Da “Quello che si vede”

3 luglio 2007
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di Andrea Inglese

Je ne vois personne, je ne vois rien, je n’ai jamais rien vu. Plus j’y réfléchis, moins je vois des choses, et moins je vois des choses, plus elles me font frémir.
Ghérasim Luca

1.

Quello che si vede, poco,
è sempre di nuovo sotto gli occhi,
come ripetendosi, ma non è
lo stesso, non tornerà mai
così, radente, evasivo,
come ora, non sarà quindi
mai visto, anche se
ci metterai anni a leggerlo,
anni per capirlo
qualunque cosa fosse,
anche solo da vicino,
in prossimità, un labbro,
i solchi della pelle, un’iride,


quando quel che si vede
scivola sotto la visione
e morde silenzioso
o sfiora, tutta la mente
è invasa, lo sguardo fitto,
gremito di traiettorie colorate,
i caratteri cubitali, i simboli
nitidi: animali, montagne
a cono, alberi di ginepro,
remi, scafo, o solo un sacco
di plastica lacerato
da cui filtra un suolo impossibile
senza luce o spazio, una fossa
forse, se poi uno
a forza di lanciare sguardi
avanti, finisse fossile
a camminare fermo
nel niente

*

2.

Non esistono tracce,
o ce ne sono troppe
appese, esposte dietro vetri,
ben illuminate, le sciolgono dagli imballi,
scoppiano dentro le valige.
Non devi mettere in ordine nulla.

Quando cammini, separi la strada,
e la strada a tua volta ti separa,
in pensieri che non hanno fiato,
perché qui nessuno respira,
nell’assiepata vicinanza.

Quando cammini, gli anni,
prendendo un remotissimo slancio,
salgono con te, dove i rami fanno
coltre incostante, e le finestre dei palazzi
contengono in un quadro
cedimenti di vite,
abbracci malfermi, piedi nudi
che cercano ancora e ancora
aderenza. Dal battito strambo dei passi,
vengono ritmi che spingono avanti
la città, oltre il suo muro,
oltre la disciplina, l’apnea, lo sguardo
morto al quadrante.

*

3.

Dentro questa luce
avverrà il collasso
per via dei venti che in alto
non si governano
e le chiodature delle menti
dopo lunga, sonnolenta quiete.
Tutto vorrà far male, anche
sulle parti più tenere.
Si drizzano i fili d’erba di taglio
e feriscono. Feriranno.
Ma nella lunga distrazione, scendendo,
pensavamo al colore sbiadito
della giacca,
ad una cosa da comprare
il cui nome smarriva.
Ed il luogo sembrava come prima.
I passanti svelti
nel teatro di vetrine.

*

6.

E poi mi sono messo a guardare le scarpe.
Le mie, estive, di pelle, marroni chiare.
Non la suola accidentata, segata sul tacco
nel lato esterno di entrambe, no,
dentro, perché le calzo a piede nudo,
e si devastano progressivamente
con straordinaria armonia, aprendo
brecce dove poggia il calcagno,
per sfregamento, entropia minima,
ad ogni passo, con tutta la memoria
lì, del passaggio mio sulle superfici,
quel camminare sempre insano, fitto,
che si ignora, fuggendo avanti,
a scavalcare il proprio camminare,
sorvolandolo a mente, come perdendo
i propri pezzi altrove, sfilati fuori,
immateriali, a mulinare d’ansia nell’aria,
anzi in atmosfera zero, implacata,
dei miraggi. E solo le scarpe registrano
tutto lo sforzo dei passi, la concretezza
dello slancio, ogni metro, per gradini, prati,
ghiaie, lastre irregolari, asfalti monotoni.
Non io, che le sfilo entrato in casa,
dimenticando la terra che sempre
mi tiene a posto, sul punto d’appoggio,
appiedato nel mondo, certo almeno di questo.

*

7.

