Fons calida

23 giugno 2007
Pubblicato da

di Flavia Ganzenua

Ci sono tanti tipi di marchi. Io ne ho uno indelebile, un cordone, lungo tutto il torace. Da sotto la gola, poco sopra lo sterno, al pube. E’ un’arma che ho imparato a usare bene. E’ una sorpresa, una caramella che mi gusto piano, che lascio sciogliere sulla lingua, riempiendomi la bocca del suo liquido amaro. E’ un filtro, il vetro che mi separa dalle cose. Sono al sicuro. Ero al sicuro.

La maglietta si arricciava sui fianchi, lasciava scoperta la cicatrice rigonfia di tintura di iodio e di sabbia. Salii le scale di corsa. Contai i gradini con la stessa cura con cui una volta strappavo via la coda alle lucertole. La sottoveste si attorcigliava a ogni passo. Si infilava tra le gambe scottate dal sole, il costume bagnato. Spinsi la porta con due mani e mi lasciai cadere sul letto, la faccia tra i cuscini. Tirai su la gonna. Dischiusi le gambe, sollevai l’elastico degli slip e rimasi immobile – i piedi tesi, rigidi, il dito che si inumidiva piano. Trattenni il fiato, morsi le lenzuola sudate. La stoffa si attaccava alle labbra, sapeva di saliva, di amido, di benzina strofinata a sangue per togliere il cerotto. I punti si tendevano sotto la colla. Mi girai su un fianco, strinsi le cosce. Guardai la cicatrice smagliata, inghiottita dalle lentiggini – centinaia di migliaia di chiodi sparsi a caso, in disordine. Volevo alzarmi, ma mi facevano male gli occhi. Una luce alcolica, di candeggina, imbeveva la stanza, la sovraccoperta. Era cloroformio. Immaginai il calore che si disperdeva dalle braccia, le spalle, che saliva su, verso l’alto e sentii che era lì che si annidava tutto, negli angoli del soffitto. C’era un ingorgo di cose. Scivolavano dal centro verso i lati.
Fissai a fatica la chiazza di umidità che colava lungo le pareti. Strisce giallognole gonfiavano l’intonaco, scavavano, lo sollevavano come radici millenarie che sfondano l’asfalto. Pensai che quella escrescenza aveva odore, un odore bagnato che penetrava nell’aria, la impregnava. L’avevo addosso, trasudava dal materasso. Mi raggomitolai, conficcai le ginocchia nello sterno. Portai l’indice alla bocca, lo succhiai. Si raggrinziva piano sotto le labbra. Era salato, appiccicoso. Sapeva di lei, del suo tatuaggio lucido di vaselina, dei suoi capelli rasati a zero.
Glieli avevo tagliati con perizia una sera di luglio, tendendo la cute con le dita, insistendo nei punti più sensibili, dietro le orecchie, la nuca. Attenta a ogni reazione di lei, la schiena inarcata, la pelle d’oca al contatto col trimmer. Cercavo l’accesso, il punto di sutura allentato, slabbrato e lì avrei insistito con pazienza. La osservavo riflessa nello specchio, la testa china, inclinata da un lato, il segno della catenella d’oro sul collo. Sembrava così fragile, trasparente, nella maglietta estiva. Era una pianta grassa che concentrava in sé tutta l’acqua del deserto. Mi dissetava al solo contatto. Guardava veloce, velocissima, spiava le mie mani, le guidava.
Poi era toccato a me. I capelli si mischiavano ai suoi sul pavimento. Tentavo di restare lucida, mi concentravo sulle piastrelle, sul loro colore, ma ero una zolletta di zucchero, immersa in un liquido caldo. Sentivo il sangue che colava lungo la spina dorsale, tra le gambe: era un’emorragia. Colava fuori di me, cambiavo forma, sesso, desiderio. Ero immensa, ero una cosa piccola che cade e si rompe. Avevo lasciato che mi spogliasse e mi mettesse sotto la doccia. Non avevo opposto nessuna resistenza, anzi, mi ero presa quello che volevo. Le avevo stretto i polsi, afferrato le mani, le avevo usate a mio piacimento, erano le mie. Le avevo strofinate sulla cicatrice, giù fino all’ombelico, il mio secondo ombelico, il foro di spurgo, e l’avevo tenuta così, contro il torace ricucito, per un tempo denso come bario. Avevamo dormito incastrate l’una nell’altra, vegliato l’una sull’altra.
Passavo sempre più tempo da lei. Due giorni diventavano una settimana, un mese; lunedì diventava sabato. La accompagnavo alla macchina all’alba, e restavo la mattina a letto ad aspettarla. Avevo fame di me e mi nutrivo. Se mi guardavo in controluce ero piena di striature che rendevano il vetro opaco. La conoscevo dai tempi del liceo, ma ci avevo messo tutti i miei trentaquattro anni per innamorarmi.
L’avevo rivista a una festa. Quando si era seduta accanto a me, la stanza si era sollevata ed era ricaduta di schianto. Eravamo uscite sul pianerottolo a fumare. Salivo e scendevo dal gradino, mi aggrappavo alla balaustra. Lei era l’unica cosa nitida. Tutto il resto era distorto: la città fluorescente in lontananza, i fari delle auto sulla tangenziale, il tonfo sordo del tappo di spumante sul soffitto del salone. Ci allontanavamo e avvicinavamo l’una all’altra come gocce di mercurio.
C’eravamo scritte per un mese. Le avevo confessato tutto, cosa volevo, cosa mi piaceva, come avrei voluto essere torturata. Ogni mail era un graffio, polpastrelli gelati che frugano e scuotono fianchi e schiena. Venne a Roma un giovedì di febbraio. L’ultima sera ce ne andammo al cinema. Del film ricordo il velluto rosso della poltrona, le sue lunghissime gambe accavallate, la vena in rilievo sotto gli anelli. All’ennesima scena cruenta mi aveva coperto gli occhi. Allora avevo capito: era lì che volevo stare, tra le sue dita, al buio, ad ingoiare il suo odore e il mio, senza muovermi più. In albergo eravamo rimaste abbracciate per ore, nude fino alla vita. Senza guardarla, la spingevo contro di me, baciavo le sue sopracciglia, i suoi nei, mi bagnavo nella mia stessa saliva.
