Lezione

27 giugno 2007
Pubblicato da

di Luigi Meneghello

meneghello2.jpg

A lezione una giovane dai lunghi capelli, che pare disegnata da Ciarrocchi, mi ha domandato che cosa vuol dire deorum manium jura sancta sunto. Eravamo verso la fine dell’ora, mancava un quarto all’una.
Ho confessato che da ragazzo credevo volesse dire: “I morti hanno un loro mondo giuridico: rispettatelo”. Ho detto che ogni volta che da adulto ho corretto questa assurda interpretazione fantastorica (per me altamente suggestiva) mi sono poi dimenticato di averla corretta, e ho continuato a vivere come se quella fosse l’interpretazione vera. Naturalmente una frase di questo tipo non possiamo domandarci che cosa vuol dire in assoluto, solo che cosa voleva dire a suo tempo. Qui penso che c’entri il culto dei morti: i decreti, le consuetudini relative a questo culto, gli “jura” dei morti. Quali fossero di preciso non lo so. Diciamo che in pratica si intendesse dire tra l’altro “Si dispone che i giuramenti fatti invocando i morti siano trattati come sacri”. Poi, ancora più in pratica, ho detto, questo potrebbe voler dire varie cose, per esempio “Lo stato s’impegna a far rispettare le promesse fatte nel nome dei morti”, oppure “La legge dispone che siano punite le dichiarazioni false fatte chiamando a testimoni i morti”.
Ho accennato che l’esempio dei giuramenti ha uno speciale valore per me a causa di un testo orale – nella stessa lingua ma in una fase successiva di sviluppo – in cui si associano il giuramento e la morte. È il modo come si giurava al mio paese:

“Jura!”.
“Ca mora!”.

A un imperativo di sfida risponde un ottativo funebre che in realtà si rifà all’assioma: “È la morte che garantisce i giuramenti”, quasi sottintendendo “e non lo stato”. Perché lo stato, ho aggiunto, non garantiva niente al mio paese, e non c’era alcun collegamento serio tra le leggi dello stato e il regno dei morti. Non sottovalutate, ho concluso, le associazioni che paiono non pertinenti, i significati sono cose strane! Mi sono accorto che era l’una passata di qualche minuto e ho dovuto chiudere qui la lezione. La ragazza di Ciarrocchi è corsa vis in fretta, con gli altri, per non far tardi alla Hall.
Sono andato a casa a mangiare, poi ho aiutato come sempre a sparecchiare. Poi sono andato nel mio studio e mi sono disteso sul divano, con sopra il solito plaid scozzese a scacchi verdi e blu.
Erano dèi tutti i morti? Erano solo l’oggetto, o anche la fonte dei loro jura? Cosa si intendeva fare quando si giurava?quale sarà stata la forza giuridica di “sunto”? ogni parola sembra chiudere un mistero.
Potrei consultare qualche scholar serio qui all’università, nel reparto di Classics, o anche uno dei grandi specialisti a Oxford o a Londra, ma so già come andrebbe il colloquio. Forse bisognerebbe avere a disposizione un romano, colto, dell’epoca giusta, e metterlo alle strette. Però di nuovo, chissà se ne caverei altro che i soliti viziosi giri di parole. Dovrei schiacciare la sua mente: ma verrebbe fuori l’essenza che si cerca? C’è questa essenza?
Dèi mani, giure, giura, sacro, santo, sunto.
Parliamo perché abbiamo la bocca.

[da Jura. Ricerca sulla natura delle forme scritte (Bur 2003)]

