Il comandamento delle mani

5 agosto 2007
Pubblicato da

di Simone Consorti

Io dovevo usare le mani mentre lui mi dava istruzioni. La regola era quella. Se facevamo in qualsiasi altro modo non andava bene, e non dovevano esistere cose diverse, perché un prete di quasi 40 anni con una ragazza di 18 non potevano farsi coccole o scambiarsi promesse né niente.

Sono passati sei anni, ormai. Nemmeno alla psicanalista gliel’ ho detto, nei particolari. Le ho raccontato una storia simile, e confondibile, in modo che comunque mi capisse. Al posto del prete ho inventato un professore di religione, e invece della pineta di Ostia la mia storia l’ ho collocata alle dune di Capocotta. Ho anche dovuto trasformare la faccenda della confessione in quella di una interrogazione. La psicanalista, quando gliel’ ho propinata, mi guardava strana; forse pensava che, al posto del professore, intendevo mio padre o qualcosa del genere.
Lui comunque era una specie di missionario, nel senso che doveva andare in Africa; lì diceva che i preti erano diversi.
– Volevi confessare qualcosa in particolare o solo parlare? – mi aveva chiesto – Perché peccati gravi non ne vedo. –
– Comunque, se è solo questo che hai combinato, non ti lascio nessuna preghiera, a parte questa qua: volevo pregarti se potevi ritornare domani.

L’ ho esaudito per tanti motivi, ma soprattutto perché, parlando a quel modo, mi aveva sorpresa e il suo tono mi piaceva.
In ogni caso, quando ci sono tornata, lui mi interruppe parlando forte, montandomi sopra la voce.
– Aspetta, stavolta ho io dei peccati da svelarti. Ascolta, ti ho pensata tutto il giorno; dalla grata non si vede bene, ma sembri dolce e hai una strana voce-
– Strana come? –
Mi sono confessata per dieci giorni di seguito, parlando sempre più piano e basso, quasi soffiato, tipo gatta e, dopo una settimana, mi sentivo davvero in colpa, come se non mi fossi lavata i denti o avessi la bocca sporca.
Sentivo una specie di vergogna, perché era per forza un peccato, confessarsi con quella voce là. Poi quando finalmente una sera l’ ho incontrato che lui era fuori dal confessionale tremavo da matta a farmi vedere.
– Sei in imbarazzo solo perché sono vestito cos ì- ha detto lui.
Così l’ ho seguito dietro la chiesa, insomma nel giardino, dove non c’ era nessuno.
E lui ha detto anche io mi vergogno, forse è meglio se andiamo in un posto dove non ci conoscono.
– Più parli piano più sento qualcosa di forte – diceva, sostenendo che gli sembrava una cosa blasfema provare quella cosa vicino a una chiesa. Per quello insisteva che ci vedessimo dove nessuno ci conosceva.
Non sapevo che i preti, in borghese, erano meno belli. Lui in macchina, ascoltando una specie di tamurriata, parlava dell’ Africa e, raccontando, mi portava lontano. Nemmeno nei film avevo mai visto un prete guidare così bene
Sembrava un pilota, nato per stare il volante. Poi parcheggiava alla pineta, spegneva il motore e stavamo fermi per ore

2.

Lui si guardava attorno, come un tic: prima controllava e poi mi baciava.
– Per te ci sono io, ma a me chi mi confessa? – ripeteva, col tono di una barzelletta.
Io, di carattere, sono sempre stata zitta, ma il fatto è che non sapevo che dire su quelle cose della confessione.
– Comunque non ho tanto da confessare, io sono pura. – gli ho detto.
– Cioè? –
– Sono pura, sono vergine. –
– Alla tua età? – ha esclamato lui, che sembrava fosse un peccato, visto che pareva mortificato.
– Dobbiamo tenerci per le mani – diceva – Dobbiamo darci delle regole, oltre non dobbiamo fare.
E a me piaceva quel regolamento perché le sue mani erano lunghe, protettive e morbide, senza duroni, che avevano toccato milioni di ostie.
– Hai delle mani da morire – diceva lui. – Lisce – sussurrava – Senza il nostro regolamento, scivolerei subito.
“Il comandamento delle mani”, lo chiamava lui, mentre il vento soffiava leggero e i pini di Castel Fusano si muovevano quasi a tempo
C’ erano altre macchine ma io pensavo che non c’ erano certo altri preti dentro. Solo il mio. Senza una moglie né una fidanzata. Senza un anello alle dita e con quelle mani grandi, che sembrava non volessero mai separarsi.

3.

Lui quella sera adorava le mie mani più di tutto e io pensavo è normale che un prete ti sappia venerare.
Infatti si è inginocchiato davanti a me e ha detto che io ero la più bella di tutte le cose, che ero in in attingibile, ero irraggiungibile, che ero intoccabile.
Diceva “intoccabile”, anche se avevo dappertutto, addosso, le sue mani.
A un certo punto mi ha tolto le mani e ha iniziato lui, con le mie mani, a toccarsi.
Diceva cose da fanatico, tipo non esistono regole, niente regole, portami dove le regole valgono zero, portami dentro il tuo mistero.
È stata un’ estasi di una breve durata, uno sfogo che io in nessun modo ho interrotto. In ogni caso, non ne avrei nemmeno avuto il tempo, perché, come una confessione di impotenza, dopo un attimo, tutto si era spento.
Lui si puliva stringendosi con un fazzoletto, che aveva anche passato su di me. Teneva in mano il suo coso che sembrava una candela gocciolante cera densa, mentre i miei peli si erano ridotti a ciuffetti.
Il fazzoletto me lo aveva passato anche dentro.
– Dici che un po’ è entrato?- mi ha chiesto.

Normalmente mi lasciava a 2 chilometri da casa.
E’ per sicurezza, diceva, anche se, a me, non sembrava tanto sicuro di camminare da sola per tutto quel marciapiedi al buio.
Comunque quando mi lasciò più lontano, dall’ altra parte del ponte, ho subito capito che per “sicurezza” non si sarebbe più fatto vedere.
Tornando a casa l’ avrà detto cento volte “per sicurezza”.
– Ah, per sicurezza, perché non vai a farti controllare? –

4.

Quella notte, al Presidio Medico, dissi solo che avevo paura di essere finita incinta. Mi ricordo che mi tenevo distante, seduta in un angolo, come se, invece di altro, mi avessero schizzato addosso fango.
Lì mi spiegarono che c’ era una polverina: la pillola del giorno dopo.
In ogni caso, prima di inghiottirmi quella pillola, dovevo confessarmi con una ginecologa.
A lei non ho detto un prete e nemmeno un professore, le ho raccontato solo di un uomo grande.
– Non si è comportato come un grand’uomo – ha commentato lei.
– Comunque lei, tecnicamente, è ancora vergine – ha sentenziato. – Non ha bisogno di prendere niente. Le possibilità sono minime, pressoché infinite. –
Cioè, a quel tempo mi sembrava che “infinitesimali” volesse dire “infinite”.
Poi, in pratica, ho fatto tutto da sola e ho firmato una specie di liberatoria per prendere questa cosa. Il sapore faceva schifo e ho vomitato da matta, quasi tutta la nottata.
Pensavo che le ragazzine anoressiche facevano così, ma io non abortivo il mangiare, come quelle che vanno da Costanzo, che, quando ne parlano, le criptano o le bendano e gli mettono la voce alterata come se fossero pentite, ma di mafia.
Non mi sono mai messa due dita in gola, io, e non mi piace nemmeno toccarmi in generale. Però quella notte ho vomitato come una scimmia. Più andavo di stomaco più mi sembrava di essere libera per iniziare una nuova vita.
Davanti allo specchio, mi vomitavo apposta sulle mani invece che sul lavabo.
Più andavo di stomaco più mi guardavo e mi sembrava di essere diventata più bianca e magra. Pensavo che le modelle prendevano quella cosa e poi, una volta in linea, si truccavano per bene. Pensavo da domani devi truccarti.

