La stanza delle grida

2 agosto 2007
Pubblicato da

di Marco Mantello

1. Introdussero negli anni venti
un pannello divisore
per fermare i più violenti.
Potenziarono, poi, l’isolamento

imbottendo di polistirolo
dal soffitto al pavimento.
Nel millenovecentottantasei
le pareti di una lega trasparente

e gli spalti collegavano l’utente
al microfono dei coriféi.
Novantuno: il qui presente
consumò la prima sfida
nella stanza delle grida.

Si diffusero per tutto il continente

The Screaming Room
Die Deutsche Zimmer
La chambre de la folie.

Per alcuni fu soltanto
una prova di coraggio
una gara di pianto

ma gli stati nominavano soprani
per risolvere la crisi dei Balcani.
Se il potere alle corde vocali

evocava selezioni naturali
le scommesse sulle grida più potenti
infiammarono Bari.

Conoscenti e parenti lontani
certi versi risultavano inumani
e d’accordo qualcuno all’uscita

avrà avuto sull’occhio sinistro
graffi e sputi ma i più
con un viso più felice di un acquisto.

Le modelle disperdevano le rughe
a braccetto di cuori pulsanti.
Riattivate dalle loro precedenti
grida isteriche e laceranti

non tremavano, adesso
e tranquille infilavano i guanti:
‘Mi scusi, permesso’.
E pensarle poco prima
nella stanza, bestie urlanti!

L’accesso era vietato
ai malati di asma
e a qualsiasi minoranza culturale
i cui membri sono soli e senza fiato
quando il sole diventa pelato.

L’inventore italiano di Brescia
si diceva che fosse un fantasma.
Con lo scheletro quasi d’argento
su una tavola trimalcionesca

tratteneva nei polmoni tutto il tempo
e siccome era sempre più magro
Sordi e Muti gli dissero: ‘Onagro!’
alla fine della puttanesca.

2. Impressioni prese a freddo
dall’agenda colorata dell’ingresso:

‘Resti ore chiuso a chiave
ma è più utile di un cesso!’

‘Sei sicuro che soltanto chiusi a chiave
ci possiamo veramente liberare?’

‘Vattene o ti ammazzo!’

Disse al giovane rumeno
il poliziotto pazzo.
I suoi occhi tiravano buoi
era appena uscito fuori
dagli sniffatoi.

Di sicuro la parte migliore
era quella con le dediche firmate
c’era un fiore tutto blu
messo accanto alla parola ‘estate’.

L’annusavi e rinasceva la tribù
del pesce azzurro, dei su per giù
delle multiproprietà ristrutturate
dei: ‘Piuttosto ci diamo del tu’

Non era secco. E neppure schiacciato.
Delle pagine vuote e centrali
conoscevi misure ed accento.
Per il fatto che lo avevi disegnato

il suo odore era quello che sento.
Ogni volta che uno stelo deragliava
dentro piccoli scrigni d’argento
ne seguiva un silenzio cattivo, gridato.

Ora tieni le mani sul mento
e hai tantissime stelline sulle i
sei carina e di nomi così
ce ne sono un fottìo, l’eternità

torna spesso, ogni due lunedì.
Hai lasciato una firma e la data
sull’agenda dell’ingresso? E’ colorata
Se ti perdi non devi gridare:

basta usare la piantina
con i postumi dell’ulcera negli occhi
sui cuscini biancolatte di quel sofa
farò finta che sei pure prosperosa

ma la stanza delle grida è ancora chiusa
e nessuno ti domanda di restare
magari scalza, magari scrofa
se provieni da Cuba o dagli Usa.

3. Arrivarono senza fiatare.
La benzina, un fiammifero acceso
e lo scarico centrale manomesso.
Gridatóri e sniffatoi
si ridussero a una mole di lapilli.

Se le porte si chiudevano da sole
i tuoi figli non dormivano tranquilli
poi le fiamme gli entravano dentro
e col tempo riaprivano gli occhi
sulle cose che stavano al buio.

Per esempio del vecchio custode
è rimasto questo scheletro sull’uscio.
Ho paura che a toccarlo si richiude
in quel piccolo e lurido guscio
che l’esercito ti lascia in dotazione
quando passi dalla vita alla pensione.

Lo scarpone resta ancora sollevato
sull’agenda colorata dell’ingresso
La sua bocca pare un turco soffocato
con le prime esalazioni del carbone.

Pure il tronco fuma come una pistola
e la testa che annuisce separata
da quei fasci di vene e corsie
è un’immagine cristiana ma rubata
alla moglie che scriveva le poesie.

