stava e ci sta pure, ma appena entri nelle stanze del potere scatta subito l’accusa di moroteismo. Comunque vale la pena seguire questa traccia e riparlarne. Su Bertolaso non so che dirti, mai visto un eroe preso a calci.
    Saluti

  76. rosa il 26 giugno 2007 alle 15:17

    Credevo in Nazione Indiana. Almeno fino a pochi giorni fa. Ho seguito in questi mesi i dibattiti intorno alla letteratura e mi sembrava una strada percorribile. Oggi scopro che è bastato mettere in ombra uno dei maggiori artefici del blog ed è subito scattata la CENSURA
    CHE SCHIFO
    Rosa

  77. gianni biondillo il 26 giugno 2007 alle 17:18

    Rosa,
    questo post lo gestisco io. Qundi sono io il responsabile di eventuali cancellature. Che però NON ci sono state. Non so di cosa tu stia parlando.
    Io, quando cancello, LO DICO.
    Se invece stai parlando d’altro, non so, spiegati…

  78. Giambattista il 30 giugno 2007 alle 15:32

    Ho capito: niente risposta di Roberto, niente dibattito. Avevo posto qualche problema che andava un po’ oltre la letteratura, che si spostava su un terreno più politico e sociale. Evidentemente non è il luogo adatto per certe riflessioni. Mi avevano parlato bene di questo blog, pensavo fosse un po’ più vivo. E invece è aggiornato quotidianamente con brani più o meno brillanti di narrativa, poesia, ecc. ma nulla di più. Mi permetto, umilmente, di dare un consiglio però: forse se la letteratura e la poesia oggi sono in piena crisi, un motivo ci sarà e dipende proprio dal modo di concepirle.
    Molto cordialmente e buon proseguimento di blog
    G.

  79. Giambattista il 3 luglio 2007 alle 20:00

    A proposito, già che ci sono, vi rimando al blog:
    http://lademocraziallaprova.blog.espresso.repubblica.it/interventi/



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