62 Responses to Il comandamento delle mani

  1. Ginevra il 5 agosto 2007 alle 12:25

    il potere dell’adulazione è immenso
    guardarsene alle spalle – finchè non entri – impresa ardua.

    ma nulla è impossibile!

    più difficile è capire.

  2. marco mantello il 5 agosto 2007 alle 12:48

    Simone Consorti é anche un ottimo poeta, ma questo emerge giá nella sua prosa, cioé quando non va accapo. Meriterebbe molto piú spazio di quello di cui attualemente gode. Leggete ´L´uomo che scrive sull´acqua aiuto´ (Baldini e Castoldi, 1999, s enon vado errato).

  3. antonella il 5 agosto 2007 alle 13:18

    se l’autore non fosse un uomo verrebbe da pensare che si tratta di una storia vera tanto sembra reale. i preti sono uomini come tutti gli altri, con le loro pulsioni e passioni, guai a frenare le pulsioni e le passioni, esse poi esplodono in modo anomalo e fanno più danno di quello che avrebbero fatto se incanalate e vissute nel modo giusto, credo sia giunto il momento che il Papa si decida e che faccia sposare questi poveri uomini-Cristi. il celibato non è un dogma. certo il loro fascino verrebbe meno perchè non si tratterebbe più di cosa proibita, certo perderebbero molte fans, non potrebbero approfittare del fenomeno del transfert fra chi si racconta e si confida e si affida e chi ascolta tipico delle analisi e delle confessioni, e anche questo racconto, che colpisce perchè parla delle debolezze di un prete, perderebbe molti punti perchè più o meno si tratta di una pomiciata semplice fatta in macchina. antonella

  4. poppo il 5 agosto 2007 alle 14:20

    Questo racconto è vero?

  5. poppo il 5 agosto 2007 alle 15:32

    @ antonella
    Beh! certo. Se per te la confessione è solo un fenomeno di tranfert, allora cosa si può aggiungere.
    Dici che la storia se l’è inventata l’autore, maschio per giunta.

    Allora prendo per solida questa affermazione. Dico allora il mio commento.
    Quale verita? Cosa deve, uno scrittore, dare? Secondo me la verità. Questo racconto, secondo voi, è verità o è pre-giudizio? Secondo me è pregiudizio.
    E’ scritto con un certo sentimento di partecipazione però ci voleva maggior approfondimento.

  6. antonella il 5 agosto 2007 alle 16:02

    In questo caso c’è stato, spesso c’è. Questo racconto, in verità scritto bene dal punto di vista formale, non mi piace nel contenuto perchè cavalca l’onda del momento, la moda, la miscela che va bene oggi, quella vincente: sesso e religione. Non è un racconto di denuncia perchè la protagonista ha 18 anni e, anche se vergine, a 18 anni si è capaci di intendere e volere e si sa bene quello che può accadere, doveva tagliare la corda :-) anzi il cordone. inverosimile anche il fatto che abbia sentito il bisogno di raccontare in forma di confessione tutta la storia al presidio medico e che non sappia gli effetti della pillola del giorno dopo e altro ancora. Avrei abbassato l’età della protagonista almeno a 12 anni se proprio avessi voluto scrivere un racconto di facile presa nel lettore ingenuo. antonella

  7. marco mantello il 5 agosto 2007 alle 16:23

    Antonella
    Per la precisione: questo racconto Simone lo ha scritto piú di un anno fa, te lo puó confermare anche una scrittrice sensibile e intelligente come Carola Susani, a cui lo girai io stesso per un suo eventuale inserimento in un numero di Nuovi argomenti dedicato all´aborto, che poi non si fece. Poi il racconto puó non piacere, certo, ma dire che cavalca l´onda del momento é inesatto. Un saluto

  8. antonella il 5 agosto 2007 alle 16:38

    Marco ti credo sulla parola, non mi sono necessarie conferme :-) certo un anno fa non è tanto, può essere comunque che il pre-giudizio sia il mio, lo ammetto, perchè secondo me il nocciolo del racconto, il problema che voleva evidenziare, non era l’aborto ma il rapporto col prete. l’aborto per me era un aspetto secondario, mi pare infatti che tutto il racconto gira attorno a quel rapporto. un saluto a te. antonella

  9. poppo il 5 agosto 2007 alle 16:59

    La parte che riguarda la pillola del giorno dopo è trattata con estrema semplicità. Non saprei dire cosa è alla base dell’attrazione della ragazza verso il sacerdote, se l’ingenuità, se la malizia o se un plagio (ma d’amore si è parlato, in fondo; perché le descrizioni sono quelle di alcuni gesti d’amore – la mani lisce senza calli, per esempio), però, più che il rapporto col prete, è questo motivo del giorno dopo che dovrebbe coinvolgere di più la protagonista.

  10. Tina S. Bircia il 5 agosto 2007 alle 23:03

    Ah! La “scuola romana”!! Avèrcene, avèrcene, aver cene…

  11. gina il 6 agosto 2007 alle 10:08

    In effetti è tutto un po’ troppo in sospeso, a partire dall’immacolata concezione della mistica diciottenne (infatti la pillola del giorno dopo non è abortiva, ma anticoncezionale e d’emergenza, come ad esempio la spirale se inserita subito dopo il (non:) rapporto. Ma una spirale in polvere non rende il rapporto con l’anoressia. A proposito, il rapporto qual’è? vomito come rigetto del (non) corpo estraneo? vomito come rigetto della Madre? )

  12. Nevio il 6 agosto 2007 alle 11:14

    A me è piaciuto molto…

    [nm]

  13. The O.C. il 6 agosto 2007 alle 12:18

    Sesso e religione. Murdoch approverebbe, però mancano i soldi, la triade del giornalismo da battaglia prevede anche quelli.

  14. fk il 6 agosto 2007 alle 13:56

    Mi è molto piaciuto. Linguaggio appropriato: l’autore si è immedesimato molto bene nella ragazza e il suo io narrante è entrato molto bene “nella parte”.

  15. diamonds il 6 agosto 2007 alle 14:07

    “abortivo il mangiare, come quelle che vanno da Costanzo”.Lo dico sempre,l’unica rivoluzione degli ultimi cinquanta anni che andava cavalcata era quella Hippy(magari con l’inserimento di adeguati dogmi in materia igienico-sanitaria.Un bagno a testa con standard italiano per esempio).Ci hanno scaricato addosso talmente tanti complessi di colpa che oramai non riusciamo nemmeno più a elaborarli.Il racconto non è male,il prete non è meno innocente della ragazza.Basterebbe vedere che cosa sono i seminaristi che vengono mandati allo sbaraglio per inseguire qualcosa di ineffabile da famiglie che sperano di comprarsi una credibilità che altrimenti non potrebbero perseguire.E ce ne sarebbe da scrivere

  16. elisa il 6 agosto 2007 alle 14:46

    io non ho capito perché, secondo alcuni di voi, la ragazza dovrebbe essere più coinvolta da un evento lontano, solo supposto, improbabile come una gravidanza…e non invece dall’evento traumatico, appena subìto, in maniera convulsa ed inspiegabile, tanto da lasciarla scioccata, da non saper neanche distinguere se è o non è ancora vergine senza la sentenza di un medico.
    Poi mi fanno rabbia tutti quelli che danno addosso alla ragazza, non ho capito, se una a 18 anni è un poco allocca, allora ben le sta?
    Tutta ‘sta storia con l’aborto c’azzecca una mazza, mentre c’entra benissimo con l’abuso e non capisco perché nessuno se ne accorga, perché la ragazza ha 18 anni ed è un po’ scema? perché il prete è un poveraccio pure lui? davvero tutto questo non lo sopporto, una cosa è dire che tanto il carnefice quanto la vittima sono un po’ disturbati, un’altra è arrivare a colpevolizzare la vittima e assolvere il carnefice -ovvio che la protagonista si sentirà colpevole – ma il lettore, cazzo, no! non ha nessun motivo di dare addosso alla ragazza – e vabbè ha detto che le piacevano le mani e con questo? dove leggete che lei avesse voglia di fare sesso? è tutta colpa sua se non è riuscita a tagliare la corda? evidentemente sì visto che è stata l’unica a pagare! con questo c’azzecca il vomito, solo con questo, c’azzecca ‘na mazza con la gravidanza.

