Moleskine

26 settembre 2007
Pubblicato da

moleskine.jpg di Sergio Garufi

Diverse vie di Milano sono tappezzate da manifesti e striscioni che pubblicizzano un corso di antiquariato a pagamento. L’immagine che accompagna il testo, ritenuta rappresentativa di questa nobile professione, è quella del ritratto di Jacopo Strada eseguito da Tiziano Vecellio. Strada era un antiquario veneziano di successo, e il dipinto in questione è uno degli esempi più noti di come il cadorino fosse capace di deridere i suoi stessi committenti mostrandone i lati oscuri; vedi le grettezze fisiognomiche di papa Paolo III, la tronfia vanagloria dell’Aretino, o appunto Jacopo Strada, “fissato – dice Zeri – nell’atto di spiare il momento opportuno per insinuarsi nella fiducia del cliente”, protagonista di “quell’attività di trame, colpi bassi, menzogne e prevaricazioni che è l’alto commercio di cose d’arte”. Magari non è una gaffe. Corona e Fiorani insegnano.

La gaffe più memorabile che abbia mai sentito l’ha pronunciata E. Era andato al funerale di un compagno di università deceduto in un incidente in moto. Dopo la sepoltura era salito sull’autobus e si era seduto accanto a lui il padre del defunto, ovviamente prostrato. E., nell’imbarazzo di non saper cosa dire, aveva guardato l’orologio e rivolto al padre del morto aveva detto: “però, ridendo e scherzando si son fatte le cinque!”

A volte ho l’impressione che ci siano alcune sentenze che si condividono a parole ma non nella sostanza, tipo “l’arte vampirizza la vita”. E’ difficile trovare qualcuno che la rifiuti, eppure quasi sempre è un’adesione di facciata, che si ritratta al primo accenno di crudo realismo. E’ il caso della foto del falling man delle Torri Gemelle, o delle immagini dei suicidi nel film The Bridge di Steel, che molti trovano intollerabili. La morte è pornografica, e la pornografia più oscena e inaccettabile è la morte volontaria, specialmente se sono delle immagini a raccontarla, piuttosto che delle parole. E’ la forma espressiva che disturba, la sua minore trasfigurazione? Nessuno contesterebbe a Omero l’affermazione secondo cui “gli dei tessono disgrazie affinché le generazioni future abbiano di che cantare”. Lo stesso concetto viene ribadito ora da Starobinski, di cui leggerei anche gli scarabocchi disegnati mentre parla al telefono, in un saggio meraviglioso su “Ulisse e le sirene” (incluso nella raccolta Le incantatrici, EDT). Per lui “tutto accade come se il canto immortale nascesse quasi immediatamente dopo l’impresa mortale, come se l’impresa mortale fosse compiuta al solo scopo di servire da pretesto al canto che la tramanderà alle generazioni future”.

Anni fa frequentavo saltuariamente una persona che faceva il copywriter pubblicitario. Guadagnava bene ed era stimato nel suo ambiente, ciononostante era sempre squattrinato perché i suoi risparmi li spendeva in studi di registrazione e nel pagamento di musicisti professionisti per incidere i suoi pezzi. Dopo una lunga gavetta sostenuta da un’ambizione smodata approdò ad una casa discografica che produsse il suo primo cd. Nel librettino interno vi era un’interminabile lista di ringraziamenti. I genitori, la sorella, gli amici, perfino le ex fidanzate. L’enfasi era quella del discorso dello sconosciuto che contro tutti i pronostici vince l’oscar e pensa di essere “arrivato”. Non mancava un paternalistico rimbrotto a coloro che non avevano creduto al suo talento, o che a suo dire avevano “remato contro”; rimbrotto che si smorzava infine con un magnanimo perdono. L’apice della sua carriera fu una fugace comparsata a Buona Domenica e qualche passaggio in un paio di radio private, poi il suo nome ripiombò nell’oblio da cui era venuto, tant’è che quello fu il suo primo e ultimo disco. Pensavo a lui quando ho sfogliato l’altro giorno l’esordio letterario di B. La copertina era bella, il titolo adescante, ma i ringraziamenti finali occupavano due pagine fitte, non tralasciando di menzionare, oltre ai parenti e agli amici, perfino diversi lettori del suo blog, quasi che il suo desiderio di notorietà fosse indirizzato soprattutto a loro. E’ il salumiere sotto casa che ci deve ammirare, è lui che si spera di far ricredere sul nostro conto. Incomincio a pensare che la lunghezza della lista dei ringraziamenti sia inversamente proporzionale al valore dell’opera. Con P., che ho incontrato a Pordenonelegge e che sta finendo il suo primo romanzo per una nota casa editrice, mi sono raccomandato di farla brevissima, meglio ancora di ometterla del tutto, anche se in fondo speravo di comparirci.

