Diorama dell’est #2

10 luglio 2007
Pubblicato da

di Giovanni Catelli

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Arkadia

Quando seguo il tuo passo morbido che scala i selciati dell’alba, so di essere immortale non temo lo scempio dell’ora, l’attentato dei tram alla luce, lo spazio che cresce tra i fili del cielo, i motori che salgono inquieti dai viali sommersi, ti seguo alla veglia dei mari sconfitti, alla rotta di fiamme che traccia la pena dei cargo, alla vena di ghiaccio che stringe le navi del sonno, raduno lo sguardo al gesto sottile, al battito d’aria che frena la mano, al vago sorriso che assolve le schiume del giorno : Mala Arnautskaia ugol Preobrazhenskaia, cade così, come pioggia sul silenzio, il nome della strada, e naviga stupito il volto dell’autista, verso le tue parole distaccate, ferma il suo respiro nell’istante, prima che le cose tornino, al moto del fuggire, al varco dell’ignoto, al soffio dell’oblio : già si muove il viale intorno a te, cresce il cielo verso il mare, accelerano i rami accanto al viso, e corrono leggeri corpi alla stanchezza, volano i capelli nell’abbrivio senza peso, ti sollevi a tratti oltre il momento, voghi fra i minuti di un approdo, e poi ritorni con lo sguardo al mio vegliarti, con la mano alle mie dita, sorridi lieve al mio naufragio, mi difendi, da quell’arido franare che mi scava, dal mio tempo in fuga verso i treni, da quel tuffo d’aria che mi spezza la parola, mi conduci, all’amarezza felice l’indomani, quella patria d’ore molli verso il nuovo incontro, quel raschiare d’ansia nel respiro, quel frugare d’occhi nelle vie senza di te : mi sorvegli, dalle tue saggezze feline senza riva, dal tuo sereno lento disperare, non ricordi meta nel tuo viaggio, né mai pena d’illusione, mi sostieni alla fatalità, feroce gioia del vederti, sospeso incanto degli abbracci, nostalgia dello smarrirsi, attraverso queste vene di città che serbano segreta una salvezza : non si spegne, mai, la vita delle cose, non si posa, mai, lo sguardo sopra il gelo fondo, la perduta oscurità del vuoto, si ricorda o si rincorre sempre una parvenza, lieta negli incroci, lesta nel sorriso e nella fuga : devo ancora stringere, nell’aria, la tua voce, prima di cadere nell’incerta notte, nei meandri di sudore, sonno, fra le dure dita dell’esilio, devo premere sull’ombra questi suoni, le farfalle d’ogni tuo remoto dileguare, ma non so interrompere la quiete, la serena rotta di frescure nel mattino, mi distendo fra le acque d’argento del tuo sguardo, e fermo nell’attesa il battito più fragile, il timore freddo nell’arrivo, mi dirado all’avanzare nel corpo della via, raccolgo la certezza di una mano un volto un soffio, che propaghino l’assenza di te sino al ritorno.

Franzouski Bulvar

Piove, senza rimedio luce salvezza, sin dai ferri più neri e ciechi del porto, dai moli dissipati alla rincorsa della polvere, dai vetri senza volto che annunciano il silenzio, dalle navi alla fonda che stillano luci alla pena, sull’arco di costa che già si rigonfia spettrale nel buio : vacilla, il tram numero cinque, alla distanza della voce, del passo, delle braccia, esita confuso all’urto della pioggia, fra le terre ignare che smarriscono i viali, si ferma, quasi, a riconoscerti, nel puro vuoto degli incontri, porta una lieve nebbia di luce, un respiro ignoto del giorno, una flebile forza elettrica, un sussurro, dirige il binario sepolto all’Arkadia, trattiene l’estate futura nei nomi, dispone del tempo invisibile all’ora, ti vede, non sa quale perdita o peso t’assedi, non sa quale volto parola ti fugga, nessuno che stringa destini e parvenze, nessuno che regga una meta nel volto, forse il silenzio ritrova sereno quei viali, nell’ombra disegna misure di senso, mentre i tardivi ogni sera si perdono, vaghi tentennano all’ora già spenta, vogano quieti alla cenere vasta.