  17. poppo il 6 agosto 2007 alle 15:18

    E vabbè; prendetevela con l’autore. Sua è la responsabilità di ciò che scrive. Tiè! Oh!
    Però, dico però… Bisognerebbe stare attenti a ciò che si scrive; perché il lettore o la lettrice che non capisce si confonde le idee; e dopo pensa che ma sì va tutto bene, tanto è lo stesso. Cosa vuoi che sia?.
    Vabbè.

  18. poppo il 6 agosto 2007 alle 16:22

    OT
    In risposta al commento di cui non trovo i commenti…

    Vedere la rivista Valori n.48, aprile 2007, a pagina7. Solo per cominciare.

  19. Ana il 6 agosto 2007 alle 16:48

    …e vabbè, dai!
    ;-)

  20. Ana il 6 agosto 2007 alle 17:05

    certo è che ci vuole una buona coordinazione, tra l’uso della mano e le istruzioni impartite intendo…

  21. elisa il 6 agosto 2007 alle 19:39

    Sì Ana, la stessa coordinazione che ci metterebbe un chierichetto, però con la differenza che quello si chiama molestia a tutti gli effetti e questo no, perché è una diciottenne contro un prete e la donna è il diablo!

    Poppo, io non me la prendo con l’autore se entra nella psiche dei protagonisti senza dare al lettore istruzioni di lettura, ma me la prendo col lettore se vedo in un’interpretazione a senso unico un pregiudizio, questo sì, e non contro i preti!

  22. Ana il 6 agosto 2007 alle 20:28

    istruzioni di lettura?
    da quando in quà…
    l’interpretazione deve essere libera, sempre!

    sicuramente la ragazza sarà più prudente, la prossima volta!

  23. antonella il 6 agosto 2007 alle 20:50

    elisa non me la prendo con nessuno, non sono persone reali, sono personaggi di un racconto e non si capisce che la ragazza è tonta, sembra abbastanza sveglia, sa del presidio medico e della pillola del giorno dopo, sa delle modelle e dell’anoressia, fa anche dell’autoironia perchè dice
    “Comunque quando mi lasciò più lontano, dall’ altra parte del ponte, ho subito capito che per “sicurezza” non si sarebbe più fatto vedere.” ed è anche dispiaciuta per questo. per questo dico che il racconto è incoerente al suo interno. secondo me, naturalmente. antonella

  24. antonella il 6 agosto 2007 alle 20:55

    invece in un’altra parte del racconto non capisce se è vergine o no. fa quella che è stata irretita, irretita da cosa? c’è andata di sua spontanea volontà col mascalzone e anche più volte. insomma, mi ripeto, il racconto mi sembra inverosimile, da sistemare in qualche punto ma scritto bene, solo da sistemare qui e là, caratterizzare con più esattezza la ragazza. è un mio parere, nulla di importante. antonella

  25. elisa il 7 agosto 2007 alle 02:00

    antonella neanch’io ce l’avevo con qualcuno in particolare, solo col fatto che nessuno prendesse le difese della ragazza, ovvio che ognuno sia libero di dire la sua, e sicuramente anche la tua è un’interpretazione legittima, però, per come la vedo io, il fatto che la ragazza sia andata una o più volte non cambia nulla e comprendo anche come possa esser dispiaciuta più dell’abbandono che di tutto il resto.

    e, Ana, ovviamente a me sembra assurda la tua frase: “sicuramente la ragazza sarà più prudente la prossima volta!” risposta sbagliata! sicuramente no, se non esce dal meccanismo che si è innescato, emblematica la frase con cui si chiude il racconto :”pensavo da domani devi truccarti”.

    ci sono carnefici innamorati delle vittime al punto da togliersi la vita quando le perdono, e restano carnefici; e ci sono vittime che vanno a caccia di carnefici, che amano i carnefici o la propria carneficina, o che pure avendo subito l’inverosimile, spendono ancora parole d’affetto per loro, (vedi Natascha Kampusch che, dopo aver vissuto 8 anni segregata, diceva del suo aguzzino che non le aveva fatto mancare niente!!! )

    Quello che voglio dire è che nel racconto non compare un solo elemento che presuma malizia da parte della ragazza, solo un gioco di specchi con cui lei proietta su di sé la libido dell’altro: il prete dice che ha una bella voce? e lei subito pensa di parlare con una voce “peccaminosa”; il prete dice facciamo il gioco delle mani? e a lei è ovvio che piacciano le sue mani etc etc…però delle parti da prendere, libertà d’interpretare e così via, tutti hanno scelto il prete e nessuno la ragazza o perchè maliziosa o perché idiota, ed è solo contro questo che io ho reagito (male!)

  26. carcade setit il 7 agosto 2007 alle 07:29

    tra un po’ farete fare una visita ginecologica alla ragazza. dio santo, che beghine che siete.

  27. gina il 7 agosto 2007 alle 10:26

    analisi ginecologica:)
    Mi pare però che non sia una questione di preti, o di dar ragione ai preti.
    Qui il prete è intercambiabile, nella narrazione conforme richiesta dalla psicologa o dal presidio medico il prete si trasforma (barbatrucco) in padre, e/o in professore (l’Autorità) senza che il mostro perda di credibilità. La narrazione della tipa regge al vaglio del sistema che non ha rimedio contro il male che causa, contro il male che è (cent’anni di psicanalisi e il mondo va sempre peggio). Per questo parlavo d’immacolata concezione, la ragazza è pura, si dice pura, senza peccato (originale). L’infinitesimale è uguale all’infinito. Le cose accadono ma possono anche non essere accadute mai. Non accadono non sono accadute mai.Se da un lato sottrarsi al mondo è possibile, la tradizione femminile è li a dimostrarlo, da millenni, millenni di resistenza, dall’altro è possibile partecipare in prima persona. Chiaro che non di determinano, da sole, le regole del gioco. Chiaro che il gioco può sfuggire di mano:) – la vittima – chiaro che i giochi si possono subire “dirigendoli”, compiacendoli magari dietro le quinte (altri millenni di tradizione femminile). Chiaro che ci si può sottrarre giocando. Chiaro che ci si può persino:) sottrarre a un gioco e cominciarne un altro. Quel che resta in sospeso in questo racconto è proprio questo. Data la caduta, l’esperienza del mondo (assoggettamento/soggettivazione), la donna (che si dice nata a nuova vita) cheffà, si trucca? barbatrucca il cast? E poi?
    (d’accordo sugli hippy con diamonds, solo che lui è schiavo di quella sconvenienza occidentale meglio nota come bidet:)

  28. gina il 7 agosto 2007 alle 10:50

    sconvenienza continentale meglio nota come bidet:)

  29. elisa il 7 agosto 2007 alle 13:14

    gina, nel racconto si parla di una ragazzina che non ha ancora avuto rapporti sessuali, che non è in grado di dirigere nessun gioco, che a 17 anni e tre quarti è ancora tutelata dalle legge e che a 18 non ha fatto esperienza della caduta o del peccato originale, come dici tu, ma di una prima volta che non è stato esattamente un giochino da adolescenti al dottore e l’ammalato. Una ragazzina deve per forza a 18 anni avere alle spalle secoli di femminismo? Può concedersi il lusso di essere un po’ gonza e sentirsi pure una casta diva o no?
    Quando, però, al posto di una foglia di fico, si trova davanti un manipolatore, un burattinaio, un maestro cerimoniere, per forza di cose, verranno innescati meccanismi che sfuggiranno per molto tempo al suo controllo e che nemmeno millenni di femminismo potranno evitare.
    Ma non credo che il seguito abbia molto a che fare con verginità e violazione, quanto con un desiderio di riscatto, per essere stati privati di un potere di decisione che si tenterà in tutti i modi di restaurare o di mettere ripetutamente da parte, credo, ma non sono sicura.
    Alla tua ultima domanda, mi spiace, non ho risposte, non ho la più pallida idea di come finiscano certe storie, forse il tempo, forse no.

