Si riparano bambole, di Antonio Pizzuto

19 agosto 2007
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di Bartolomeo Di Monaco

Antonio Pizzuto: “Si riparano bambole” (1960). Sellerio, pagg. 304. Euro ) 9,30

Antonio Pizzuto, palermitano morto a Roma nel 1976, appartiene al novero di quegli autori che hanno molto innovato nel loro tempo, destando l’interesse della critica più avveduta (fu infatti apprezzato, fra gli altri, da Cesare Brandi e da Gianfranco Contini, che lo considerarono un punto alto dell’avanguardia letteraria) e che oggi giacciono dimenticati. Cominciò a scrivere molto tardi, una volta andato in pensione dall’incarico che ricopriva di Questore. Ricordiamo tra le sue opere: “Signorina Rosina”, del 1959; “La bicicletta”, del 1966; “Testamento”, del 1969; “Giunte e virgole”, del 1975; e postume: “Ultime e penultime”, del 1978; “Sul ponte di Avignone”, del 1985, che è una ristampa di un volume pubblicato con uno pseudonimo nel 1938.
Si riparano bambole” è del 1960, tra i suoi primi romanzi, dunque.
Come si è detto, Gianfranco Contini fu un suo grande estimatore. Lo definì il “Joyce italiano”. Scrive nella nota commemorativa che precede il romanzo: “anche noi, suoi inadeguati fedeli, nel tentare di accompagnare per la salita questo Joyce italiano, lo seguivamo a fatica in quell’aria troppo ossigenata delle grandi vette, andine o tibetane. Però Pizzuto ha tutto il futuro innanzi a sé: lui era incalzato dalla necessità di scrivere con estenuante lentezza; la sua fama – o la sua gloria – lo aspetta sicura.
In realtà, questo autore che leggeva Platone nell’originale e che, come ancora scrive Contini, era “munito di una cultura classica e filosofica in più lingue d’inaudita vastità”, è oggi molto trascurato e rischia di finire tra i dimenticati, se lo lasceremo un po’ alla volta allontanare da noi.
Nella prima parte, alla maniera di Proust, Pizzuto non ha fretta nel raccontare, si prende tutto il tempo che comporta una osservazione minuziosa, attenta a cogliere le sfumature e le vibrazioni di un ambiente.  Le figure umane sembrano toccate da un occhio che deve ancora continuare ad allungare lo sguardo su tante altre cose, nessuna inutile, ma tutte tali da segnare un momento singolare ed irrepetibile della realtà: “Il letto dei nonni sempre rifatto meticolosamente, fino alla levigatezza assoluta, era intangibile. […] Nessuno vide mai occupato quel letto da dormienti. Era come se i nonni passassero la  notte seduti nelle rispettive poltroncine a pie’ di esso, una gamba sull’altra, attenti per non smuovere i tappetini, gli sguardi sui due crocefissi al barlume della fiammella assetata e pavida.”
Vi è un’eco delle atmosfere che si respirano ne “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, uscito appena due anni prima, il 1958, che si percepisce nitidamente sin dal secondo capitolo, allorché la famiglia di Pofi si sposta a Erice nella residenza estiva e l’autore descrive il “circolo dei civili”, dove si svolge la partita a carte dei “quattro gran giocatori” o il pranzo con alcuni ufficiali di un distaccamento militare ospiti della famiglia, o le riviste e le esercitazioni militari. La cugina di Pofi, Cotilù, è una ragazzina che già amoreggia con più di un ragazzo, e il padre, “lo zio Titta”, fatica a tenerla al guinzaglio. Pofi, più piccolo di lei, le fa da messaggero d’amore, un po’ come succede nel romanzo di Leslie Poles Hartley, “L’età incerta”, del 1953, da cui Joseph Losey ha ricavato il bel film “Messaggero d’amore”, del 1971, che vanta nientemeno che la sceneggiatura di Harold Pinter.
