The ad generator

7 agosto 2007
Pubblicato da

obey
(clic sull’immagine)

The ad generator è un’opera d’arte che esplora la manipolazione del linguaggio fatta dalla pubblicità. Si mischiano a caso parole e strutture semantiche di veri slogan aziendali per creare finti slogan da associare a immagini tratte da Flickr e generare così delle pubblicità fasulle. Rimescolando gli slogan aziendali volgio mostrare come il linguaggio pubblicitario sia profondo, poiché riflette valori e desideri reali, e al contempo come esso sia del tutto insignificante, visto che questi valori non hanno alcun rapporto coi prodotti in vendita. Associando le immagini di Flickr intendo esaminare il rapporto tra lingua e immagine nella costruzione del significato.

http://www.theadgenerator.org/

Alexis Lloyd, progetto di tesi per il Master in arti figurative al Design and Technology department al Parsons The New School for Design.

[l’immagine non ha relazione diretta con Alexis Lloyd e proviene invece da OBEY, cfr Obey Giant su Wikipedia. Via it.fan.marco-ditri]

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8 Responses to The ad generator

  1. Stefano il 8 agosto 2007 alle 08:15

    Fa riflettere, questo adgenerator e soprattutto, mi pare, intorno al rapporto tra la parola e l’immagine. Se non sono strettamente interdipendenti una dall’altra finiscono per banalizzarsi a vicenda, e questo ad generator ne è una dimostrazione. La forza di uno slogan (“fascista di natura” per citare il buon Daniele Silvestri) associato ad un’immagine espressiva è prorompente e, secondo me, pericolosa . Sicuramente il linguaggio della comunicazione dominante al giorno d’oggi pur essendo una tecnica vecchia e ben collaudata: penso, ad esempio agli affreschi nelle chiese corredati da versetti e/o didascalie bibliche. Lo stosso gioco è utilizzato dai mezzi d’informazione tradizionali, quanti titoli sui quotidiani sarebbero nulla senza la loro fotina di corredo.
    È senz’altro il linuguaggio di comunicazione del potere, non solo di quello contemporaneo e anche di una buona fetta della blogosfera….

  2. gherardo bortolotti il 8 agosto 2007 alle 10:50

    ciao jan,
    post molto interessante, per il fascino che la giustapposizione testo-immagine, anche la più arbitraria (e forse proprio perché arbitraria), riesce sempre a produrre. è l’irriducibilità dei due codici a produrre un discorso continuo.
    in qualche modo un’operazione come quella che segnali sottolinea che la seduzione, che la pubblicità esercita ai nostri danni, ha come primo agente proprio noi stessi e la nostra “voglia” di ricevere un messagio, di sentirci dare una morale della storia.
    sparata anche questa me ne torno a lavorare (it’s php time ;-).

  3. così&come il 8 agosto 2007 alle 17:30

    pubblicità fasulle

    http://thesurrealist.co.uk/slogan.cgi?word=Nazione+Indiana

    clikkando

    Sloganize

    cambia continuamente slogan

    [doveste fare un maglietta di NI….]

  4. Lauryn il 8 agosto 2007 alle 20:21

    grazie del trip, jan, interessanti anche i commenti, volevo aggiungermi alle riflessioni, riportando qualche passo:

    “Credo che un’immagine ci colpisca immediatamente, molto al di qua della rappresentazione: sul piano dell’intuizione, della percezione, a questo livello, l’immagine è sempre una sorpresa assoluta o almeno dovrebbe esserlo.
    E in questo senso possiamo dire che le immagini sono rare – giacché la forza dell’immagine è nella maggior parte dei casi intercettata da tutto ciò che si vuol farle dire. L’immagine è per lo più svuotata della sua originalità, della sua esistenza specifica, in quanto immagine, e votata a una complicità vergognosa con il reale.

    Si è soliti dire che il reale è scomparso sotto la profusione dei segni e delle immagini. Ed è vero che c’è una violenza dell’immagine, ma questa violenza è largamente compensata dalla violenza fatta all’immagine, dal suo sfruttamento a fini di documentazione, testimonianza, messaggio, sfruttamento a fini morali, politici, pubblcitari, a semplici fini d’informazione […]

    Immagini che, in fondo, dietro la proclamata oggettività, recano testimonianza di una sconfessione profonda del reale, nonché di una sconfessione dell’immagine, cui si vorrebbe far rappresenatre ciò che non può esserlo, violentare il reale per effrazione.
    In questo senso, la maggior parte delle foto (ma anche le immagini mediatiche in generale, e tutto ciò che costituisce il visivo) non sono immagini vere e proprie. sono solo reportage, luogo comune realistico o performance estetica, asserviti a tutti i dispositivi ideologici.
    A questo stadio, l’immagine è ormai soltanto un operatore di visibilità – il medium di una visibilità integrale che fa da pendant alla Realtà Integrale, dove il diveniree reale si sdoppia in divenire visibile a ogni costo…là dove la banalità dell’immagine aderisce alla banalità della vita […]

