Un gerundio di venia # 1

23 agosto 2007
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di Marina Pizzi

1.

sulla scrivania alla voce lacuna

è nata un’edera così che il tormento

dell’ignoranza superi la ronda

dello steccato faccia scempio

di corsari d’ascia

2.

tortorelle e lucertoline si scamperanno?

dal livore del vuoto comandamento?

in punta di agave ti chiedo

un gerundio di venia per un cerchio

di bontà la nullità del fulcro ludico.

dove sarà convenuto-conveniente

il carattere del vento?

3.

gioiette le derive

i piedi alla bàttima sborniati di sale

fanno i sapienti non formano orme

spassano in spuma seducono stelle

4.

Lotte di confini

unguento d’urlo al sembiante

non un manubrio di cresime capire

le nozze delle sillabe col baro.

5.

si sa che la radura è l’apice dei poveri

di quelli che scalano per non finir d’imbuto

ma comunque perdenti

i denti di latta dentro l’accappatoio

6.

le ore recise, erose

un giorno me ne andrò di pala in frasca

o col sudario al polso

con l’indice vermiglio per più chiederti

la venia del miglio appena fatto

7.

la città costretta in un bavero di stracci

giornalacci nativi allo sterco

comandi stantii la conca del vuoto

un fiumicciattolo di reti le comete

meschine meschine più oltre

la questua di fare singhiozzo

la rotta dispersa la salsa promessa

8.

il dovere della notte

quando ad apostrofo la lesione

è congiunta al mancamento

al digiuno per eclisse

rovello del malsano il diverbio

tra buio e luce

con capoccella di vetri il verdetto

9.

il letto della foce fu l’ossuto

sovrano di canestro senza lancio

sul bavero la goccia dell’addentro

fato al saccheggio bandolo di cieco

coma all’asfalto di tenerti al petto.

10.

premure di soqquadro questo percorso

orizzonte di schianto quale il verbo

al livore. eppure nacque cheto

il rigagnolo espulso dal mare

quale un enigma invece ne visse

cerbottana di tanta borgata

a far secco il sangue senza alberi

le strade sbadate

vuote di baci le scorte

11.

a tutto scapito del tarlo

il ripostiglio del suolo?

retrovia scoscesa lo sguardo

rituale di nessuna visione.

per mosse di animule cose

guardo mia madre responso:

non sono che cieca, mi dice.

12.

l’estate si dilata spugnesca atrocità /

i ventilatori stridono sudori di acque vinte /

così si può l’ho appena riscoperto /

rendersi fantasmi di sé /

cambiare il rettilineo in un sorpasso di stasi /

la scrivania che taglia le braccia /

le genie del vento le nullità del sale /

il sesso come voglia di salvezza /

solo una sagoma di mare capovolto /

un globo di resine al sudario /

13.

ha meditato la ronda ma non basta affatto

la capienza di un tuorlo per capire

il comando despota la deriva in brace

il singulto del cielo brevettato al vuoto.

in un torneo di resine nessuna vincita

incita il malmesso al raccordo col credulo.

14.

il gioco fermo non è stato mai cremato

15.

per smantellare la solitudine

andava da un’amica

quasi ogni giorno nel pomeriggio.

ma non bastava. ma se lo faceva bastare.

la sirena del soccorso passava

sotto casa molto spesso: ogni volta

un pensiero all’abitacolo che

sentiva più che legittimo. tornava

per un altro telegiornale. vaga lena

le coricava il petto.

16.

chiamami al viso e torna più sovente

qui che ti veda fiaccola contenta

qui che lacrime di bilico rasento.

avveri amore un apice

atto vestale stato a compimento.

17.

mangia una cosa cupa

il viottolo infantile la fa pane

18.

ha un cortocircuito nelle vene

dacché lo ha visto

soqquadro appena esile di bacio

scimitarra appena dopo

soqquadro appena forte a far di pugno

la retta appena nata da tanta smania

19.

lontana fissità questo disegno

pagato con il sangue del costato

eppure senza venia né comando

artefice d’inedia a dritta a manca

dolo di cipressi ad ante tempo.

in verità l’invano del protrarsi

sorsetti di ebetudini contiene

gli strappi che tentano alla cima.

così si resta con il pendio al polso

tirati sotto aciduli verdetti

tutti tenuti in nudità di traino.

