El boligrafo boliviano 9

21 settembre 2007
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di Silvio Mignano

Venerdì 8 giugno 2007

La piazza della Cattedrale è un quadrato immenso nel centro di Santa Cruz de la Sierra, la più grande città boliviana, al centro a sua volta di un poligono di fiumi, savane e foreste tropicali. Davanti al sagrato di San Lorenzo sedili moderni, blocchi di marmo rosso incastrati ad elle. Più all’interno panchine tradizionali, a listelli di legno. Tutte occupate, tanta gente comodamente spaparanzata contro la spalliera ricurva, mentre quelle altre, scomodissime solo a guardarle, sono desolatamente vuote.
I bambini corrono come matti tra folate di piccioni che sgomitano a colpi d’ala per contendersi il becchime venduto in sacchetti di plastica dai lustrascarpe (Beatriz ne ha paura, all’inizio, come di qualsiasi cosa che sia più grande di una formica, soprattutto se vola: per lei ognuno di questi esseri è una misteriosa mariposa, ma le mariposas, le farfalle vere, compiono ampi circoli aerei attorno a questa magica piazza, sbattendo le ali arancioni, gialle o azzurro fosforescente, e passano sopra le nostre teste, sul vecchietto che legge la pagina sportiva seduto sul trono di legno, sul suo coetaneo che dà sapienti colpi di pezza alle scarpe dell’altro, dopo averle spazzolate con un lucido nero, sulle famose crucegne dalle gambe lunghe che attraversano i viali in diagonale e si incrociano sotto la statua di Simón Bolivar, e ho l’impressione che da un momento all’altro il libertador girerà la testa di bronzo per seguirle con lo sguardo. Poi però Beatriz ha già preso confidenza e perseguita un piccione più lento degli altri, o semplicemente più rigonfio di granaglie. L’uccello si affretta goffo sulle zampe larghe, poi caracolla come un cargo sulla pista di decollo e solo allora si ricorda che sa volare).
Il cielo sta facendo le prove del tramonto, fasce zigzaganti di porpora e viola, colori e disegni che vengono dall’altra parte, oltre i grandi viali ad anelli, il primo, il secondo, il terzo anello, oltre i tetti di tegole e le periferie senza asfalto, il settimo, l’ottavo, il decimo anello, oltre le casette che si fanno catapecchie, le catapecchie che si fanno capanne, le capanne che si fanno terra, canna da zucchero tagliata, giacigli di juta. Più oltre ci sono le baracche che vendono birra e empanadas sulla riva del fiume, jeep e grosse moto parcheggiate sul greto, ragazzi che sono venuti a piedi e si abbracciano seminudi, rubando la luce dei fari e la musica delle baracche, e poi la savana, e ancora più lontano il grido di un animale.
Tutto questo attraversano i colori del tramonto prima di arrivare sulla piazza e stendere un unico velo di compartito languore su tutti noi.
Adesso un’ombra grigia attraversa un vialetto e va verso la strada, lenta, incredibilmente lenta. Due braccia lunghissime strisciano a fatica come nuotando a stile libero sul mattonato. L’essere volta la testa e ci osserva con due occhi malinconici, un muso scuro come incrostato di concrezioni ossee, in contrasto con il pelo lungo che gli incornicia gli occhi e il volto. Un vecchio hippie che si trascina sconfitto. Più banalmente un bradipo che è sceso da uno dei grandi alberi della piazza e non sa dove andare. Non riuscirà mai ad attraversare l’incrocio, sarà travolto dalle automobili. Un poliziotto arriva di corsa, lo afferra sotto le ascelle, come un gigantesco pesante bambino, o un peluche sproporzionato. Poi cerca di sistemarlo sul tronco liscio, grigio come l’animale. Quest’ultimo non se ne dà per inteso, scivola lentamente verso il basso. Si accoccola intimidito nell’aiuola e poi riprende il suo crawling disperato. L’agente è sempre lì che lo aspetta per riportarlo indietro, scuotendo la testa divertito.
Povero Sisifo smarrito, condannato a strisciare fino al bordo dell’asfalto e a tornare indietro. Chissà che cosa pensa di questo punto sperduto nell’immensa savana in cui sono spuntati arbusti di cemento e stucco, fiumi di catrame nero, strani bovini con gli occhi illuminati da fari gialli, bipedi bamboleggianti sui tacchi a spillo o appollaiati su scranni di legno a tendere gli zoccoli verso una pezza sporca di fuliggine.