  30. The O.C. il 7 agosto 2007 alle 13:34

    Ma che bellina questa teoria dei giochi. La ragazza resta presa proprio tra due fuochi. Essenzialismi degli antiessenzialisti.

  31. diamonds il 7 agosto 2007 alle 13:36

    “sconvenienza continentale meglio nota come bidet”,l’hai detto Gina.Un giorno scriverò la mia “introduzione ai tropici” e cercherò di raccapacitarmi di come siamo sopravissuti al campeggio e agli hotels des artistes.Ho maturato una coscienza civile quando ho incominciato a pretendere che lo scalpo non mi venisse fatto sul cavallino del barbiere(avevo 11 lunghissimi anni).Poi ho letto tropico del cancro,rimanendo sotto chock nell’apprendere che l’amico indiano di Henry interpretava il bidet come un water di scorta.Ora non mi muovo senza opportune garanzie,e ascolto musica(parafrasando Sartre,l’unica speranza è nell’inazione.Ora et elabora)

    p.s. e pensare che sarei potuto essere un ottimo squatter.Almeno per tradizione familiare

  32. gina il 7 agosto 2007 alle 14:01

    Elisa
    non c’è bisogno di secoli di femminismo alle spalle, la caduta è caduta, l’esperienza si fa, e si condivide, a qualunque età. Tutte o quasi abbiam giocato alle caste dive, magari ben prima dei 18. Tutte o quasi le abbiamo più o meno prese. Più in generale, a qualunque età s’impara l’imposizione delle mani, a tagliar la corda anche quando il cappio è fatto in parte con le proprie mani, si impara a menar ceffoni con le proprie mani. Si impara a dir di NO, insomma, anche con le proprie mani magari (ri)chiudendosi in cella. se del caso, poi, si trascina in tribunale.
    oc
    Il discorso (assoggettamento/soggettivazione e il chessifà dell’esperienza) vale naturalmente per donne e uomini. E’ il contesto di questo racconto ad esser marcatamente sessuato, al femminile.
    Diamonds
    :)

  33. la funambola il 8 agosto 2007 alle 01:18

    le donne tendono a piangersi addosso e a sentirsi vittime.
    è posizione astuta, inconsapevolmente astuta, ovviamente.
    questo raccontare non mi persuade, non è così che funziona, intendo dire.
    imparare l’onestà significa togliersi facili alibi.
    e in questo racconto ce ne sono tanti.
    poi, capisco che mettersi nei panni di una donna, significa parlare di lei, scrivere di lei per come sei tu, per come vedi tu,maschio, la donna.
    comunque è un racconto eccitante, un po’ da ditalino insomma :))))
    ecco, dovessi recensire un libro penso che non mi prenderebbero
    tanti baci
    la funambola

  34. gina il 8 agosto 2007 alle 10:12

    La fu mi fai venire in mente LA vittima che è femmina ma che potrebbe anche essere altro, e che delira e che si piange addosso coi controfiocchi, e più precisamente le cause di morte di I. Bachmann (malina, il caso franza, requiem per fanny goldmann), ciclo sui “delitti che hanno bisogno dello spirito, che turbano il nostro spirito e meno i nostri sensi, quelli insomma che ci toccano più profondamente, che avvengono senza spargimenti di sangue, e la strage si compie entro i limiti della morale, all’interno di una società i cui deboli nervi tremano di fronte agli atti belluini. Ma non per questo i delitti sono diventati meno gravi, essi richiedono soltanto una maggiore raffinatezza, un diverso grado di intelligenza, e sono spaventosi. I luoghi dell’azione sono vienna, il villaggio di galicien e la carinzia, il deserto, quello arabico e quello libico, quello sudanese. I veri luoghi dell’azione , quelli interiori, a malapena celati da quelli esterni, sono altrove. Ora nel pensiero che conduce al delitto, ora in quello che conduce al morire. Poiché è dentro di noi che avvengono tutti i drammi, in virtù della dimensione che siamo in grado di dare, noi o certi personaggi immaginati, a questo far soffrire e a questo patire”
    (DA “il caso franza”
    …il tuo cervello tirannico, i suoi giochi segreti tra corteccia e diencefalo, i suoi atti messi in moto dal diencefalo e la loro elaborazione corticale, perché l’hai chiamato fossile, oh no, come ti sbagli , lui è più moderno di me, io sono di una razza inferiore, da quando è accaduto tutto questo so che è cominciata l’autodistruzine, il fossile sono io, lui è il campione che impera oggigiorno, che ogghi ha successo, che ha la crudeltà dei nostri giorni, che aggredisce e perciò vive, mai ho conosciuto una persona tanto carica di aggressività, è così che si dice, si potrebbe incastonarlo come una gemma, lui si che può rappresentarlo splendidamente, il predatore di questi anni, il branco di lupi di questi anni, qui non ci sarà mai un processo, e questo l’ho capito, io sono di una razza inferiore,. O forse bisognerebbe chiamarla classe. In realtà si possono derubare solo coloro che vivono in modo magico, e per me tutto è colmo di significato…. In Australia gli aborigeni non sono mai stati sterminati eppure si stanno estinguendo, e le ricerche climatiche non sono in grado di scoprire le cause organiche, per i papua si tratta di una disperazione mortale, di una specie di suicidio, perché credono che i bianchi si siano impadroniti magicamente di tutti i loro beni; e forse che gli incas sono stati davvero annientati da quei crudeli banditi, da quello sparuto manipolo? E i muruti del Borneo del Nord, che muoiono da quando sono in contatto con la civiltà, e prima ancora le razze cui si è portato l’alcool, quelle si sono annientate da sé, per la disperazione…. Lui mi ha sottratto i miei beni. Il mio sorriso, la mia tenerezza, la mia capacità di gioire, di compatire, di aiutare, la mia animalità, la mia radiosità, lui ha calpestato ogni singolo manifestarsi di tutto questo, finché non si è più manifestato. Ma perché uno agisca così questo non lo capisco, e del resto non si capisce perché i bianchi abbiano portato via i loro beni ai neri, non soltano i diamanti e le noci, l’olio e i datteri, ma la pace in cui questi beni crescono, e la salute senza la quale non si può vivere, o forse i tesori del suolo erano legati a quegli altri beni, a volte credo di sì. Neanch’io posso più vivere, perché lui si è preso i miei oggetti, voglio proprio dir questo, il nostro cestino d’argento per il pane, ad esempio, le nostre scodelle, questo mi è intollerabile, penso io , non è possibile che la sua mano prenda il pane da quel cestino: che piuttosto si copra di lebbra, che il pane ci ammuffisca dentro, perché io non faccio che pensarci, perché nella mia immaginazione quel cestino assume le dimensioni di giganteschi granai, per tutte le messi, di giorno in giorno tutto questo va peggiorando, questa sofferenza, e rende possibile la magia, io sono una papua….. Arrivano i bianchi. I bianchi scendono a riva. E se vengono respinti ritorneranno ancora una volta, non c’è rivoluzione che serva, né risoluzione, né legge valutaria, ritorneranno in spirito, se non possono più ritornare in altro modo. E risorgeranno dentro un cervello bruno o nero, saranno pur sempre i bianchi, anche allora. Continueranno a possedere il mondo, per questa via traversa”)

  35. polentina il 8 agosto 2007 alle 11:42

    Non capisco l’esigenza di commentare il racconto. I racconti, i libri, le parole degli altri si leggono, si vive un’emozione o meno, è una cosa talmente personale…
    Scrivo per Simone:
    Tutto quello che scrivi mi da un’emozione forte…
    Mi porti in macchina nella pineta di Ostia? :-)
    Ci chiudiamo in un confessionale? Prometto di parlare piano piano…quasi soffiando.
    Non sto facendo la scema… sorrido e (ti) vedo

  36. The O.C. il 8 agosto 2007 alle 12:44

    Viva la Svezia e le pari opportunities.