20.

demolizioni estive questo sudario

ritmico canneto o lebbrosario

vedi tu di vederci vita da consistere

finalmente una risata sazia:

bravura a farsi equilibrista

vincente sulla cedola del dolo

di chiamare gli angeli nonostante

l’àncora del disuso: il perimetro

dannoso ha sconfitto qualsiasi

ricamo di rondine lo stridere

quasi votivo appello questo

omiciattolo l’arsura del sudario

21.

gli occhi te li ha brevettati

un rigagnolo di salsedine:

inganno e compromesso vanno a ruba

da una cavità dell’ultimo mercato

in zona e oltre.

alla guerra non mancherà

il pagliaccio delle esequie.

22.

con un baratto che sembra una reliquia

giocano bimbetti graziati dalla canicola

del rasoterra ad un’altura

di frullo in tanto panico:

la sfortuna del globo borchia acido straccio

dacché le doglie delle donne

le pestilenze delle chele stanno

tutte allo strillo di un cantone d’ascia.

23.

il dolore del sale qui su le chiose

delle lezioni in bilico da sempre

in bilico tra postazioni di ronda

e torti di mercato.

la fede cieca sul far delle rendite

dive d’oltre tentacolo:

quasi risibile il pantano delle donne

atte alle nascite: ma la tenuta d’alba

ancora non basta al tema, qui, del sangue

di sé stracolmo motto

24.

tingere i capelli bianchi è una violenza

sul carico del tempo, sulla paura, sul limbo del soqquadro.

qua l’alunno invece s’innamora

proprio d’inganno e la questione è trita

da per sempre. quale matita correrà l’artista

per distanziarsi un poco? quale bugigattolo

infernale all’altare della paura? perché

questa finestra aperta sembra serrata

sposa di rapina? fin qui non vissi e la tovaglia

vara nel banchetto di ieri a credito. e già

conviene procurarsi cuccia e spalto

di filosofo: la gregaria morte.

25.

sole di lampi intorno

così s’inizia l’alveo

a far gabbiano il palo

scomposto dalla luce:

cerimonia del male l’asfalto

eruzione a panico di rotta:

quale calura inventerà la madre

a luce spenta a non dar più vita.

26.

il crollo della voce nell’afa

è lo sconforto di tutta una vita

predata dalla raffica del buio

in piena luce e spettro. così

quale un cantone effimero di nesso

scorre il dolore resinoso:

tu ti chiami Aurora e io ne rido

bugigattolo di me che sono dopo

da adesso nel sudario che non vedi.

27.

nel fulcro del cercare

la chirurgia del vero

il punto fermo del cemento armato

intorno intorno alla rubrica dello sguardo

salpato per buscarsi il dado tratto

da tutto l’orizzonte. la cometa a zonzo

ha assistito all’assassinio di Epifania

senza coscienza di un contro fato

almeno meno fato! i morsi di nomignolo

formano l’addendo di una grande muraglia

atta tutta quanta alla nomea del dondolo

di allora la madre addosso, addentro.

28.

valzer di resine guardarti

ultimo principe di questo strattone

di tempo di questo strappo ponente nell’occaso

nel sibilo rosso del cratere qui in cortile:

è il richiamo che modula la pertica sul far dell’equilibrio

così per non cadere: dicasi resistenza così senza percorso

la nomea del futile restare

29.

l’arringa della cimasa ronda di rondini

fa giuoco d’enciclopedia la solitudine

di digiuno il rompicapo di resistenza

in stanza da zonzo a zonzo l’anzitempo occaso.

l’aureola della luce non si arrende

né alla pece né al pianto del genitore

torto di colpa la vita che ti tocca

in patria svincolare per l’apolide.

la crepa si dilata nel soqquadro

della sirena insita all’udito.

30.

Identità

in un inferno di pace l’abito borghese

segugio di disperazione la casa

finestre aperte come per infarto

31.

questo sole d’Italia sempre primo

sberleffo d’orizzonte educandato

pessimo. Il campanile rintocca

sull’orlo stradale a pozza d’incidente.