Sabato 9 giugno 2007

Noi intanto siamo preoccupati per la crisi di Suez, mentre Elvis Presley sta spopolando con un nuovo disco, Loving You, e in Italia la scomparsa del Grande Torino non è stata ancora assorbita. Adesso sono tutti entusiasti di Skoglund e del trio Gre-No-Li, e qualcuno trepida per le imprese del Legnano, della Spal e della Pro Patria di Busto Arsizio.
No, non sto dando i numeri. Sono semplicemente piombato in una piazzetta di una città americana di provincia degli anni Cinquanta, senza rendermene conto. Una città del sud, uno di quei posti meravigliosamente inquietanti, pigramente congelati in una stasi apparente, sotto la cui corteccia tuttavia il sangue pulsa, raccontate da Faulkner o da Jim Thompson.
Trinidad, la capitale del Beni, nel pieno della Foresta delle Amazzoni. Cuadras ritagliate da portici che si reggono su colonne scrostate, su cui si affacciano case basse, le finestre protette da sbarre arrugginite, l’umidità che scolla l’intonaco dalle facciate, a livello dei marciapiedi. Una canaletta corre per tutta lungo le strade raccogliendo acqua piovana e scoli domestici. In periferia, se di periferia può parlarsi, un’infinità di botteghe, stanzoni che danno sulla strada, ricoperti di stoffe, scarpe e vestiti di seconda mano o di marche contraffatte, giocattoli di plastica e prodotti per il bagno, quasi tutta merce che viene dal vicino Brasile, attraversando la frontiera fatta di fiume e di giungla, immune a qualsiasi imposta o controllo fiscale. E centinaia di studi legali, uno ogni dieci metri, in una città di centomila abitanti di cui almeno sessantamila abitano in case senza acqua corrente.
Al centro, quest’altra piazza, di fronte alla Cattedrale bianca, Nuestra Señora de La Paz, con due torri squadrate. Di giorno ci sono quasi solo uomini, seduti sulle panchine a passarsi l’un l’altro i fogli dello stesso giornale, a chiacchierare lentamente, senza nemmeno girare la testa, le camicie a righine incollate sulle pance dall’umidità, o a guardare fissi davanti a sé senza dire una parola, immaginando o ricordando chissà che cosa. Mi sorprendo a pensare che per molti di loro l’universo finisce ai confini di questa piccola capitale, o al massimo dei suoi dintorni, e non so se questo pensiero mi faccia male o mi provochi un insondabile senso di invidia.
Quando scende il tramonto la piazza cambia volto. Ronde di ragazze e ragazzi girano incessantemente attorno alla piazza in sella a motociclette e soprattutto motorini. In due su ogni sellino, continuano il loro carosello senza fermarsi, apparentemente senza obiettivo. Nella piazza altri coetanei li guardano, forse qualcuno li ammira, forse no, sono semplicemente abituati a questa messa in scena. Sono spuntati carretti che vendono gelati o pop-corn ed eccoli, a coppie o a piccoli gruppi, fare struscio con i coni o i cartocci, eccoli sedersi alle panchine, attorno a una strana statua che sembra fatta di plastilina bianca rassodata. Un gruppo di soldati che si arrampicano sui contrafforti delle Ande, così lontani da questa città amazzonica, impugnando le baionette e con gli zaini squadrati sulle spalle. Attorno, a ridosso delle aiole e delle palme, altre figure dello stesso materiale lucido e plastico, soldati indigeni con l’arco e le frecce, esploratori, eroi sconosciuti. Più al centro, una fontana con i delfini di fiume che gettano acqua a rivoli risicati.
(Sono tornato qui tre mesi dopo le grandi inondazioni e ho ancora negli occhi la pianura completamente immersa, le cime dei grandi alberi e i tetti delle capanne che affioravano sull’acqua, le zattere che scivolavano lente con intere famiglie strette attorno a cumuli di coperte, bacinelle di plastica, una sedia di legno con una vecchia seduta sopra, malinconica regina circondata dalle onde rigonfie di fango marrone su cui galleggiavano rami secchi, frutta, un vestito celeste sfuggito chissà a chi).
Una bimba corre sorreggendo quattro coni gelato, due per mano. La madre l’aspetta davanti alla chiesa, le passa un braccio sulle spalle e si allontana con lei. Alcune donne sciorinano sul mattonato giocattoli di plastica e bigiotteria. Nessuno compra niente, in tutto il tempo in cui resto a osservare la scena.
A un vertice della piazza c’è una gelateria. I sedili lunghi di finta pelle color nocciola, slabbrati in più punti, i tavolini verdi di metallo inchiodati al pavimento, le due pareti ad angolo retto completamente aperte, uno spazio vuoto che dà direttamente sulla strada. Le pareti interne ricoperte di piastrelle consunte agli spigoli, cu cui sono appese vecchie tabelle con nomi e immagini di gelati che difficilmente troverò disponibili. Sono finito in una cremeria americana degli anni Cinquanta e tanto vale sprofondare contro la spalliera e in questo viaggio nel tempo.
Guardiamo le palline di cioccolato smarrite negli alti bicchieri di vetro spesso, e non ci sembrano troppo invitanti. Però a due tavoli dal nostro è seduta una famiglia con i vestiti della festa, e la bimba ha appena ricevuto una coppa grande, con due o tre di quelle stesse palline di cioccolato e una spruzzata di panna, e adesso spalanca la bocca, fa smorfie buffissime in direzione dei genitori, sgranando gli occhioni di catrame per esprimere la propria indicibile felicità. Prende la ciliegia con la punta del cucchiaino e la cede al padre, poi affronta con lentezza il gelato, raschiandolo via sui lati, con parsimonia, come quando da piccoli si giocava in spiaggia scavando le falde di una montagnola di sabbia senza far cadere lo stecchino piantato sulla sommità. Non so se in Italia i bambini giochino ancora così, e se accolgano con lo stesso grato stupore una coppa di panna e cioccolato.

