Joe Zawinul: in a silent way

12 settembre 2007
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di Lisa Sammarco

Stanotte prima di addormentarmi leggevo qualche pagina del libro  “Memorie di un artista della delusione” di Jonathan Lethem. È una autobiografia dello scrittore. In realtà più vado avanti e più la leggo come una dichiarazione d’amore che Lethem  rivolge a tutto quanto; nel corso degli anni che vanno dalla sua infanzia fino ad adesso, si è fuso seguendo una illogica quanto magica alchimia, che probabilmente lo ha portato alla scrittura. Lethem scompone  nel libro con amore e lucidità tutti quegli elementi : luoghi, persone, letture e la musica.

Proprio stanotte leggevo di quel suo incontro con James Brown, alla spettacolarità del suo gruppo, a come si creasse nell’esecuzione dei  brani che precedevano l’ingresso dell’artista sul palco  il desiderio urgente che ciò avvenisse al più presto, alla “contemplazione”  con cui assistette poco più che ventenne al suo primo concerto : “tutto questo è già successo, solo che io non c’ero” scrive Lethem.

Ecco sì, l’esserci.

Ho pensato a questo quando stamattina ho letto la notizia della morte di Joe Zawinul. Ad un tratto ho capito quanto l’esserci sia importante e come a volte lasciarsi prendere dal puro istinto nel decidere le cose  faccia diventare eccezionale un evento.

Ed è stato solo merito di un impulso che mi ha spinto ad uscire e fare un piacevolissima passeggiata di un paio di chilometri piuttosto che starmene rintanata cercando di contrastare con la mia apatia la confusione estiva, che in una dolcissima serata di questo luglio mi ha portato ad assistere  a quello che forse è stato uno degli ultimi concerti dal vivo di Joe Zawinul.

Ripensare alle parole di Lethem, a quel suo definire la band di James Brown un monumento in viaggio fuori dal tempo e dallo spazio ha immediatamente fatto riemergere la sensazione che anch’io avevo provato nel ritrovarmi travolta da un ciclone di note carico di energia che all’improvviso ha scoperchiato la tenera notte della Costiera.

Perché se è vero che il funk di Brown e la fusion di Zawinul hanno ben poco in comune se non la “madre-jazz”  “Zawinul Syndacate” è il monumento a Zawinul stesso.

Note. Voci. Suoni. Movimento. Terre che si riuniscono in una primordiale Pangea.

Tutto questo è Joe Zawinul che con le sue tastiere tesse le trame elettriche e straordinariamente calde e pulite su cui scorrono gli altri elementi, fluidi come se seguissero un unico destino.

Ed è alla composta linea delle sue spalle, al cappellino blu all’uncinetto, ai suoi occhi severi e smentiti da un accenno di sorriso ironico e dolcissimo che sfugge di tanto in tanto ai folti baffi, alla sua schietta ritrosia che si oppone la fisicità  travolgente della band.

Zawinul Syndacate è un confluire di correnti che vibra. Venti caldi  che corrono l’aria per arrivare alla sorgente.

Ogni nota cantata è un giro del mondo, ogni nota suonata è un voltare una pagina, ogni nota  che sgorga dalle  tastiere è una sfida alla convenzione dei confini fra i quattro elementi.

Pangea. Questo è Joe Zawinul.

È il sogno di un universo in movimento. È l’elettromagnetismo del suo ritmo che ti tira dentro l’occhio del ciclone. Lì dove tutto è calma. Lì dove tutto nasce.

E lì dove finalmente si può ascoltare e fondersi al resto del mondo“in a silent way” .
 

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8 Responses to Joe Zawinul: in a silent way

  1. cappuccetto rosso il 12 settembre 2007 alle 20:09

    Esserci,
    per poter cogliere la magica alchimia
    questo vale.

  2. blossom il 12 settembre 2007 alle 23:31

    se riuscissimo ad essere nel nostro esserci, a cogliere l’istante che rimane pure nel fluire incessante del nostro tempo , forse riusciremmo a cogliere il senso o meglio a darlo al nostro respiro…
    la musica a volte ci riesce.

  3. L.S il 13 settembre 2007 alle 11:49

    sì.ci sono molti modi di essere, vale la pena essere e esserci nel modo giusto di tanto in tanto. senza filtri o finzioni.
    grazie
    lisa

  4. andrea branco il 13 settembre 2007 alle 11:55

    e brava Lisa. come ti avevo già scritto;-)

  5. Marco Saya il 13 settembre 2007 alle 18:47

    Parlavamo poi molto in quelle sere
    in qualche bar, dopo il concerto, insonni e morti
    di politica, ciclismo, storie vere
    e di come i Weather Report erano forti…”

    La citazione è da “Keaton” di Francesco Guccini.

    Black Market il capolavoro. Con i Syndacate l’avevo ascoltato l’anno scorso al Bluenote. Ma il vero Joe, il Musicista, se n’era già andato.

  6. L.S il 13 settembre 2007 alle 20:26

    @ andrea branco
    di nuovo grazie.

    @ marco saya
    non voglio passare per un’esperta ( non lo sono).ho ascoltato dal vivo Zawinul quest’estate, lui era lì. sofferente ma c’era e la band lì, proprio per non lasciarlo andare, perchè è così con chi si ama.
    sono rimasta incantata da come cercassero sempre i suoi occhi, cosa che forse agli esperti sembrerà banale, ma io credo che questo scambio di energia si trasferisse nella musica, almeno in quella e come l’ho ascoltata io.
    e poi a mio parere ci sono persone che non vanno mai via…per fortuna
    grazie marco
    lisa

  7. Marco Saya il 14 settembre 2007 alle 17:37

    Lisa, gli ultimi concerti, ad esempio, di Davis non erano un granchè, ma lui è rimasto e rimarrà nel tempo anche se la sua musica era cambiata, aveva perso quella forza…, questo volevo dire. (non si può essere al top sempre e in ogni momento)

    Un caro saluto
    Marco

  8. L.S il 15 settembre 2007 alle 12:20

    sì capisco Marco. Tu sei musicista ( mi sembra, non vorrei sbagliare) quindi il tuo orecchio è più critico. Io ascolto in modo poco ortodosso.
    Ad esempio in Milestones c’è una nota che a me sembra stonata ( non lo è naturalmente) ma quella che al mio orecchio arriva come un’imperfezione è la cosa che mi fa adorare quel pezzo tanto che il suo ascolto ( e lo ascolto decine di volte) è per me un’attesa di quell’unica nota.
    ecco io mi innamoro di piccole cose, e spero che anche Zawinul riesca restare.
    comunque Marco credo che ci siamo intesi.
    a presto
    lisa



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