Dalla procura di Napoli

14 agosto 2007
Pubblicato da

rafcolloquio con Franco Roberti di Gianluca Di Feo

Leonardo Sciascia, sempre lui. Il responsabile dei pm napoletani che
si occupano di camorra cerca le parole per descrivere i boati che
scuotono la pax mafiosa dei Casalesi, la più potente organizzazione
criminale campana e forse la più ricca cosca italiana; fruga nella
sua mente tentando di semplificare le dinamiche complesse che
rendono incandescente questa confederazione di clan con le radici nel
Casertano e ramificazioni in tutta Europa. E alla fine Franco Roberti
deve ricorrere alla memoria di Sciascia: «Lui diceva: “I mafiosi
odiano i magistrati che ricordano”. E i casalesi odiano anche gli
scrittori che fanno conoscere a tutto il mondo il loro vero volto».
Oggi il problema principale per i boss del nuovo impero sono un
magistrato e uno scrittore. Il pubblico ministero si chiama Raffaele
Cantone: continua in silenzio a portare avanti indagini e processi
contro la cupola del Casertano, mettendo a rischio investimenti e
sicari. Lo scrittore è Roberto Saviano, che con le 800 mila copie di
“Gomorra” ha costretto questi padrini diventati padroni dell’economia
a vivere sotto i riflettori: il successo del libro ha fatto terra
bruciata intorno alle attività del clan in Italia e all’estero. Più
che la forza divulgativa del volume, non gli perdonano l’ostinazione:
il continuare a scrivere di camorra nonostante gli avvertimenti
espliciti. E non tollerano quelle che per loro sono sfide personali,
come la presenza in tribunale nel giorno della requisitoria. Dalla
gabbia dei detenuti uno dei killer ha fissato Saviano, poi con un
ghigno ha urlato: «Porta i miei saluti a don Peppino». Un riferimento
a Giuseppe Diana, il sacerdote ucciso nel feudo dei Casalesi, che con
il suo sacrificio ha ispirato “Gomorra”: l’ultima minaccia di un
sistema criminale che non riesce più a sopportare la pressione
mediatica di articoli e interviste in tutta Europa. E dove i boss
emergenti invocano un gesto clamoroso per «non perdere la faccia».

Franco Roberti, responsabile della Direzione distrettuale antimafia e
procuratore aggiunto, conosce i movimenti sotterranei nelle famiglie
casertane. Ed interviene pesando le parole una a una, conscio della
serietà della situazione: «C’è tutta una serie di segnali che
evidenziano come il clan dei Casalesi si stia interessando a
investigatori come Raffaele Cantone e a scrittori come
Roberto Saviano che hanno provocato con il loro lavoro la
sprovincializzazione del fenomeno camorra e fatto conoscere al mondo
il vero volto della mafia casalese». Non a caso Roberti parla di
mafia. Ma prima di approfondire la sua analisi, il procuratore vuole
mandare un segnale altrettanto chiaro. Chiedendo allo Stato di
rilanciare la sfida a quei boss si sono infiltrati nell’imprenditoria
e nelle istituzioni. «Di questa situazione nei confronti di Cantone
e Saviano noi della Direzione distrettuale di Napoli siamo
assolutamente consapevoli. Per questo stiamo premendo perché
vengano a lavorare nel Casertano i migliori investigatori italiani. Per
questo da settembre chiederemo rinforzi quantitativi e qualitativi
negli organici degli uffici di polizia che indagano in quell’area».
Quello di Roberti è un discorso irrituale. Con bersagli chiari:
«Chiederemo uno sforzo eccezionale per la cattura di latitanti
storici: Antonio Iovine e Michele Zagaria sono ricercati da oltre
dieci anni e sono inseriti nell’elenco dei più pericolosi d’Italia.
Ma stiamo già facendo uno sforzo senza precedenti che ha provocato
nell’ultimo anno la cattura di Casalesi di primissimo livello come
Francesco Schiavone, cugino del celebre Sandokan, Giuseppe Russo
o il reggente del clan Sebastiano Panaro. E dimostreremo che non ci
sarà nessun calo di attenzione sui Casalesi dopo che il pm Cantone
avrà lasciato l’ufficio per un nuovo incarico: l’unità di lavoro
casertana della Dda, oltre a me che la coordino, sarà sempre dotata
di autentici carri armati, giovani o meno giovani, che assicureranno
continuità e incisività alle indagini, sia sul versante militare che
su quello degli affari dei Casalesi».

