Fuoco Amico / Jacques Kovalsky

26 luglio 2007
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Il testo che segue lo aveva scritto per il numero 1 di Sud Jacques Kovalsky. Il tema era quello del fuoco amico da intendersi in tutte le sue accezioni: politica, letteraria artistica. E così avevo chiesto al mio amico, colonnello medico dei Sapeurs Pompiers di Parigi, di scrivermi un articolo. La sua testimonianza, resa quattro anni fa, in questi giorni in cui il Sud brucia, mi sembra un giusto omaggio a quanti si battono, militari, civili, volontari e , naturalmente, pompieri, contro un nemico tanto temibile quanto spietato.

PUNTARE IL FUOCO
di
Jacques Kovalsky
traduzione di Francesco Forlani
Il sole, fuoco assoluto, che quest’estate brucia, dissecca e uccide: amico o nemico? Gli ospedali e altri servizi di emergenza, di fronte alla malattia e alla morte accertata di migliaia di persone in tutta Europa, hanno una propria opinione sull’argomento: non amano affatto il fuoco e la calura di quest’estate del 2003. I viticoltori incontrati nel corso delle vacanze ci vanno invece più cauti. A sentirne uno, proprietario di antiche vigne profondamente radicate nel calcare, l’uva è ricca, imbevuta di succo, promette ‘emozioni’ enologiche; per un altro, i cui ceppi sono più giovani, i chicchi sono troppo piccoli, la maturazione troppo rapida, la vendemmia difficile, la vinificazione peggio ancora e la qualità è ben lontana dall’essere assicurata.

Ma, allora: fuoco amico o nemico? L’uno e l’altro; ora uno ora l’altro… Amico che riscalda, riunisce e nutre, nemico che brucia, consuma e uccide. In questo stesso momento, in cui il sud dell’Europa e più in particolare le rive del Mediterraneo bruciano, dove i paesaggi vitali sono saccheggiati dall’incendio – spesso doloso –, come parlare di fuoco amico? Il pompiere, soldato del fuoco, si trova ogni giorno faccia a faccia con tale amico-nemico: lui, il fuoco lo teme ma allo stesso tempo lo spia, l’aspetta al varco, talvolta quasi lo desidera. Soldato del fuoco, ma anche attore di tutti i piccoli drammi della vita quotidiana, uomo degli incidenti quotidiani e salvatore nelle catastrofi, il pompiere non si misura davvero con se stesso se non a contatto con le fiamme.

Ama affrontare quello che è un animale talvolta prevedibile ma il più delle volte sorprendente, sconcertante. Messovi di fronte, soffre, potrebbe morirne ma, eroe annerito dalle ceneri che sa di fumo, finisce sempre col vincere al cospetto del plauso popolare. Armato di lancia, protetto dal l’armatura in materiale tessile moderno, col suo casco lucente, è come il cavaliere delle canzoni medievali di fronte al drago, eroe di un gesto moderno glorificato dalle telecamere onnipresenti. Chi, a parte lui, usa ancora la lancia ai nostri giorni? Il picador delle corride, il pigmeo della foresta africana, l’alabardiere della Guardia Svizzera nelle grandi occasioni… insomma, miti o residuati del passato. La lancia, ma anche l’acqua.

Ecco allora il nostro eroe alle prese con gli elementi di base della vita, centro dell’universo, il fuoco e l’acqua. Combatte l’uno con l’altra per la pace e la vita, diventa paladino dei due elementi, Eros e Thanatos: luci e ombre, come sempre. Il fuoco sarà allora un nemico che si deve combattere e sconfiggere per accedere allo statuto di eroe mitico. Eppure: quanti pompieri piromani? Il fuoco, dunque, alleato con cui talvolta si fraternizza, che si ammira perché lo spettacolo può essere grandioso e far dimenticare il resto. Si va verso il ‘fuoco’ nella maggior parte dei casi con impazienza, gioia e – perché no – entusiasmo. Se ne ritorna stanchi, disidratati, inzuppati, ma felici d’avere combattuto ancora una volta le fiamme e di esserne usciti vincitori.

Ci si racconta della riconoscenza, dei salvataggi, degli attacchi e contrattacchi, degli episodi tattici riusciti o di quelli meno gloriosi, degli amici incontrati nel cuore della bagarre. Ci si complimenta con gli eroi del giorno: quelli dell’autopompa, giunta per prima sul posto, che hanno portato il primo soccorso e senz’alcun dubbio salvato le prime vittime, acquistando quel giorno una gloria effimera che non durerà oltre la prossima missione, cancellata a sua volta da quella che seguirà… perché si sa che giungerà: presto, forse; più tardi, talvolta; sempre, di certo.