Non bastava essere veloci,
muovendosi su pattini lungo i marciapiedi,
o guardare dentro schermi, nelle mobili
immagini, le fasce di colore, le cifre
che ingrandiscono nel nucleo rosa,
il prezzo dell’andata-e-ritorno,
o sapere
a memoria il codice segreto,
per entrare in casa, prelevare
denaro, accedere alla posta,
o trovare sul dorso dell’involto
il codice a barre, e gli altri numeri
del giorno, non bastava,

esigeva l’alba,
con il gattino piccolo inarcato,
attraversato da tremiti, gli occhi
scoppiati fuori, il filo di sangue
dalla bocca,

esigeva su quell’asfalto
la sua morte
un punto di vista

(anche la patata, sepolta
che nel minimo calore
pronta a figliare
si rompe, spinge nel buio
i getti, ostinata)

*

11.

La schiena che vedi martoriata,
è quella di Anika, sei anni,
sua la macchia
di sangue nella cornea,
e la cicatrice sulla palpebra,
il ventre gonfio come d’un gas
venefico. La testa rasata a zero
è della zia,
quella che ora piange,
che la batteva
con un attaccapanni di legno
dopo averle spalmato peperoncino
sul corpo. Così nasce,
nel più comune non amore,
la perfetta tortura,
così procede, su menti ignare,
il patto di schiavitù: l’ordine
mondiale delle sevizie,
così Anika non sa,
dove il dolore di vivere
è evitabile,
e non conoscerà quella terra
che gli occhi urtati dalla luce
guardano al mattino
senza apprensione e panico.

* * *

Foto A Inglese

Andrea Inglese, Quello che si vede, Arcipelago, 2006.

ChapBook collezione creata da Gherardo Bortolotti e Michele Zaffarano per Arcipelagedizioni (email: info@arcipelagoedizioni.com / tel.: 0236525177)

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37 Responses to Da “Quello che si vede”

  1. gherardo bortolotti il 3 luglio 2007 alle 12:07

    ehi, ma oggi è la tua giornata: ho appena postato su gammm i tuoi pezzi con stefano delle monache!!!

  2. giuseppe catozzella il 3 luglio 2007 alle 12:28

    andrea, le tue poesie rimangono tra le mie preferite nel panorama italiano.
    la tua estetica tra il dignitoso e il troppo esplicito corrisponde al bilico in cui la prosa si fonde e si raggruma nella poesia, e viceversa: il versarsi dell’una nell’altra, la nascita del mondo corrotto da forme dignitose…
    ciao,
    giuseppe catozzella

  3. così&come il 3 luglio 2007 alle 13:11

    delicatezza tagliente.
    bellissime
    c&c

  4. véronique V il 3 luglio 2007 alle 13:54

    Andrea,

    Il poema 11 mi fa tremare. Porta la dimensione umana, una bambina che io vedo chiaramente, schiera di bambine devastate.
    Il poema alla luce della citazione di Ghérasim Luca cha amo per la strocantura grammaticale, lingua rovesciata che ricompone l’arte amoroso, perché l’amore è rivoluzionario!

    Grazie Andrea.

  5. Ginevra il 3 luglio 2007 alle 17:32

    Nella poesia di Andrea Inglese lo sguardo morde, silenzioso e attento
    fruga nell’esistere cercando le ragioni
    – composte forme – dietro l’occhio che modella.
    Esigere è il verbo.

    7.

    “Non bastava essere veloci,

    esigeva l’alba,
    con il gattino piccolo inarcato,
    attraversato da tremiti, gli occhi
    scoppiati fuori, il filo di sangue
    dalla bocca”

    è una poesia che sento…

    Quello che si vede, riconducibile a noi, di simboli imprime la carne.
    – Trattiene la sua luce –
    l’immagine mai ferma, dentro l’occhio –

