Il lavavetri

31 agosto 2007
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lavavetri

di Alessandra Galetta

Ero contento quella mattina che mi diede il biglietto.
Ora sono di cattivo umore invece.
Avevo le scarpe sporche di fango che non ero  riuscito a pulire con uno straccio bagnato, così ho cercato di grattarlo via con un coltello, ma sulla punta di una si è aperto un buco grande quanto una moneta.
Sono le scarpe da corsa che mi regalò mia madre prima che me ne andassi da Algeri.
E mi è dispiaciuto che si sia spaccata perché  ha gli intarsi di vera pelle e invece qui, per  la somma a cui le aveva comprate lei, se ne trovano solo con i fregi in plastica. Quando mi succede una cosa così mi viene voglia di prendermela con qualcuno e per calmarmi corro e corro fino a quando l’irritazione mi abbandona perché  divento così leggero che mi sembra di volare.
Ho due lavori e devo  cercare di ricordarmelo nei momenti di tristezza o quando mi assale la voglia di fare a botte.
C’è sempre il rischio che mi fratturi qualcosa e non posso andare in ospedale perché potrebbe comparire un poliziotto e saltare fuori che non ho il permesso di soggiorno. Oppure dovrei fare come Aziz che si è tenuto il naso rotto e ora  respira con un sibilo che urta i nervi a chi dorme con lui.
Al mio semaforo, il pomeriggio, ci vado correndo. Così mi alleno e risparmio con l’autobus. Quelli che stanno lì mi considerano uno scemo. Dicono che do nell’occhio con questo fatto della corsa. Invece non mi hanno fermato mai. Perché io corro come uno che corre non come uno che scappa.
Il secchio e la spugna li tengo nascosti dentro un cespuglio. Se non dimostri che sei un  duro ti possono rubare qualsiasi cosa, persino le scarpe che porti, ma nessuno ti prenderà gli oggetti che usi per tirare avanti, anche se manchi per giorni, ci sono gli uomini di Tre Sputi che sorvegliano.
L’incrocio dove lavoro mi piace perché  è ai piedi di una collina  piena di alberi e chi si ferma a questo semaforo è più ben disposto verso noi scorpioni. Ne ho sentiti alcuni chiamarci così per via dell’associazione deserto- scorpione – arabo, per il fatto che ci considerano pericolosi.
Il posto che ti assegnano è determinante. Se ti mandano su una strada dove le macchine procedono lente, hai, all’inizio, l’illusione di avere più clienti, ma poi ti accorgi che gli automobilisti riversano su di te l’esasperazione di stare nel traffico e se t’ostini a pulire un vetro, ti può arrivare uno schiaffo o una spinta. In questo caso non devi reagire, l’unica possibilità che ti conviene è schivare quello che ti arriva e di chiedere scusa. Sei fai così si calmano. Non si mena qualcuno che non reagisce.
Altrimenti se lo restituisci arriva la polizia e per te è finita.
Queste è una delle condizioni per lavorare per Tre Sputi. Gli aggressivi sono quelli che non hanno un capo, e vanno a finire male in un modo o in un altro.
Io di solito fisso gli automobilisti negli occhi. Mi basta un attimo per capire se posso procedere con il lavaggio. Non sbaglio quasi mai: tutt’ al più rifiutano con un gesto che significa che non hanno monete e allora stringo le spalle, continuo a lavare il vetro e dico: fa niente, me li dai la prossima volta. Ed è un investimento per il futuro perché qualcuno, se ripassa, si ricorda e mi dà i soldi.
                                             