  37. la funambola il 8 agosto 2007 alle 13:05

    non capisco l’esigenza di commentare l’esigenza di commentare il racconto :)
    scrivo per gina :)
    ciao gina, ho letto poco di ingeborg, mi angoscia olte misura ed io cerco armonia, anche nel dolore.
    ma sul vittimismo delle donne, sul vittimismo della vittima bisognerebbe indagare senza paura e senza reticenza.
    e non serve andare molto lontano e non serve interrogare gli altri se prima non si è passati e ripassati dal via: il proprio, di via
    tanti baci
    la funambola

    il confessionale è stato il luogo delle mie fantasie erotiche il più…efficace :)

  38. diamonds il 8 agosto 2007 alle 13:17

    una peculiarità delle scritture femminili emancipate è che non si capisce se a renderle luminose siano fuochi d’artificio o traccianti.Mi piace(dovreste entrare in combutta e prenderci a calci.Forse qualcosa ne verebbe fuori)

    p.s. ho un lasciapassare

  39. la funambola il 8 agosto 2007 alle 13:35

    considero la scrittura femminile alla stregua di quella maschile.
    non è il genere che fa la differenza, ma solo la consapevolezza.
    siamo quello che scriviamo e le donne non sono più innocenti degli uomini.
    ma ci piace navigare nell’equivoco per poi incolpare il destino cinico e baro o il carnefice di turno.
    sento però ,che la salvezza, è femmina.
    baci
    la fu

  40. elisa il 8 agosto 2007 alle 14:55

    questo è per Funambola, una che è solita spararle grosse e che perciò salto volentieri a piè pari, ma che stavolta con la sua ultima perla”non esistono vittime” ha superato veramente se stessa. Complimenti!

    http://www.repubblica.it/2007/07/sezioni/cronaca/donne-violenza/donne-violenza/donne-violenza.html

  41. gina il 8 agosto 2007 alle 15:05

    La fu
    Ho messo Franza come bellissimo (e fecondo nel senso del warning, imho) esempio di bruttissima autocommiserazione.
    (a me piacciono i sottoscala dei vecchi palazzi, cum grata a maggior dannazione:)

    diamonds
    che il lasciapassare sia almeno e pacchianamente: falso:)

  42. la funambola il 8 agosto 2007 alle 16:15

    per elisa
    troppo facile, ma tant’è.
    baci
    la fu

  43. diamonds il 8 agosto 2007 alle 16:40

    ho estrapolato alchimie utili per falsificare le carte evincendole dalla traduzione di “the big picture” di Douglas Kennedy,insieme a preziosi consigli sull’arte di scomparire per risolversi

  44. la funambola il 8 agosto 2007 alle 17:10

    …prendiamola larga, magari partendo da noi.
    la prendo larga, visto che tu, elisa, l’hai presa larghissima.
    ti posto alcune considerazioni che feci tempo fa rispondendo ad un insulto che un’entità (femmina)scagliò dal suo pc alle donne, ad alcune donne, che non son tutte sorelle nè, che la solidarietà facile non porta da nessuna parte, e l’articolo che mi hai postato è semplicemente una fotografia di uno realtà che forse, dico, forse, non a caso, si perpetua.
    tentare di capire il perchè di questa infinita violenza, senza tirarcene fuori, tentare di capire cosa non funziona, quali perversi meccanismi stanno alla base di questa barbarie penso sia non solo opportuno ma urgente, urgente e onesto e l’unica strada per modificare qualcosa che pare immodificabile.

    TROIA: femmina del maiale, spec, quella destinata alla riproduzione. Sin. Scrofa (fig. volg.) Puttana. (zingarelli)

    Riflettevo sugli interventi maschili.

    Ironici, giustificazionisti, sottilmente complici della “teoria”, del “pensiero” di lenticchia.

    Che sì,va beh, non è stata una signora, non voleva dire proprio così, che poi si è corretta e ha ripiegato sulle stronze, ecchessaramaiiiiiiiiiii…sù sù, che lo vediamo né come gira il mondo, che di troiette in giro ce ne sono né, che se poi ve lo dicono le stesse donne, cazzo, le stesse vostre sorelle allora significa che il nostro apostrofarvi ogni tanto troie non deve essere così stigmatizzato né.

    Che poi diciamocelo,
    a noi ,
    sotto sotto, ci fa piacere, ci rassicura , che fra voi vi diate della troia, perché ci autorizza ad avercelo nel cervello questo sospetto, questa rabbia che ci prende a volte nei vostri confronti, questa potenza che ci avete su di noi che ci fa girare i coglioni e allora un bel TROIA liberatorio, ci fa sentire meno paura.

    Ognuno può esprimere le proprie “opinioni” né

    Si può anche sostenere che le donne infibulate possono esserselo meritate perché se l’80 per cento son troie(vedi animale) fanno la maggioranza no? e la maggioranza vince sempre no?

    Prima è arrivato il concetto di “troia” e poi è arrivata….. la lapidazione, l’infibulazione, la prevaricazione, la negazione dei diritti, il martirio, la sottomissione, la violenza psicologica, la prostituzione…………………………………………………………………………………………………………………arriva di tutto, se si lascia passare questo termine, se non lo si tiene “monitorato” può sempre arrivare di tutto, che non siamo mai fuori dalla barbarie né!

    guardiamoci un po’ intorno ed i campi di sterminio, e le torture, e le cose immonde fatte su essere umani nel nostro secolo “moderno”, nel nostro luminoso 2005, non si discosta molto dagli scempi dell’inquisizione.

    TROIA: sporca, immonda, porca che mi attrai, che mi fai schizzare dentro di te la mia paura, che sbeffeggi la mia solitudine, che mi costringi a guardare le mie paure, che mi costringi a pagare per illudermi di averti e di neutralizzare la paura e il bisogno che ho di te: donna.

    Perché gli uomini sono malati di misoginia, chi in maniera gravissima, chi grave, chi lieve, chi lievissima….
    Misoginia giustificata nè, congenita, visto che noi partoriamo, siamo capaci di dare la vita.
    Un po’ di invidia suvvia.

    E se noi donne rinforziamo questa piccola infermità non possiamo che farci del male, non possiamo che uscirne sconfitte, non aiutiamo gli uomini ad avere fiducia in noi, a prenderci per mano per condividere un percorso, quello della vita che è assai faticoso e pauroso, ma in due ci si fa almeno compagnia.

    Siamo state anche invitate a non esagerare, a non coalizzarci, a non prendercela più di tanto, a non prenderci troppo sul serio, ad “interpretare” correttamente e nel contesto l’insulto più becero, più cattivo, più ottuso, col quale si possa apostrofare una donna.

    Siamo state anche invitate a piantarla qui, perché?
    C’è un scadenza all’indignazione?
    C’è una scadenza al senso di impotenza che ti prende quando senti la barbarie riaffiorare in un “innocente” post, in un virtuale posto, in un pensiero di donna?

    E dire “troia” è barbaro, non è un opinione.

    Essere compassionevoli non significa non prendere posizione di condanna assoluta verso un modo di intendere pericoloso, violento e mortificante sia per gli uomini che per le donne.

    Apostrofare qualcuna troia , e lo abbiamo fatto tutti/e almeno una volta nella nostra vita, non fa onore alla nostra dignità di uomini.

    e tentare di capire fa sempre bene e non è mai abbastanza, e non è mai per sempre, e non ci sono luoghi più o meno nobili, più o meno veri, più o meno deputati per tentare di capire la nostra immensa finitezza e prenderne atto, e anche questo è un luogo.

    Bene.

    dall’alto della mia troiaggine, sul mio piedistallo di troia consapevole, tento di rispondere.

    Certo che mi aspettavo una reazione di condanna ferma e dura da parte dei maschi e delle donne tutte che ci sono in questo forum, proprio perché le teorie di lenticchia, che non sono rare, che circolano purtroppo tra la “gente”, che sono un sentire comune molto frequente e strisciante nella nostra civiltà moderna e liberata, non fa onore a nessuno.
    Maschi e femmine.

    Ho aperto un post a parte proprio per sdrammatizzare il singolo episodio, perché volevo fare un discorso più generale, più universale, partendo da un episodio concreto e per non infierire su una ragazza evidentemente spaventata ed evidentemente inconsapevole delle sue dinamiche.