Questo fuoco, dunque, combattuto ma anche atteso come un sacramento che rende l’uomo più di quanto non sia nel quotidiano: amico o nemico, non so… Una sola cosa è certa: questo fuoco diventa un nemico irriducibile quando uccide un amico, un collega, un compagno d’armi. Allora non gli si perdona più niente e talvolta si smette, si abbandona il mestiere. Un po’ come se questa inimicizia fosse divenuta incompatibile con la continuazione della missione… Allora, il fuoco: amico o nemico? Non so: credo ci sia bisogno di provare un senso di amicizia verso questo nemico per poterne fare un nemico accettabile.

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3 Responses to Fuoco Amico / Jacques Kovalsky

  1. Véronique V il 26 luglio 2007 alle 18:15

    Bell’ articolo! Mia nonna mi racontava l’incendio micidiale in Francia (Les Landes) anni 5O, credo ma non sono certa. Il cielo era tutto nero durante giorni e gente eravano nella trappola del fuoco. Dopo si ha sistemato tagliafuoco nella foresta des Landes.
    Quando ero piccola, ho visto un fuoco (Corbières): è impressionante: la gariga brucia con violenza, l’albero diventa uno scheletro nero, rinsecchito.
    E’ una bella regione (Carcassone, Perpignan, Quillan) La consiglio a tutti.

    PS: effeffe sta in forma! tanti articoli!

  2. diamonds il 27 luglio 2007 alle 00:10

    non darei molte chances a un’amicizia col fuoco.Nemmeno ci si può scherzare(l’ho capito quando ho fatto un chilometro in retromarcia almeno a sessanta all’ora per sfuggire al suo abbraccio.Un’esperienza che non consiglio a nessuno).Puro romanticismo

  3. così&come il 27 luglio 2007 alle 11:27

    FUOCO SACRO

    I pii abitanti del villaggio di C. non lontano da F, pianura umida alcuni metri sotto il livello del mare, ogni anno per Natale, quando il grano è piantato e la campagna silenziosa si spolvera dei primi fiocchi di neve, sotto la neve pane, preparavano un Presepe animato di superlativa complessità ed indubbio valore artistico. Acque, ruscelli, mulini, pozzi, un mare, ma proprio mare con fra i rulli di onde, un delfino, la balena Moby Dick e fin’anco una sirena con due rotondi seni di burro. E la Nina, la Pinta e la Santa Maria e un battello a ruote rollato lì dal Mississipì. Non c’era cosa o personaggio, mestiere o lignaggio che lì non ci potesse convivere in meccanica armonia di razze, animali ed orogenesi geologiche. D’un tratto sulle montagne, delle perfette rosee Dolomiti, prendeva a nevicare fitto. Un temporale si scatenava su di un castello della Loira, atterrato lì come la casa di Loreto, e fra i bagliori rossi delle finestrine fantasmi e scheletri. Dove finivamo le dune del deserto si ergeva un bosco atro. Tutti erano affaccendati: la lavandaia con gesto all’infinito ripetuto insaponava i suoi panni, il ciabattino risuolava la sua scarpa interminabile, il campanaro un po’ rigido tirava la sua fune. Fuochi, falò, camini, pentole che bollivano. Luci lontane e vicine. Dall’alba al tramonto, in tutto una decina di minuti, si zappava, tagliava legna, macinava farina, in una attività frenetica e simultanea. Ma da sotto, dall’infero dall’intrico di fili, motorini di lavatrici riciclati, meccanismi recuperati, contatti improvvisati, una lucifera scintilla e tutto prese a bruciare. In pochi minuti. La Geenna in quell’anticipo di Paradiso in terra dove

    6]Il lupo si pascerà con l’agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà.
    [7]La vacca e l’orsa pascoleranno insieme; si sdraieranno insieme i loro piccoli. Il leone si ciberà di paglia, come il bue.
    [8]Il lattante si trastullerà sulla buca dell’aspide; il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi.

    Isaia 11

    Niente da fare, a nulla suonare le campane e la catena di secchi . Nero e nerofumo, puzzo di satanasso e cose colate. Trovata solo salvo, bianco e biondo dei suoi riccioli di gesso sopra la paglia della mangiatoia, uno stupito intonso Gesù Bambino che il fuoco nemico in amicizia aveva scampato. Si gridò al miracolo. Nessuno più osò rifare il Presepe e alla soave figurina, posta su apposito altare, si cominciarono a chiedere grazie, guarigioni, prodigi, portare fiori, accendere ceri. Ma, ahimè, non risulta, finora, che si sia degnata di esaudire le devote speranze.



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