9 Responses to Lezione

  1. linnio il 27 giugno 2007 alle 05:04

    l’anno scorso è uscito un cofanetto-dvd dove lo scrittore di Thiene viene intervistato da marco Paolini; il regista è Carlo Mazzacurati. Il volto e la voce di Meneghello, da sè soli, rendono prezioso questo dvd: la voce esile, quasi chioccia, ad inseguire il filo di una memoria vividissima, che procede per ‘sfregola, lampi-sgiantizi, cortocircuiti’ capace non solo di focalizzare particolari apparentemente irrilevanti, ma di contestualizzare il senso e la centralità fondante: i temi scritti alle elementari, il colore di una vecchia tuta da motociclista, una battuta materna, un appunto sul rovescio di una busta,….Meneghello stesso poi illumina questa stupefacente capacità prensile a ritroso spiegando che, essendo andato via dall’Italia in giovane età, ‘ i miei ricordi precedenti si erano fissati per sempre. Io non ho assistito ai radicali mutamenti che, mese dopo mese, anno dopo anno, decennio dopo decennio, trasformavano la vita e la lingua degli italiani. Io ero via, lontano. E questo ha fissato la memoria, penso”. Mentre risponde alle domande, sul suo volto, attraversato da un lieve reticolo di righe, i suoi occhi, a seconda dell’argomento, o si dilatano per tentare di persuadere chi ascolta o si strizzano fino a trasformarsi in fessure impercettibili, quando a prevalere è l’understatement d’alta classe, l’ humour dissacrante, la contagiosa comicità di cui Meneghello è naturale depositario.Il tentativo di Paolini, peraltro abbandonato ben presto, di far rientrare questa intervista nel solco dei consueti bilanci di fine carriera, quando un artista, dopo lunga ed onorata carriera, dovrebbe tirare le fila di un intero percorso creativo ed esistenziale( “Quando sei nato?” è l’ esordio ultratradizionale con la quale si apre ), viene spazzato via dalla fluttuante ricerca mnestica dell’autore, che, attraverso frammenti, ellissi, aneddoti, ricordi, incanta con il fascino di una conversazione affabulante e magnetica, intessuta da quella stessa malìa evocativa e liricheggiante che rendono ‘imperdonabili’ tante sue pagine. Quanti altri libri riescono, come ‘Libera nos a malo’ a farci ridere mentre leggiamo? quanti altri libri ci restituiscono un’immagine così realistica e poetica dell’Italia dei nostri padri, della ‘provincia’ quando ancora era tale ? forse solo Amarcord ha la stessa potenza evocativa…

  2. elena gottardello il 27 giugno 2007 alle 11:06

    Sono veneta, veneti i miei nonni e i miei genitori. Quando ieri pomeriggio ho saputo che Meneghello se ne era andato, ho pensato che con lui se ne era andata una persona di casa, uno di quei parenti che viene a trovare nonna ogni tanto, con cui hai un legame di sangue lontano ma che sempre legame è. Uno che ritrovi a tavola alla domenica davanti al coniglio arrosto, e ti racconta le cose dei tempi suoi, tempi che tu non hai conosciuto, eh sì, perchè cara mia sei troppo giovane, e sapessi cosa ti sei persa. Te lo racconto io, siediti qui.
    E io ad ascoltare.

  3. elena gottardello il 27 giugno 2007 alle 11:27

    Sono veneta, veneti i miei nonni e i miei genitori. Quando ieri pomeriggio ho saputo che Meneghello se ne era andato, ho pensato che con lui se ne era andata una persona di casa, uno di quei parenti che viene a trovare la nonna ogni tanto, uno con cui hai un legame di sangue lontano ma che sempre legame è. Uno che ritrovi a tavola alla domenica davanti al coniglio arrosto, e ti racconta le cose dei tempi suoi, tempi che tu non hai conosciuto, eh sì, perché mia cara sei troppo giovane, e sapessi cosa ti sei persa. Te lo racconto io, siediti qui.
    E io ad ascoltare.

  4. linnio il 27 giugno 2007 alle 11:50

    Bufalo Bil
    l’è morto defunto
    che ‘l ‘ndava in gropa a un bel cavalo de argento gualivo
    e ‘l spacava uno do tre quattro sincue
    ochete de gesso come-gnente-fusse
    Jesu
    el gera un bel omo
    e la senta, la me diga
    ghe piaselo el so tosato dai oci asuri
    Signorina Morte?

    Buffalo Bill di e.e. cummings traduzione di L.Meneghello

  5. michele il 27 giugno 2007 alle 14:22

    “Il valore di Luigi Meneghello è sicuramente meno chiaro oggi nel Veneto che altrove; la sua storia è un’esperienza che attraversa l’Europa raccontando di un’Italia preziosa non solo per chi vuole ricordare ma anche per chi oggi vuole ricostruire legami, identità, cittadinanza prima dell’appartenenza a una parte.
    Luigi Meneghello è stato un uomo del Nord Italia che ha usato la sua lingua per farsi capire, mai per escludere. E’ stato sempre un vicentino di paese, ma anche un partigiano d’Altipiano, un italiano all’estero stimato nella sua università e non solo. E’ stato negli ultimi (duri) anni il vedovo della Kate, donna eccezionale non solo perché sopravvissuta ai lager nazisti, ma per la sua discreta e autorevole condivisione del lavoro dello scrittore.
    Abbiamo tutti, dalla scomparsa di lei, provato ad alleviare la sua solitudine, lui compreso, mantenendo fino all’ultimo una vita intensa ed aperta.
    In questo momento sento che a loro, a tutti e due, dobbiamo dire grazie e addio, con la stessa leggerezza, senza retorica.
    Prendete la vostra copia di un libro di Meneghello e poi firmate voi una dedica (A Gigi e a Kate) sulla pagina con il titolo.
    Se invece non lo avete mai letto prima, fatevi scuotere dall’inevitabile clamore dei giornali in questi giorni, dai coccodrilli dei ricordi di quanti, più autorevoli di me o più vicini a lui, o semplici lettori, vorranno testimoniare. Fatevi scuotere e cominciate un suo libro, il più famoso, così arriverete all’irresistibile pagina di “Libera nos a Malo” in cui un brombòlo (insetto mitologico dell’alto vicentino) scala un monumento usando i nomi dei caduti incisi nel marmo non come citazioni ma come appigli alle sue zampette.
    Questo credo di aver imparato da Luigi Meneghello: la memoria è un muscolo da allenare con pazienza; richiede esercizio e pratica come la cura del corpo, ma non ci sono palestre a pagamento per questo, non si può affidarsi a qualcuno, tocca farlo da soli, giorno per giorno, serve tempo, non si paga niente, è gratis e forse per questo oggi vale poco. Fatelo, è un giorno buono per cominciare l’allenamento, approfittate della promozione, dell’offerta speciale di questo funerale, per lui che è stato, per esser noi più viventi ancora di quel che finora eravamo.”