Tereskova

Ormai soltanto le cose ti vedono.
In un tempo innocente, che non posso raggiungere, ho seminato d’ostaggi le tue stanze, messaggeri minuscoli, remoti seguaci del tuo giorno, a pattugliare l’istante, i moti delle mani, l’ombra sul viso, l’ansia dello sguardo negli specchi, la nuda verità delle apparenze, la voce del respiro nel silenzio, quel calore della pelle che scivola nell’aria, la remota incertezza degli abiti sul corpo, l’affilarsi rischioso del volto verso il buio : nessuno, più, ti segue, nelle fredde stazioni che dissemini all’oblio, nei quartieri del sonno, chi davvero potrebbe vigilare l’abbandono, la perduta distanza dei viali dal ritorno, chi ricorda un desolare di cuspidi nel vuoto, una catena di stanze varate lungo il gelo, chi vorrebbe distinguere una traccia, una sincera direzione fra le vie verso di te, si moltiplica la vana città per cancellarti, per sommergere la voce impercettibile dei passi, la sottile traiettoria che sprofonda nello sguardo : ti raduni lungo il fragile confine, l’abitudine, ti stringi all’accadere del silenzio nella vita, ti consegni ad ogni pallido capriccio solitario, dissipi alla cenere dell’alba lenti abusi, t’immergi quotidiana fedele all’incoscienza ; dove cedere le armi all’imbrunire, dove accogliere quell’ago della sorte, io conosco da lontano i tuoi tramonti, ad uno ad uno li reclamo dalle cose, li dispongo minacciosi lungo il corpo, ne distinguo il mordere incessante, mi raccontano di te con il veleno, limpide ferite che procedono, sicure voci del tuo vivere ; ora so, possiedo il male che ci unisce, la continua certezza nel mancare, il rapido naufragio degli incanti, la mortale ostinazione alla sconfitta : corrono leggeri nel sangue i tuoi bacilli, si propagano felici all’aggredire, disegnano simmetriche regioni di sfacelo, riproducono sinceri le tue piaghe, senza pena mi consumano il presente, mi distaccano feroci dall’attesa, come spargere promesse di ritorno, semplici notizie di rimpianto, fiduciose nostalgie dell’apparire?
Posso già disperdere giornate, pomeriggi, lunghe sere, albe : la durata della luce mi confonde, appena, mi sorprendo alla finestra con lo sguardo, abbandonato al dileguare dei tetti nel crepuscolo, non temo più quel buio che non viene, quel succedersi del tempo senza nome, una lieve consistenza fluida nell’aria mi sostiene, m’accompagna fra le ore verso tenui clemenze del passato, mi sussurra una presenza di te lungo le stanze, come un sonno quieto nell’aprile che non cede, un riposo donato inerme all’avvenire, un polline dei giorni adagiato sulla polvere, incessante.

4 Responses to Diorama dell’est #2

  1. antonio sparzani il 10 luglio 2007 alle 23:06

    Più di tutto mi piace il ritmo di questo pezzo, continuo, altalenante, incalzante ma anche pigro: sempre piacevole, aggiunge sempre qualcosa, aiuta a formare un quadro, più ancora che di cose, di cadenze. Bello assai.

  2. Chapuce il 11 luglio 2007 alle 21:28

    …balliamo…?

  3. viadellebelledonne il 11 luglio 2007 alle 21:43

    ci sono quelli che scrivono prosa ma si ostinano ad andare a capo ogni tot parole, ci sono quelli che scrivono poesia e si ostinano a riempire tutto il rigo. a.

  4. giovanni il 12 luglio 2007 alle 15:49

    gentile, questo : ….balliamo…?



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