Scrittura rapsodica, ma secca, asciutta, si avvale di una libertà espressiva che, sia pure vigilata e accurata, nasce da quella spontaneità creativa che appartiene all’autentico narratore. Sta arrivando a bordo di una corazzata il re e una duchessa gli va incontro con una carrozza: “Entrava la corazzata. Ed ecco sotto gli occhi di Pofi, ecco la carrozza della duchessa che voleva passare, un colonnello affrontarla a sciabola sguainata, i neri cavalli indietreggianti nel portone. Ma la duchessa era dama di corte, poco da scherzare, quello l’unico accesso per recarsi allo sbarcatoio, altro che colonnelli. Un cenno; comandi di capitani, finalmente il varco fra i soldati, subito richiuso dietro. Nella bionda via quell’unica vettura scendente a tutta carriera verso la marina tra l’ansia se farà in tempo o, Dio non voglia, se possa scontrarsi con il corteo regale. Impiccoliva. Impiccoliva. Divenne impercettibile.” Dunque, in uno spazio così minimale, noi avvertiamo i due movimenti, quello quieto, lento, della corazzata che sta per arrivare in porto e quello frettoloso, nervoso, della carrozza, dentro la quale siede una duchessa presa dalla preoccupazione di non giungere in tempo allo sbarco del re. Tra queste due immagini in movimento se ne inserisce una di arresto, rappresentata dal posto di blocco dei soldati, con quella sciabola sguainata dal colonnello da una parte e quei cavalli irrequieti che vogliono prendere la corsa dall’altra. Infine, i soldati si aprono e lasciano passare la carrozza e mentre questa fila via fino a rimpicciolirsi, la sua visione si accompagna a quella del varco aperto dai soldati che va ricomponendosi a chiudere definitivamente la scena.
Ma di situazioni stilisticamente brillanti come questa il romanzo è colmo. Ne riportiamo, per assicurare il lettore, un altro incantevole esempio: si apre un processo in tribunale: “Toghe nere, carabinieri, e chi in atto di scrivere o sfogliare umettando il dito carte agli scanni, chi andava e veniva per l’emiciclo. La Corte, fu gridato. Il campanello là in cima. Sulla parete un gran Crocifisso. Prese a parlare un avvocato.”
La pagina è sempre ricca di dense immagini collettive; si va dal gioco a carte, alla sfilata dei soldati (“In piazza d’armi sfilavano i bersaglieri di corsa con la fanfara dinanzi il colonnello a cavallo.”), alle loro manovre, al teatro, al tribunale, al circo, alla scuola, al mare (“ove nuotatori, ma con le zucche, scalciavano.”), alla processione religiosa, alla canicola (“I primi segni di vita, finestre aperte, l’arrotino, alcuno scamiciato al balcone, si avevano verso il tramonto, scesa l’ombra mitigatrice.”) con un succedersi di situazioni che fanno ricordare il cinema di Federico Fellini, poiché le figure che si immaginano, più che essere descritte, sembrano immerse in un colore a tinte forti che sovreccita la scrittura. Lo stesso Pofi, il ragazzino protagonista, con il suo intrufolarsi, avvinto com’è da una irrequieta curiosità, rappresenta più un’idea di conoscenza che una figura umana. Un po’, anche, come il Pinocchio di Collodi. Così pure il rapporto idealizzato da Pofi con la compagna di scuola Camilla, una delle sue prime fiamme, miope e bruttina, ma “Per lui, per lui, ella era invece tutto.” non richiama, in qualche modo, alla mente l’analogo rapporto tra Don Chisciotte e Dulcinea, anch’essa vista come musa ispiratrice, benché niente affatto bella? Non è un caso che un altro personaggio richiami alla memoria il protagonista del capolavoro di Cervantes, ed