Language is a virus + Less is more?

12 settembre 2007
Pubblicato da

di Piero Vereni

[riprendo questo scritto in due parti dal blog di Piero Vereni, che ringrazio. a.r.]

1. Language is a virus

Premessa-Disclaimer: Non ce l’ho con Daniele Salvini, giornalista e film-maker che non conosco e che quindi rispetto di default. Anzi, i video che ho visto di lui mi sembrano interessanti e si accavallano per tanti aspetti al mio lavoro di antropologo delle identità. Ma le cose che lui dice e che commento in questo post potrebbe averle dette chiunque, le dico anch’io in altre forme (vedi il titolo del post). E comunque, non intendo “criticare” quel che dice Salvini, semmai iniziare a riflettere grazie allo spunto delle sue riflessioni (Fine del disclaimer).

Nell’ultimo numero di Nòva24, il bellissimo inserto del giovedì del Sole24ore, Daniele Salvini scrive un pezzo, a pagina 6, titolato (lo so, non è opera sua, i titolatori sono una professione a sé nel mondo del giornalismo) “Comunità aperta (ma non per tutti)”. Si parla del ventennale di Sdf (Super dimensional fortress). Ora, non chiedetemi precisamente cosa sia Sdf (leggete direttamente il pezzo, semmai) dato che non l’ho capito del tutto, ma più o meno è una community di circa 30.000 membri che “incentiva un uso evoluto e sapiente degli strumenti informatici”. In pratica, è una community che se ne frega bellamente dell’interfaccia grafica e continua a tenersi unita con il protocollo Telnet e con il vecchio gopher, protocolli di comunicazione in buona parte superati perché troppo rigidi (soprattutto gopher, con la sua struttura ad albero) oppure “inglobati” quanto a funzioni nella struttura grafica del “www”. Le ragioni per mantenere viva una comunità che ha deciso di rifiutare esplicitamente un’interfaccia grafica possono essere le più varie (un po’ come varie sono le motivazioni per cui gli Amish non usano corrente elettrica, ad esempio) ma a me pare interessante quella che segnala Daniele Salvini nel suo pezzo:

Per servirsene [di Sdf] bisogna utilizzare la riga di comando: ogni attività si svolge scrivendo parole in un terminale, senza l’ausilio di una Gui, dell’interfaccia grafica, la quale, come dice Neil [sic] Stephenson nel suo saggio In principio era la linea di comando, altro non è che una metafora e sappiamo tutti che il terreno di gioco delle metafore non è un ambito leale.

Provando a tradurre, e pensando anche al forte potere evocativo del titolo del saggio citato a supporto della sua tesi, Salvini ci dice che la riga di comando, non essendo metaforica come invece è l’interfaccia grafica, ci consente un rapporto più vero (con chi, è difficile dirlo: con la Rete in quanto nodi di accesso informativo o con gli utenti della rete in quanto terminali umani, soggetti bio-reali?). Conferma questa mia interpretazione quel che Salvini aggiunge subito dopo:

Scrivere invece che cliccare rappresenta una interazione meno mediata e un canale di comunicazione più diretto. [enfasi aggiunta da me, pv]

Mi pare bellissimo: dopo secoli di riflessione (da Platone in giù) sui rischi della scrittura come eccesso di mediazione del reale, ecco finalmente che la Gui si addossa tutta la colpa e possiamo elogiare per la sua “immediatezza” quel che avevamo sempre condannato come segno (attenti alle parole che uso, lettori; attento alle parole che usi, Piero) dello scollamento tra noi e la realtà. Il gusto che si ottiene, è in effetti qualcosa di simile a un remake attuale di Blade Runner. Oggi, nel trionfo di internet e della civiltà dell’immagine, Deckard non userebbe più il televisore per sondare la foto che lo porterà alla caccia dei “lavori in pelle”, probabilmente farebbe un accesso con Telnet, con la riga di comando su un monitor a fosfori verdi…
Ecco in proposito le parole di Salvini, che chiudono il suo bel pezzo svelando l’ideologia profonda di Sdf: “Oltretutto sembra fantascienza ma è vintage”. Ecco la parola chiave: vintage. Qualunque sia la nostra condizione tecnologica, quel che sembra contare veramente, oggi, sono due cose:
1. essere uptodate (di questo atteggiamento ho parlato altre volte, sul mio blog, vedi i post taggati social distinction).
2. provare una sottile nostalgia per il passato, spesso evocato come un’epoca in cui la comunicazione era più vera, “meno mediata”.