Bastano queste ultime frasi a testimoniare quanto l’aria sia pesante.
Per spiegarlo Roberti ricorre ai suoi ricordi personali, raccolti
direttamente in un ventennio vissuto in prima linea. Perché è dalla
fine degli anni Ottanta che i casalesi hanno costruito il loro potere
di sangue e denaro, contando sempre sul silenzio. «Hanno sempre
avuto tendenze egemoniche. Tutti i media guardavano a Napoli,
invece il potere era nel Casertano. Carmine Alfieri, il capo indiscusso
della camorra tra il 1984 e il 1992, si riteneva un subordinato di
Antonio Bardellino, il fondatore dei Casalesi. Dopo il pentimento, Alfieri
mi raccontò: “Io a Bardellino non potevo dare consigli. Era un grande
campano, davanti a lui mi toglievo tanto di capello”». Ma la vera
forza dei signori della provincia più criminale d’Italia, arrivata a
segnare il record mondiale di omicidi, è il fiuto per gli affari:
«Sono stati i primi a uscire dal settore edile e dagli appalti per
inserirsi nel ciclo dei rifiuti, nella produzione di beni di largo
consumo, nelle aziende agro-alimentare, nei giochi e nelle
scommesse legali, nei consorzi di bonifica. Non dimenticherò mai come
nel dicembre 1992 scoprii il nuovo business dei rifiuti. Interrogavo
Nunzio Perrella, un trafficante del Rione Traiano che era passato
dalla droga alla munnezza. Da Thiene nel Vicentino raccoglieva le
scorie tossiche delle fabbriche di vernice e li sversava in Campania.
E disse che a comandare erano i Casalesi».

Adesso la capacità dei Casalesi è andata ancora oltre: sono passati
dall’economia industriale a quella finanziaria. «Sono così ricchi che
agiscono investendo capitali nelle imprese legali, senza pretendere
il controllo della gestione. Hanno inventato le società a p.c.m.
ossia a partecipazione di capitale mafioso, che sono ormai parte
rilevante dell’economia campana e nazionale. Ma trovano mercato
anche all’estero. Perchè la loro strategia è vincente: i boss
guadagnano facendo risparmiare le imprese. Sono più morbidi nelle
banche:chiedono interessi inferiori, non fanno fretta per recuperare
l’investimento. Hanno una ricchezza talmente vasta che li esonera
dalle intimidazioni e dallo strozzinaggio. Il processo Zagaria sulle
infiltrazioni nelle ditte di Parma e della pianura padana dimostra
come gli imprenditori del Nord fossero felici di avere i capitali
della camorra».