Due settimane dopo mi mostrò la sua casa. Sembrava che la marea la avesse sommersa fino al soffitto, per poi ritirarsi di colpo disseminando il pavimento, le pareti, i cassetti, di conchiglie, rami, gorgonie. Posai la valigia in camera da letto. Era diversa dal resto della casa, così scarna, disossata. Era una bolla d’aria in fondo al mare, allo stomaco; un nodo stretto, un collare. Nei giorni precedenti, avevo cercato di immaginarla, ma per quanto mi sforzassi, non ci riuscivo. Era una frase cancellata col bianchetto, il dettaglio sfocato di una foto. Visualizzavo soltanto dei pezzi, il comodino basso, l’icona appesa al muro. Restavo fuori, sulla soglia, ma sapevo che quella stanza era il letto di Procuste su cui volevo essere tormentata fino a perdere coscienza ed essere rianimata solo per perderla ancora, e ancora, di nuovo.
Mi prese per mano e uscimmo. Entrammo in un cortile, superammo una porta a vetri. Mentre mi disinfettavano, sentivo la macchinetta che vibrava. L’ago incideva, iniettava l’inchiostro sotto pelle. Sudavo freddo, era come depilare a caldo una sbucciatura. Lei mi guardava, accucciata poco distante, mi teneva. I suoi occhi mi frugavano, era una perquisizione.
Una volta a casa, mi stesi sul letto. Sfiorai le labbra con la lingua, con la punta insistevo tra le pieghe, negli angoli, e la sentii tutta. La respirai a fondo, era dietro di me, addosso. Era una risacca che ingoia e risputa. La sua voce mi arrivava dalla cucina. Prima del mio arrivo mi aveva chiesto cosa avrei voluto per cena, ma mi aveva proibito di entrare, era una sorpresa. Questa cura mi piaceva e questo piacere era una novità.
Dormire nello stesso letto, svegliarsi e fare colazione insieme, era per me come abbinare il rosso e il rosa, mettere il sale nel caffé, disinfettare una ferita a carne viva con la tintura di iodio. Esisteva una distanza di sicurezza tra le persone ed era un codice, non lo si poteva violare. Io avevo sempre avuto bisogno di più spazio, di più ossigeno, o diventavo cianotica. Era come da piccola, al mare. Ci mettevo il doppio del tempo ad entrare in acqua e avevo poca autonomia. Sentivo subito freddo. Il sangue venoso si mischiava a quello arterioso. Filtrava attraverso le pareti, ero una spugna che si impregnava. Le labbra e le unghie diventavano viola. Guardavo il palmo della mano livido e gonfio come il ventre di un pesce e rimanevo immobile, a mollo in quel caldo infetto che ustionava le guance.
Ero immune agli scherzi, nessuno osava schizzarmi. C’era un alone, qualcosa di sacro che mi proteggeva. Era un nastro alla fine di una corsa, teso, leggero, un imene sottilissimo. Immaginavo di sfondarlo col corpo, con tutto il corpo, sospesa a mezz’aria nello sforzo di buttarmi in acqua per prima. Prima degli altri, prima della ragazzina dello stabilimento accanto. Poco più alta di me, gli occhi lunghi e stretti, – due tagli rimarginati male -, sempre abbronzantissima, era caramello, sfumava in bocca. In spiaggia non mi rivolgeva la parola, poi si tuffava, si appoggiava coi gomiti al materassino, le gambe aperte, il costume trasparente, e mi fissava. Avrei voluto sedermi sul fondo, proprio sotto di lei, e farla sciogliere tra le dita come burro. Invece non riuscivo a smettere di tremare. Mia madre correva e mi avvolgeva nell’asciugamano. Mentre mi asciugava i capelli, pensavo che se avessi saputo controllare muscoli e respiro, la ragazzina e il suo stupido materassino sarebbero stati miei per sempre. Allora giurai che se fossi vissuta così a lungo da aprire la porta senza dovermi alzare sulle punte, non mi sarei mai più fatta prendere e portare via. Questa promessa era calcare che resisteva agli acidi. Avevo imparato a serrare bocca e denti, a regolare ogni contrazione. Mi ero esercitata a lungo.
Sfiorai il tatuaggio in rilievo sul braccio. Faceva male, pulsava, era un morso, ma non mi bastava. Quando mi chiamò dalla cucina per dirmi che la cena era pronta, non risposi. Mi sdraiai sul letto, incastrai bene i polsi alla spalliera e aspettai. Si affacciò alla stanza e rimase a osservarmi. Io tenevo gli occhi bassi. Non riuscivo a guardarla a lungo, non ci ero mai riuscita. Si avvicinò, sfilò la cintura dei pantaloni e mi legò stretta. Sentivo la cinghia che bloccava la circolazione, non piegavo più le dita. Mi aprì a forza le gambe, con le ginocchia le teneva ferme, e quando si chinò su di me, tutto fu risucchiato via, al centro.
Poi mi slegò, disse di mettermi a pancia sotto. Mi accarezzò la schiena, giù fino ai reni, indugiando dove mi contorcevo. Sussurrò che dovevo rimanere immobile, qualunque cosa facesse. Annuii, era stata sempre una mia fantasia. Gliel’avevo confessata un pomeriggio in cui continuavamo a baciarci senza volere nient’altro. Si sdraiò su di me, con la lingua insisteva sul collo, l’orecchio. Si bagnò l’indice con la saliva, e mi ordinò di dischiudere le gambe. Lo sentivo scorrere tra la peluria rasata di fresco, le cosce. Lo strofinava lentamente, poi sempre più veloce, e ogni volta che stavo per muovermi, si bloccava.
Non volevo che smettesse mai e invece mi chiese di voltarmi. Si stese su di me e cominciò ad accarezzarmi, ma senza togliermi gli slip. Con lingua, proprio in punta, compiva dei piccoli movimenti circolari, lenti, lentissimi, alternati a dei colpi leggerissimi. Erano scariche elettriche, non controllavo più niente. Era come cadere in acqua e aggrapparsi a qualcosa di scuro, sfuggente. Non avevo mai provato così tanto piacere. Era una ferita, faceva male. Era una mano che mi teneva giù la testa. Piansi dallo stomaco, era da lì che partivano gli spasmi. Da lì partiva il dolore. Mi avvolse nel lenzuolo, mi tenne stretta. Nascosi la fronte nell’incavo del suo collo, sentivo il mio odore sulle sue labbra. Chiusi gli occhi e rotolai indietro, dentro di lei, a pezzetti piccolissimi.