  6. Biagio Cepollaro il 3 luglio 2007 alle 17:34

    1.
    L’indomestico (www.cepollaro.it/poesiaitaliana/IngTes.pdf ) è a tal punto un a priori dello sguardo, da approfondirsi qui, in Quello che si vede, rallentando ulteriormente il ritmo della visione. Innanzitutto ‘ciò che si vede’ coincide con ciò che la meccanicità della vita e delle idee, il macchinico del paesaggio e dell’ingranaggio sociale finiscono con non far vedere.
    2.
    Il verso scorre calmo, si scandisce con ordine, minuziosamente. Non cerca l’effetto, non si anima per l’improvviso inaspettato accostamento fonico, procede sorvegliato e sobrio, attento a ciò che dice, responsabile di ciò che dice, anche se il detto è l’orrore. L’accostamento è innanzitutto nelle cose: ‘quello che si vede’, una volta diradato il torpore dei sensi e della mente (l’ordinaria condizione di veglia), già basta a caricare di senso e di scandalo.
    ‘Non bastava esser veloci, /muovendosi su pattini lungo i marciapiedi’ (…) ‘esigeva su quell’asfalto/ la sua morte/ un punto di vista’ ( pag. 14). E’ questo che ‘chiama un’interna/ sensibilità’ (pag.24), così come la storia della tortura che diventa, da eccezione, habitat, aberrante normalità e assenza di altre prospettive: ‘la schiena che vedi martoriata/ è quella di Anika, sei anni’ (pag.20).
    3.
    Ma tutto questo è già nell’interno domestico, nelle scarpe con cura interrogate (come quelle di Van Gogh, di Heidegger che le legge come tracce, interrotti sentieri) ma solo per trovare il nulla dell’attenzione, della consapevolezza e della presenza. Non per trovare la terra ed il suo senso umano: qui la terra è punto d’appoggio, origine di gravità, sasso. Qui la terra, per ‘quello che si vede’, è cieca immobilità (‘quando tutto si riempie allora tutto sta fermo’, pag. 17).
    4.
    Il verso è strumento della visione. E la visione costruisce i suoi oggetti, li ritaglia dallo sfondo, ne esaspera il dettaglio, li ricombina ma sempre nella contiguità spazio-temporale della vita di ogni giorno, della vita che ogni giorno non si vede.
    ‘Ci sono zone dell’appartamento/ inabitabili, altre fin troppo/ abitate’ (pag. 15).
    Come per un’etologia dell’abitare, livelli animali e inorganici mostrano il loro intreccio, rispondono se indagati. Compagni silenziosi e non visti di uno stare comune che si rivelano improvvisamente, sotto il fuoco dello sguardo ‘indomestico’ testimoni scomodi, implacabili.
    5.
    I limoni (pag. 15), la relazione tra la mano e la maniglia (‘ come se mai dalla nascita/ avesse fatto altro,/non sente neppure il freddo/ del metallo) (pag.17) , le sedie e lo scomodo sedersi, l’inganno dell’agenzia immobiliare (pag.15)…E i personaggi la cui storia è fissata nella ripetizione del gesto, muto oppure urlato, il pericolo incombente del fossile, del fossilizzarsi…
    ‘Tutti i giorni la facile impossibilità/ della vita’ (pag. 23)
    6.
    Quello che si vede, lacerata la convenzione della visione, che è ideologia ma anche povertà morale, lo si vede perché conoscere è vedere, come dice l’ultimo componimento, con la ‘residua/ pietà dell’occhio.’(pag.24).
    E’ questa residua pietà che permette di non ‘confinare la mente al frammento’, al ‘pezzo separato, al detrito d’immagine/ posto come campo assoluto, sommario/ di mondo’ (pag.19). Dunque la visione interna, toccata, resa fragile, sensibile è anche organo più ricco di conoscenza. Quest’ampliamento del senso, questo rendersi vulnerabile al vedere, è anche quello che si vede nella poesia.
    Biagio Cepollaro

  7. antonio sparzani il 3 luglio 2007 alle 18:53

    dopo il commento di Biagio, che molto condivido, non ho molto da dire. Mi colpisce, tra il molto altro, l’aspetto allusivo, talvolta appena mascherato, ma sempre elegante, malgrado la quotidianità. Così averne, di delizie. A.

  8. Marco Saya il 3 luglio 2007 alle 19:11

    “Quello che si legge” è una grande Poesia.

  9. luigisocci il 3 luglio 2007 alle 19:55

    che Andrea Inglese fosse uno dei migliori poeti italiani della mia generazione già si sapeva. sai che scoperta tzè
    l.s.

  10. kristian il 3 luglio 2007 alle 20:57

    c’è come un sentore d’assenzio + i chiodi di garofano proiettati dalle orbite feline. mi hai fatto rivivere un trauma infantile. complimenti, poeta!