è quell’innominato “dottore” filosofo e conferenziere (dalle “risposte svolazzanti”), che compare a metà del romanzo, nel capitolo che registra il neologismo “gàrdenpàti” (così come qualche passo prima avevamo incontrato l’altro neologismo “fubol” e qualche capitolo più avanti, incontreremo “sloga” e poi “maunten”, “Neva”, “pentiure”, “fingherprinti”, “meibì”, “brecfst”, un po’ alla maniera di Beppe Fenoglio), personaggio sempre assorto nei libri e che la penna di Pizzuto si diverte affettuosamente a sbertucciare come sottoprodotto di un affanno tra i libri che allontana inesorabilmente dalla realtà, come accade giustappunto a Don Chisciotte. Si annoti, inoltre, questa leggera e divertente immagine: “Giovani camerieri con vassoi stracarichi circolavano come se pattinassero sul pavimento di legno.”: essa ricorda, per levità e risultato artistico, uno dei momenti più efficaci (i due sacerdoti che pattinano abbracciati) della stupenda sfilata di moda ecclesiastica nel film “Roma” di Fellini, del 1972. Nel capitolo successivo troviamo un “pattini gregoriani”, che può anche aver suggerito al grande regista quella sequenza straordinaria.
La scrittura di Pizzuto, ingioiellata da espressioni latine e greche, nonché francesi e inglesi, ogni tanto sembra volerci sorprendere, mettendosi a correre, quasi a rispondere ad un incalzante e diverso impulso interiore che la sospinga giù per una cascata, dove le parole si trasformano in un fiume d’acqua che sussulta e schiuma: “La pagina ancora luccicante di viola era recata correndo di stanza in stanza, stridevano le sedie urtate accordi di settima della dominante, un vento, forbici e gomitoli a terra, la cannonata finale, Pofi già da Masino stava lui a dettare la traduzione, tutto compiaciuto pel nonno.” Insieme con le parole, a srotolarsi e precipitare sono pure le stesse immagini da esse generate, le quali danno peso e volume ad un gioco fantasmagorico, i cui robusti colori ci avvolgono tenaci ed insidiosi come i tentacoli di una piovra. La domestica Francesca, che ha un dente solo, l’avvocato che lavora nell’ufficio davanti casa e all’ora di uscire si affaccia e dà l’avviso alla moglie che corre a calare la pasta, Checchina che da ferma si addormenta e stramazza al suolo, l’automobile che è messa in moto girando la manovella, i due morelli che vengono attaccati alla carrozza, si dipanano quali oggetti e figure costretti dal vortice della corrente a rigirarsi e capovolgersi per assecondare il ritmo furioso  di un’architettura fantastica e portentosa che fa pensare al Gaudì della “Sagrada Familia”. A questo prestigioso risultato la scrittura mira palesemente: non a lasciare, ossia, memoria dei personaggi, che anzi vi sfumano, meglio ancora, vi appaiono anch’essi come fuggitivi (“frettolose figure”), bensì a rendere il senso di un passaggio veloce e fragoroso delle stagioni della vita. L’originalità di questo autore non sta solo nella scrittura. Alcune immagini offrono la misura di una spontaneità radiosa quanto eclettica: si guardi all’attricetta che “Aveva bistro alle palpebre, sedeva e parlava mollemente” e “Odorava di gelsomini gardenie iris gaggia.” O alla bizzarra famiglia di artisti di Spadazziere, ai quali la mamma non faceva mancare, mentre intingevano le penne (“tre asticciuole inchiostrose”) nello stesso calamaio, spesso scontrandosi, “il caffè per loro, la cioccolata e due savoiardi per Pofi, un bicchierotto pel marito. Era la gran sosta attesa, tutta un rumoroso sorbire”. Si legga, infine, questa superba, singolare descrizione