    Perché sparare addosso a lenticchia, alle tante lenticchie che circolano nel mondo è facile ma improduttivo e poi a me rincresce, mi si stringe il cuore mortificare una persona debole.

    Ma si dovrebbe sempre partire dal particolare per arrivare all’universale, perché ogni nostro gesto, ogni nostra parola, ogni nostro atto nella quotidianità tradiscono o fanno da specchio al nostro sentire profondo, ai nostri retaggi, alle nostre paure ancestrali, ci rende complici o resistenti ad un modo di pensare che chiamiamo”cultura” “religione” “valori” “ideologia” “bene” male”….insomma che ci fa guardare attraverso i filtri delle nostre pseudo sicurezze.

    Io sono severa con le donne perché lo sono con me stessa, tento di esserlo con me stessa e il processo di analisi deve partire sempre da noi, da come sentiamo noi, dalle nostre paure, dalle nostre reazioni.

    Ed io anche ho pensato alle donne , alcune volte, in questi termini, io anche sono caduta in questo tranello.
    Perché di donne inconsapevoli che usano la loro sessualità, il potere che hanno in mezzo alle gambe, ce ne sono eccome; io non amo,le donne a prescindere, come non amo gli uomini a prescindere.

    Io cerco di capire, cerco di essere compassionevole, ma essere compassionevole non significa non esercitare il dovere, e non uso il termine diritto, dico, dovere di denunciare condannare e osteggiare idee che poi si traducono in comportamenti, che poi si traducono in “sentire comune” che poi si traducono in complicità passiva, che poi si traducono in barbarie.

    Troia è un insulto “speciale”, non è una parolaccia qualunque; in questo termine, si nasconde la paura ancestrale che gli uomini hanno nei nostri confronti, che ha “giustificato” secoli di pregiudizi, ferocia, sopprusi, discriminazione, nei confronti delle donne di tutto il mondo.

    E che noi donne siamo potenti lo sappiamo: noi possiamo dare la vita, noi possiamo negare la vita.
    E gli attacchi alla nostra autodeterminazione per esempio,i continui attacchi a diritti che sembravano consolidati, ma non c’è mai nulla di scontato, di definitivo, gli attacchi dicevo al decidere se essere madre o non esserlo sono lì a dimostraci quanto sono arrabbiati gli uomini, il potere, con noi, e quanto ci confondono, quanto ci fanno paura e quanto saremmo tentate di prendere scorciatoie.

    E la complicità delle donne nel rinforzare questa visione che il maschio ha di noi è stata determinante nel faticoso cammino della nostra emancipazione, perché le donne han paura tanto quanto gli uomini e sono spesso le peggior nemiche di se stesse e delle donne tutte.

    Non ci si salva apostrofando le altre troie, non ci si conquista uno spazio garantito, un maschio, un privilegio, isolando le altre donne o considerandole antagoniste e troie perché possono soffiarci il maschio di turno.

    Ci si salva solo riconoscendo le nostre paure di donna, la troia che è in noi, perché lo sappiamo bene tutte su cosa ci sediamo, ma il saperlo non basta se non lo sai con consapevolezza, anzi il saperlo e basta è la causa della nostra “infermità”

    Io l’ho letta tua la troia che è dentro di me, sono consapevole del potere di ricatto che posso esercitare sul maschio, sono consapevole della forza dirompente che ho dentro in quanto femmina, ma il mio riconoscermela, il mio considerami dignità di essere umano non mi permette di prendere scorciatoie, di usare questo potere per circuire, far carriera, appagare il narcisismo che ho dentro, giocare con i bisogni degli altri, usare in modo subdolo e quindi inconsapevole questa bellissima possibilità di essere FEMMINA.

    Perché usare la figa per avere un po’ di potere è mortificante, è perdente, è dichiarare la nostra sconfitta, è ammettere che in fondo sta bene se ci infibulano, lapidano, discriminano, se ci chiamano troie.

    FEMMINA e DONNA che si misura con l’uomo, che si confronta col maschio sulle idee, sui progetti, sulla visone del mondo, sulle paure.

    Femmina perché è bello giocare, sedurre, ammiccare, corteggiare, amare, esser troia dell’amore innocente, l’amore che non ha in sé il concetto di “bene” o di “male” ,e non per paura o per convenienza ma perché siamo nella stesa barca, perché siamo esseri umani prima di essere maschi e femmine, perché l’angoscia del vivere è mia in quanto donna ed è tua in quanto uomo, identica, precisa.

    Gli uomini sono malati di misoginia sì, e non sono io che lo dico, è la storia che ce lo dice, è lì da leggere, da vedere.

    E come ogni donna dovrebbe leggere la troia che ha dentro di sè, un uomo dovrebbe fare altrettanto e leggersi il misogino che ha dentro.
    Sono la faccia di una stessa medaglia.

    Io, se sono onesta e consapevole non potrò mai affermare di non essere razzista, perché razzismo significa paura di quello che non conosciamo, e c’è sempre qualcosa, qualcuno che non conosciamo.
    Non siamo mia definitivamente salvi, ma la nostra salvezza sta nell’accettare questo enunciato e lavorarci sopra.

    Secoli di prevaricazione nei confronti delle donne, prevaricazione (e sto usando un eufemismo per non ripetermi in continuazione) che ha disegnato il mondo al maschile, nella politica, nella religione (pensiamo allo sprezzo che la chiesa cattolica ha nei confronti delle donne) nella struttura del POTERE insomma, stanno a dimostrare la misoginia suvvia, suvviaaaaaa.
    E non mi pare che la sostanza, il POTERE insomma si sia colorato molto di rosa nel nostro bel secolo progressista.

    E noi donne siamo certo responsabili e complici della nostra stesse catene e della violenza e della barbarie “agita” dagli uomini.

    Non sono femminista, sono una donna un po’ consapevole, ma ringrazio le donne che prima di me, con eccessi anche, perché si sa che in una rivoluzione ci entra di tutto, mi hanno dato la possibilità di riflettere e crescere ed esercitare diritti, diritti che non seguono la teoria dell’evoluzione, anzi sono sempre a rischio di involuzione.

    sempre baci
    la funambola

  45. la funambola il 8 agosto 2007 alle 17:22

    …e poi
    “nessun diritto sarà mai riconosciuto se non ha la potenza per farsi riconoscere”

  46. gina il 8 agosto 2007 alle 19:08

    un mutaforma! (teriantropia?)

  47. la funambola il 8 agosto 2007 alle 20:01

    …prendiamola larga, magari partendo da noi.
    la prendo larga, visto che tu, elisa, l’hai presa larghissima.
    ti posto alcune considerazioni che feci tempo fa rispondendo ad un insulto che un’entità (femmina)scagliò dal suo pc alle donne, ad alcune donne, che non son tutte sorelle nè, che la solidarietà facile non porta da nessuna parte, e l’articolo che mi hai postato è semplicemente una fotografia di uno realtà che forse, dico, forse, non a caso, si perpetua.
    tentare di capire il perchè di questa infinita violenza, senza tirarcene fuori, tentare di capire cosa non funziona, quali perversi meccanismi stanno alla base di questa barbarie penso sia non solo opportuno ma urgente, urgente e onesto e l’unica strada per modificare qualcosa che pare immodificabile.

    TROIA: femmina del maiale, spec, quella destinata alla riproduzione. Sin. Scrofa (fig. volg.) Puttana. (zingarelli)

    Riflettevo sugli interventi maschili.

    Ironici, giustificazionisti, sottilmente complici della “teoria”, del “pensiero” di lenticchia.

    Che sì,va beh, non è stata una signora, non voleva dire proprio così, che poi si è corretta e ha ripiegato sulle stronze, ecchessaramaiiiiiiiiiii…sù sù, che lo vediamo né come gira il mondo, che di troiette in giro ce ne sono né, che se poi ve lo dicono le stesse donne, cazzo, le stesse vostre sorelle allora significa che il nostro apostrofarvi ogni tanto troie non deve essere così stigmatizzato né.