  11. viola il 3 luglio 2007 alle 21:08

    corsa che s’appalesa senza tracce, sciogliere sommessamente il dolere, l’ansia annidata nel vivente

  12. maria(valente) il 4 luglio 2007 alle 08:38

    spudoratamente mi faccio spot, e così proseguiamo la giornata di Andrea Inglese, dal momento che qualche tempo fa postai un articolo su di lui, chi ne ha voglia può leggere altre sue bellissime poesie

    http://lellovoce.altervista.org/spip.php?article837

  13. Stefano Zangrando il 4 luglio 2007 alle 09:55

    Non sono un bravo commentatore di poesia, ma in effetti l’ultimo componimento citato da Cepollaro, il n. 10, pare anche a me sintetizzare bene, non solo nell’attacco, il calibratissimo sguardo po-etico maturato da Andrea in questa breve raccolta. Per questo, sperando di non violare le intenzioni del poeta, vorrei citarlo per chi ne conosce solo i versi postati qui sopra.

    10.

    Non hai confinato la tua mente al frammento,
    al pezzo separato, al detrito d’immagine
    posto come campo assoluto, sommario
    di mondo.
    Vedi che la pietra
    apparente del reale, la città nostra
    filmata, contiene una segreta lotta
    di viventi, fatiche per stringere l’entrata
    della luce, ferimenti per aprire…

    E il monumento del visibile: il morente
    chiamato al microfono, tirato in piedi
    sulla sabbia, sotto un’ombra organizzata,
    è tagliato via dai suoi torturatori,
    apparsi altrove, in altre ore, dentro camicie
    fresche di lavaggio e stiratura,
    usando penne su fogli e non uncini
    su carni disarmate.

  14. The O.C. il 4 luglio 2007 alle 10:27

    Ora, senza voler fare il guastafeste, quand’è che riusciremo a goderci una lettura senza “macchinici”, “chiodi di garofano” e “po-etiche”? Bello il commento di Catozzella.

  15. mario il 4 luglio 2007 alle 10:36

    le sue poesie mi fanno sentire la pelle stretta.

  16. l'omino colto il 4 luglio 2007 alle 11:14

    le sue poesie mi fanno sentire le palle strette.

  17. Marco il 4 luglio 2007 alle 11:24

    Incipit come “Dentro questa luce / avverrà il collasso / per via dei venti che in alto / non si governano” sono semplicemente memorabili.

    All’iperdefinizione dell’aforisma sulla micro-catastrofe, su qualche imprevedibile e però previsto crollo (metastorico, apocalittico, senza tempo; e però detto con ironia) si lega un’inflessione perfino politica, immediata (e daccapo ironica): è “in alto” che i venti “non si governano”.

    (Difficile misurarsi con nomi come Fortini, Sereni, Mesa. Andrea Inglese ci riesce eccome. E la voce è altra, è sua: dunque nuova e necessaria).

  18. franz krauspenhaar il 4 luglio 2007 alle 12:25

    Per continuare la giornata di Andrea Inglese, come l’ha ben chiamata Maria Valente, segnalo un inedito del poeta dal titolo “La lettone” su La Poesia e lo Spirito postato stamattina.
    http://www.lapoesiaelospirito.wordpress.com

  19. andrea inglese il 4 luglio 2007 alle 12:49

    ringrazio per impressioni, microcritiche, copiaincolla, link e altro, solo che dopo tante gradite cose, finirà per forza per scoppiarmi qualche tubo del bagno, o appena fuori casa qualcuno mi prenderà a sberle

  20. elogiodelleccedenza il 4 luglio 2007 alle 13:13

    Uno dei migliori (12) poeti italiani: resistenza ipostatica alla consunzione, doppio passo tra cumulazione repertoriale e teoria dell’abbandono nell’area della risonanza affettivo – immaginativa (o tra confine e densità interna nell’area della percezione sensoriale), lingua d’attrito e d’attracco (d’attacco).
    Sto diventando forse troppo mite.
    Ma Inglese (cancro – ariete) merita molto, moltissimo.
    In fondo rimane sempre il tedioso Cepollaro (con la sua epopea socialdemocratica) a permettere la mia trasformazione in kamikaze islamico.