Inizio sempre dalla fine, quando devo decidere se comprare un libro. Sarà che non leggendo gialli l’explicit non mi rovina alcunché. Seguo più il suono che il senso, prediligo il ritmo della frase rispetto al contenuto. Se quello mi invoglia, acquisto. E’ come quel sondaggio fra due automobilisti che avevano percorso lo stesso tratto autostradale, metti Milano-Bologna, nello stesso tempo (3 ore). Il primo aveva incontrato un ingorgo all’inizio, e poi era filato tutto liscio, mentre il secondo era partito spedito e si era inchiodato alla fine. Fra i due, il secondo era incazzato nero, e il primo si dichiarava contentissimo. Un buon finale riscatta un incipit mediocre, ma non viceversa. Chissà perché gli editor si soffermano così tanto sugli avvii. Vergogna di Coetzee inizia in modo banale ma ha un finale meraviglioso e terribile (meravigliosamente terribile).

A Pordenonelegge mi accorgo di cercare tra la folla gli scrittori famosi allo stesso modo in cui gli anonimi turisti mordi e fuggi della Costa Smeralda si aggirano sui moli di Porto Cervo sperando che da qualche yacht ancorato sbuchino i volti di Briatore e Dolce & Gabbana

Si fa un gran parlare di “casta” ed io non ho ancora detto nulla. Mi si nota di più se non intervengo o se intervengo un po’ in disparte? Intervengo in disparte, parlando del volo a V degli uccelli migratori. Non so se erano anatre quelle che ho visto stasera. Si spostavano verso sud, affrontando un viaggio lungo e faticosissimo. Per loro la vita associata deve rendere più agevole quella del singolo, e il leader, chi guida la comunità, è colui che compie lo sforzo maggiore, più gravoso. Quell’onore è soprattutto un onere insomma, a tal punto che la resistenza aerodinamica che incontra lo fiacca terribilmente, per cui dopo poco si sposta e cede il passo a un altro. La leadership è un servizio offerto alla comunità, e i privilegi spettano a quest’ultima, non a chi la guida.

L’hanno provato scientificamente: l’innamoramento è una malattia. Negli innamorati il livello di serotonina, che ha un effetto calmante, precipita alla stessa misura di chi è affetto da disordine ossessivo compulsivo.

Una mia cara amica, bella ma convinta di non esserlo, una sera andò in un locale con la sorella e venne abbordata da uno sconosciuto che disse di essere rimasto molto colpito dai suoi occhi. Lui ignorava che lei quella sera aveva delle lenti a contatto colorate. Il suo fascino era dovuto all’unica cosa che non le apparteneva. Mi è venuta in mente l’altro giorno, quando ho ricevuto la mail di un lettore che aveva apprezzato un mio articolo su Liberazione, in particolar modo per la bella frase che avevo copiato da Magris.

G. è simpatica e disinibita. Ci racconta del suo ultimo flirt, un ragazzo con cui è andata a letto dopo averlo conosciuto in un bar. Mentre lui la prendeva da dietro, forse incoraggiata dal fatto che non la guardava in faccia, gli ha sussurrato “insultami”. Dice che ha avvertito un attimo di imbarazzato silenzio, e poi lui ha gridato “scema!”. Il turpiloquio sessuale è uno dei rari ambiti espressivi in cui è vietata l’originalità, si pretende lo stereotipo. Cicerone, nelle orazioni ad animos permovendos, consigliava sempre di attenersi all’ovvio per riscuotere consenso. L’orgasmo della folla si attiva con le stesse logiche di quello individuale.