Resta il fatto che ha perduto vite sue
e all’uscita chiedeva permesso.
Un personaggio mite
nella sua agilità giovanile
adatta al nuoto, all’arrampicata

Fra gli squarci delle mura abbrustolite
sembra quasi che abbiano eretto
un monumento all’otite.
Alla fine vuoi vedere che ci gode
a non essere visto o sentito?

La domenica passeggia a Villa Erode
con la pipa, il giubbetto, la tuta
non raggiunge l’altezza di un dito
il suo passo profana e corrode.

Mentre un sole dall’aria ingiallita
gli riempie le tasche di luce
la pistola nella prossima fondina
riparata da una macchine che cuce

Nell’armadio della camera da letto
tiene sempre una valigia pronta
con il numero di amiche e amici

Sopra al cuoio pulito e severo
i ricordi diventano attese
casomai gli ricapita in bici

appartengono a un altro futuro
se li leggi a petardi nel culo
sulle viscere aperte dei mici.

Non fissarlo, non girarti mai
quello tiene una sola parola
e seppure volessi sapere
quante larve ha partorito la signora

lui ti stringe una mano e sorride
come è vero che è diversa dalla pace
la sua calma consapevole e feroce

4. Quando misero in riga l’incendio
recepivo tutti i mesi lo stipendio
e a settembre mi operavano alla gola

Tutto quello che non era conosciuto
somigliava di colpo all’amore
o alla voce che avevi perduto
per il nostro litigio migliore.

Rincollammo quasi tutte le tazzine
come tanti divieti di accesso
ai sentieri che portano dritto
nella solita terra dei morti

Nel tuo letto grazie al mio ventilatore
il deserto era stato percorso
senza perdere un grammo di peso.

Quanto al ghiaccio finito sul dorso
si scioglieva solo quando stavo zitto
e i tuoi occhi non avevano il coraggio
di fissare il giusto prezzo dell’affitto.

C’è bisogno di dirmelo ancora
che i blindati in retromarcia fanno crack
sul sorriso disarmante di una Maia?

E davvero me lo devi rinfacciare
che i dispacci della gente che lavora
non esentano i campioni dalla naja?

4. Fino a quando non ripassi per la pancia
di una Venere nuda e blindata
Biancaneve resta sieropositiva
e sul grande campanile l’orologio
lascia intendere che il tempo non arriva.

Fu per questo che il custode ci propose
di nascondere le crepe e sigillare
ma le crepe si allargavano da sole
e le grida cominciarono a scappare.

Le più luride fine del viaggio
dall’atollo che pareva più selvaggio
alla pelle screpolata dell’ostaggio
trasformato in gigantografia
sulla strada che porta a Mentana.

Quelle dure inceppatesi al dunque
diventavano il simile al vero
sulla lingua del burocrate severo
nella fiaba da rileggere al nipote
(non importa se è venuto mezzo nero):

……Il quadrante sopra al grande campanile
con Cappuccio, Martellino e Visotondo
sette gnomi tra le tacche e le lancette
preparati per il taglio delle mani…….

Fu un minuto di silenzio furibondo
Poi le grida più feroci della peste
frantumarono la diga verde-oro
come fosse la difesa
più forte del mondo. L’indomani

ogni frode divenne sportiva
le guerriglie si ridussero a proteste
e ben presto dalle parti delle fogne
ritornarono Eco e Pistola
come è vero che ci sono le carogne
fra i crateri spalancati della gola

7 Responses to La stanza delle grida

  1. Ginevra il 2 agosto 2007 alle 21:07

    Queste:

    ‘Impressioni prese a freddo
    dall’agenda colorata dell’ingresso’

    sono più eloquenti di un intero racconto.

  2. Lady Godiva il 2 agosto 2007 alle 23:16

    Un architetto sprecato.

  3. candysays il 3 agosto 2007 alle 15:05

    Un architetto con i controcazzi

  4. Nina il 3 agosto 2007 alle 15:07

    cosa sono i controcazzi?
    e chi è l’architetto?
    :-)

  5. Beatrice il 3 agosto 2007 alle 18:32

    il titolo ci inoltra nel buio, vibrante corridoio della vita.
    molteplici, le sue ramificazioni
    comprenderle è difficile
    percorrerle, essenziale.

  6. The O.C. il 5 agosto 2007 alle 09:23

    Marco, a parlarne di più dei Balcani. Bentrovato.

  7. marco mantello il 5 agosto 2007 alle 12:45

    O.C. in effetti per parlarne di piú come sarebbe giusto, personalmene vorrei andarci, nei Balcani, questa é una mia mancanza

    Beatrice, l´accostamento fra il titolo e il buio mi piace, immagino la stanza senza luce, adesso……



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