    Michelangelo Zizzi (Aziz)

  21. The O.C. il 4 luglio 2007 alle 13:33

    Che ironia.

  22. sitting targets il 4 luglio 2007 alle 13:53

    zizzy stardust.

  23. giuseppe catozzella il 4 luglio 2007 alle 15:25

    dato che i commenti continuano floridi, cedo alla tentazione di dire a elogiodelleccedenza che se si lasciasse esplodere in aria alla maniera di un kamikaze probabilmente non se ne accorgerebbero neppure le sue opinioni, tanto sono distratte [“resistenza ipostatica alla consunzion”??=andrea inglese non invecchia, e la sua poesia è la stessa di quando aveva 12 anni; “doppio passo tra cumulazione repertoriale e teoria dell’abbandono nell’area della risonanza affettivo – immaginativa (o tra confine e densità interna nell’area della percezione sensoriale)”=eccezionale, andrea inglese non è né un lirico, né un realista!]. cepollaro, come sempre quando interviene, (e io sono l’ultimo a poterlo dire) lo fa per alzare la qualità degli interventi (in primo luogo il mio, per lo meno frettoloso), e in questo caso per adeguarli all’altezza dei testi proposti, come sempre mettendoci del suo, entrando onestamente in gioco (diversamente, per esempio, dall’intervento di luigi socci, che per altro di solito apprezzo, che ha buttato lì un’opinione dandola per buona, come se la poesia non costituisse la sua forza al livello di ogni singola lettura). e poi perché trattare la poesia alla stregua di una scienza forte, e infarcire i commenti di statuti che vorrebbero essere irremovibili? la poesia non è forse portatrice oggi dell’unico statuto dell’inattualità? ovvero di una certa (po-)”eticità” che, anziché cercare di cambiare il mondo con le sue stesse armi (è già stata uccisa, scacciata dalle cose che “contano”) ha l’unico senso di ribaltarlo e di mostrarne l’origine “poietica”, appunto? ovvero di ricordare ai poteri (politici e scientifici) la loro originaria fuoriuscita da UNA interpretazione “poetica”?

  24. The O.C. il 4 luglio 2007 alle 16:58

    Caro Giuseppe,
    ci aggiungerei i poteri religiosi:
    http://www2.abdalmalik.fr/

  25. luminamenti il 4 luglio 2007 alle 17:53

    Sono d’accordo con Elogio dell’Eccedenza. Mi sembra tra i migliori poeti italiani

  26. Elisabetta il 4 luglio 2007 alle 17:56

    ps, Andrea,
    chissà quei tubi?
    ;-)

  27. luminamenti il 4 luglio 2007 alle 18:02

    “Ricordare ai poteri politici e scientifici la loro originaria fuoriuscita da UNA interpretazione poetica?” Mi sembra che questi poteri vivano in una dimensione dell’oblio incapace di recuperare alcuna memoria. Mi accontenterei se il momento della Poesia allontani per un attimo dal freddo mondo delle emozioni congelate in cui abitiamo

  28. luminamenti il 4 luglio 2007 alle 18:06

    A leggere Cepollaro passa la voglia di leggere poesia. Non sta parlando di Andrea Inglese.

  29. andrea inglese il 4 luglio 2007 alle 19:47

    a mich
    so che quando entri in scena hai bisogno di spandere un po’ di zolfo (essendo poi un sulphur), ma su Cepollaro stavolta lanci un petardo bagnato: pochissimi poeti, con alle spalle la storia densa di un Cepollaro, hanno mostrato in questi anni, con il suo blog, le sue riviste online, le collezioni di giovani poeti, e di ristampe, di saper ascoltare, e finemente la poesia altrui. Il socialdemocratico riservalo per qualche personaggio più in vista e festivaliero: biagio al massimi si merita del maoista zen.