In Come si seducono le donne, divertentissimo manualetto in cui la dialettica amorosa viene equiparata alle manovre belliche, Marinetti raccomanda: “mai su un divano a tinta unita!” Ecco spiegata la ragione dei miei fallimenti: la scarsa audacia nella scelta dei tessuti. Non a caso la scritta memento audere semper campeggia sul Vittoriale.

Ci sono due immagini femminili, relative alla passione della lettura, che mi colpiscono sempre per la sostanziale identità. La prima è quella di una piccola terracotta funeraria, esposta in una teca del museo archeologico di Taranto, che ritrae una giovane seduta intenta a leggere una pergamena srotolata sulle ginocchia, col viso reclinato e la mano appoggiata alla guancia, quasi come se niente e nessuno potesse distrarla. Fu rinvenuta nel corredo funebre della tomba di una ragazza, evidentemente appassionata lettrice, vissuta 2400 anni fa. La seconda è un dipinto del ’38 di Hopper. S’intitola Scompartimento C, Vettura 293. Raffigura una donna che sfoglia un libro seduta in treno, il volume sulle ginocchia, il viso reclinato, indifferente al paesaggio circostante che si scorge dal finestrino. In entrambe queste opere c’è la rappresentazione di un rito affascinante, solitario, silenzioso, che si ripete immutato, nei gesti e nell’attenzione, da secoli. Qualcuno, per me a ragione, ha detto che la narrativa finirà di esistere quando le donne smetteranno di leggere.

Ex absurdo sequitur quodlibet. Ravasi sostiene che assurdo deriva da sordo. Non mi risulta ma suona bene. Ad ogni modo l’assurdità spesso somiglia a un dialogo fra sordi, in cui tutti parlano e nessuno ascolta. La sofferenza delle legioni di aspiranti scrittori che leggono unicamente se stessi è la medesima che affligge Bartleby lo scrivano, ed ha origine dal suo primo impiego, quello nel Dead letters Office, l’ufficio postale delle lettere smarrite. Tutti sogniamo di trovare un destinatario alle nostre parole, e solo pochissimi ci riescono. Quasi tutti i nostri discorsi tornano al mittente. L’amore lenisce in parte questo dolore, ma è un ascolto interessato e benevolo, rivolto più alla persona che a ciò che dice. Cioran, il pusher delle citazioni prêt-à-porter ad uso della chiacchiera culturale in astinenza da legittimazione bibliografica (me incluso, s’intende), anni fa lo disse chiaramente: “il matrimonio è l’unione tra due infelici per sopravvalutarsi a vicenda”.

André Gorz e la moglie Dorine si sono suicidati. Insieme anche nella morte. L’amour fusionnel, è stato definito il loro bellissimo rapporto simbiotico. Si sopravvalutavano? Forse, ma che importanza ha?

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23 Responses to Moleskine

  1. Alessandro Morgillo il 26 settembre 2007 alle 09:41

    Una boccata d’ossigeno.

  2. Francesca il 26 settembre 2007 alle 10:53

    Grazie Sergio – incidentalmente, anche per i riferimenti al saggio di cui dicevi ieri sera.

    Buona giornata.

  3. gianni biondillo il 26 settembre 2007 alle 11:02

    Caso sublime di autoplagio. Bravo.

  4. Chapuce il 26 settembre 2007 alle 11:16

    è molto interessante questo quaderno di appunti, Sergio!
    lo leggerò con calma per assimilarne meglio il contenuto…
    l’inchiostro un pò sbavato della penna sulle pagine è
    inebriante per gli occhi!
    :-)
    Chapuce

  5. robilant il 26 settembre 2007 alle 11:45

    “E’ il salumiere che ci deve ammirare, è lui che si spera di far ricredere sul nostro conto”.
    Impeccabile. Il salumiere, il pubblicitario, il peccato d’orgoglio.
    La storia ama i grandi paradossi e odia coloro che peccano di orgoglio.
    Pubblicità=immaginazione al potere.
    Immaginazione al potere: incauti pride sinners del sessantotto, non si aspettavano che si sarebbe trattato dell’immaginazione del salumiere.
    Robilant

  6. sandro dell'orco il 26 settembre 2007 alle 11:53

    Leggere dalla fine. Anch’io spesso lo faccio, anche e soprattutto con la saggistica. Ci ho riflettuto. E’ ribellione alla consequenzialità logica del discorso, che procede appunto come uno schiacciasassi dall’inizio verso la fine. Non si sopporta il suo dominio, estraneo e autoritario, che induce o riattualizza inibizioni del pensiero e delle emozioni. Così, astutamente, la si inganna procedendo a ritroso: si legge, ma ciò che si legge è connesso da noi, e non da lei.