    Che poi diciamocelo,
    a noi ,
    sotto sotto, ci fa piacere, ci rassicura , che fra voi vi diate della troia, perché ci autorizza ad avercelo nel cervello questo sospetto, questa rabbia che ci prende a volte nei vostri confronti, questa potenza che ci avete su di noi che ci fa girare i coglioni e allora un bel TROIA liberatorio, ci fa sentire meno paura.

    Ognuno può esprimere le proprie “opinioni” né

    Si può anche sostenere che le donne infibulate possono esserselo meritate perché se l’80 per cento son troie(vedi animale) fanno la maggioranza no? e la maggioranza vince sempre no?

    Prima è arrivato il concetto di “troia” e poi è arrivata….. la lapidazione, l’infibulazione, la prevaricazione, la negazione dei diritti, il martirio, la sottomissione, la violenza psicologica, la prostituzione…………………………………………………………………………………………………………………arriva di tutto, se si lascia passare questo termine, se non lo si tiene “monitorato” può sempre arrivare di tutto, che non siamo mai fuori dalla barbarie né!

    guardiamoci un po’ intorno ed i campi di sterminio, e le torture, e le cose immonde fatte su essere umani nel nostro secolo “moderno”, nel nostro luminoso 2005, non si discosta molto dagli scempi dell’inquisizione.

    TROIA: sporca, immonda, porca che mi attrai, che mi fai schizzare dentro di te la mia paura, che sbeffeggi la mia solitudine, che mi costringi a guardare le mie paure, che mi costringi a pagare per illudermi di averti e di neutralizzare la paura e il bisogno che ho di te: donna.

    Perché gli uomini sono malati di misoginia, chi in maniera gravissima, chi grave, chi lieve, chi lievissima….
    Misoginia giustificata nè, congenita, visto che noi partoriamo, siamo capaci di dare la vita.
    Un po’ di invidia suvvia.

    E se noi donne rinforziamo questa piccola infermità non possiamo che farci del male, non possiamo che uscirne sconfitte, non aiutiamo gli uomini ad avere fiducia in noi, a prenderci per mano per condividere un percorso, quello della vita che è assai faticoso e pauroso, ma in due ci si fa almeno compagnia.

    Siamo state anche invitate a non esagerare, a non coalizzarci, a non prendercela più di tanto, a non prenderci troppo sul serio, ad “interpretare” correttamente e nel contesto l’insulto più becero, più cattivo, più ottuso, col quale si possa apostrofare una donna.

    Siamo state anche invitate a piantarla qui, perché?
    C’è un scadenza all’indignazione?
    C’è una scadenza al senso di impotenza che ti prende quando senti la barbarie riaffiorare in un “innocente” post, in un virtuale posto, in un pensiero di donna?

    E dire “troia” è barbaro, non è un opinione.

    Essere compassionevoli non significa non prendere posizione di condanna assoluta verso un modo di intendere pericoloso, violento e mortificante sia per gli uomini che per le donne.

    Apostrofare qualcuna troia , e lo abbiamo fatto tutti/e almeno una volta nella nostra vita, non fa onore alla nostra dignità di uomini.

    e tentare di capire fa sempre bene e non è mai abbastanza, e non è mai per sempre, e non ci sono luoghi più o meno nobili, più o meno veri, più o meno deputati per tentare di capire la nostra immensa finitezza e prenderne atto, e anche questo è un luogo

    segue nè…

  48. la funambola il 8 agosto 2007 alle 20:04

    pssssssssssssstttttttttt
    prova

  49. la funambola il 8 agosto 2007 alle 20:06

    Bene.

    dall’alto della mia troiaggine, sul mio piedistallo di troia consapevole, tento di rispondere.

    Certo che mi aspettavo una reazione di condanna ferma e dura da parte dei maschi e delle donne tutte che ci sono in questo forum, proprio perché le teorie di lenticchia, che non sono rare, che circolano purtroppo tra la “gente”, che sono un sentire comune molto frequente e strisciante nella nostra civiltà moderna e liberata, non fa onore a nessuno.
    Maschi e femmine.

    Ho aperto un post a parte proprio per sdrammatizzare il singolo episodio, perché volevo fare un discorso più generale, più universale, partendo da un episodio concreto e per non infierire su una ragazza evidentemente spaventata ed evidentemente inconsapevole delle sue dinamiche.

    Perché sparare addosso a lenticchia, alle tante lenticchie che circolano nel mondo è facile ma improduttivo e poi a me rincresce, mi si stringe il cuore mortificare una persona debole.

    Ma si dovrebbe sempre partire dal particolare per arrivare all’universale, perché ogni nostro gesto, ogni nostra parola, ogni nostro atto nella quotidianità tradiscono o fanno da specchio al nostro sentire profondo, ai nostri retaggi, alle nostre paure ancestrali, ci rende complici o resistenti ad un modo di pensare che chiamiamo”cultura” “religione” “valori” “ideologia” “bene” male”….insomma che ci fa guardare attraverso i filtri delle nostre pseudo sicurezze.

    Io sono severa con le donne perché lo sono con me stessa, tento di esserlo con me stessa e il processo di analisi deve partire sempre da noi, da come sentiamo noi, dalle nostre paure, dalle nostre reazioni.

    Ed io anche ho pensato alle donne , alcune volte, in questi termini, io anche sono caduta in questo tranello.
    Perché di donne inconsapevoli che usano la loro sessualità, il potere che hanno in mezzo alle gambe, ce ne sono eccome; io non amo,le donne a prescindere, come non amo gli uomini a prescindere.

    Io cerco di capire, cerco di essere compassionevole, ma essere compassionevole non significa non esercitare il dovere, e non uso il termine diritto, dico, dovere di denunciare condannare e osteggiare idee che poi si traducono in comportamenti, che poi si traducono in “sentire comune” che poi si traducono in complicità passiva, che poi si traducono in barbarie.

    Troia è un insulto “speciale”, non è una parolaccia qualunque; in questo termine, si nasconde la paura ancestrale che gli uomini hanno nei nostri confronti, che ha “giustificato” secoli di pregiudizi, ferocia, sopprusi, discriminazione, nei confronti delle donne di tutto il mondo.

    E che noi donne siamo potenti lo sappiamo: noi possiamo dare la vita, noi possiamo negare la vita.
    E gli attacchi alla nostra autodeterminazione per esempio,i continui attacchi a diritti che sembravano consolidati, ma non c’è mai nulla di scontato, di definitivo, gli attacchi dicevo al decidere se essere madre o non esserlo sono lì a dimostraci quanto sono arrabbiati gli uomini, il potere, con noi, e quanto ci confondono, quanto ci fanno paura e quanto saremmo tentate di prendere scorciatoie.

    E la complicità delle donne nel rinforzare questa visione che il maschio ha di noi è stata determinante nel faticoso cammino della nostra emancipazione, perché le donne han paura tanto quanto gli uomini e sono spesso le peggior nemiche di se stesse e delle donne tutte.

    Non ci si salva apostrofando le altre troie, non ci si conquista uno spazio garantito, un maschio, un privilegio, isolando le altre donne o considerandole antagoniste e troie perché possono soffiarci il maschio di turno.

    Ci si salva solo riconoscendo le nostre paure di donna, la troia che è in noi, perché lo sappiamo bene tutte su cosa ci sediamo, ma il saperlo non basta se non lo sai con consapevolezza, anzi il saperlo e basta è la causa della nostra “infermità”

    Io l’ho letta tua la troia che è dentro di me, sono consapevole del potere di ricatto che posso esercitare sul maschio, sono consapevole della forza dirompente che ho dentro in quanto femmina, ma il mio riconoscermela, il mio considerami dignità di essere umano non mi permette di prendere scorciatoie, di usare questo potere per circuire, far carriera, appagare il narcisismo che ho dentro, giocare con i bisogni degli altri, usare in modo subdolo e quindi inconsapevole questa bellissima possibilità di essere FEMMINA.

    Perché usare la figa per avere un po’ di potere è mortificante, è perdente, è dichiarare la nostra sconfitta, è ammettere che in fondo sta bene se ci infibulano, lapidano, discriminano, se ci chiamano troie.

    FEMMINA e DONNA che si misura con l’uomo, che si confronta col maschio sulle idee, sui progetti, sulla visone del mondo, sulle paure.