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Da due mesi vendo un quotidiano. Guadagno di meno  rispetto al pomeriggio, ma non è umiliante perché non devi chiedere.
Questi lavori qui hanno il difetto che non impegnano il cervello e quando piove sono costretto a restare sul  materasso o a girare per la città. Non posso passeggiare nei parchi: nessuno degli emigrati lo fa e sarei visibile e sospetto. Anche le strade del centro mi sono precluse  perché circola più polizia.
Così vado a sedermi su un gradino davanti al convento da cui mi procuro i vestiti. Lì nessuno fa caso alla mia presenza, solo ogni tanto qualche matto ospitato dalle suore mi parla un po’. Trascorro tutto il tempo sotto la tettoia  a guardare la pioggia e la testa vola via come sta succedendo adesso. Si ferma sui momenti  brutti che ho passato da quando sono arrivato qui, a Roma. E questi momenti girano davanti a me come se fossero le scene di un film dove il protagonista non sono io.
                                          
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Era quasi l’ora di cena ed ero alla stazione. C’erano algerini e tunisini, e c’era Tre Sputi.
Tre Sputi l’avevo conosciuto una decina di giorni prima mentre dormivo in un angolo della stazione. Con la punta del bastone  su cui s’appoggia quando cammina  mi sfilò il cappello che avevo sulla faccia e mi domandò se avessi bisogno di un letto.
Quella sera c’era uno,  piccolo e magro, con una cicatrice profonda che partiva dal mento e terminava sotto l’occhio destro, che si vantava del suo lavoro di scaricatore ai mercati generali. Cominciava alle due di notte e alle sette di mattina era libero.
Alla fine del suo racconto s’interruppe, si tolse la giacca e ci mostrò i muscoli del braccio. Aspettò che tutti  ne verificassimo la consistenza prima di infilarsela di nuovo.
Disse che per ottenere quel lavoro dovevi dare una certa somma al guardiano del mercato che ti segnava su una lista e dopo qualche settimana, se eri fortunato, iniziavi. Lui non aveva pagato però, e quando gli chiesi, senza riflettere, se gli avesse dato qualche altra cosa in cambio, mi guardò fisso, senza muoversi, solo un muscolo della guancia si contrasse gonfiando la cicatrice.
Con la vendita della roba ci si può arricchire, aveva detto Tre Sputi a quel punto.
Lui, continuò, poteva presentarci uno importante, ma prima dovevi superare tre prove: dimostrare di saper usare il coltello, essere bravo con i pugni e correre veloce.
Si girò verso il tipo con la cicatrice e gli  fece un cenno. Lui, rapidissimo, mi afferrò per una spalla e mi assestò un paio di colpi allo sterno.
Caddi sulle ginocchia. Il dolore e l’umiliazione m’immobilizzarono per qualche minuto, ma non mi lasciai vincere dalla rabbia e non perché avessi paura delle botte che avrei preso, ma perché non volevo tornare a dormire sulla strada.