5 Responses to Fons calida

  1. Giuseppe Iannozzi il 23 giugno 2007 alle 09:57

    Nessuno ha autorizzato copia e incolla.

    ALLORA, INDIANI, CHE FATE, CANCELLATE IMMEDIATAMENTE QUEL TROLL CHE SI FIRMA CAMILLA IANNOZZI, O CHE ALTRO?

    IN QUANTO GESTORI DI QUESTO N.I. SIETE IN TUTTO E PER TUTTI RESPONSABILI DI QUELLO CHE I VOSTRI AMATI TROLL FANNO E NON FANNO, SPERO VI SIA CHIARO IL CONCETTO.

  2. così&come il 23 giugno 2007 alle 16:57

    manierismo della trasgressione

  3. pisello barzotto il 23 giugno 2007 alle 20:48

    Cosa ho detto di così terribile da essere censurato?
    In un commento a un brano erotico……di una che descrive di quando mette le dita nella vagina delle altre donne e non per farle partorire…….
    Artisti un paio di palle.

  4. silvia il 25 giugno 2007 alle 13:10

    Selvaggia e chirurgica, invece ha grande tenuta, ed è davvero brava.

  5. Matteo il 26 giugno 2007 alle 19:21

    No direi proprio che non è manierismo della trasgressione, perchè non vuole trasgredire, non trasgredisce una forma morale, ma una forma narrativa prevedibile e consolidata. Le sue metafore sono potenti e misurate, non concede e non indulge, non è autoreferenziale anche quando usa la prima persona. E’ una prima persona interiore che gioca tutto sul corpo, e il suo erotismo è prima di tutto una mancanza, una lacerazione di affetti e di desideri. Non c’è che dire, un racconto davvero impressionante, una voce femminile che ci appare a noi maschietti come un modo per riflettere sulla sessualità…



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