    Femmina perché è bello giocare, sedurre, ammiccare, corteggiare, amare, esser troia dell’amore innocente, l’amore che non ha in sé il concetto di “bene” o di “male” ,e non per paura o per convenienza ma perché siamo nella stesa barca, perché siamo esseri umani prima di essere maschi e femmine, perché l’angoscia del vivere è mia in quanto donna ed è tua in quanto uomo, identica, precisa.

    Gli uomini sono malati di misoginia sì, e non sono io che lo dico, è la storia che ce lo dice, è lì da leggere, da vedere.

    E come ogni donna dovrebbe leggere la troia che ha dentro di sè, un uomo dovrebbe fare altrettanto e leggersi il misogino che ha dentro.
    Sono la faccia di una stessa medaglia.

    Io, se sono onesta e consapevole non potrò mai affermare di non essere razzista, perché razzismo significa paura di quello che non conosciamo, e c’è sempre qualcosa, qualcuno che non conosciamo.
    Non siamo mia definitivamente salvi, ma la nostra salvezza sta nell’accettare questo enunciato e lavorarci sopra.

    Secoli di prevaricazione nei confronti delle donne, prevaricazione (e sto usando un eufemismo per non ripetermi in continuazione) che ha disegnato il mondo al maschile, nella politica, nella religione (pensiamo allo sprezzo che la chiesa cattolica ha nei confronti delle donne) nella struttura del POTERE insomma, stanno a dimostrare la misoginia suvvia, suvviaaaaaa.
    E non mi pare che la sostanza, il POTERE insomma si sia colorato molto di rosa nel nostro bel secolo progressista.

    E noi donne siamo certo responsabili e complici della nostra stesse catene e della violenza e della barbarie “agita” dagli uomini.

    Non sono femminista, sono una donna un po’ consapevole, ma ringrazio le donne che prima di me, con eccessi anche, perché si sa che in una rivoluzione ci entra di tutto, mi hanno dato la possibilità di riflettere e crescere ed esercitare diritti, diritti che non seguono la teoria dell’evoluzione, anzi sono sempre a rischio di involuzione.

    sempre baci
    la funambola

    se arrivano doppioni chiedo venia (ma mi state censurando? :)) )

  50. elisa il 8 agosto 2007 alle 22:41

    funambola, tanto per cambiare non ho capito un “h” di quello che dici, ho solo letto il mio nome nel tuo commento, che non ho capito cosa c’entra con tutto il polpettone che hai fatto a chi dio solo lo sa. affari tuoi.

  51. gina il 8 agosto 2007 alle 23:24

    (porcapaletta. un mutaforma! teriantropia? era per diamonds, neh)

  52. antonella il 9 agosto 2007 alle 05:28

    il post giusto è questo, ripeto

    se posso dire la mia alle 5 del mattino trovo che molto di quello che scrive la funambola sia vero. funambola dove ti si può trovare? a.

  53. elisa il 9 agosto 2007 alle 10:11

    io invece cercando, con molto sforzo, di riuscire a comprendere meglio al mattino, dirò che ho solo capito come fa un uomo a diventare misogino dopo essersi sciroppato tre litri di ‘sta roba…lo divento anch’io, come si fa a credere che tutto il mondo ruoti intorno a una figa, una figa che non sa uscire per un attimo da se stessa, ad immedesimarsi in esperienze diverse dalla sua, a non concepire nemmeno l’esistenza di altre fighe, a non capire che al mondo non gliene sbatte una minchia di come, quando e dove usa la sua figa, ma che il mondo c’ha tutto il diritto di dirti che gli hai scassato la minchia con la tua figa sbattuta in faccia tutti i giorni, fermo restando il fatto che sei liberissima di farci quello che vuoi, ed io liberissima di dirti che hai ammorbato.
    Al contrario, ci tenevo a dire a Gina che ho sempre trovato i suoi commenti molto interessanti, anche se finora non ci siamo mai incrociate.

  54. gina il 9 agosto 2007 alle 11:52

    Care credo che nessuno, tantomeno la fu, metta in dubbio le statistiche richiamate da elisa. Allo stesso tempo credo che il femminismo vittimista sia paralizzante e pericoloso, ANCHE PERCHE’ si fonda, tra le altre cose, sulla demonizzazione del maschio come misogino tout court.
    Ciò che più mi ha interessato di questa discussione, invece, è il diverso grado di insofferenza (chi più chi meno forse elisa per niente) emerso nei confronti della personaggia di questo racconto, che i giochi si fanno soprattutto a livello d’immaginario, anche maschile:)

  55. la funambola il 9 agosto 2007 alle 12:43

    mi trovi qui gentile antonella, ogni tanto, che io non sono più innamorata e allora ho il tempo per due parole.
    sarebbe interessante che ognuna di noi riscrivesse questo racconto, inziando così: io volevo, usare le mani…
    cari baci alle sorelle tutte
    la fu

  56. antonella il 11 agosto 2007 alle 23:12

    “perché l’angoscia del vivere è mia in quanto donna ed è tua in quanto uomo, identica, precisa”
    quanto è vero questo!

    ora devo dire una cosa, facendo finta che questa sia una storia vera, che me l’abbiano raccontata in ufficio, allora dico dall’alto dei miei 53 anni che a me la tizia del racconto mi sta antipatica, le piaceva il prete e se l’è fatto! poi fa tutte queste storie che la colpa è del prete e che lui le diceva come usare le mani, e vabbè cara, hai cominciato bene, con uno che t’ha insegnato ed è stato pure dolce. che vai cercando? una cosa da ricordare quando cresci, poteva andarti peggio, essere malamente scopata da un ragazzo insulso.

  57. volver il 12 agosto 2007 alle 11:54

    ecco, è questo il punto: tutte prime donne, tutte maestre d’amore, tutte che hanno sempre saputo perfettamente come fare dalla prima all’ultima volta, loro non sono mai state ragazzine insulse, loro no. Loro parlano di identità con l’uomo e invece, anche se non accusano l’uomo di violenza, sono loro a considerare gli uomini insulsi, misogini o incapaci di soddisfarle tanto da desiderare o invidiare una molestia!

  58. gina il 12 agosto 2007 alle 13:48

    Come bellissimo esempio di bellissima consapevolezza ricordo la modesta di goliarda sapienza nell’”arte della gioia” (modesta è nata il primo gennaio del 1900, la pillola del giorno dopo fissa questa ragazza, segnata a vita o per almeno 6 anni dallo scoppio di un mortaretto, a fine 2006:).
    volver, la Certa nell’arte della gioia è molto presentissima. Secondo me ti piace.

  59. volver il 12 agosto 2007 alle 18:36

    consiglio oltremodo gradito, gina, sia perché il libro non l’ho letto, sia perché l’arte della gioia è una vita che cerco d’impararla e mi pare ancora un gran rompicapo.

  60. volver il 12 agosto 2007 alle 19:25

    anzi, ora che ci penso, mi viene da ridere, perché durante un intero pomeriggio trascorso a passeggio per la città, pur essendomi imbattuto in un numero imprecisato di turisti o residenti, sono certo di avere incrociato solo tre sguardi: quello di un pervertito che si smanettava all’aria aperta in pieno giorno davanti a un portone, quello di un mendicante che addentava il sudato pasto con la protesi gambale un poco discosta per non esserne infastidito, e quello di un tossico sul prato al tramonto nell’attimo esatto in cui stantuffava nel polpaccio…senza ironia, in uno sguardo- lampo, ho osservato tre intensi momenti di gioia, ciascuno a suo modo!

  61. la funambola il 12 agosto 2007 alle 23:28

    quella di antonella può essere una provocazione un po’ forte ma la domanda, che vai cercando, rivolta all’improbabile personaggia, mi pare appropriata.
    tu , volver, per esempio, che vai cercando? :)
    grazie per la segnalazione gina.
    baci
    la funambola

  62. gina il 13 agosto 2007 alle 11:58

    volver
    :) nessuno nasce imparato. Modesta di piacerà (sguardo lampo su buona parte del novecento italiano:)



indiani