Domenica 10 giugno 2007

Puerto Almacén è un piccolo villaggio di pescatori a cinque chilometri dal centro di Trinidad, sul fiume Ibare, che a valle sfocia nel grande Mamoré, uno dei principali affluenti del Río delle Amazzoni. Il Mamoré, grandioso e terribile, la maestosa placida avenida d’acqua che pochi mesi fa è impazzita ed ha provocato il dramma delle inondazioni.
Baracche di legno attorno a una stradina di fango grasso e perennemente umido. Due ristoranti che si fronteggiano. Piatti a base di surubí, un gigantesco pesce amazzonico che può sfiorare i tre metri di lunghezza e i cento chili di peso. Pavimento in terra battuta, tavolacci e sedie di legno scompagnate, grandi cartelloni dipinti a mano con immagini ingenue del mostro preso all’amo. Un maialino attraversa il borgo zampettando veloce, salutato dai bambini come la mascotte di tutti. Barconi di legno trasformati in case beccheggiano pigramente tra le canne e la riva bassa, pavesando panni stesi al sole come bandiere di un’armata pacifica e multicolore. Raggiungiamo la lancia del Papacho, il pescatore che ci accompagnerà sull’Ibare, più dentro che potremo, nel mezzo dell’Amazzonia.
Il fiume scende lentissimo, quasi immobile, passando tra le radici pensili delle mangrovie e le fronde aggettanti degli alberi del Paradiso, della gomma o dei castagni tropicali. Le grida stridule di una tribù di scimmie titi dal mantello verde oliva, le lunghe sottili code ritorte sui dorsi, che si inseguono sui tronchi obliqui della giungla. Un airone enorme dal piumaggio grigio si stacca dall’invisibilità che lo avvolgeva sulla riva e attraversa il largo corso d’acqua, le lunghe zampe tese in orizzontale, il collo a zeta che sfiora la corrente come una forbice pronta al taglio. Quattro, cinque, sei bastoncini scuri emergono dall’acqua e al nostro passaggio si trasformano in altrettanti colli di anatre, seguiti dai corpi degli uccelli che si allontanano starnazzando lievi. Impalpabile alla vista, graffiante al tuffo, un martin pescatore aggiunge smalto d’azzurro al tono di fango del río Ibare.
A tratti, sulle radici semisommerse, file ordinate di tartarughe si offrono immobili al sole, tendendo il collo rugoso perché gli occhietti rossi possano guardarsi attorno, in permanente allarme. Ed eccole che si tuffano, l’una dopo l’altra, già scomparse in un borbogliare di bollicine.
E all’improvviso un colpo sordo, violento, sotto la chiglia piatta della lancia (di nuovo la memoria dei miei tempi africani, la meraviglia tinta di timore di fronte alla massa impressionante degli ippopotami, quando gli sfilavamo accanto in barca: ma qui non possono esserci ippopotami).
Un guizzo mostruoso, l’ennesimo inverarsi di una leggenda alla quale fino ad oggi quasi non avevo osato credere. Perché è un’anaconda, una bestia antidiluviana che misurerà non meno di tre metri e mezzo e che nuota come un siluro cacciando un piccolo caimano, lungo forse un metro. Non c’è lotta, i nostri occhi umani fanno appena in tempo a cogliere l’immagine che già il mostro ha soffocato nelle sue spire l’altro rettile. Poi si dedica a inghiottirlo e digerirlo avvolto su se stesso, tra le spesse mangrovie.
Finché, irritato dalla nostra presenza, esplode nuovamente nel trasformismo estremo, sciogliendo le sue curve, facendosi adesso osceno oboe con la massa intera del povero caimano a metà del tubo e la testa che sorprende per quant’è minuta e quasi cesellata, adesso minacciosa incantatrice, disposta a ipnotizzare prima d’essere ipnotizzata, infine violenta scintilla, fulmine sincopato che attraversa i duecento metri dall’una all’altra sponda nel tempo che a Michael Phelps sarebbe stato appena sufficiente a staccarsi dai blocchi di partenza.
Ed è sparito, inghiottito a sua volta dalla foschia del mito che l’ha generato.

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2 Responses to El boligrafo boliviano 9

  1. Chapuce il 21 settembre 2007 alle 16:05

    ma che belle descrizioni!
    e come non pensare alle farfalle gialle che sempre accompagnavano Mauricio Babilonia…

  2. ruggero solmi il 22 settembre 2007 alle 09:41

    le anaconde sono animali strani, permeati di scintillio e di fatiscente leggerezza al contempo, si lasciano mordere da una strana saggezza, a volte.



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