La commovente lettera del marchese de Sade alla venditrice di pistole

1 settembre 2007
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di Alessandro Ansuini 

Carissima, avrei bisogno di pistole in numero di tre, pagamento alla consegna con l’aggiunta della serie di maschere asiatiche che le avevo promesso e non portato l’ultima volta, mi permetta di offenderla con questo dono che non compensa minimamente il servigio che lei offre a noi tutti, anche adesso, che la immagino sdraiata a testa in giù sul letto come un pipistrello; avrei bisogno di pistole in numero tre, una, per ogni indugiante e caramellosa bimbetta che avrò la cura di allestire con così tanta parsimonia dentro di me, la pistola in questo caso offrirà un servigio diverso da quelli che lei di solito coopta per i suoi avventori, immagino ometti calvi e tipi ossuti dallo sgargiante abbigliamento che tossiscono dentro a fazzoletti con le loro iniziali ricamate a mano, bisognosi di metter fine a qualche tediosa situazione riguardante miseri scopi quali mancanza di denaro, eccesso di denaro, ne conviene, oppure l’onore e altre minuscole faccende riguardanti l’amore, la passione, l’invidia, lei mi comprende immagino, se la mia memoria non m’inganna lei da tempo è conscia che uno più uno da sempre uno, non è così?
Metta la testa diritta, che l’universo si gira da solo durante la notte e lei rischia di trovarsi dalla parte giusta senza averlo desiderato.
Dicevamo pistole in numero di tre, e un fucile a pompa che potrò altresì adattare a scopi diversi prima d’adoperarlo come gli si conviene, scavatrice di profondità, apportatore di luce in posti dove luce non esiste. Mi piacerebbe un giorno invitarla ad assistere ad uno dei numerosi banchetti che io e la mia consorte siamo soliti tenere in casa nostra e non dubito che lei si sappia presentare con la grazia con cui l’uccello del paradiso mima facce invisibili col suo piumaggio per adescare la femmina, o le estenuanti carezze dell’octopus che paiono mimare l’estasi delle onde, col loro ottuso infinito andirvieni. Mi scusi se mi permetto queste divagazioni, ma il regno animale sortisce un notevole fascino su di me, che sono altresì conscio che non ci sia depravazione maggiore che di sottrarsi ciò a cui si tende. Bloccare lo spasmo, inficiare la causa, ogni bellezza nasce da una scelta, ogni inizio è già una fine, bocche senza fame, tremenda mancanza di ciò che non si possiede, di ciò che non si desidera.
Pensa che non sappia che non è prendendo che si ottiene?
Torture, sevizie, stupri, incesti e altre oscenità sono mezzi per mimare la copula di dio col mondo. Teatro dell’estasi per utopisti mancati. Aspirare a dio è gioco da scimmie. Esserlo è più facile che dimenticarselo. Guardi lì fuori quanti uomini gridano alla rivolta. Li guardi, i loro figli sono seviziati, a loro stessi vengono strappati i denti e le unghie ogni giorno, non vedono l’ora di arrecare il perpetuo danno, capovolgere il tappeto, e sdraiarsi dalla parte opposta. Ora anche lei può sdraiarsi nuovamente a testa in giù. Il mondo si sta capovolgendo proprio in questo momento, mentre viene buio. Lo sa che al Polo Nord il sole non si abbassa ma oscilla come una mano desiderosa di toccare qualcosa che non sfiorerà mai? Per sei mesi l’anno. Lentezza e velocità sono denti di una stessa bocca. In realtà, è rimanendo fermi che si arriva alla trasformazione assoluta, che si sfiora la metamorfosi. Un secondo di perfettissimo silenzio potrebbe aprirle la testa in due.
Necessito di pistole in numero di tre, (e di un fucile a pompa) una per ogni bimbetta caramellosa con la quale esplorerò gli atti pratici del divenire una stucchevole divinità.
Il tragico è la consapevolezza della farsa, il ghigno della maschera veneziana, poiché noi non siamo nemmeno qui, nessuna mano divaricatrice dalle punte metalliche ha mai tirato fuori nulla oltre la nostra immaginazione.
Non mi parli del dolore per favore, lo esprima.
Non compia un atto osceno, lo divenga.