della luna e del cielo stellato: “E quella luna ora qui ora lì, ora grande ora piccola, ora liquefacentesi ora rubizza e di rame, invano riattesa nelle sue gale, frettolosa incontrando nubi, e a curiosare sul giorno ben affrancata dalla vigile stella. Le così dolci macchie la saturavano di un potere estatico. Innumerevoli gli astri; e tutti non erano ancora tutto: a riempire gli spazi vuoti ce ne volevano mille e mille volte di più. E doveva pur esservi l’ultimo, l’ultimissimo. A trovarcisi, forse si sarebbe potuto scorgere, per esempio da un terrazzino, il nulla: lanciarvi un sassolino aspettandone il tonfo, una voce, e tendere l’orecchia per l’eco, o dei fiammiferi. Ne spuntavano fuori ragni, qualche gran farfalla nerastra, pipistrelli impazziti, una scolopendra.” Una tale descrizione è di così forte impatto da creare un vero e proprio buco nero dentro il romanzo; lo squarcia per collegare la vita, non solo del ragazzo Pofi, ma pure quella di ciascuno di noi, alla oscurità del mistero. Ciò che spunta dal nulla è qualcosa di cupo e tenebroso, così come lo è quasi sempre il sentimento di timore ed anche di paura che l’uomo spesso riversa sul proprio avvenire.
Se nel romanzo si volesse ricercare la classica trama ordinata che ha un inizio e una fine e uno svolgimento conseguente, qui non la si trova per una vocazione a sottrarvirsi assai forte. Il collante che fa della scrittura un’entità solida e una protagonista del libro non è tanto la narrazione della crescita di un ragazzo, Pofi, quanto la trasformazione di questo ragazzo in uno strumento in mano al suo autore, che agisce allo stesso modo di un regista che adoperi una minuta telecamera per volgerla attorno, sui vari aspetti della realtà, interni ed esterni all’individuo, mosso non solo dalla curiosità ma anche dallo stupore del suo sorprendersi. Rara l’esondazione di un sentimento, perfino nel racconto dei debiti di famiglia e dei continui prestiti bancari contratti dal padre (“Adesso nell’imperscrutabile petto Dio sa quali affanni; taceva”). L’occhio indagatore osserva e registra con un ricamo di esatta definizione il ritratto giocoso e frenetico di una realtà che non si può fare a meno di riconoscere per la sua convulsa e scomposta presa sull’uomo. Perfino certe originali o desuete parole paiono scelte da Pizzuto come aghi il cui scopo è pungere la realtà per stimolarla e sovreccitarla: polimastia, anatocismo, springare, precidere, tocche, guidaleschi, zonna, preparamenti, tenebricosa, borboglio, schifiuso, conterminate, febrile, tardanze, decernere, stoa, inseverirsi (questo davvero eccellente) resupini, acquatili, prestezza, magliabechi, candidezza, increscevoli, sguardate, labitava, incoraggito, proficienti, condillachismo, paletuvieri, citeriore, porsinfilare, boncinello, teicomachi, giuschiamo, caruncole, asciolvere, estollenti, staffava, flabello, altrotanto, induare, poiluimuore, occamismo, gongone, in sociabile, tede (una vera e propria selva, come si vede), o espressioni come: “Si udì uno stappare di tacchi”, “una sentinella che mastiettava la baionetta in canna”, ma anche: “sulla soglia un gattino nero dalla bianca barbetta e occhi fluviali faceva plettro delle unghie”, “Alla farmacia Rizzo davano con due soldi il citrato di magnesia tutta una cartata così.”, agiscono nella scrittura come tante vibrazioni semantiche (come quel “sole internantesi” che troveremo verso la fine) con le quali si cerca di detortigliare e contrattaccare la realtà. Ma essa è tanto mai più forte e di ostinata resistenza che ogni