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Quella notte è stata la notte della fame. Ce ne sono state anche altre in cui lo stomaco voleva mangiarsi da solo, ma quella è stata la prima e non ero preparato.  
Ero a digiuno da due giorni perché pioveva da due giorni e io all’inizio lavavo solo i vetri. E se piove non lavi e non mangi. Poi avevo dovuto pagare il materasso in anticipo. Giravo senza una ragione. Per strada non trovi il cibo e non conoscevo ancora la mensa. Quando decisi di dormire il cielo s’era schiarito. Camminavo trascinando i piedi vicino ai muri dei palazzi e immaginavo una pentola in cui sfrigolava un pezzo di carne con le patate e non feci caso a una macchina che aveva rallentato. Quando la notai sarei potuto fuggir via mettendomi a correre nel senso opposto: in un attimo sarei scomparso, corro velocissimo con le mie scarpe oppure chiedergli aggressivo cosa volesse da me, ma ero troppo avvilito per qualsiasi  tipo di reazione. Dopo qualche minuto mi fermai e lo stesso fece la macchina.
Per un po’ non accadde nulla.
La macchina ferma con il motore acceso e io fermo con le spalle attaccato al muro di un palazzo ad ascoltare il ronzio del motore e il mio respiro.
Poi il finestrino si abbassò e apparve una mano con delle vene in rilievo che mi fece segno d’avvicinarmi.
Al volante c’era un vecchio, che mi parlò per tutto il tempo che passammo insieme in francese, con una pelle molto bianca, come se ci avesse passato della farina sopra.
Senza lasciargli il tempo di dire una parola gli chiesi:mi compri un panino e mi dai cinquanta?
Stava lì a fissarmi come se non avesse capito la domanda.
Il panino subito e le cinquanta dopo? Insistei.
A quel punto fece segno di sì con un movimento della testa e salii.
Mangiai in macchina mentre lui leggeva il giornale, bevvi una lattina di coca cola  in un unico sorso e a quel punto sarei ancora potuto fuggire e invece rimasi lì e siccome il vecchio continuava a sfogliare le pagine ignorandomi, attaccai una canzone che avevo imparato a scuola. Continuai a cantare anche quando lui mise in moto e m’interruppi solo quando si fermò davanti a una pensione.
All’ingresso c’era un travestito con degli enormi sandali  bianchi che  gli diede una chiave.
Facemmo quella cosa, in piedi, davanti a un muro su cui sembrava fosse dipinta una luna gigantesca e invece era una macchia di umidità. Poi mi pagò.
Ci rivediamo? mi chiese mentre prendevo i cinquanta.
Non hai paura di me? risposi guardando la banconota alla luce del lampadario come se m’intendessi di denaro fasullo.
No, affatto rispose, sorridendo.
Era seduto su una poltrona troppo piccola per lui e cercava qualcosa nella tasca interna della giacca.
Sta prendendo la pistola, pensai e non trovai saliva da inghiottire. Mi sembrò anche di vederla: piccola, argentata e con l’impugnatura adatta alla grandezza della sua mano,  invece  tirò fuori il contenitore di un sigaro.
Quando l’aprì ci fu uno schiocco secco, come quello prodotto da un’arma a cui viene inserito il caricatore e, dopo che ebbe aspirato la prima boccata,  gli domandai:
E se avessi un coltello e ti tagliassi la gola?
Non lo hai il coltello. S’interruppe per soffiare via il fumo. La bocca, spinta in avanti, si trasformò in  un buco nero.
 E se ne hai uno, lo usi per aprire i cartoni del latte.
O del vino, aggiunse, lanciandomi un’occhiata con cui mi pesò il corpo.
Cosa apri con quel coltello? mi chiese con un tono curioso.
Il latte, risposi a bassa voce.
Bravo: il latte dei cartoni non è male, il vino invece è di cattiva qualità.
Le pieghe  della sua pancia affioravano tra i lembi della camicia non abbottonata, e sussultavano a ogni frase. Pensai che qualcuno potesse provare affetto per quella carne morbida.
Quel pensiero m’irritò.
Allora mi sedetti. Se fossi restato in piedi avrei cominciato a insultarlo e mi sarebbe venuta voglia di colpirlo. Sarei potuto andar via, il nostro accordo s’era concluso invece rimasi.
Cominciò a parlarmi di tutte le fasi che occorrono all’uva per trasformasi in vino. Poi si dilungò tra le differenze di vino tra l’Italia e la Francia.
Fu in quel momento che pensai  di rubargli il portafoglio.
Era sulla scrivania vicino alle chiavi della macchina e al cellulare.
Lui continuò a fumare guardando me e l’enorme macchia di umidità sulla parete,  dicendo di tanto in tanto il nome di un vino e pian piano la sua voce assunse il tono di una cantilena. Mi vidi mentre incidevo con un coltello quel collo bianco e mollo e il rosso che sarebbe colato giù.  A un certo punto smise di parlare e s’addormentò. Gli sfilai il sigaro che teneva ancora  tra le dita e l’appoggiai sul posacenere senza spegnerlo.
Presi il portafoglio e l’aprii: all’interno c’era un altro biglietto da cinquanta.
Andai via senza respirare e ancora ci penso. Perché non avesse  paura di me e perché sia rimasto lì ad ascoltarlo.
                                                 