Per questo, sostiene Roberti, i Casalesi hanno dato vita a una
metamorfosi micidiale: un nuovo modo di essere mafia. «Bisogna
aggiornare il concetto di metodo mafioso alla luce della loro
trasformazione. Non solo il vincolo di omertà e la forza di intimidazione,
ma anche la forza del denaro. E quella delle relazioni imprenditoriali
e istituzionali». Perché tutti i grandi gruppi delle costruzioni
sono venuti a patti con i Casalesi. E il loro potere non potrebbe
esistere senza il sostegno della politica. Un fronte meno
esplorato, perché non ci saranno mai baci tra ministri e boss
casertani. Non servono più relazioni dirette e vecchie testimonianze
di pubblica stima. No, anche in questo i Casalesi sono l’evoluzione
della specie. «I rapporti con le istituzioni sono dominati dal mimetismo.
Sono rapporti di reciproca funzionalità, un concetto che è
stato fissato da sentenze ormai in giudicato. In pratica l’accordo
tra padrini e leader politici nazionali avviene mediante gli
esponenti locali del partito nel territorio controllato dai boss». E
qui Roberti cita le motivazioni di un processo che ha fatto epoca,
quello contro Antonio Gava, ex ministro degli Interni, protagonista
della politica nazionale e leader della Dc in Campania che era stato
accusato di associazione mafiosa proprio con Carmine Alfieri e
Antonio Bardellino, il fondatore dei Casalesi. «Dalla sentenza che ha
assolto Gava con l’articolo 530 secondo comma, ossia il comma che ha
sostituito la vecchia insufficienza di prove, risulta provato con
certezza che Gava era consapevole dei rapporti di reciprocità
funzionale esistenti tra i politici locali della sua corrente e
l’organizzazione camorristica, nonché della contaminazione tra la
criminalità organizzata e le istituzioni locali del territorio campano».
A gestire lo scambio pensavano quindi altre figure, come il
plenipotenziario di Gava, Francesco Patriarca, condannato con
sentenza definitiva e arrestato a Parigi nelle scorse settimane, o
Antonio D’Auria «segretario di Gava che andava a braccetto con
camorristi ergastolani a cui aveva fatto da padrino di cresima».
Insomma: la politica usa dei diaframmi per non sporcarsi le mani a
livello nazionale. Un modo che rende più sicuri gli uomini di governo
e semplifica anche le cose ai boss: più basso il livello, più
semplice la trattativa. E se si passa dalla Campania di Gava ai
Casalesi di oggi, che puntano sugli esponenti regionali dell’Udeur e
dei Ds, si scopre che il quadro non è meno inquietante. Ma Roberti
non entra nel merito delle istruttoria ancora aperte. Ribadisce la
pericolosità del «rapporto sinallagmatico tra camorra, imprese e
politica», che fa prosperare tutti: «I politici ottenevano sostegno
elettorale dai clan, tangenti dagli impreditori e creavano consenso
sociale con gli appalti. L’impresa conquistava l’appalto e la
tranquillità nei cantieri garantita dai boss. La camorra invece
portava a casa subappalti, mazzette e il rapporto con i politici per
raggiungere protezioni nelle forze dell’ordine o informazioni sulle
inchieste. Il tutto poi cementato dalle fatture false, che offrono
occasione di riciclaggio e permettono di mettere insieme i fondi per
pagare politici e boss». Eccolo il segreto dei Casalesi: l’evoluzione
del modello mafioso, appreso vent’anni fa quando Antonio Bardellino
venne affiliato a Cosa nostra, e trasformato in una inarrestabile
Cosa nuova. Un triangolo d’oro, che funziona senza sparare né
minacciare. A patto di costruire una cortina di silenzio. Una cortina
doppiamente necessaria mentre si celebrano i processi, condotti e
istruiti dal pm Raffaele Cantone, che vedono alla sbarra capi e
gregari, cassieri e killer. Ma arriva “Gomorra” e la macchina
perfetta dei Casalesi si inceppa: in un anno il libro di Saviano
mette sotto i riflettori di mezza Europa famiglie fino ad allora
ignorate. «C’è stata un’esplosione di attenzioni proprio nel momento
in cui i clan tra processo e affari volevano il silenzio. Ma l’evoluzione
in senso mafioso, che ha trasformato la camorra casalese in
una parte funzionalmente rilevante dell’economia non solo campana,
ma nazionale, con proiezioni forti anche all’estero, ha determinato
l’esigenza di tenere bassa l’attenzione su questi interessi economici.
E sta creando una riorganizzazione interna, con rischi di tensioni.
Perché questa attivazione dei media che ha seguito il libro di
Saviano ha provocato la sprovincializzazione del fenomeno camorra
e l’effetto, temutissimo perché devastante sugli affari del clan,
della caduta di ogni alibi di non conoscenza. Nessuno ormai, quando
gli si presenta un imprenditore casalese può dire di non sapere, di
non sospettare…».