  30. b.georg il 4 luglio 2007 alle 23:19

    andrea, sono davvero belle, cacchio (la 3 sembra scritta dal vecchio Lattes redivivo. Magari sbaglio, ma ci vedo molti riferimenti, a partire dal “non devi mettere in ordine nulla” che mi ricorda anche nella forma la famosa “non devi forzare nessuna parola” ). Chissà se quello che ci vedo ha senso: mi pare ci sia un lento e continuo accerchiamento del presunto “dato immediato” che sia io o mondo, un assedio – che pare calmo, ma di una calma rabbiosa – volto a provocarne la perforazione o almeno un dubbio metodico, costante. Non solo un catalogo, come in alti testi che avevo letto, ma anche un tentativo attivo e minuzioso di percorrere le linee impercepibili da quello a ciò che può esser visto solo con la ragione (l’essere il frammento un calco dei destini generali, “la verità cade fuori dalla coscenza” e per altro verso, un amore della minuzie, la ferocia del filo d’erba, “la perfezione unita all’imperfetto”). Ma è proprio il punto di visione e di discorso che rende interessantissimi secondo me questi testi, il registro, che riesce a tenere ai lati i baratri della confessione e del soliloquio e dall’altra parte del civismo oratorio o declamatorio (anche il “tu” implicito delle prime mi pare vada in questa linea, almeno credo).
    ciao

    (ps.
    ehi, vedo che socialdemocratico è ancora un insulto, come nel 1975! :-) )

  31. andrea inglese il 5 luglio 2007 alle 01:25

    caro georg non so se fortini funziona davvero come modello, ma di certo il sentirmi avvicinato a lui lo trovo lusinghiero, da un lato, e familiare, dall’altro. Due sono gli autori che sento più familiari, proprio nell’impeto figurativo: Cattafi e Fortini. E quando penso a Fortini, penso in particolar modo quello da “Questo muro” in poi. E certo, come dici, l’amore delle minuzie c’entra molto. (Hai presente: “In memoria III”, di F. che inizia cosi: “La bambina schiaccio’ con il sasso la mantide.”)
    Questo amore quasi ipnotico per il dettaglio, per le minuzioe, c’entra anche con l’infraordinario di cui parlava Perec. Che è qualcosa che in certo qual modo si oppone al meraviglioso, alla poesia dell’analogia, della metafora, ecc.
    E per quanto riguarda quest’ultimo volumetto: come tu dici: non solo catalogo. E la tua intuizione critica mi trova concorde.

  32. luminamenti il 5 luglio 2007 alle 06:47

    Cepollaro mostra solo se stesso, non la poesia

  33. così&come il 5 luglio 2007 alle 11:46

    Caro Andrea, quello che tu chiami Questo amore quasi ipnotico per il dettaglio è un assoluta prerogativa poetica. I dettagli più prosaici sono agenti segreti della poesia in incognito che vi si annida e nasconde. Ma anche ne è come preservata. Pensavo alle tue scarpe estive che si portano impressa la strada e la realtà ancorata dalla gravità, al suolo dell’essere di fronte ad un inquietante armadio di scarpe vecchie nella cantina di una speciale anziana signora che conserva le scarpe di una vita, da quelle piccolissime dei figli, a quelle del marito morto, di battesimi, matrimoni, funerali. E dice sempre sospirando:

    – Lo so che le dovrei buttare via, ma…

    Le tiene tutte, scalcagnate, bucate, seminuove, con il percolato delle dita di piedi che le hanno abitate impresso all’interno come una sindone delle diverse epoche, destini. Regimi, mode, tacchi a spillo, quadrati, zeppe, gomme e cuoi lontani. Storie insite nella materia apparentemente neutra ed inanimata.

    Merci

    c&c

  34. kristian il 5 luglio 2007 alle 21:10

    O.T. per O.C.
    retorica per retorica, tenterò di argomentare con una storia. ha pure un titolo: FUMO NEGLI OCCHI.