Con l’italiano seguito a far progressi. Non è una lingua difficile: è molto simile a quella francese. Quando andiamo a prendere i giornali alle sei, leggo ad alta voce alcune frasi e l’autista del pulmino che li distribuisce mi corregge quando sbaglio la pronuncia.
La sera mangio alla mensa del Colle Oppio.
La fame non l’ho sofferta più.
Cerco sempre di ritardare il momento di tornare alla casa perché non riesco ad abituarmi alla puzza. C’è uno che si cambia, se si ricorda, solo il martedì, quando ritira i vestiti dalle suore. Si ubriaca tutte le sere e si vomita addosso. Così c’è sempre questo odore che predomina sugli altri. Ma da quando la porta del bagno è venuta giù la puzza di fogna vince su tutte. Un gioco che faccio quando non riesco ad addormentarmi è identificare il tipo di odore e chi l’ha prodotto. Nella casa soffriamo tutti di dissenteria.
Dormo nel corridoio su un materasso ammuffito, senza lenzuola, ma sono riuscito a uccidere tutti gli insetti con un disinfettante. Ne potrei comprare uno nuovo, ma sarebbe un acquisto da scemi perché lo venderebbero quando non ci sono. I soldi che non spedisco a mia madre non li porto con me. Li nascondo sotto una pietra dalle parti del semaforo  quando i lavavetri se ne vanno.  Mi incammino con  loro e quando stappano le birre e aprono i cartoni del vino io rallento e torno indietro.
Non mi sento tranquillo a lasciarli sotto quel sasso,  ma non mi è venuto in mente un altro posto.
Avevo pensato di sotterrarli tra i cespugli di un giardino, ma ho cambiato idea quando ho visto che i bambini ci scavano con le palette.

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Scatta il verde, le auto schizzano  via, infilo la mano in tasca e accarezzo il biglietto.
Penso a quando l’ho ricevuto.
Ero contento perché indossavo dei  pantaloni e un maglione, dono dalle suore che stanno sulla collina, praticamente nuovi.
Una mano  esile mi trattenne il braccio mentre gettavo il giornale sul cruscotto.
Rimasi colpito da quel gesto perché mi aveva toccato.
Lei disse: Oggi no. Non ho soldi.
Io risposi: Fa niente me li dai domani.
È stato allora che mi sono accorto che mi vedeva. Vedeva uno con un paio di pantaloni e una felpa blu, gli zigomi sporgenti, e gli occhi troppo grandi per quella faccia. Io ero da tanto che la guardavo. Dalla prima volta che m’hanno dato quel semaforo.
Indossa giubbotti, giacche o  cappotti. Ma ha sempre una camicia bianca sotto. E i suoi capelli sono morbidi e puliti, riconoscibilissimi anche se cambia spesso il colore. E ha un neo sotto il labbro inferiore, un neo piccolo, quasi invisibile. E le dita senza anelli, con le unghie lucide. E gli occhi sono verdi. Però se  ci sono le nuvole allora hanno un colore più scuro.
Mi trattenne il braccio come fa chi vuole parlare, ma non riesce a trovare le parole e allora mantiene un contatto per aiutarsi a tirarle fuori, ma poi il semaforo segnò il verde, premette l’acceleratore e  si confuse nel flusso.
Il giorno successivo non l’ho vista e il giorno dopo ancora ha piovuto e non ho lavorato né la mattina, né il pomeriggio.
Quella sera mi confidai con un amico, un egiziano. Mi disse: se la rivedi corteggiala, senza esporti. La guardi, ma per poco. Gli sorridi, ma solo un attimo.  Così immaginai che mi chiedeva di aiutarla a spostare dei mobili e poi ce ne stavamo un po’ a chiacchierare e poi.
E poi a un certo punto del sogno  mi arrabbiai. Finisce sempre che mi arrabbio quando faccio questo sogno. E che sogno è? I sogni dovrebbero far bene non male. Mi arrabbio perché è un sogno da stupido, ecco perché.
Smise di piovere. La sua macchina si accostò al marciapiede e lei mi fece cenno d’avvicinarmi. Mi chiese: Ti va di farti intervistare?
Non conoscevo il significato di quella parola, allora, ma risposi di sì, mi tese un biglietto su cui c’era un indirizzo e un numero di telefono.
“Ci vediamo alle sei, oggi,  se ritardi o se cambi idea, chiamami verso le due a questo numero. Però, per favore, vieni!
Sul cartoncino era stampato il suo nome, l’indirizzo e con la penna era scritta l’ora dell’appuntamento.
Si chiama Liliana. 
                                  