32.

il silenzio non esiste neppure all’eremo

né è sacrario il tarlo di resistere

ombre remote ammodo senza urli

nella penuria che fa da palafitta

la fatica che al davanzale crepa:

l’orto botanico è stato incendiato

già rugiadoso senza panico financo

(Continua. Immagine tratta da: Vita da bohème, di Aki Kaurismaki.)

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7 Responses to Un gerundio di venia # 1

  1. viadellebelledonne il 23 agosto 2007 alle 07:20

    un caro saluto a Marina, felice di leggere qui il tuo Gerundio. antonella

  2. diamonds il 23 agosto 2007 alle 13:40

    Estrarsi a sorte nel codice sorgente pieno di vuoti.Curarsi nel sogno di un’illusione impropria,provvisoria o senza tempo.Mi sparpaglio tra numeri stranieri del suo sillabario orientale,amando

  3. Carla il 23 agosto 2007 alle 13:49

    ‘nel fulcro del cercare

    la chirurgia del vero

    il punto fermo del cemento armato’

    sei grandiosa Marina

  4. c&c il 23 agosto 2007 alle 15:32

    Oh si, la grazia di un gerundio, tempo di vicinanza, di contemporaneità, di presenza, speranza vana di tanti participi presenti sempre futuri, in fieri, talmente irraggiungibili.

  5. véronique il 24 agosto 2007 alle 11:54

    DOGLIE DELLE DONNE

    Doglie delle donne, nascita, nacque (acqua), leggo con il miragio della poesia di Marina Pizzi, soqquadro di cieca, leggo invece “bara” baro, trattengo il fiato e scopro la vena “la venia” clémence che scava il letto di dolore, il ritorno strego di “scrivania, venia,ascia,soqquadro,sudario”.
    Il grembo delle donne tagliato sotto l’ascia, la scimiterra; sguardo inferito dell’estate, troppo lungo estate, il sale, salsedine, sesso, il sale, la bevita della scrittura, deserto, cammino( il viottolo infantile la fa pane), pane mistico della poesia, soglia, doglia dopo soglia, doglia.

    Grazie a Franz e a Marina pizzi per questa bellezza.

  6. Giovanni Nuscis il 24 agosto 2007 alle 14:20

    Sì, ‘perdonando’, certo, questi “corsari d’ascia”, questo “fulcro ludico” e il “vento”: che rompono, modellano il granito della lingua enfiandola e rigenerandola a mal grado della sua (pare) inesorabile dipartita. Una lingua forte, giocosa e libera, qui, che origina mondi inauditi, invece che imitarli. E il lettore è spiazzato, vuole “scuse” per il tempo dedicato, la fiducia mal riposta, il mondo, quello “vero”, per nulla raccontato, rappresentato? La poesia di Marina Pizzi prende con coraggio le distanze da scelte formali forse più convenienti (in linea con decennali strategie volte a canonizzare, rendendoli più redditizi, non solo economicamente, certi percorsi invece che altri). Rispetto alla lingua standard, invece, non c’è “scarto minimo”, ma il divellamento radicale della sintassi ordinaria; le giunture concatenanti i sintagmi, per la costruzione del “senso”, vengono qui spezzate, sabotate; e le parole sospinte e associate, per magia e bizzarria di vento ed orecchio, inusitatamente ad altre. La poesia di Marina Pizzi “resiste”, e rilancia, anche se qua e là inserti di un io cogitante attivano melodie di senso che, riteniamo, non possono che giovare, stemperando la compattezza adamantica dei versi in modo che più sguardi vi si possano affacciare, apprezzandoli come davvero merita.

    Giovanni Nuscis

  7. mariapia il 24 agosto 2007 alle 15:20

    Leggere tutta questa Marina, è un piacere per me: ben diverso dall ‘averne i frammenti, io ritrovo o mi lascio trovare, da un non canzoniere, che oltre al serrato della costrizione nella lingua- propria, alterna una dolcezza che non sapevo, che ci con-vice, insieme.

    Brava Marina, e grazie per i tuoi gerundi.. e per questi versi:

    “mangia una cosa cupa/il viottolo infantile la fa pane”

    Maria Pia Q.



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