cosa assorbe nel suo gorgoglio, cose e persone, come in un impasto bollente in cui tutto smarrisce il proprio tempo e la propria dimensione. Guardate Pofi, ad esempio: un giorno ci apparirà come “l’antico alunno” che va nella sua vecchia scuola a fare una supplenza, mentre ci sembra di averlo lasciato ragazzo appena pochi attimi prima; subito dopo, con un tratto autobiografico, lo troviamo a fare la ronda di notte come poliziotto. La realtà si mostra arbitra, dunque, ed intrattabile, bizzarra e capricciosa, egoista e rivoluzionaria ad un tempo. Pizzuto insiste a sollecitarla con stoccate che mai mirano al cuore, tuttavia, anzi lo salvaguardano, giacché proprio il cuore va preservato quale collante che tiene legata a noi la realtà. Se la realtà cedesse, cederemmo pure noi. La sua pazzia, il suo caos, la sua imprevedibilità, i suoi dispetti, costituiscono e alimentano le ragioni della nostra esistenza, e forse la nostra stessa esistenza tout court.
Quando la parte autobiografica si presenta più diretta, noi troviamo un Pofi che fa l’ispettore, forse, e accanto a lui vi è un collaboratore, il “buon Fusolo”, e sopra di lui Visconti, il superiore (che si esprime con lui in dialetto), catena di relazioni alla quale possono aver attinto altri narratori, tra cui, forse, anche il noto Andrea Camilleri. Allorché si avvia l’indagine per scoprire l’identità di una misteriosa donna, Ella Chthes Huc, presunta spia, Pofi, che ne riceve l’incarico, sembra aver sbrogliato quel filo confuso e tortuoso che lo spadroneggiava a servizio di una personalità incongruente e smarrita. Ora può cominciare a disegnare la propria avventura e, come finalmente uscito da una complicata partenogenesi, i suoi lineamenti e i suoi pensieri assumono la nitida forma di una nascita e di una crescita che si sono finalmente dichiarate. Pizzuto ha così delineato uno sviluppo che trae le sue radici dal tormentato caos che scuote l’universo e precede sempre il lungo cammino che conduce alla cognizione di sé. Pofi altro non è, dunque, che il risultato di una intelligenza non visibile ma onnipresente che dal caos riesce ad estrarre quel filo nascosto da cui prende a dispiegarsi la vita. Con Pofi, nasce dunque anche la sua storia, e può ora dispiegarsi anch’essa lungo i sentieri conosciuti e fecondi della narrazione.
Seguiremo con  piacevolezza, d’ora in poi, una trama che vede Pofi, aiutato dai subalterni Pietroburgo, Germano e Fusolo, pedinare la misteriosa donna (che va in giro a scattare fotografie ed è ritenuta per questo spia di una qualche potenza straniera), con movimenti che richiamano alla memoria, pur essi, personaggi della grande narrativa cinematografica uscita successivamente al romanzo di Pizzuto, come, ad esempio, l’ispettore Jacques Clouseau, de “La Pantera Rosa” di Blake Edwards, del 1963, (al quale seguirà una brillante serie), personaggio interpretato dal bravissimo Peter Sellers. Questa parte del pedinamento è da gustare, spassossima, in cui si dispiegano e si apprezzano le doti creative ed espressive dell’autore. Pofi è uno a cui capita, tanto per intenderci, che “Ciò che stava per dire gli svanì.”  Come pure è straordinario dal punto di vista linguistico e sintattico, oltre che divertente, il capitolo dedicato all’interrogatorio della donna ritenuta una spia, fatto di domande anche sulla “relatività di Frankenstein” ( troveremo più avanti: “sapeva a menadito Dante, con la legge del contrabbasso”); ma tutto l’impegno di Pofi non gli frutterà la promozione agognata e, come un antesignano del celebre ragionier Fantozzi, uscito appena otto anni dopo, nel 1968, dalla strabordante comicità di Paolo Villaggio, tutti saranno promossi salvo lui e un altro, parigrado e rivale di Visconti: “Così Pofi sperimentò la cocente sconfitta e con lui, udite udite, Menalca. Quelli soli, furono in tanto fulgore agli antipodi.”