    l’ultima violenza fatta all’immagine è quella dell’immagine di sintesi, scaturita ex nihilo dal calcolo numerico e dal computer. Abbiamo chiuso con l’immaginazione dell’immagine, della sua illusione fondamentale, perché, nell’operazione di sintesi, il referente non esiste più, e il reale non ha più modo di aver luogo, essendo immediatamente prodotto come Realtà Virtuale.
    Abbiamo chiuso con questa presa d’immagine indiretta, con questa presenza a un oggetto reale in un istante irrevocabile, che costituiva l’illusione magica della foto, e faceva dell’immagine un evento individuale.
    Nell’immagine virtuale non c’è più nulla di questa esattezza puntuale, di questo punctum nel tempo (per riprendere l’espressione di Roland Barthes), quello dell’immagine- foto del passato, la quale recava testimonianza del fatto che qualcosa c’era stato, e non c’era più, quindi di un’assenza definitiva carica di nostalgia.

    La produzione digitale e numerica cancella l’immagine come analogon, cancella il reale in quanto può essere immaginato. L’atto fotografico, questo momento di scomparsa del soggetto e insieme dell’oggetto nel medesimo confronto istantaneo – con lo scatto che abolisce il mondo e lo sguardo per un attimo, una sincope, un orgasmo, piccola- morte che scatena la performance macchinistica dell’immagine – questo momento scompare nel processing digitale e numerico.

    Tutto ciò porta alla morte della fotografia come medium originale. E’ l’essenza della fotografia che scompare insieme all’immagine analogica. quest’ultima testimoniava ancora di un’estrema presenza in diretta del soggetto all’oggetto. Sospensione estrema della disseminazione e della molteplicità delle immagini senza refernte, dell’ondata digitale che ci attende.
    Il problema della referenza era già un problema insolubile: che ne è del reale? Che ne è della rappresentazioen?
    Ma quando con il virtuale il referente scompare, riassorbito nella programmazione tecnica dell’immagine, quando non c’è più mondo reale di fronte a una pellicola sensibile (stessa cosa per il linguaggio che è come la pellicola sensibile delle idee), allora non c’è più, in fondo, una rappresentazioen possibile.

    Ma c’è di peggio, ciò che distingue l’immagine analogica da quella numerica è che in essa si attua una forma di scomparsa, di distanza, di fermo sul mondo. Quel nulla nel cuore dell’immagine di cui parlava Warhol.
    Mentre nel numerico o, più generalmente, nell’immagine di sintesi, non c’è più negativo, non c’è più differita: nulla che muoia, nulla che scompaia. l’immagine non è più altro che il risultato di un’istruzione e di un programma, aggravato dalla diffusione automatica da un supporto all’altro: computer, cellulare, schermo tv ecc – dove l’automaticità della rete corrisponde all’automaticità della costruzione dell’immagine.
    Allora dobbiamo salvare l’assenza, il vuoto, dobbiamo salvare questo nulla nel cuore dell’immagine?”

    vorrei inserire un passo che è un po’ fuori contesto, perché riguarda le immagini crude, non quelle che soddisfano i nostri appetiti, come su riportato da Reister, ma che secondo me è veramente interessante, perciò perdonate lo sbocco di carreggiata

    “La maggior parte delle immagini attuali riflettono ormai soltanto la miseria e la violenza della condizione umana. Ora questa miseria e questa violenza ci toccano tanto meno quanto più sono ipersignificate – vi è in ciò un’assurdità totale.
    Perchè il suo contenuto ci investa, occorre che l’immagine esista in sé per sé, che ci imponga la sua lingua originale. perché si abbia transfert sul reale, occorre un controtransfert sull’immagine, e un controtransfert risolto.

    Oggi, la miseria e la violenza divengono, attraverso le immagini, un leitmotiv pubblicitario: Oliviero Toscani reintegra così nella moda il sesso e l’aids, la guerra e la morte.
    E perché non dovrebbe farlo (la pubblicità fatta alla felicità non è meno oscena di quella fatta alla sventura)?
    Ma ad una condizione: quella di mostrare la violenza della pubblicità stessa, la violenza della moda, la violenza del medium. Cosa di cui i pubblicitari sono perfettamente incapaci. La moda e la mondanità sono esse stesse in qualche modo uno spettacolo di morte. La miseria del mondo è leggibile tabto nella linea e nel volto di un’indossatrice quanto nel corpo ischeletrito di un africano.
    Dappertutto la stessa legge di crudeltà – chi sa vederla.”

    (Jean Baudrillard “Il patto di lucidità o l’intelligenza del Male”)

  5. fk il 8 agosto 2007 alle 20:39

    Così und Come, la maglietta di NI c’è. Fatta fare da Garufi. E personalizzate, anche.

    Post interessantissimo, Jan, grazie.

  6. Stefano il 8 agosto 2007 alle 21:24

    Baudrillard, maestro…

  7. Chapuce il 9 agosto 2007 alle 12:17

    Bentornato Jan!

    la forza dell’immagine, associata ad un linguaggio, in un contesto ben studiato, può essere più potente di una mina.

  8. effeffe il 9 agosto 2007 alle 16:09

    la mia creata dal maestro Garouf diceva

    “i comunisti dandy mangiano solo bambini eleganti”

    Post e commenti assolutamente nel segno.
    thanx Jan
    effeffe



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