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Malgrado la sua precisazione arrivo in ritardo.
Oltre a conoscere il significato della parola intervista ne ho imparato anche un sinonimo.
Se farà domande su di me non parlerò delle condizioni della casa in cui passo la notte e dell’angoscia che mi rubino le scarpe quando dormo. Voglio raccontarle di quando ero uno studente e andavo con i miei fratelli alla moschea, a correre sulla spiaggia, di  come sappia riconoscere l’età degli alberi e il loro nome. Voglio parlarle della tolleranza che ci ha insegnato mio padre prima che morisse, ucciso da una bomba, poco lontano dalla nostra casa.
C’è un cancello, un palazzo, dei corridoi.
Mostro il biglietto, e mi appuntano un cartellino sul cuore. Un uomo piccolo, calvo, mi dice di seguirlo. Passiamo porte e camminiamo ancora. Alla fine dice: ecco, siamo arrivati.
È come se dicesse una parola magica perché si materializza lei, Liliana.
Ha la camicetta bianca e una minigonna nera. Delle calze sottili nere e le scarpe con il tacco. È alta come me.
Entriamo in una stanza piena di luci.
Mi fa piacere che sei venuto, quello dietro la telecamera è quello che manderà la tua faccia in televisione.  Quello con la barba vestito come un barbone, è Luca che si occupa delle luci. Quella signora un po’ robusta è Elena, la truccatrice. La tua faccia va bene così, no? O vuoi cambiarla un po’?
No, rispondo. Va bene così.
Nella stanza ridono tutti. Il tipo che ha definito un barbone, la donna un po’ robusta.
Immagino che anche quello dietro la telecamera rida o sorrida.
Io senza Elena e senza Luca, sarei un mostro. Ma uno mi piazza la luce giusta, l’altra mi dipinge un po’ e divento quasi bella.
Bene, Samir. Mi ha detto che ti chiami, Samir, giusto? Senti come facciamo. Adesso ci racconti quello che ti viene in mente.  Vai a ruota libera. Hai presente una gomma di una macchina che rotola giù per una collina? Sì? Fai così. Parli allo stesso modo. Non è difficile. Poi se non funziona, ricominciamo da capo e magari ti faccio delle domande. Tu non aver paura di sbagliare. 
Mi appendono un microfono dietro la schiena, mi siedo su una poltrona sopra a cui c’è  una lampada accecante e l’intervista comincia.
Lei accavalla le gambe che sono lunghe e magre e penso che assomigliano alle mie mani.
Attacco un discorso in cui non respiro e dico quello che avete letto finora.
Bè, non proprio esattamente così. Qualcosa cambio. L’uomo che ho incontrato la notte della fame diventa una donna vecchia, il portafoglio lo apro, ma poi lo rimetto al suo posto, senza rubare nulla. Tre Sputi non si chiama Tre Sputi e il nome di Liliana diventa Giorgia. Come la cantante.