Questa nuova sfida sfugge alle categorie con cui i boss cresciuti in
campagna interpretano il mondo. Crea un corto circuito nel loro
sistema di potere: temono di perdere la faccia e con ciò vedere
cadere il rispetto che sostiene il loro dominio sul territorio
casertano. Ma sanno che usare i Kalashnikov provocherebbe la
mobilitazione dello Stato e farebbe crollare i loro investimenti.
«La tensione interna ai clan nasce proprio dalla necessità di tenere
bassa l’attenzione sugli affari senza però perdere il controllo
militare sugli affiliati. Nel passato recente ci sono stati altri
segnali di tensione, che hanno riguardato persino i boss latitanti
entrati in contrasto su scelte strategiche che comprendevano
anche l’attentato contro un magistrato». Roberti non fa nomi: ma
anche allora nel mirino c’era il pm Cantone. Oggi cosa accadrà? Il
procuratore aggiunto di Napoli non vuole stare a guardare. E per
questo invoca «i migliori investigatori, rinforzi qualitativi e
quantitativi degli organici delle forze di polizia, uno sforzo
eccezionale per la cattura dei latitanti storici». Perché finora
dei Casalesi si è soprattutto parlato, senza che ci fosse una
mobilitazione dello Stato per azzerare il loro impero: i padrini
hanno affrontato i problemi giudiziari e quelli giornalistici senza
che nel loro feudo la loro tranquillità venisse intaccata.
«I Casalesi finora hanno mantenuto una pax mafiosa, praticamente
senza fatti di sangue. Sanno che l’attenzione per la camorra in
genere nasce solo quando si spara. Per cui si fa ricorso a mezzi
emergenziali per eludere l’obbligo politico e istituzionale di
fronteggiarla su piano ordinario». E Roberti poi pronuncia parole
amare per un napoletano che ama la sua terra: «Qui non c’è nessuna
emergenza. La camorra è parte integrante della società napoletana e
casertana, ne costituisce una delle facce. Bisogna prendere atto che
questa realtà è parte di noi. Solo così saranno possibili gli interventi
strategici per combatterla».

Nella foto: il magistrato Raffaele Cantone.
Pubblicato su “L’Espresso”, n.32,16.8.2007.

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9 Responses to Dalla procura di Napoli

  1. véronique il 14 agosto 2007 alle 17:12

    L’articolo analizza in profondità l’influenea del libro GOMORRA, libro che ha portato alla conoscenza di tutti il labirinto della camorra, camorra che si nasconde nel traffico portuario e nel commercio; un apparato scenico, un gioco della costruzione e della destruzione.
    I ritratti delle donne sono anche teribili perché non solo vittime ma instigatori della guerra tra clan.

    Di Napoli ho visto solo la bellezza del passato. Il mare aveva la tinta azzuro sbiadito dei mare pensierosi.
    Di Napoli ho visto la nobiltà, nobiltà che si alza della tenebra.
    Di Napoli ho visto il Vesuvio simile a un “terril” (Nel norte della Francia, un terril è una collina di carbone vicino alla miniera).
    Di Napoli ho visto il cuore dell’amicizia

  2. Ginevra il 14 agosto 2007 alle 20:39

    certo che la frase finale di Roberti lascia molto amaro in bocca!
    essere parte integrante di qualcosa significa essere amalgamati con essa, confusi nella mischia, inafferrabili.

    C’ è bisogno di persone come Saviano, che non hanno paura di entrare nell’arena, e combattono con la loro faccia e con la loro voce.

  3. Alessandro Morgillo il 14 agosto 2007 alle 21:34

    Véronique, solo una francese può cogliere la grandezza di Napoli, nel XIX secolo, dopo Parigi, la seconda metropoli d’Europa. Oggi è una città di provincia. Non priva di fascino. Con una sterminata periferia che se ne appropria, senza i mezzi per goderne. Capace solo di restituirle rifiuti.