  7. Modestyne il 26 settembre 2007 alle 12:33

    Modestyne

    Diversi vicoli di Borgo Tre Case di Sotto sono tappezzate dalla pubblicità del Dancig La Bamba, con foto a colori vividi del duo Ermes e Ramona. Serata di ballo liscio. Roba volgare, andante, ma a ben guardare l’Ermes, sotto la cotonatura fonata rossiccia tinta, è il ritratto sputato del duca di Montefeltro, quello con il naso a scaletta, di Piero della Francesca e la Ramona, distogliendosi dai riccioloni biondi, sembra quella signora fine, di profilo, del Pollaiolo che c’è al Poldi Pezzoli. Mi riempie d’orgoglio e di una strana malinconia che sotto mentite spoglie, gilet damascato e bustier sadomaso con esubero di carne laterale, la loro nobile rinascimentale fisionomia trapeli, ma solo al mio occhio colto e perspicace. Ma c’è e se c’è, c’è. E da essa il mio sguardo pieno di nostalgia classica non si distacca.

    La gaffe più incredibile che abbia mai sentito l’ha pronunciata M., onnivora lettrice, donna, complimentandosi con lo scrittore Roberto Calasso per il “suo” libro Narratori delle pianure.

    L’affermazione del poeta non vedente “gli dei tessono disgrazie affinché le generazioni future abbiano di che cantare” va integrata con e da essi canti si facciano film e fiction al più prsto: meglio se a scrivere non sono poeti ma politci dal cuore tremulo.

    Ieri il salumiere A, mi ha allungato insieme al conto, salato, dei formaggi di nicchia che vende come oro colato, il suo romanzo “Memorie dal sottocoscia”.
    Per la riparazione della mia modesta autovettura, il meccanico F. insieme alla ricevuta, per metà dell’importo effettivamente dovuto, mi messo, infilato nel tergicristallo un fascicoletto di sue poesie, titolo “Andante con moto”.

    Sul treno che mi cullava verso la città di M., tutti “i gentili passeggeri” erano collegati con il loro portatili alle apposite prese sui tavolinetti spartiposto. E digitavano tutti convulsamente. Romanzi gialli, saggi antropologici, poesie d’amore e morte? No, giocavano a Solitario. Meno male, mi dissi, completando Il Bersaglio della mia Settimana Enigmistica. Solitario, quello che una mia zia faceva ogni sera dopo cena sul tavolino del tinello con certe carte vecchie e bisunte e non le venìva mai.

    Mio padre che era un uomo molto spiritoso per insultare uno molto permaloso ed anche pericoloso gli disse “Lei è un canguro.” Il soggetto non trovò appigli per percosse o querele.

  8. tashtego il 26 settembre 2007 alle 14:05

    @M.
    non so.
    “canguro” mi pare un insulto sanguinoso, non ci credo che quello non si sia incazzato.
    qui a roma se dai del canguro a qualcuno quello ti gonfia, come minimo.
    ma solo se è più grosso.
    se il più grosso sei tu, si mette a ridere.
    gli insulti dipendono da chi te li dice.
    forse quel tizio permaloso, quel giorno lì non stava bene, oppure non ha sentito.