Poi quello che manderà la mia faccia in televisione spegne la telecamera, sbadiglia e si stira. Allunga le braccia e le gambe. E sospira.
Caffè, dice.
Lei dice: Samir sei stato grande. Davvero. Dopo la riguarderemo con calma, ma credo proprio che ne trasmetteremo dei pezzi interi. Io farò un’introduzione, ma per quella non è necessario che tu sia presente. Poi quando passo al semaforo ti faccio sapere quando la mandiamo in onda.
Però io volevo parlare ancora. E mi aspettavo le domande.
Dicono tutti così quando la telecamera si spegne. Prima si ha paura di mostrarsi, poi ci si vorrebbe far vedere per sempre. 
Liliana parla e parla. Di televisione, di programmi, del ciclo di interviste che sta facendo, di quello che farà dopo questo. I suoi denti sono bianchi come la sua pelle e la sua camicetta. Profuma di menta, di una gomma alla menta, e il neo sotto al labbro diventa minuscolo o più grande a seconda di come muove la bocca.
Ma non mi vede più. Lo so.
Insomma Samir, dice alla fine, cosa volevi raccontare ancora alla tivù?
Volevo parlare di più dell’invisibilità, rispondo io.  Delle mia invisibilità davanti alle persone a cui lavo i vetri della macchina.
Ma io ti ho visto, no? E ora ti vedranno anche gli altri.
Caffè! Piagnucola l’operatore.
Va bene. Dice lei.
Ora devo andare. Tu però prima devi firmare la liberatoria per mandarla in onda. Va bene? Mi strizza l’occhio.
Compare quell’uomo piccolo che m’aveva accompagnato.
Mi porge un foglio e una penna. 
Liliana dice: ciao, allora! Poi ti avviso quando vai in tivù.
Ed esce dalla stanza con l’uomo che mi manderà in televisione, con quello delle luci e con quella che recupera le facce.
Lei avanti e loro dietro.
Firmo il foglio, senza leggere. Poi lui mi dà una busta.
Quando sono fuori dal palazzo la apro. Ci sono dentro quattro pezzi da cinquanta. Penso che devo cambiare il nascondiglio dei soldi. Poi tiro dei calci a un cassonetto della spazzatura.
Una macchina della polizia rallenta e io raccolgo i sacchetti che sono caduti e li rimetto al loro posto.
Riprendo a camminare con le spalle che scivolano, le mani in tasca, senza voltarmi indietro.

Settembre 1999 – Settembre 2002

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10 Responses to Il lavavetri

  1. véronique v il 31 agosto 2007 alle 11:31

    Grazie per la storia corta sotto l’influsso della realtà: “quella notte è quella della fame”, e la notte si fa sentire di più la fame, la solitudine, il corpo svegliato; un brano che mi ha commossa. I personaggi prendono corpo: lo vedo il vecchio con carne morbida, pelle bianca, bianca, lo vedo con disgusto di pelle ma vedo la mano che dà a mangiare, i due movimenti di prossimità.
    Quest’estate, alla stazione Termini, ho visto una bambina rom, vestita di rosso, bella, volto come esposato e chiuso, bocca chiusa, sola la mano che viene verso te, una piccola mano e gli occhi, mi rammento gli occhi neri, come lontani de questa realtà. La bambina rom era là e non era, forse non poteva pensare a una cosa precisa, non lo so.

  2. daniele il 31 agosto 2007 alle 12:41
  3. straelena il 31 agosto 2007 alle 17:09

    Bello. Brava, davvero.

  4. Fabio il 31 agosto 2007 alle 18:52

    ma e’ un capolavoro!

  5. sparz il 31 agosto 2007 alle 20:05

    Molto coinvolgente. Però quel Samir lì è certo tra i più fortunati clandestini di questo paese. a.