La vena ironica di Pizzuto si distende in un crescendo a mano a mano che ci si avvia al finale. Sembra rispondere ad una partitura musicale anche la sua scrittura. Le scene diventano sempre più affollate, collettive (“Case vuote, gente a fiumane dovunque per le strade”), e dentro di esse si intrufola il sorriso pungente dell’autore, che ancora una volta fa l’occhiolino alle stramberie della vita: oltre alla festa che si tiene negli uffici della Questura in occasione delle promozioni, ulteriormente emblematiche di questo percorso sono la sfilata dei modelli, intorno alla quale si accalca una folla curiosa, la rumorosa partenza sull’imperiale, la nascita e la morte dei salmoni (ai quali dedica pagine esemplari), la “vecchierella” che dà il cibo ai “gattini famelici”.
Pizzuto imprime sempre di più una musicalità e un  ritmo frenetici alla sua scrittura: di nuovo le azioni e le figure si susseguono anticipando perfino ciò che in quegli anni avveniva nella poesia sperimentale, un po’ dovunque: in Francia soprattutto con la rivista “Tel quel” e da noi con il Gruppo ’63. Vi è una somiglianza straordinaria del senso vertiginoso che l’arte acquista in simbiosi con la vita. È un risultato tutto italiano, riconoscibilissimo, quello che consegue Pizzuto, proprio in virtù di quel calore meridionale che impregna la sua scrittura: “Era nientemeno il ritratto di Ceia, composto in taciturne sedute da lui, subito anzi, tanta la pazienza, stare reclina, guai a muoversi, un prurito sul naso, come sopportarlo, ferma, che fai, ridotto in brandelli, sia pure distrattamente, ignobile palinsesto, dolci linee amorose fratte, l’occhio il ricciolo mozzi per delineare poche cuspidi, insensibilità, non hai cuore. E se vuoi saperlo, neanche cervello.” E ancora: “E parlavano udivano, in poli avversi, nulla vedendo né ascoltando, impazienti, ella a raccogliere eroiche impressioni di tedio da riferirgli in un’azzurrina lettera iniziale, egli agognante deserti, eppure che delizia quel meraviglioso segreto in tanta folla, a loro due soli noto, essere egli di Nina, Nina di lui, e non più bistrattato, eletto. Sì, ma…
Altro esempio: notate come le immagini di Pofi fanciullo, della madre e della zia Cala, baluginino fuggitive tra la massa di parole che le illuminano e ravvivano per un attimo. Siamo verso la conclusione e quei fuochi pirotecnici che scoppiettano alla festa paesana, dove incontriamo anche un cantastorie, Pizzuto li ripete dentro la sua scrittura come se essa si fosse ormai compenetrata della stessa vita reale.
Il cerchio si chiude, infine. Il tempo passa, incalza la vecchiaia, nasce il desiderio, si ravviva la memoria. È tempo di tornare. La scrittura, allora, pare quietarsi, rispondere ad una chiamata. Pofi ritorna la suo paese, rivede il palazzo dove nacque: mutato, le stanze abbandonate. La solitudine le occupa, la stessa che toccherà subito dopo a lui, là nel ricovero di Suor Edvige. Proprio la suora gli dirà: “vi sono terrazzi, orto, non occorre andar fuori, e c’è da occuparsi, abbiamo la stamperia dei biglietti e del bollettino, abbiamo i laboratori per rilegare libri, quello poi dove si riparano bambole, una piccola calzoleria, vedrà, tutto è prendere l’abitudine, starà bene, contento.”