Credo ci sia una correlazione diretta tra questi due atteggiamenti: più si ha modo di esprimere il secondo, e più si conferma che si vive nel primo. Se cioè non fossimo maledettamente protesi verso un futuro sempre più prossimo che accorcia la durata del presente, non avremmo così tanta nostalgia, e se abbiamo nostalgia è un buon segnale indiretto (ma socialmente apprezzato) del fatto che siamo aggiornati, con un sacco di passato già dietro le spalle.
Tant’è che neppure un mondo così inevitabilmente recente come quello della Rete ce la fa a non generare i suoi tradizionalismi, i suoi lefebvriani che vogliono internet in latino (perché questo a me pare Sfd: la rete che avanza traballando e biascicando una lingua che possono capire solo gli happy few). (Un caso simile mi sembra quello recente del panegirico per i telefonini che non fanno altro che telefonare e, al massimo, mandare sms: ecco i buoni e sani cellulari di una volta, mica le sconcezze ipertecnologiche che abbiamo oggi, signora mia).

Credo che la nostalgia sia un sentimento rispettabile (per quanto io ne rifugga il più possibile) e quindi non è contro questo aspetto psicologico della faccenda che sto argomentando. Mi interessa, in chiusura, puntare al cuore dell’argomentazione: che la metafora del Gui, in quanto metafora, è sleale, e che quindi la riga di comando è più onesta.

Rileggete il modo in cui Salvini lo dice, lo scrive. Rileggete con calma, per favore, e ditemi se non vi viene in mente quello schiavo orientale (citato da Wittgenstein, mi pare) che immerso nelle sabbie mobili si tirò fuori afferrandosi per i capelli legati a coda e tirando forte:

“…sappiamo tutti che il terreno di gioco delle metafore non è un ambito leale”

“…il terreno di gioco delle metafore…” è una metafora! Come tutto il linguaggio che usiamo, che altro non è che un modo MEDIATO (né meno né più di qualunque altro canale comunicativo) di comunicare. Per contestare la sleale metaforicità del Gui, Salvini usa metaforicamente quell’altro strumento (il linguaggio verbale, in questo caso scritto) che dovrebbe essere “più esente” dall’accusa. Questo approccio ribalta secoli di riflessioni filosofiche sull’estetica. Si credeva infatti, fino a poco fa, che quello figurativo (cioè quello delle GUI) fosse un linguaggio meno mediato del linguaggio verbale, dato che si credeva che l’iconismo (cioè la capacità di imitare il reale visibile) fosse una qualità naturale del linguaggio figurativo, fin quando non abbiamo scoperto, con la semiotica moderna, che l’iconismo, come ogni sistema semiotico, ha la sua grammatica e la sua sintassi, e quindi se ne fotte della natura e delle sue regole, per seguire esclusivamente le sue, che sono create dagli uomini.

Ma più di questo, è per me interessante che la posizione di Salvini sembri dare credito all’utopia delle utopie, a quella chimera che perseguita i filosofi e gli antropologi (e ossessivamente i massmediologi, che su questo mito hanno costruito un’intera disciplina) e cioè la speranza che un giorno, forse (nel più remoto passato o nel futuro) gli uomini siano stati o saranno in grado di afferrare la realtà direttamente, im-mediatamente, senza bisogno di un medium (sia questo il linguaggio verbale, quello scritto disprezzato da Platone o quello grafico considerato sleale da Salvini). Ecco allora che, nel momento in cui esiste la Gui, la “linea di comando” vagheggiata, pur essendo a tutti gli effetti una metafora (pensate a dove potete arrivare pensando a “linea di comando”: corpi militari, da un lato, simboli fallici, dall’altro) si presenta come un barlume di quell’utopia, una fiammella da tenere accesa nella speranza che prima o poi divampi il sacro fuoco della comunicazione DIRETTA, senza mediazioni.
La radice di questa utopia, il suo eterno fascino, forse sta nella nostra profonda (nel senso che sta lì, in fondo, onnipresente qualunque cosa facciamo) consapevolezza della solitudine e nel nostro disperato desiderio di uscirne. Ma per uscire “veramente” dalla solitudine dobbiamo sperare che quel che sentiamo anche altri lo sentano, e se mettiamo di mezzo qualunque medium rischiamo di perdere la garanzia che la comunicazione sia stata tale, e di scoprire che è solo un trucco dei segni che si parlano tra di loro, alle nostre spalle. Vogliamo da sempre comunicare senza avere un canale di comunicazione, facendo passare direttamente il messaggio da corpo a corpo, senza linguaggio. È per questo che scopiamo, ed è per questo che gli innamorati balbettano ciuppi cippi e ciccio ciccia: cercano di comunicare sperando di saltare la necessità del medium.

