Non ci sono morti bianche

di Marco Rovelli

Dalle mie parti le morti sono davvero bianche: sono le morti in cava (canta il mio amico Davide Giromini: “Urla la morte bianca che quattro soldi vale. Mastica il paradiso, in miniera si scende, in cava si sale”). Di tanto in tanto, periodicamente – quasi che il tempo fosse scandito, e ineluttabilmente – ne sentivo parlare, ne leggevo sui giornali. Ma distrattamente. Sempre distrattamente. Come si fa per una cosa naturale, a cui non c’è modo di opporsi. La morte accade, e fa delle resistenze un grottesco capriccio. Si muore, morire è naturale, ed è naturale dunque pure morire lavorando. Morire nell’adempimento del proprio compito, una scivolata da mettere in conto, una cancellazione sempre possibile, uno sprofondo sempre incombente. La morte per lavoro è un lapsus, una dimenticanza che torna a galla, un’evenienza indesiderata e rimossa che mostra d’un tratto, all’improvviso, la sua prossimità. Un lapsus, una distrazione appunto, così pensa il lettore distratto dei giornali, distratto dai giornali, come ero pure io, uno mette male il piede sopra un’asse e cade giù, o mette mano dove non dovrebbe, nei meccanismi di un’impastatrice, o s’avventura imprudentemente su una tecchia di cava… Ma è solo la distrazione del lettore che produce la distrazione della morte: basta uno sguardo più attento, e ci si accorge che le morti sul lavoro, quasi sempre, non sono frutto di un caso necessario e inevitabile, volontà del destino – ma sono frutto di scelte precise, che hanno nomi e cognomi, anche se questi nomi e cognomi si fanno scudo troppo spesso delle inoppugnabili e incontrovertibili ragioni dell’economia. Ragioni ancor più inoppugnabili e incontrovertibili di quelle accampate dalla morte. E allora può accadere che lo sguardo fattosi più attento si accorga di come la morte sul lavoro sia un lapsus in un senso più profondo: che mostra, con lo schianto di un corpo che precipita, la verità di un sistema tutto intero, che prende, in fine, corpo. Ed è un corpo morto.

La morte conta sulla distrazione. Non si ponga mente al modo in cui essa viene, visto che deve venire. Ma, ancora, si faccia attenzione: non è la morte, come appare a prima vista, a contare sulla distrazione. E’ chi la nomina. Chi ha cominciato a parlare di “morti bianche” ha contato sull’accettazione condivisa della naturalità e ineluttabilità della morte per estenderla, tutta intera, alle morti sul lavoro. Quante volte ho sentito pronunciare l’espressione “morte bianca” senza che ci se ne chiedesse il perché – mentre la mente, dal canto suo, registrava tutto. Eppure le morti bianche erano le morti in culla, le morti dei neonati fino a un anno di vita, quelle morti di cui nessuno si dava spiegazione, morti improvvise e apparentemente senza ragione, di cui nessuno aveva responsabilità. E così è per le morti sul lavoro: nessuno è responsabile, le responsabilità sono lavate via con uno straccio di parola, un aggettivo che purifica e cancella ogni macchia, cosicché nessuno sarà chiamato a rispondere per un evento naturale e ineluttabile. I maghi della parola, ancora una volta, hanno costruito con sapienza il fatto, e hanno esposto convenientemente il prodotto allo sguardo di tutti, indicando da che punto di vista guardare, e che cosa. Questo monolite destinale che è il prodotto “morte bianca”, naturale ed eterno come l’universo, non ammette repliche, non vuol essere messo in questione: ad esso, come a un feticcio primordiale, ci si può solo inchinare. La parola – la parola bianca – è solo sua. Nessuna replica, nessuna questione, nessuno chiamato a rispondere. Esso accade, e basta. Ogni responsabilità diventa, semplicemente, impossibile. E’ questo che accade, è quel che vediamo in quasi ogni storia: nessuno, mai, chiamato davvero a rispondere di una morte sul lavoro.

Se cominciassimo a cercare un’altra espressione, forse comincerebbero del pari a emergere, da tutto l’indiscriminato lucore del monolite, le macchie scure delle responsabilità. E forse la prospettiva si capovolgerebbe.