  6. Alessandra Galetta August 2007 il 2 settembre 2007 alle 09:03

    […] Il 1999 fu un anno terribile per il traffico a Roma. Ricostruivano e lucidavano la città. Per i preti e i fedeli che sarebbero arrivati. Io, che vivevo ancora lì, borbottavo e mi arrabbiavo. In macchina leggevo il giornale, talvolta anche un libro, e immaginavo storie che poi non scrivevo. Se ero con i bambini ascoltavo favole in cassetta o i R.e.m., l’unico gruppo che metteva d’accordo tutti e tre. (che nostalgia, non ci posso pensare. Non di Roma, ma dell’età dei miei figli). Comunque c’era un lavavetri da cui compravo il giornale e che chiacchierava con Fran e Lo, e su cui alla fine lo scrissi un racconto. Poi nel 2002, ero già in Olanda, lo modificai e aggiunsi il pezzo sulla televisione. Oggi pare che i lavavetri siano diventati aggressivi. Io non ne so nulla: qui i lavavetri non ci sono, sarebbe impossibile, e quando sono a Roma non ho più la macchina. Nel 1999 non lo erano aggressivi, semmai erano gli automobilisti a non comportarsi molto bene. Il racconto sta qui. […]

  7. neocolneo il 2 settembre 2007 alle 22:59

    Cronache di un paese ridicolo
    L’Italia discute da alcuni giorni, in prima pagina, sui lavavetri. Sì, sui lavavetri. C’è un gran dibattito, specie a sinistra, tra gli intellettuali antropologicamente superiori sui lavavetri: farli togliere dalla strada oppure no. Ma non è finita. Per questo, Alberto Asor Rosa scrive sulla prima pagina del Corriere di essersi dimesso da “intellettuale di sinistra”, perché non può sopportare che la sinistra cacci i lavavetri. C’è di peggio, anzi di più ridicolo. Un sottosegretario di Rifondazione spiega che la soluzione ideale sarebbe istituire un albo dei lavavetri, come quello dei medici o degli avvocati.
    PS
    Giuliano Amato, uno dei teorici italiani della stupidità delle idee neoconservatrici, ha spiegato con laa solita intervista pensosa che si dovrebbe applicare la ricetta di Rudy Giuliani: colpire i piccoli casi di microcriminalità, per dare l’esempio eccetera. Bene. Quella è un’idea neoconservatrice. Elaborata da James Q. Wilson, lanciata con un saggio “Broken Windows” e poi applicata da Giuliani a New York
    1 settembre

  8. neocolneo il 2 settembre 2007 alle 23:02

    Speriamo che no sia lontno il giorno in cui tutto ciò abbia fine…..intllettuali di sinistra siete troppi dovunque….e assomigliate sepre più ai Garrone e Rossi…
    BASTAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA

  9. tonifano il 5 settembre 2007 alle 18:07

    La camorra nasce e si alimenta sfruttando quei mestieri creati per sopravvivere dalla plebe napoletana. Le conseguenze di ciò le viviamo ancora. I lavavetri sembrano riprodurre questo fenomeno: un servizio creato da qualche miserabile per campare diventa oggetto di racket. La soluzione è nell’inclusione di questi nuovi poveri nella nostra società e nello stesso tempo reprimere quelle forme di lavoro che si pongono fuori dalle norme consentite. L’autrice dice che in Olanda i lavavetri non ci sono. Oso pensare xchè ci sono chances migliori o forme di accoglienza diversa e xchè non consentono forme illecite di lavoro.

  10. Alessandra il 6 settembre 2007 alle 09:39

    Tonifano, i lavavetri non ci sono per le condizioni atmosferiche e perché non è stato permesso dall’inizio. L’olanda ha chiuso le porte agli emigranti, il mercato del lavoro era ormai saturo, però le ha chiuse anche per quelli che hanno già le famiglie qui. Addirittura da quanto so vengono mandati via le mogli o i mariti che non lavorano.
    Per entrare bisogna sostenere un esame di olandese al telefono, rispondendo alle domande fatte da un computer, e per poterlo sostenere devi pagare circa 350 euro.
    Il tasso di disoccupazione è in crescita soprattutto tra i marocchini nati qui, un po’ meno tra i turchi che hanno, spesso, attività in proprio.
    Ci sono poi le black school dove la qualità d’insegnamento è bassa e pochi di loro vengono ammessi al liceo.
    Insomma da quello che vedo in giro non c’è una situazione molto tranquilla.



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