13 Responses to Si riparano bambole, di Antonio Pizzuto

  1. Giorgio Fontana il 19 agosto 2007 alle 15:06

    grazie della segnalazione, bart. mi ha incuriosito assai.

    gio

  2. Giorgio Di Costanzo il 20 agosto 2007 alle 16:07

    Bart, complimenti! I commenti latitano, Pizzuto è un perfetto sconosciuto. La critica (tranne Jacobbi, Contini, Caproni, Segre, perfino Baldacci, Pedullà) l’ha sempre ignorato. Non parliamo del pubblico. Chissà stavolta con Sellerio… Un milione di anni fa, in una libreria che vendeva l’usato, spesi un capitale: 25.000 lire!! per avere: “Ravenna”, “Sinfonia”, “Paginette”, “Nuove paginette”, “Testamento”, “Pagelle I” e “Giunte e virgole”. Naturalmente tutte prime edizioni. Morente, sul comodino, aveva “La Cognizione del dolore. Verrebbe da dire, parafrasandolo: “Ma che scrivi, che scrivi, cosa hai da scrivere, a chi serve, perché scrivi”?

  3. francesco sasso il 20 agosto 2007 alle 18:40

    ciao

    “I commenti latitano, Pizzuto è un perfetto sconosciuto. La critica (tranne Jacobbi, Contini, Caproni, Segre, perfino Baldacci, Pedullà) l’ha sempre ignorato. ”

    Se la Critica “pesi massimi” ( Contini, Segre, Baldacci, Pedullà) ha scritto di lui, lo scrittore non è poi così sconosciuto, non le pare?

    Inoltre, di recente, alcuni articoli:

    ROSALBA GALVAGNO, Le origini musicali della narrativa pizzutiana

    Sono proposte alcune considerazioni sull’importanza della musica nella narrativa e nella poetica di Antonio Pizzuto.

    CONTEMPORANEA, Anno 2005 – N°3 – Pag. Pag. 135-139
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    GIOVANNI DI STEFANO, Anmerkungen zu Antonio Pizzuto

    Vita e opere del romanziere Antonio Pizzuto (1893-1976), le caratteristiche stilistiche (il “pointillismo” letterario), la posizione dell’autore verso il neorealismo, il romanzo Rapin e Rapier come satira sul fascismo. Con bibliografia attuale.

    HORIZONTE, Anno 2004 – N°8 – Pag. 33-42

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    GIANCARLO ALFANO, ‘In contuizione’ narrazione biologica e fruizione estetica in “Ravenna” di Antonio Pizzuto

    L’articolo commenta la celebre distinzione proposta da Pizzuto tra ‘raccontare’ e ‘narrare’ secondo la concezione tomistica della cointuzione e il radicamento biologico della scrittura figurato fin dai primi lavori dello scrittore.

    LINGUA E STILE, Anno 2000 – N°3 – Pag. 521-533

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    MANUELA MARCHESINI, “Signorina Rosina”: Pizzuto e Beckett, ovvero la scrittura come pittogramma

    Muovendo dalla fortuna critica di Pizzuto, verso la fine degli anni ’50, nell’ambito della valorizzazione di Gadda, e sottolineando il ruolo avuto da Contini, il saggio approfondisce la “Signorina Rosina” di Pizzuto, in relazione a “Molloy” di Beckett ed alla pratica della scrittura come pittogramma.

    STRUMENTI CRITICI, Anno 2003 – N°2 – Pag. 183-201

    —-

    f.s.

  4. ruggero solmi il 20 agosto 2007 alle 19:00

    prossima volta leggo direttamente il pizzuto faccio prima.

  5. Giorgio Di Costanzo il 20 agosto 2007 alle 19:12

    Grazie per la segnalazione, Francesco Sasso. Ma Pizzuto è morto nel novembre 1976 e tu citi saggi degli ultimi anni. Ad ogni modo: Pizzuto e il pubblico dei lettori non si sono mai incontrati.Sarà la volta buona ora, con Sellerio?

  6. maria (v) il 20 agosto 2007 alle 19:45

    “Io ricordo quando ho finito di leggere Kant. Io me lo sono letto in originale tutto quanto, e quando ho finito di leggere la Critica della ragion pura io ho detto fra me e me: Beh, chi sa quanti decenni ci saranno voluti prima che qualcuno capisse? ” (da un’intervista di Antonio Pizzuto, che credo avrebbe preso con molta “filosofia” la questione del tempo ;-)

    aggiungo all’elenco, di Gabriele Frasca:

    2. «Si riparano bambole: il dilettante come colui che misconosce», Il piccolo Hans 36 (1982): 85-108.