Invece di ammettere che quel che proviamo e che esperiamo (a qualunque livello) esiste solo nella misura in cui viene mediato dal linguaggio (e di lì mediato altrove, dalla tv a internet), ci illudiamo che vi sia un’esperienza e una percezione prelinguistica, che potremmo in qualche modo recuperare se solo non fossimo così dannatamente civilizzati, se fossimo finalmente più naturali. Ecco, il mito di Sdf è il mito dell’ultima Thule, un posto dove ricominciare, finalmente. Peccato che, come tutti i miti, si fondi inevitabilmente proprio su quel che come mito intende negare, e cioè sul potere metaforico del linguaggio, che è così potente da illuderci, in certi momenti, che lui metaforico non è, come ci ha mostrato il pezzo di Daniele Salvini, che scriveva metaforicamente della non metaforicità del linguaggio scritto.

2. Less is more?

Tanto per ribadire il concetto del post qui sopra (grazie a Daniele Salvini per l’intelligenza e la leggerezza con cui ha accolto i miei rilievi), vorrei tornare con altri elementi attorno alla questione del minimalismo (non solo in rete), che fa preferire ad alcuni le vecchie interfacce di testo alle moderne GUI.
Luigi Serafini in un’intervista che compare sul numero odierno [6 settembre 2007, n.d.c.] di Nòva24 articola una posizione interessantissima, che aggiunge (dal mio punto di vista) un’ulteriore sfaccettatura alla questione del rapporto tra utenti e rete come pratica di posizionamento sociale in senso bourdiano (vedi altri post taggati social distinction).
Luigi Serafini contrappone, alla fine dell’allestimento della sua Luna Pac, al Padiglione d’Arte Contemporanea, due concezioni estetiche.
Da un lato c’è la visione della mostra (che ne include una più vasta, dell’arte in quanto tale) come white box, scatola tendenzialmente vuota che l’artista deve limitarsi a riempire quanto meno possibile, secondo il principio del less is more.
All’opposto, l’arte sarebbe la versione socializzata dell’horror vacui e tenderebbe a occupare tutto lo spazio disponibile. Non solo inteso come spazio disponibile per quella mostra o per quell’opera, ma proprio TUTTO lo spazio e basta, in una pulsione espansionista che è in realtà semiogenetica: occupando lo spazio con la sua concezione del mondo, l’arte dà senso al mondo.
Mentre la prima versione sarebbe un retaggio del protestantesimo, che toglie dalle chiese gli stimoli percettivi visibili per condurre il fedele alla riflessione su di sé, lasciandogli come unico canale di ingresso sensorio l’udito della musica sacra, arte eterea quante altre mai, la visione espansionista dell’arte visiva, che pretende di occupare lo spazio colonizzandolo di senso e che porta il soggetto fuori di sé, è un derivato della cultura barocca (e dello spirito Controriformista che la abita, ovviamente). Impossibile, per un italiano, non associare quindi il less is more all’intimità del singolo borghese (weberianamente intento a scavarsi un cunicolo nel monte infinito della produttività) e i cascami barocchi alla caciarona estetica “popolare”, un po’ zingaresca e un po’ puttaneggiante.
Impossibile, soprattutto, non associare l’estetica del less is more al raffinato gusto delle classi superiori (che usano la stringa di comando, non il mouse, vanno ai concerti e se proprio devono godere visivamente si fanno una “vernice”) e l’estetica barocca alle classi televisivamente strumentali e subalterne, protese tra siti porno, YouTube, Un posto al sole e L’isola dei famosi.
Non è improbabile, infine, che molta della critica televisiva (ma anche tanta della critica del “visuale” in genere) sia tuttora scritta sulla base dell’estetica del less is more (mentre il prodotto e la sua fruizione sono di impostazione barocca, ovviamente) segnando quel paradossale scollamento tra critici e pubblico che tutti ormai accogliamo con rassegnazione.