marco rovelli

Marco Rovelli nasce nel 1969 a Massa. Scrive e canta. Come scrittore, dopo il libro di poesie Corpo esposto, pubblicato nel 2004, ha pubblicato Lager italiani, un "reportage narrativo" interamente dedicato ai centri di permanenza temporanea (CPT), raccontati attraverso le storie di coloro che vi sono stati reclusi e analizzati dal punto di vista politico e filosofico. Nel 2008 ha pubblicato Lavorare uccide, un nuovo reportage narrativo dedicato ad un'analisi critica del fenomeno delle morti sul lavoro in Italia. Nel 2009 ha pubblicato Servi, il racconto di un viaggio nei luoghi e nelle storie dei clandestini al lavoro. Sempre nel 2009 ha pubblicato il secondo libro di poesie, L'inappartenenza. Suoi racconti e reportage sono apparsi su diverse riviste, tra cui Nuovi Argomenti. Collabora con il manifesto e l'Unità, sulla quale tiene una rubrica settimanale. Fa parte della redazione della rivista online Nazione Indiana. Collabora con Transeuropa Edizioni, per cui cura la collana "Margini a fuoco" insieme a Marco Revelli. Come musicista, dopo l'esperienza col gruppo degli Swan Crash, dal 2001 al 2006 fa parte (come cantante e autore di canzoni) dei Les Anarchistes, gruppo vincitore, fra le altre cose, del premio Ciampi 2002 per il miglior album d'esordio, gruppo che spesso ha rivisitato antichi canti della tradizione anarchica e popolare italiana. Nel 2007 ha lasciato il vecchio gruppo e ha iniziato un percorso come solista. Nel 2009 ha pubblicato il primo cd, libertAria, nel quale ci sono canzoni scritte insieme a Erri De Luca, Maurizio Maggiani e Wu Ming 2, e al quale hanno collaborato Yo Yo Mundi e Daniele Sepe. A Rovelli è stato assegnato il Premio Fuori dal controllo 2009 nell'ambito del Meeting Etichette Indipendenti. In campo teatrale, dal libro Servi Marco Rovelli ha tratto, nel 2009, un omonimo "racconto teatrale e musicale" che lo ha visto in scena insieme a Mohamed Ba, per la regia di Renato Sarti del Teatro della Cooperativa. Nel 2011 ha scritto un nuovo racconto teatrale e musicale, Homo Migrans, diretto ancora da Renato Sarti: in scena, insieme a Rovelli, Moni Ovadia, Mohamed Ba, il maestro di fisarmonica cromatica rom serbo Jovica Jovic e Camilla Barone. 

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  7 comments for “Non ci sono morti bianche

  1. simona baldanzi
    10 settembre 2007 at 15:40

    oltre al bianco anche altre parole sono fuorvianti, incidenti (a cui preferisco infortuni, se non altro per consuetudine, si capisce che ci riferiamo al mondo del lavoro e che dovrebbe essere preso alla lettera “non-fortuna”, ma per dire che la fortuna non c’entra non per dire che è sfortuna) e sicurezza (perchè è diventato un tema a parte?come si fa a staccarlo dall’organizzazione del lavoro?come si fa a essere sicuri a lavoro se non si è sicuri del lavoro?).
    poi è vero, il nodo centrale è la responsabilità. per la legislatura italiana (la 626) il datore di lavoro è il responsabile. peccato che diventi così difficile identificarlo nell’intreccio di società, subappalti, scatole cinesi. e quando il datore di lavoro è pubblico?e quando è una Spa? e quando è Ferrovie dello Stato che si sono smembrate in quattro? e così i responsabili diventano più che bianchi, invisibili.

  2. 10 settembre 2007 at 16:32

    Trasformare precise scelte e responsabilità storiche nell’ineluttabile, nel naturale o nel necessario, è l’essenza menzognera dell’ideologia.
    Le morti bianche sono invece nere, nerissime.
    Scrivi cose importanti, Marco.

  3. 10 settembre 2007 at 16:34

    Al diavolo il barbiere, questa è una cosa seria.
    Ciao Rovelli, spero di rivederti presto a Milano

  4. 10 settembre 2007 at 17:20

    @ Simona
    Sì, la violenza alle/delle parole è in radice, e insieme a schermo, della violenza del reale. E menzogna di altro livello è, come dici tu, scorporare il tema sicurezza da tutto il complesso di Sua Santità l’Economia. Viaggiando per l’Italia, incontrando lavoratori, familiari, sindacalisti – mi si sta davvero schiudendo un mondo nascosto, oscurato. Ci sarebbero delle misure piuttosto semplici da mettere in atto per ridurre drasticamente il numero di morti di questa “orribile strage”. Ma si tratterebbe di mettere i piedi nel piatto delle imprese, e non sia mai.
    @ Valter
    Sono stato contento di averti (ri)visto a Milano. Al prossimo bicchiere di vino… (a proposito, il 22 suono con Alessio Lega e Yo Yo Mundi dalle parti della Bovisa, a un evento che si chiama “Vendemmia di bielle…”)

  5. sparz
    10 settembre 2007 at 17:55

    E se le chiamassimo “”morti di lavoro””, non sul lavoro, che ancora dà quell’idea di accidentalità. Ciao Marco, a presto. a.

  6. 10 settembre 2007 at 19:05

    Non so, Antonio, “morti sul lavoro” è un’espressione provvisoria che designa un luogo, non una causa, e occorre cercare un’altra espressione. Però “morti di lavoro” non mi convince, ché non è il lavoro in sé che uccide, ma la logica – una logica incarnata, materica – del profitto e del capitale. Morti di capitale, dunque, sarebbe più esatto, se non fosse che le morti prodotte dal capitale sono anche tante altre, di natura differente.

  7. cappuccetto rosso
    10 settembre 2007 at 19:26

    è un argomento così delicato che non riesco a dire nulla…
    ciao Marco

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