  9. linnio il 26 settembre 2007 alle 14:24

    gaffe:
    flaiano un giorno si recò al funerale della mamma di un noto produttore cinematografico. Questi, salutando lo scrittore di ‘tempo di uccidere’, gli disse: ” A Flaià, la morte de’ ‘na madre so’ sempre cazzi”

  10. Luigi Weber il 26 settembre 2007 alle 23:04

    Bellissimo, bellissimo pezzo, Sergio, complimenti. L’unica cosa su cui vorrei proporti un pizzico di maggiore indulgenza, è la questione dei ringraziamenti. So che hai ragione, sia in generale, sia nel caso specifico, ma il caso specifico – molti avranno capito di chi stai parlando, ed è davvero signorile da parte tua fermarti lì, all’iniziale – è quello, a mio parere, di un libro notevole, e di un autore notevole. La lista probabilmente è troppo lunga, concordo, eppure da un lato essa non rientra in senso stretto nel libro, dunque la sua eventuale inopportunità non può ricadervi come un difetto, dall’altro credo nondimeno che abbia una sua ragion d’essere. Chi tiene blog da tanto tempo, da tempi in cui in Italia i più andavano a malapena su internet, ha costruito con quella forma di scrittura, e con il feedback che essa produce, un rapporto profondo, e fecondo. Se ogni scrittore è i libri che ha letto, ogni autore di blog è anche, un po’, le persone che lo hanno letto.

  11. ezio il 27 settembre 2007 alle 09:44

    Fantastico (ma quanti gradi di separazione esistono fra Sergio Garufi e Sergio Garufi?)
    (P.S: se non ti sbrigavi a scriverla te l’avrei rubata, la gaffe delle cinque. Me la sono rivenduta oralmente svariate volte sempre cogliendo un discreto successo).
    Ezio

  12. Chapuce il 27 settembre 2007 alle 10:16

    Spero che uno scrittore non sia solo i libri che ha letto!
    Lo stile si costruisce anche sull’esperienza, o no?

    Forte il pezzo dove il Fascino della tua amica risultava dall’unica cosa che non le apparteneva!
    Good Bye
    Chapuce

  13. sparz il 27 settembre 2007 alle 10:50

    tanto concordo sulla lettura dalla fine che ho letto questo post dalla fine, capoverso per caposverso, per vedere se mi incuriosiva abbastanza. Quando sono arrivato a leggere che tu leggi dalla fine, allora, molto soddisfatto, ho ripreso dall’inizio. Molto bello.
    Una volta ho esclamato, parlando con la figlia di una cara amica, che chiedeva consiglio su facoltà universitarie, incerta tra scienze biologiche e scienze politiche, “Ma non vorrai mica fare scienze politiche, che non si impara niente!”, obliando beatamente che la mamma, presente al colloquio, era laureata in scienze politiche. Mezzora di penosi rabberciamenti.

  14. Modestyne il 27 settembre 2007 alle 11:09

    Datosiché ci sono certi che leggono dalla fine o la fine la si omette del tutto o la si posiziona all’inizio, così da turlupinarli a dovere

    Turlupinare:

    1. antico uso del basso Medioevo, diffuso nelle foreste tirolesi, di far girare in tondo i lupi per trarli in inganno battendo pietre nel buio.

    2. antico uso dell’Alto Medioevo, diffuso nelle valli bergamasche, di gettare lupini dalle torri in guisa di proiettili.

    Dal Dizionario delle etimologie comparate di Rufus T. Firefly

  15. Modestyne il 27 settembre 2007 alle 11:14

    qui a roma se dai del canguro a qualcuno quello ti gonfia, come minimo.

    Gentile Tashtego, l’insultato era siciliano. Si desume che o non conoscesse i canguri, per ovvie caratteristiche della fauna ambientale del luogo, oppure per sua specifica ignoranza. Per fortuna.
    A Roma ho detto ad uno “balabiott” e mi ha sorriso.

    M.

  16. sandro dell'orco il 27 settembre 2007 alle 15:39

    @ Modestyne

    Qualcuno ci ha pensato prima di te. Ci sono almeno almeno due romanzi moderni scritti così, e molto importanti anche: indovina quali.

  17. Ginevra il 27 settembre 2007 alle 20:55

    i ringraziamenti arrivano sempre quando non sono cercati.

  18. Modestyne il 28 settembre 2007 alle 10:37

    Gentile Dell’Orco, non ho dubbi che qualcuno ci abbia già pensato. Tutto e copia di tutto. Io di espediente ne avrei pensato uno ancora peggio. Ma non lo rivelo nemmeno sotto tortura.