Tag: , , , ,

9 Responses to Language is a virus + Less is more?

  1. Alessandro Morgillo il 12 settembre 2007 alle 08:27

    Eccellente, Vereni. Il tono. Consapevole.

  2. tashtego il 12 settembre 2007 alle 08:37

    troppa roba.
    oppure non ho capito io.
    più probabile la seconda.
    l’estetica less come appannaggio dei colti? (le classi non esistono più e manco “il borghese” di weber, mi sa).
    ma se accade il contrario: l’imperativo loos/miesiano si spande ormai tra masse attraverso i prezzi e il gusto ikea, prefigurando un mondo ikea, più giusto e più pulito, come utopia ormai realizzabile: gli ajazzone e i burini del suo stampo sono sbaragliati quasi del tutto, anche se esistono sacche di resistenza qui e là.
    ogni tecnologia ha il suo vintage, è vero, cioè una sua cultura storica e forme storicizzate.
    tranne la tecnologia degli aeroplani, che è estrema per definizione e produce solo forma tecnica, anche se bellissima.
    eccetera.

  3. Alessandro Morgillo il 12 settembre 2007 alle 09:32

    No. I mobili dell’Ikea sono sempre più pretenziosi. Virano verso Aiazzone.
    Sugli aeroplani non ti seguo. Meglio l’elicottero. Vintage.

  4. The O.C. from Robert Venturi il 12 settembre 2007 alle 10:37

    Less is a bore.

  5. tashtego il 12 settembre 2007 alle 12:30

    invito morgillo a riflettere sulla forma degli aerei.
    poi mi seguirà senza meno.

  6. diamonds il 12 settembre 2007 alle 14:37

    il punk si è divertito a sparigliare i segni dopo averne fatto incetta,svuotandoli di significato e tornando all’essenziale

  7. Alessandro Morgillo il 12 settembre 2007 alle 15:42

    Tashtego, neanche le forme delle automobili sono cambiate, a parte i necessari restyling per continuare a piazzarle.
    Confermo. Quella di Vereni è un’analisi molto lucida e distaccata. Grazie a Raos per la segnalazione.
    Se non considerassi lo sforzo assolutamente inutile, approfondirei la questione con altre coniderazioni. Mie.

  8. Véronique il 12 settembre 2007 alle 16:12

    Andrea, E’ un pezzo molto arduo perché il mondo informatico resta ancora misterioso per me; non possiedo gli usi e il lessico.
    Devo dire che non ho un’intelligenza asttrata: non riesco a raffigurarmi le cose. Ma ho amato la riflessione sul futuro e sulla nostalgia.

    Un po’ fuori tema: la scrittura su Internet non ha stesso valore; più libera, spontanea, universale ( ma concerne un circolo ristretto di lettori, riflette la società), anche scrittura effimera, già passata, commento cancellato dagli altri commenti.

    Sono affascinata dall’ infinito che riserva Internet.

    E’ uno strumento magico: permette di ascoltare bella musica.

    Ciao, ciao.

  9. UMar il 13 settembre 2007 alle 15:17

    Bel pezzo, Vereni, proprio bello.
    Per quanto riguarda gli aerei, non è affatto vero che sono pura tecnica. L’estetica degli aerei è sempre stata “dentro” l’estetica di un’epoca, forse un po’ avanti, ma mai “fuori”. La forma-funzione è una splendida utopia vebleniana (nel senso di T. B. Veblen) che non ha esempi (commerciali) nella storia dell’umanità.



indiani