    23. «Qual è la parola» in Chaosmos: Si riparano bambole, a cura di Bruno Moroncini e Felice Ciro Papparo, Napoli, Filema, 1996: 117-138.

    8. «Oltre le ultime» (in collaborazione con Giancarlo Alfano), in Chaosmos: Si riparano bambole, a cura di Bruno Moroncini e Felice Ciro Papparo (cfr. 2.23): 203-209.

    28. «Postfazione», in Antonio Pizzuto, Narrare, a cura di Antonio Pane, Napoli, Cronopio, 1999: 105-124.

    (e comunque si ringrazia Bartolomeo Di Monaco;-)

  7. franco luigi potenzano il 20 agosto 2007 alle 22:50

    capirai, coi pensierini e i riassuntini…

  8. Bartolomeo Di Monaco il 20 agosto 2007 alle 23:59

    L’articolo qui pubblicato fu scritto circa un anno fa quando lessi sul bel sito di Luca Tassinari, http://letturalenta.net/, che la figlia si lamentava della poca attenzione dedicata a suo padre, di cui ricorreva, fra l’altro, il 30° anniversario della morte.
    Inedito, esce solo ora per ragioni che non sto a spiegare.
    Il mio modo di leggere i romanzi (si veda il link a destra Le letture di Bartolomeo Di Monaco) è stato già oggetto di discussione. I pareri discordano e vanno da quelli espressi – se non erro l’interpretazione – da potenzano qui sopra, a quelli espressi a suo tempo da Gaetano Cappelli e da georgia, che lo considerano innovativo. Io raccolgo gli uni e gli altri, dispiaciuto per i primi, lusingato per i secondi perché è proprio ciò che cerco di fare.

    Voglio lasciare un saluto speciale a Giorgio Di Costanzo, che mi segue sin dagli inizi ed è il curatore del sito http://insonnoeinveglia.splinder.com/ dedicato alla grande e indimenticabile Anna Maria Ortese.

  9. franco luigi potenzano il 21 agosto 2007 alle 00:45

    grande e indimenticabile. mah. chi è gaetano cappelli? chi è georgia? chi è di costanzo?

  10. Bartolomeo Di Monaco il 21 agosto 2007 alle 09:11

    @ provenzano

    Per quanto riguarda in particolare Anna Maria Ortese e Gaetano Cappelli, penso che tu sia in vena di scherzare.

  11. georgia il 21 agosto 2007 alle 22:41

    sono di passaggio e arrivo qui dietro una indicazione di giorgio nel mio blog, è un grande piacere rileggere bart e rileggerlo su nazione indiana. Mi mancavano le sue mega recensioni, le sue stimolanti segnalazioni, come appunto è questa su “Si riparano bambole” libro di Pizzuto che non conoscevo. Grazie a bart ho scoperto Gaetano Cappelli che è un ottimo scrittore, e penso che franco luigi potenzano scherzi quando dice di non sapere chi sia … però … penso che scherzi anche dicendo che non sa chi sia georgia, e che diamine … non foss’altro per la storia della E ;-)
    Ad ogni modo ho trovato il tuo lapsus delizioso … lo hai chiamato provenzano :-)))))))))))
    geo
    P.S
    Un salutone a tutta NI

  12. Bartolomeo Di Monaco il 21 agosto 2007 alle 23:58

    Chi sa perché, georgia, mi è venuto quel lapsus, di cui mi scuso con potenzano.
    Grazie.
    Un abbraccio.

  13. aeroporto il 10 settembre 2007 alle 19:49

    la più bella e vera recensione su Pizzuto che io conosca. Grazie di cuore. (vorrei solo ricordare un libro -Coup de foudre- edizioni polistampa. lettere tra Contini-Pizzuto, un libro dove Pizzuto contrasta vivamente l’essere considerato avanguardista, e nella prima lettera a Contini si dichiara molto distante da Joice. come infatti è.) Grazie, veramente una lettura ed una recensione finalmente vera.



indiani