    Marco Paolini

  6. The O.C. il 27 giugno 2007 alle 23:45

    “Ricostruire legami, identità”. Il giusto valore dell’autobiografia. Il racconto di sé come storia di una nazione.

  7. dario il 28 giugno 2007 alle 09:13

    Spiritosaggini. Guardarsi dalle.

    (dal primo volume de “le Carte”)

  8. straelena il 29 giugno 2007 alle 13:37

    La vita è davvero strana.
    Lunedì sera finisco di leggere “Libera nos a Malo”.

    Libro bellissimo, scritto in una lingua che è una commistione di italiano, veneto e inglese, forse a volte più semplice da capire per chi nella realtà e nel dialetto veneto ci vive, fatto di memorie mai banali, unite a riflessioni profonde, rigorose e allo stesso tempo piacevolissime, sul costume, la storia e i personaggi di un angolo d’Italia sconosciuto ai più, riflessioni spesso comunque estensibili a tutta l’Italia dell’epoca, senza mai cadere nella nostalgia, nel provincialismo e nella retorica dei bei vecchi tempi.
    Il libro è stato scritto nei primissimi anni 60, Meneghello nelle ultime pagine parla della nascita di un piccolo benessere economico in quelle/queste zone, dove vivo anch’io a poca distanza, da sempre terra di emigrazione per l’estrema povertà, terra di fatiche, di pellagra e di ignoranza, e racconta di piccoli cambiamenti nelle persone, nell’economia e nella struttura della sua cittadina, Malo.

    Letta l’ultima pagina, con quel piccolo dolore che prende quando si finisce un bel libro e si vorrebbe che continuasse per altre cento pagine, e si gira tra le mani, rileggendo qualcosa qua e là, mi ero chiesta: chissà se Meneghello avesse scritto la stessa opera in questi anni cosa ne sarebbe uscito.
    Mi sarebbe davvero piaciuto un “Libera nos a Malo” del nuovo secolo, in un veneto seviziato dallo sviluppo economico, con un territorio reso irriconoscibile dalla selva di capannoni, zone artigianali e industriali e centri commerciali, una campagna ridotta ai minimi termini, una rete stradale praticamente inservibile perchè intasata notte e giorno di camion e traffico automobilistico, e soprattutto mi sarebbe piaciuto leggere una sua riflessione sui risultati di questi cambiamenti sulle persone: il popolo delle partite iva, della rivolta fiscale, delle pretese di autonomia e del “paroni a casa nostra”.

    Martedì mattina accendo la televisione e sento che Meneghello se n’è andato. No, accidenti, ho pensato,e mi è dispiaciuto come se lo conoscessi di persona.
    Addio maestro.

  9. così&come il 29 giugno 2007 alle 16:52

    Non sapevamo più cosa dirci; Sopra di noi c’era una lampadina di vecchio stile, l’unica rimasta col suo piatto di banda, tra i lampioncini nuovi: “Bisogna darle una buona probabilità,” ho detto io. “Solo un sasso per ciascuno, piccolo e stando seduti.” Ho tirato io, un po’ a destra, poi Mino, un po’ a sinistra. Poi ha tirato Nino e c’è stato un piccolo boato e pareva che fosse scoppiato un globo di buio. Abbiamo riso a lungo imbarazzati, e poi siamo andati via. Volta la carta la ze finia.

    Libera nos a malo

    Niente finisce, le parole scritte restano. Ucciellini e oseleti. Entrambi. Questa visione di estrema dolcezza e grazia in cui la letteratura ha sempre una funzione salvifica, luminosa che nessun sasso spegne.



indiani