  19. sandro dell'orco il 28 settembre 2007 alle 13:43

    Gentile Modestyne,

    che ci creda o no ha indovinato uno dei due romanzi ai quali avevo pensato. Si vede che abbiamo gli stessi gusti. Un romanzo dove si perdono e ritrovano valigie, parenti e posti di lavoro fino ad una inattesa assunzione nel mondo dello spettacolo. Io del resto non ho indovinato quello dal nome ebraico, così siamo pari.
    Per quello con la fine all’inizio e con l’inizio alla fine, tipo oruboro, o piuttosto anello di Moebius, le posso dire che parla di uno che scriveva di notte, alla luce di una lampada, mentre fuori pioveva, anzi, no, non pioveva.
    Quanto al suo espediente per turlupinare i retrogradi, mi ha incuriosito: il modo in cui lo annuncia lascia supporre che sia del tutto originale e geniale. Non potrebbe, senza tortura, darcene il sentore?

  20. Modestyne il 29 settembre 2007 alle 09:21

    Gentile Dall’Orco, le credo. Perchè non dovrei crederle? E’ uso dire bugie lei? Ma in fondo la storia di Karl è “incompiuta”. E gli incompiuti propriamente non rientrerebbero nei senza finale. O nei finali sospesi. A meno che la loro incompiutezza non sia considerata l’arrendersi, finalmente, della parola di fronte a ciò che non si vuole o non si può più dire.
    Penso anche a celebri incompiuti musicali.
    Alla Pietà Rondanini.
    Ma quello che scriveva di notte non sarà mica… per caso Drogo?
    Se fosse, ma potrebbe anche non (io in realtà detesto gli indovinelli, ma solo quando non indovino, ovviamente) del suo autore rileggendo “Un amore” notai che il protagonista si chiama Dorigo, che, tolta la ‘i’ e spostata una ‘o’ al suo posto fa Drogo… un translato sottilissimo autoplagio, in fondo. Non trova? Per confermare la teoria che uno scrittore, sempre in fondo, scrive lo stesso libro.

    Il libro dal titolo col nome ebraico è Jezabel di Irène Némirovsky.
    Cardiochirurgia (tipicamente femminile) dei sentimenti. Autopsia degli animi.

    Il mio espediente è geniale, confermo, ma assolutamente © con tutti i grassatori che girano per il web…

    Grassatori:

    1. Soggetti che si aggirano per ogni sito, ingozzandosi avidamente di tutto quel che trovano ed ingrassando a vista d’occhio, generalmente, si levano in volo come mongolfiere o esplodono.

    2. Attori molto grassi a cui è riservata unicamente la parte di curati di campagna o al più di osti di locanda nei film di Amedeo Nazzari.

    sempre dal Dizionario delle etimologie comparate di Rufus T. Firefly

  21. sandro dell'orco il 29 settembre 2007 alle 10:27

    Gentile Modestyne,
    se crede potrebbe accennarmi il suo espediente inviandomi una mail a sdellorco@gmail.com, questo per dimostrarle quanto sono interessato alla cosa. Sì, perché penso che se uno si occupa con tanta attenzione di incipit e di explicit, non lo fa per mera erudizione o curiosità, ma perché scrive e ha problemi di composizione da risolvere – fino a prova contraria. In ogni caso potrebbe alluderne anche su questo thread, in modo velato, non mi pare che le manchino le risorse stilistiche per farlo.
    Quanto al nostro misterioso romanzo ouroboro, l’aiuterò così: vi si parla d’un viaggio, fatto da un padre e da un figlio, su una bici, per un paese alquanto improbabile, e con perdita finale della bici, del figlio e dello stesso padre, che diventa un altro. Per dirle veramente tutto aggiungerò che è stato scritto in francese nell’immediato secondo dopoguerra.
    A proposito di Giovanni Drogo: non mi è piaciuto lui né la sua avventura, calco superficiale di ben altre avventure spirituali del Novecento.
    Cari saluti.

  22. Modestyne il 29 settembre 2007 alle 12:40

    Oh mi sovvien MOLLOY…

    Su Drogo non sarei così tranchant. Però.

    Accennare è gia troppo dire. Spesso.

    ;)

  23. sandro dell'orco il 29 settembre 2007 alle 13:26

    Tutto a posto, caro Modestyne, stia bene e alla prossima.
    Con simpatia
    sandro



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