    C’era una volta una famiglia impresentabile che per sfangare il Ferragosto si fece invitare da certi parenti selvatici che avevano ereditato una grande casa di sassi nel bellunese, con tanto di fienile, campo di patate esteso fino al letto di un torrente ridotto a discarica abusiva, scorpioni neri sull’asse del bagno all’aperto, topi nella legnaia e scala esterna che conduceva al ballatoio che dava sulla strada sterrata, e alle stanze da letto, in una delle quali, quella centrale, ci stava il ritratto di una donna coi capelli lisci, neri e lunghissimi, nata e poi morta in quella stanza tanti anni prima. L’ultima decade di agosto la famiglia impresentabile rimase sola, perché i parenti selvatici erano dovuti tornare a casa per riprendere a lavorare in giro per la provincia milanese. Cosa facciamo, chiese il padre. Andiamo a vedere la fattoria, propose la madre. Ci andarono a bordo della loro Fiat 127 mattone e tornarono indietro con un gattino grigio. Come si chiama, chiese la figlia minore. È suo e decide lui, disse il figlio mediano accennando col mento al fratello maggiore, alle insistenze del quale si doveva la comparsa del micino. Non ho ancora deciso, disse il figlio maggiore, che aveva in mente tutta una serie di supereroi della Marvel, soprattutto Freccia Nera degli Inumani. Si chiama Fumo, sentenziò la madre. Fumo veniva accudito premurosamente e dormiva coi bambini. C’era solo ‘sta storia dei supereroi, tutti stipati nella testa del figlio maggiore che non si decideva. Pigliava il gattino tra le mani, lo guardava negli occhi gialli e gli sussurrava adesso volerai, poi gli diceva adesso correrai come il fulmine e urlerai come la fine del mondo. Fu così che il gattino sviluppò una totale avversione nei confronti del figlio maggiore della famiglia impresentabile. Si nascondeva per non farsi trovare quando quello lo cercava per i suoi giochi cattivi. Non tutti i rifugi si dimostrano all’altezza. L’ultimo scelto da Fumo fu davvero infelice. Dietro la ruota posteriore destra dell’automobile del fattore della fattoria che avevano visitato, venuto a portare le uova fresche. Aveva parcheggiato in cortile e dopo il caffè era ripartito. Sotto la ruota posteriore destra dell’automobile del fattore della fattoria che avevano visitato, urlò Fumo, straziato. Il primo a vederlo schiacciato fu il figlio maggiore della famiglia impresentabile. Cos’è successo ai suoi occhi, piagnucolò il bambino. Niente, rispose il fattore che recuperò una pala dalla legnaia e una carriola dal fienile, poi spalò il gattino straziato e si diresse verso il letto del torrente. Cos’è successo, volle informarsi il figlio mediano, intervenuto mentre la madre spargeva segatura con la pala dove era rimasto il segno e qualcos’altro. Dove lo sta portando, chiese la figlia minore che aveva seguito il figlio mediano. Vanno in ospedale, rispose la madre. Il figlio maggiore non parlò e continuò a tacere fino a quando, un pomeriggio d’autunno, tornato a casa da scuola, venne accolto dalla madre raggiante che sventolava una lettera. Viene dalla clinica svizzera dove l’hanno ricoverato, dice che Fumo sta guarendo cogli impacchi di fiori, aspetta che te la leggo. Quel pomeriggio d’autunno la madre regalò al figlio un attimo di perfetta felicità. La storia delle lettere dalla Svizzera continuò fino a quando, la primavera seguente, la madre annunciò ai figli che il loro gattino, ormai cresciuto, si era perfettamente ristabilito ed era tornato a vedere anche col buio. Era talmente bello che già si era fatta avanti una facoltosa famiglia di Lugano, l’aveva chiesto in adozione e lei aveva mandato un telegramma per dir di sì, perché ormai il gatto si era acclimatato. Fu così che Fumo venne dimenticato. Poi una notte che era particolarmente imbastito, molti anni dopo, il figlio maggiore finì in un campo incolto, perché lì era stato chiamato da certe sue sirene. Gli venne incontro un gattino grigio, fradicio, colle orbite svuotate da cui spuntavano chiodi di garofano. Così il figlio maggiore riconobbe ancora una volta l’efficacia dell’impacco di parole per dimenticare.

  35. skakkola il 5 luglio 2007 alle 22:12

    kristian ma così quello che si vede, secondo te, è fumo negli occhi?

  36. kristian il 6 luglio 2007 alle 00:49

    skak, ti rispondo con un link: http://www.monas.it/ivan/2007/06/symbiosis_1.php

  37. skakkola il 6 luglio 2007 alle 09:51

    ceci n’est pas une pipe (?)



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