    Spero che tu sia stata alla Reggia di Capodimonte e al Museo Archeologico Nazionale. Forse non ne hai avuto il tempo…

    La cosa più bella di Napoli resta il Teatro San Carlo. Se tu ci fossi entrata, ti saresti commossa.

  4. diamonds il 14 agosto 2007 alle 22:31

    di Napoli mi piace il fatto che il pensiero dei suoi abitanti sia filosofia(una sorta di Grecia traslata nello spazio-tempo).E che stoicamente lascino la Iervolino e Bassolino ai finti posti di combattimento come re giorgio imperituri(contrariamente alla tradizione che lo vede incoronato,”osannato,adulato e corteggiato per sei giorni. Il Martedì grasso, quando il giorno volge al tramonto e la gente è al parossismo del divertimento, il Re, colpevole di tutto, colpevole anche di esistere, viene processato e bruciato sulla pubblica piazza”)

  5. maria (v) il 15 agosto 2007 alle 11:10

    diamonds, in teoria, sarebbe proprio un giorno di trasgressione istituzionalizzata a rendere possibile 364 giorni di supina acquiescenza, ma nel caso-napoli si dovrebbe parlare più correttamente di 365 giorni di esplosioni incontrollate – brindisi di capodanno incluso- che provocano, tra i tanti effetti collaterali, assuefazione e sfiducia o che generano a loro volta altri fenomeni di violenza metropolitana priva di qualsiasi “slancio utopico positivo” (come direbbe Zizek). Qesto spiega perché siano rare e preziose le voci come Saviano che, purtroppo vengono continuamente crocifisse dai media, dall’opinione pubblica, dalla retorica più ancora che dalle minacce dei boss.

  6. diamonds il 15 agosto 2007 alle 13:18

    senza nulla togliere all’opera di Saviano(colui il quale mi auguro che scriva una moltitudine di trattati romanzeschi e sia ricordato tra duecento anni come il konrad Lorenz della razza umana)trovo un po inquietante che il suo bel libro come il bel libro di Stella incontrino lo stupore dei lettori.Certe cose non potevamo non saperle(sarà che ho imparato a visionare la realtà nella stessa maniera con cui Kipling interpretava gli scrittori dei quali egli dichiarò “che non mentono mai e che se mentono è solo in apparenza,mentre in sostanza rivelano una verità più profonda”,e dietro il folcloristico fracasso di una città e di un mondo che non riesce a darsi pace ci leggo tutti i contorni di una tragedia in cui le uscite di emergenza sono state sabotate da qualcuno che aveva interesse a farci vedere lo spettacolo sino alla fine)

  7. véronique il 16 agosto 2007 alle 15:55

    Grazie Alessandro,

    NAPOLI, ognuno scoglia penetra la pella, trova la carna, trafigge dolore e gioia.
    Ognuna particella di pioggia bagna le mani, nascono acqua cenere, il sole lavico pioggia scende nelle strade, si ferma al limine della realtà.
    Ognuno specchio del giorno disegna la notte che diceva Maria, bella con barlume di magia.
    Ognuna facciata gialla rivela facciette di lutto nelle bottighe; il silenzio fa ascoltare il chiasso di ieri.
    Ognuna bellezza indovina la violenza delle ombre, la tristezza della gioventù.
    Napoli è un cuore spezzato di luce e di sangue, del lampo, fuga del tempo e la sua dilatazione, impossibilità di scappare e calamita della partenza.

  8. Cappuccetto rosso il 16 agosto 2007 alle 17:50

    Vèronique, sei meravigliosa quando scrivi così, con l’impulso del cuore
    un bacio
    :-)

  9. véronique il 17 agosto 2007 alle 14:19

    Cappuccetto rosso,

    Grazie, scrivo con il cuore e posso dire che Napoli è una città che sguscia l’anima, una città che ti abbraccia: mi ha lasciato un’impronta, un vincolo segreto da cui non prendo ancora tutta la complessità: è un cammino misterioso che va dalla città al mio cuore, come un luogo riconosciuto, trovato, amato fin dall’origine, in una parte segreta del paesaggio intimo, sognato.

    Baci



indiani