Certamente vendere pistole è un’arte onorevole, ma a me sembra che lei ancora non si manchi abbastanza, poiché si desidera. Desidera essere la venditrice di pistole, dicono che indossi guanti di pizzo e minuziosissime veline per coprire i suoi abissi, ho sentito dire di partite intere d’armi consegnate da lei avvolte in contenitori dalle stravaganti fattezze quali scheletri di animali o preziosi manufatti in avorio o legno indiano. Lei, mi permetta, ha la presunzione della bellezza e il peccato dell’eleganza, ha, come dire, già cominciato a piagnucolare prima di nascere, quando bisognerebbe fare un passo prima della scelta e vedere che si ha bisogno esattamente di tre pistole, e di non usarle, per evidenziare l’infinita distanza fra un atto e il suo compimento – mentre finisco di scrivere questi dialoghi destinati all’educazione delle giovani fanciulle le scrivo e la immagino, estemporanea, addirittura violetta nell’ora mediocre, genuflessa sul limitare del letto, le braccia ali di colomba, le mani divaricatici dalle punte metalliche – ripassare verso sera la venditrice non c’è, tornare durante la notte la venditrice sta rappezzando i buchi nelle pagine leccandoci addosso organi per tenere insieme le parti – ma questo si chiama “vedere attraverso” e, ne convengo, si dovrebbe quantomeno rispettare la sua caparbietà; a proposito, sento parlare malissimo di lei in fila per il pane o mentre due ragazzine confabulano in un angolo dopo essere state redarguite indugiando e maledicendo l’autorità con il sorriso sulle labbra – ragazzine di pioggia, scatole sepolte dentro al giardino, verranno da lei a chiedere il fulmine dentro il quale specchiarsi, la voce del tuono, non si usa chiamare così adesso il baluginante ringhiare delle armi? Lei è così voluttuosamente separata dall’opinione pubblica da render pazienza e una viscosa colla unta ogni rapporto orale o scritto con la sua fabbrica di uragani e intemperie da meritare il mio assoluto rispetto e la mia profondissima stima, oltre alla conferma dell’ordine di pistole in numero di tre e di un fucile a pompa. Al tempo stesso caramente, internamente, carnalmente la saluto rendendo questa nostra separazione un ostacolo immenso al più cieco e idiota, e dunque più puro, dio in circolazione.
Sarà mia cura inviare un messo di fiducia che avrà l’impegno di ritirare per mio conto i preziosi orpelli che intendo adoperare ovviamente senza usarli, per il compimento di questa mia iniziativa volta alla sperimentazione e conseguente descrizione del “come si diventa un dio attraverso il corpo”, manualetto volto alla diseducazione dall’ordine morale, che ho intenzione di far girare per i salotti di Francia per il semplice intento di farmi parlar addosso, possibilmente male, da chiunque ancora non si sia lasciato andare alle più naturali e per questo disumane virtù. D’altronde, per diventare veri repubblicani bisogno prima immaginarlo.
Nell’attesa di non vederla mai, mia sublime, caldamente le raccomando puntualità nell’esecuzione dell’ordine, esortandola, almeno lei, a non cercare dio né nella carne né nello spirito: insultarlo o baciarlo sono espressioni della stessa schiavitù, ma semplicemente, con la caparbietà che le ho riconosciuta – a dimenticarlo giorno dopo giorno, ora dopo ora, fino a renderlo con questa minuziosa opera di diseducazione totalmente indifferente, per arrivare al fine ultimo, farlo scomparire alla coscienza: quando esso sarà totalmente scomparso, non pensato, non ricordato, non immaginato, non desiderato, non insultato, noi non sapremo di lui e in quel momento preciso avremo la sua esatta percezione, vedremo come lui vede noi, e potremo così ottenere ciò che ci è precluso, e che invece è così preciso e netto in ogni altro animale ad eccezione dell’uomo: l’ignoranza.
Conoscenza suprema e assoluta di tutte le cose.

Per sempre suo, approdo mancato, in corpo e carne.

Donatien-Alphonse-François de Sade

(Immagine: Man Ray – Ritratto immaginario di D.A.F. de Sade)

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4 Responses to La commovente lettera del marchese de Sade alla venditrice di pistole

  1. mario il 2 settembre 2007 alle 20:09

    ma come m’è piaciuta.

  2. valter binaghi il 2 settembre 2007 alle 20:27

    Non mi parli del dolore per favore, lo esprima.
    Non compia un atto osceno, lo divenga.

    E’ il programma del Reality show.
    Largamente eseguito dall’epoca in vetrina.
    Ma non pare che il risultato sia tutta questa dotta ignoranza.

  3. mariapia il 2 settembre 2007 alle 20:33

    Era altra epoca altro tempo da quello mediatico odierno, nevvero?

    Ma come è moderno, ma quanto è erotico il divino marchese nella sua- anche manierata – scrittura..

    MPia Q.

  4. la funambola il 3 settembre 2007 alle 00:31

    bellissimo!



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